L’ANSCHLUSS DI VLADIMIRO GIACCHÉ

Fußball-Weltmeisterschaft, Spiel DDR-BRDVladimiro Giacché non vuole gettare, insieme all’acqua sporca degli «indirizzi sbagliati di politica economica» elaborati e praticati dalla leadership della defunta Rdt, il bambino del «sistema economico socialista» dell’ex Germania dell’Est: è sostanzialmente questa l’intenzione ideologica che sorregge il suo libro sull’unificazione tedesca dall’evocativo titolo Anschluss. L’annessione – Imprimatur, 2014.

Scrive Giacché: «Gli indirizzi sbagliati di politica economica ebbero un grande peso nel determinare la crisi degli ultimi anni della Rdt. Essi non possono essere dedotti in quanto tali dal sistema economico. […] Politica è, in ultima analisi, la crisi della Rdt». Come ho scritto su un recente post, l’intellettuale italiano è tentato di declinare ogni cosa nei termini del primato della politica.

Scrive l’economista: «Va qui riaffermata una verità molto semplice, che soltanto un fondamentalismo di mercato come quello in auge in questi ultimi anni poteva far dimenticare: una qualificata presenza dello Stato nell’economia nei settori strategici per orientare lo sviluppo, può essere economicamente più produttiva e meno dispendiosa di uno stato a cui è lasciato il compito di raccogliere i cocci dei fallimenti del mercato». Ora, può un anticapitalista incallito come il sottoscritto battersi per «una qualificata presenza dello Stato (borghese: mi scuso per l’antipatica sottigliezza dottrinaria) nell’economia»? Non so il lettore, ma personalmente sarei tentato di rispondere, più che con un forte No!, con una gigantesca risata. Ma la mia risata non è in grado di seppellire nemmeno una mosca (magari cocchiera) di questo sciagurato mondo.

«La storia raccontata in queste pagine insegna che il mercato puro non esiste. Insegna che il mercato è un luogo di rapporti di forza. E che pensare che le istituzioni pubbliche possano o addirittura debbano ritirarsi completamente da esso rappresenta una pericolosa mistificazione». A mio modesto avviso «una pericolosa mistificazione» è quella messa in campo da chi si sforza, nonostante tutto, di presentare come «socialista» il regime della Rdt (e degli altri «Paesi fratelli»). Della serie, il lupo azzoppato dalla caduta del Muro di Berlino perde il pelo ma non il vizio. E ovviamente ultrareazionaria mi appare l’operazione tesa a legittimare agli occhi delle classi subalterne «le istituzioni pubbliche» (borghesi).

Sulle orme della vulgata veterostalinista (che tanto deve anche al «socialismo di Stato» di Lassalle), Giacché confonde il Capitalismo di Stato, con tanto di pianificazione centralizzata, con il Socialismo, e perciò dà per assolutamente scontata la natura socialista di quel sistema, che intende appunto sottrarre all’oblio e alla denigrazione. Un’operazione che considero ultrareazionaria, sotto ogni rispetto. Per me, infatti, il «socialismo reale» del XX Secolo (e quello «con caratteristiche cinesi» del XXI) ha rappresentato la più grande menzogna mai confezionata dalla classe dominante di questo pianeta ai danni dei dominati, i quali si sono visti sequestrare anche la possibilità di una futura emancipazione: «Se il socialismo è quello, forse conviene tenerci il capitalismo!» Magari con qualche correzione keynesiana…

Ma senza esagerare: a furia di correzioni lo Stato si espande e il “socialismo” uscito dalla porta rientra alla chetichella dalla finestra. È quello che, ad esempio, accadde in Italia tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, allorché il grande capitale industriale si trovò in larga parte (intorno all’80%) nelle mani dello Stato, in modo diretto o indiretto. E difatti, allora molti economisti e politici parlavano dell’economia italiana come di un’economia «praticamente socialista». Scommetto che a Giacché quel modello di Capitalismo non dispiaccia affatto. Ma non divaghiamo!

dhm_farbe_fuer_die_republik_traktoristin_580x237«L’ideale della completa e inostacolata libertà delle forze di mercato non è soltanto un’utopia: tradotto in pratica, esso finisce necessariamente per coincidere con la proverbiale “libera volpe in libero pollaio”». Non basta “lasciar fare al mercato” per avere efficienza economica, sviluppo ed equità sociale». Qui il Nostro non fa che ripetere la nota posizione keynesiana intorno alla fallimentare «economia tradizionale» basata sulla filosofia del laissez faire. Certo, dalla sua prospettiva, assimilabile a quella dei tanti economisti che, bontà loro, vogliono salvare il Capitalismo dalle sue stesse magagne, repetita iuvant.

Per capire il tipo di “socialismo” che Giacché ha in testa, è sufficiente leggere quanto segue: «Per quanto riguarda il sistema economico, le tesi, formulate nel 1946 da un esponente di primo piano della Sed quale Anton Ackermann , di una “particolare versione tedesca del socialismo”, furono presto accantonate e l’economia tedesco-orientale fu riorganizzata adottando il modello sovietico, che prevedeva una rigida centralizzazione economica e direzione amministrativa dell’economia. […] Il sistema [proposto da Ackermann] avrebbe dovuto basarsi su misure oggettive dei prezzi (per poter determinare valori, profitti e perdite); ma nell’economia socialista della Rdt i prezzi erano fissati in maniera amministrativa e arbitraria, e non fondati su rapporti di mercato di domanda e offerta: e quindi non rappresentavano un metro di misura affidabile». Le tesi di Ackermann furono rigettate dalla leadership tedesco-orientale e per Giacché si trattò di un errore.

Ed errato, sempre secondo l’autore di Anschluss, fu anche il modello di Welfare costruito nella Germania dell’Est, il quale alla fine portò a un calo dell’accumulazione e a un restringimento degli investimenti produttivi nel settore manifatturiero, con relativa obsolescenza tecnologica di gran parte delle imprese tedesco-orientali. La cosa mi fa pensare al mantra delle «riforme strutturali» e dei «compiti a casa» di moda in Europa ai nostri critici tempi.

Al contempo, «Si ebbe una crescita ininterrotta nel bilancio dello Stato del peso dei prezzi sovvenzionati, che giunsero a pesare per il 30 per cento del totale nel 1988. Queste sovvenzioni a un certo punto non poterono più essere finanziati con i profitti delle imprese statali e costrinsero lo Stato a un sempre maggiore indebitamento. […] La Rdt stava vivendo “al di sopra delle sue possibilità”: lo stesso Honecker lo ammetterà, e proprio con queste parole. Ma lo farà troppo tardi. […] Il più importante tentativo di riforma del sistema economico della Rdt fu effettuato nei primi anni Sessanta e trovò il sostegno di Walter Ulbricht, allora segretario della Sed. Il “Nuovo sistema economico di pianificazione dell’economia” [aveva] l’intento di “trasformare il sistema prevalentemente amministrativo di pianificazione e direzione in un sistema prevalentemente economico, in un’economia orientata al profitto e alla redditività”». A quanto pare, anche questo tentativo “riformista” non sortirà un apprezzabile successo.

La tesi, insomma, è che allora nella “socialista” Rdt si confrontarono due ipotesi di «via nazionale al socialismo»: una che propugnava un “socialismo” altamente competitivo e dinamico (alla “tedesca”, un po’ sul modello cinese del cosiddetto «socialismo di mercato»), l’altra che sosteneva l’idea di un “socialismo” scarsamente competitivo e dinamico, ma in compenso molto burocratico e “amministrato” – sul modello appunto del Capitalismo di Stato, pardon: del “socialismo” di matrice stalinista. Vinse la seconda ipotesi, e per il “socialismo” con caratteristiche tedesco-orientali non fu un buon affare. Detto en passant, per Giacché concetti quali «valori, profitti e perdite» non solo non contraddicono il carattere socialista di un’economia, ma nel caso della Rdt proprio la prassi fondata su quei concetti avrebbe potuto fare del “socialismo” tedesco-orientale un modello di successo. D’altra parte, il «socialismo con caratteristiche cinesi» non dimostra forse la possibilità di costruire su questa terra un vincente «socialismo di mercato»?

03-ostalgie-culture-dall-oblio-di-un-sogno-interrottoIl profitto socialista può far inorridire solo un dottrinario dilettante della mia fatta, non certo l’economista che indaga la struttura economica delle società con il massimo rigore scientifico. Ciò comunque non mi impedisce di pensare che il «controllo e direzione sociale dell’economia» immaginato da Giacché non è meno reazionario e respingente «dell’ideologia del mercato salvifico e in grado di autocorreggersi»: ideologia statalista (non importa qui se gabellata in guisa “socialista” o keynesiana) e ideologia liberista non sono che le facce della stessa capitalistica medaglia. Ho sempre invitato i miei colleghi proletari a non impiccarsi politicamente e ideologicamente a uno dei due rami del cattivo albero. Invano!

Per Giacché, nonostante tutte le sue debolezze strutturali, in parte causate dagli errori della sua leadership politica, e le contraddizioni della sua società, la Rdt era ben lungi dall’assomigliare a quell’immagine di nazione fallita che la propaganda occidentale cercò di accreditare alla fine degli anni Ottanta, per i motivi imperialistici che non hanno bisogno di dettagliate spiegazioni. Di qui, penso, il concetto di Anschluss, di annessione, preferito a quello di Riunificazione. Mi si permetta di svolgere la seguente conclusiva riflessione.

Esattamente come la Germania dell’Ovest, la Germania dell’Est fu una pedina importantissima del sistema imperialista incentrato sulle due note superpotenze venuto fuori dal secondo macello mondiale. Prescindere da questo dato di fatto significa precludersi la possibilità di cogliere l’essenza degli avvenimenti che porteranno alla riunificazione tedesca e allo sfaldamento del polo imperialistico dominato dall’Unione Sovietica, la cui debolezza strutturale (alludo alla sua economia, assimilabile a quella dei Paesi in via di sviluppo centrata sull’esportazione di materie prime) fu alla base della sua sconfitta nella cosiddetta Guerra Fredda.

Scrive Carlo  Jean nel suo Manuale di geopolitica (Laterza, 2003): «La disgregazione dell’impero interno ed esterno dell’URSS al termine della Terza guerra mondiale (la guerra fredda) è stata il frutto della maggiore efficienza del liberalismo sul capitalismo di Stato». Al netto di ciò che possiamo dire sul concetto di «liberalismo» applicato all’imperialismo cosiddetto occidentale, qui almeno si ha la decenza di non scomodare il “socialismo”, ancorché “reale”: chapeau!

Lungi dall’essere il «servo sciocco» dell’Occidente, secondo l’opinione dei nipotini di Stalin e di Mao colpiti in pieno dalle macerie del famigerato Muro, Michail Gorbaciov incarnò quasi plasticamente la fase terminale di una crisi sistemica iniziata in tutto il blocco “socialista” già alla fine degli anni Sessanta. Agli inizi degli anni Ottanta apparve chiaro a tutti gli analisti (a esclusione naturalmente dei filosovietici ad oltranza o “kabulisti” che dir si voglia) fino a che punto il Comecon dipendesse dall’intervento finanziario della Germania occidentale. La dipendenza finanziaria di Mosca da Bonn crebbe ulteriormente in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan e alle cosiddette Guerre Stellari inaugurate dagli Stati Uniti di Ronald Reagan. La crisi polacca fu solo l’inizio dell’inevitabile tracollo.

L’Ostpolitik non ebbe altro significato se non quello di esprimere la progressiva penetrazione commerciale e finanziaria del capitale tedesco nell’Europa dell’Est, che Bonn si guardò bene dal portare fino alle estreme conseguenze politiche per non alterare gli equilibri geopolitici che comunque avevano consentito al Paese di svilupparsi partendo da una situazione a dir poco catastrofica.

Peraltro, Giacché si mostra assai indulgente con l’opera di spoliazione imperialistica praticata dalla Russia di Stalin ai danni della Germania orientale che in parte spiega, come lui stesso afferma, l’insuccesso della Rdt, giustificandola soprattutto con i venti milioni di morti russi patiti dall’Unione Sovietica nel corso della Seconda guerra mondiale.

Evidentemente anche su questa guerra, definita dalla propaganda dei vincitori «Guerra di Liberazione dal nazifascismo», egli coltiva un’idea completamente opposta alla mia.

A mio parare, avendo avuto la Seconda guerra mondiale una natura imperialista esattamente come la Prima, la responsabilità del sangue versato su ogni parte del gigantesco fronte bellico (l’intero pianeta) va caricato sulle spalle di tutte le nazioni coinvolte nella carneficina. Nella fattispecie, l’alto numero dei morti russi non si spiega solo con la micidiale volontà espansiva del Terzo Reich Tedesco, ma anche, almeno per chi scrive, con l’altrettanto micidiale volontà della nazione russa, ossia del Capitalismo-Imperialismo russo, di non cedere un solo millimetro di territorio al nemico – ex alleato strategico contro le «plutodemocrazie del corrotto Occidente» prima della proditoria Operazione Barbarossa. Intendiamoci, una volontà del tutto legittima sul terreno degli interessi capitalistici, e proprio per questo da respingere “senza se e senza ma” sul terreno degli interessi dei proletari, i quali, come diceva l’internazionalista di Treviri, non hanno patria (soprattutto se sedicente socialista) ma tutto un mondo da conquistare. Si chiama «disfattismo rivoluzionario», un atteggiamento giustamente bollato dalle classi dominanti come «tradimento dei sacri interessi nazionali» e per questo fatto oggetto della mira dei plotoni di esecuzione. Su questo aspetto della faccenda rinvio al breve post Uomini come carbone.

a (12)Per chiarire il mio punto di vista sull’esportazione del “socialismo” sui cingoli dei carri armati sovietici, e così illuminare meglio la critica svolta sopra, può essere di qualche utilità quanto scrivevo nel post George Orwell e il ventre dello stalinismo:

«Lo stalinismo non fu una forma imperfetta o degenerata di comunismo, quanto piuttosto un’assoluta negazione – nella teoria e nella prassi – di quest’ultimo. Come ho scritto altrove, bisogna esercitare la massima ostilità critica nei confronti di chi, da sedicente “comunista”, continua a interpretare lo stalinismo come la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali. Il Professor Sabino Cassese, ieri ospite della “rossa” sacerdotessa di Otto e mezzo, tra le tante sciocchezze ammannite al pubblico televisivo (“Dal 1848 a oggi quasi l’intero Manifesto comunista di Marx ed Engels è stato realizzato”) ha pure proferito la seguente perla storiografica: «Il comunismo sovietico fu una versione asiatica e zarista del comunismo marxista». Solo l’altra ospite, la “comunista” Luciana Castellina, è riuscita a superare l’Emerito in fatto di baggianate. E anche questo suona tutt’altro che strano alle mie orecchie. Trattasi dei “bassifondi mentali”, per dirla con Orwell, dell’italico “comunismo”. […]

Lo stalinismo come espressione-strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale dopo l’ondata rivoluzionaria postbellica, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica della Russia (di qui anche la scelta di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura): questa, in estrema sintesi, è la tesi antistalinista che da sempre sostengo contro il partito del “socialismo reale” e contro il partito del Libro nero del comunismo. Inutile dire che per me quei due partiti non sono che le facce della stessa escrementizia medaglia».

Sulla mia interpretazione della sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre rimando a Lo scoglio e il mare.

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