COSE ALBANESI!

enver_hoxha_agrarian_reformDopo l’umiliante Caporetto calcistica in terra brasiliana, consoliamoci con il brillante successo geopolitico che l’italico imperialismo ha fatto registrare in sede UE: «Come preannunciato lo scorso 6 giugno, il Consiglio Ue ha dato il via libera allo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea all’Albania, cosa che verrà ufficializzata dai capi di Stato e di governo nel vertice di Ypres di giovedì e venerdì. A differenza di Francia, Germania, Gran Bretagna, Danimarca e Olanda, che si sono sempre detti contrari, l’Italia, è stata sempre in prima linea per chiedere l’adesione di Tirana all’Ue ed oggi a Lussemburgo il sottosegretario per gli Affari europei Sandro Gozi ha confermato che “riteniamo sia assolutamente fondamentale riconoscere all’Albania lo status di paese candidato e accelerare il processo di adesione di tutti i Balcani occidentali, a partire da Albania e Serbia”» (Notizie Geopolitiche, 24 giugno 2014).

Sulla presenza del capitale del Bel Paese nell’Est europeo rimando a Il capitale italiano guarda sempre più a Est.

Compulsando Limes, la nota rivista di geopolitica, per avere altri ragguagli sulla confortante notizia di cui sopra, mi sono imbattuto in uno spassosissimo articolo di Giovanni Armillotta (da me preso di mira in un post del 2013: Geopolitica e coscienza di classe) dedicato nientemeno che alla difesa di Enver Hoxha, l’ultimo dittatore “comunista” dell’Albania.

La cosa più curiosa è che il buon Armillotta non è uno dei tanti “comunisti” nostalgici che appestano Miserabilandia, ma un ex (?) socialista che ci tiene a farci sapere di essere stato «uno dei tre cittadini del nostro paese – tutt’e tre iscritti al Partito socialista italiano, che allora esprimeva il vertice governativo – che si vide pubblicare ufficialmente sulla stampa albanese il formale telegramma di condoglianze per la scomparsa di Enver Hoxha (11 aprile 1985). Fui in compagnia di Sandro Pertini e Bettino Craxi» (L’Albania e il Pci in ginocchio da Tito, Limes, 8 settembre 2009).

Enver-Hoxha-a-destra-con-StalinPer farla breve, Armillotta rinfaccia ai “comunisti” italiani di aver sempre sputacchiato su Enver Hoxha, trattato come un rozzo e violento tiranno, mentre al contempo leccavano le suole delle scarpe di Stalin e (successivamente) di Tito e di altri dittatori “comunisti” lorde del sangue di centinaia di migliaia di poveri disgraziati finiti per qualche motivo nel tritacarne del “comunismo rispettabile”.

«Mentre il nostro Partito comunista incensava il brutale regime di Tito, gli stessi politici condannavano Hoxha, colpevole di non essersi allineato a Mosca e di resistere alle mire espansionistiche della vicina Jugoslavia, un immenso campo di concentramento a cielo aperto. Chi era il vero mostro?» Armillotta ricorda con perfida ironia agli ex compagni del PCI i massacri perpetrati nella «“democrazia” titista, i campi di concentramento del socialismo jugoslavo» e altre magagne occorse nei «Paesi socialisti» (dalla Russia alla Cina, dalla Romania alla Corea del Nord) da essi frequentati senza alcun senso di colpa e anzi con colpevole complicità politica.

«In Yugoslavia e non in Albania iniziarono a sorgere i famigerati campi di concentramento del tipo Goli-otok (isola calva), una specie di Auschwitz nelle condizioni del “socialismo jugoslavo”. In quei campi non patirono sofferenze, non furono mutilati e sterminati solo i cominformisti, ma pure i semplici oppositori e, fra loro, anche centinaia di cossovari e altri albanesi residenti nelle repubbliche di Montenegro e Macedonia, nonché alcuni illusi comunisti italiani che si erano rifugiati nel “paradiso” titista portandosi il tricolore con la stella rossa sul campo bianco. In totale nei Goli-otok furono internate 30 mila persone, delle quali circa 4 mila trovarono la morte per torture o sfinimento (i campi furono chiusi nel 1988. Però la direzione jugoslava aveva la sfrontatezza di accusare l’Albania che aveva trasformato il paese in una “caserma dove regnava lo stivale dei militari!”». Ecco dunque quale era la “democrazia titista”, esaltata nel nostro paese dalla seconda metà degli anni Cinquanta sino al 1990».

Armillotta ne ha anche per quelli del Manifesto: «ai filocinesi all’amatriciana non andava giù che gli albanesi avessero mandato a quel paese anche Mao. Basta far mente locale alle patetiche lacrime di circostanza [versate] all’indomani di Piazza Tiananmen». Che spasso, questo difensore dello stalinismo con caratteristiche albanesi! Guardate adesso come egli recupera in chiave geopolitica la funzione di Enver Hoxha: «Riusciamo a frenare un moto d’irritazione nel ricordare le ingiurie de Il manifesto, che si preoccupava per il Canale d’Otranto, bloccato da un regime autoritario. Forse per i radiati di ieri sarebbe stato auspicabile il problema finanziario e geopolitico che avrebbe rappresentato per l’Italia e la Nato la presenza dei Sovietici a tre minuti di MIG dalla Puglia?». Non c’è che dire, un capolavoro “dialettico” degno di un Gianni De Michelis!

Seguono alcuni passi tratti da un mio articolo del 1991 (Catastrofe del “modello jugoslavo”) pubblicato su Filo Rosso. Giusto per non incorrere nelle ire antititoiste di Armillotta.

mulegreeceQuando il 25 febbraio 1980 la Jugoslavia firmò a Bruxelles l’accordo di cooperazione con la CEE, il quale prevedeva un prestito di 300 milioni di dollari e una serie di agevolazioni nella sfera commerciale per la traballante Federazione, a tutti gli analisti (tranne ai soliti patetici ricercatori di “Terze Vie”) apparve chiaro come in quel giorno si ufficializzasse il completo fallimento di quello che nel secondo dopoguerra era passato alla storia come “modello jugoslavo di socialismo”.

Ciò che Pintor e compagni oggi definiscono «la straordinaria architettura politica e sociale realizzata da Tito», metteva finalmente a nudo le magagne strutturali del cosiddetto “socialismo autogestionario”, durato quattro decenni con il sostegno politico-ideologico di quei “comunisti critici” occidentali che non volevano rassegnarsi a un modello sovietico sempre meno presentabile alle classi subalterne come credibile e auspicabile alternativa al capitalismo. Ogni velleità di autonomia politico-economica, fatta pagare soprattutto al proletariato delle repubbliche meridionali, mostrava definitivamente la corda e presentava il salatissimo conto.

La Yugoslavia, anticipando di qualche anno il miserrimo destino degli altri Paesi oggi “ex socialisti” del Vecchio Continente, iniziava a ruotare intorno ai capitalismi più forti d’Europa.

Ma cosa aveva di socialista quella «straordinaria architettura» venuta fuori dal secondo macello mondiale? Naturalmente niente, nel modo più assoluto. Si trattava di un’architettura capitalistica centrata su un apparato politico assai dispotico e centralizzato che aveva nella Serbia il suo centro di gravità.

[…]

Il tanto celebrato e mitizzato «modello autogestionario» elaborato dal gruppo dirigente titino, lungi dall’essere stato un esperimento originale di costruzione del socialismo, non fu altro che il tentativo di modernizzare un Paese plurinazionale che in trent’anni di storia “unitaria” non era riuscito a creare un omogeneo terreno economico, politico, etnico, ecc. dai confini con l’Austria a quelli con l’Albania. […] La cosiddetta autogestione aziendale non si sostanziò mai in una esaltazione della «democrazia aziendale», all’interno della quale l’operaio veniva a recitare un ruolo di comando e non di mera forza-lavoro sussunta sotto il capitale, come invece sostennero molti antistalinisti italiani ed europei (insomma, i soliti terzisti smentiti puntualmente dal processo sociale); essa all’opposto finì per esaltare grandi e piccoli interessi aziendali, locali, nazionali, e le magagne strutturali vennero a galla non appena l’opera di ricostruzione postbellica fu conclusa, peraltro con un certo successo. […] Alla fine il sistema non ha più retto: disorganizzazione produttiva, deperimento tecnologico, alta inflazione, alta disoccupazione, bassi salari, gap crescente fra il Nord sviluppato (Slovenia e Croazia) e il Sud “depresso” e assistito dallo Stato.

[…]

Scrive Vladimir Dapcevic: «Nel 1948, una parte dei dirigenti jugoslavi, soprattutto Tito e Kardelj, ha completamente liquidato la politica internazionalista ed è passata su posizioni nazionaliste borghesi. Questa politica jugoslava nazional-borghese non poteva alla fine che provocare, subito dopo, l’esplosione del nazionalismo in tutte le repubbliche» (Il Manifesto, 6 agosto 1991). In realtà il gruppo dirigente che si formò intorno al carismatico Tito fu sempre, al di là della retorica “internazionalista” comune agli stalinisti d’ogni latitudine, «su posizioni nazionaliste borghesi», e lo dimostrò al di là di ogni ragionevole dubbio appena la situazione glielo permise.

Mutatis mutandis, il maresciallissimo Tito non fece che applicare alla situazione jugoslava l’arcinota teoria della «via nazionale al socialismo» a suo tempo teorizzata a Mosca per dare un sostegno ideologico all’accumulazione capitalistica a tappe forzate e a ritmi accelerati. Questa teoria postulava la necessità per ogni Paese conquistato al “socialismo” di muoversi lungo il sentiero più congeniale al proprio retaggio storico, alla propria struttura sociale, alla propria cultura e, last but not least, ai propri interessi nazionali.

[…]

Già la Costituzione del 1974 sancì il dato di fatto di una Federazione che non era riuscita a far convivere nel suo seno differenti nazionalità, etnie, culture. «La sfortuna della Jugoslavia», sostiene Jovan Miric, un serbo contrario a ogni genere di nazionalismo, «è stata quella di non essere mai riuscita la Federazione a diventare uno Stato moderno e democratico. A dirigerla c’è sempre stato un pugno d’uomini» (Il Manifesto, 14 settembre 1991).

Lo sciovinismo grande serbo non solo non è morto con la Costituzione del ’48, ma si è dato anche una prospettiva più ampia e ambiziosa, che alla fine si è dimostrata velleitaria, dando corpo a una politica estera che guardava oltre il vecchio e angusto orticello balcanico, per proiettarsi nel grande gioco fra le potenze. Alludiamo alla politica titina volta a costituire il cosiddetto fronte dei non allineati, un polo imperialista “terzista” in grado di smarcarsi dall’influenza geopolitica delle due superpotenze mondiali.

Oggi solo i “comunisti” rifondati delle nostre poco amate sponde sembrano versare nostalgiche lacrime sul «ruolo importante della Jugoslavia nel movimento dei non allineati», come si legge su un loro documento del 20 agosto ’91, e c’è da scommettere che molti di loro rimpiangono il ruolo di grande potenza recitato dall’Unione Sovietica nel corso del mezzo secolo che ci sta alle spalle.

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