ALCUNE RIFLESSIONI SUL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

armi-interna-nuova1. Anche il Made in Italy collabora fattivamente alla carneficina in atto nella maledetta Striscia di Gaza: «L’Italia supera Francia e Germania messe insieme nell’export di armi verso Israele: tra i paesi dell’Ue siamo di gran lunga il primo fornitore di sistemi militari dello Stato israeliano, con un volume di vendite che è oltre il doppio di quello totalizzato da Parigi o Berlino. Anzi, da soli quasi eguagliamo Francia, Germania e Regno Unito. Lo dicono i dati dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa. In percentuale, oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani (G. Baioni, Il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2014). Si tratta di un giro d’affari niente male (oltre 470 milioni di euro di autorizzazioni per l’esportazione di sistemi militari rilasciate nel 2012 ed oltre 21 milioni di dollari di armi leggere vendute dal 2008 al 2012), tanto più in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando. Naturalmente le orme del Made in Italy sono visibili anche nel macello siriano.

Quindi, quando a volte ci sembra di vedere la famosa «luce in fondo al tunnel», teniamo in considerazione anche il fuoco delle armi di preziosa fattura italiana che tutto il mondo ci invidia.

Raid_Isareliani_Gaza_Cina_stop-495x2762. Riferendosi all’operazione militare in corso a Gaza, il Premier israeliano Benyamin Netanyahu ha dichiarato l’altro ieri che «nessuna guerra è più giusta di questa», e che nemmeno i pur esecrabili “effetti collaterali” della Just War possono mettere in ombra questa – supposta – elementare verità. Com’è noto, la guerra ha fatto registrare ieri l’ennesimo “effetto collaterale”, che ha avuto l’effetto di spedire anzitempo nell’altro mondo diverse persone, e fra queste non pochi bambini, secondo un macabro trend ormai inarrestabile.

Giovanni Caprara, attraverso un’interessante riflessione di natura politico-filosofica, ha cercato di mettere in discussione il concetto di Just War applicato all’attuale conflitto israelo-palestinese, soprattutto mettendo in risalto il carattere asimmetrico di quest’ultimo. L’iniziativa militare decisa dal governo di Tel Aviv, sostiene Caprara, non è in grado di discriminare fra soldati e civili, e questo fatto fa venire meno in radice ogni discorso intorno alla sua giustizia: «La difesa non può a sua volta tramutarsi in abuso. Formalmente, come descritto dal giurista Carl Schmitt, la “justa causa”, non deve prescindere dallo “justus hostis”, ossia il nemico non è inumano e non può essere combattuto con ogni mezzo» (Notizie Geopolitiche, 29 luglio 2014). La verità è che ciò che rende giusta (giustificata) la guerra agli occhi di chi la impone non va ricercato nei fumi dell’ideologia e della propaganda, la cui funzione è quella di ingannare la gente chiamata a difendere in armi supposti valori e «diritti inalienabili», ma sul terreno degli interessi che fanno capo alle classi dominanti.

Mi permetto di citare un mio post di qualche giorno fa: «In guerra si ha dunque il Diritto di sterminare la gente, peraltro senza fare alcuna distinzione fra militari e cosiddetti civili: anzi, nelle guerre moderne sono proprio i “civili” il vero obiettivo strategico da colpire, e giustamente il perdente Hitler osservò a proposito del Secondo macello mondiale che “in questa guerra totale esiste un solo fronte”». Non è usando il metro borghese della Giustizia e dei – cosiddetti – Diritti Umani che i dominati riusciranno a prendere le corrette misure del Moloch, affinché ogni loro tentativo emancipativo non si capovolga in un frustrante sforzo di Sisifo.

3. Per Alessandra Noseda, «Non si deve escludere a priori che Israele abbia veramente commesso crimini di guerra, però la posta in gioco è talmente alta per tutto l’Occidente che trovo di stampo tendenziosamente antisemita oltre che stupido sollevare il problema adesso, in pieno terribile conflitto. Anche nel Vangelo Cristo insegna ad amare il prossimo come sé stessi, sancendo il dovere all’autodifesa» (Ticino Live, 30 luglio 2014). Ma è la guerra del XXI secolo (ma anche quella “antifascista” del XX, per la verità) a essere criminale “in sé e per sé”!  E affermo questo non sulla scorta di sempre opinabili ragionamenti giuridici (dove a dire l’ultima parola dirimente sono sempre i rapporti di forza fra le classi e fra gli Stati), bensì a partire da un punto di vista che considera il Diritto come sinonimo di Dominio di classe. In questo senso Israele ha il pieno Diritto di promuovere una guerra, giustificandola come sempre accade in questi casi con la necessità di difendere la vita dei propri cittadini. Anche la Russia, mutatis mutandis, si è regolata in questo modo a proposito della Crimea.

Chi tira in ballo la categoria Occidente, riprendendo il famigerato schema del conflitto tra le civiltà, mostra di non comprendere la natura sociale del conflitto in corso, e rimane vittima della propaganda di regime. Fare l’apologia del «diritto-dovere all’autodifesa», magari scomodando il Povero Cristo (sale e aceto sulle ferite dell’antisemita!), significa assumere il punto di vista delle classi dominanti. Qui rimando al breve post Due popoli, due disgrazie.

Non sono un antisionista, nel senso che non mi batto per l’eliminazione di Israele dalla carta geopolitica del pianeta: io mi batto per l’eliminazione di tutti gli Stati, a cominciare da quello italiano, dalla carta sociale della Terra. Lo so: vasto programma! Il fatto è che la mia ambizione è seconda solo a quella dell’eterno ebreo immaginato dalla paranoia nazista. Tutto questo però non mi impedisce di considerare lo Stato israeliano alla stessa stregua di ogni altro Stato di questo capitalistico mondo, ossia come il cane da guardia di uno status quo sociale radicato in rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. È questa “coscienza di classe” che contrappongo all’ideologia politico-religiosa ebraica che cementa tutti gli israeliani dietro lo stemma di Davide. Va da sé che questo sforzo è reso mille volte più difficile dall’antisemitismo, che non raramente assume la maschera dell’antisionismo, e in questo la citata Noseda ha ragione.  Sotto questo aspetto, le ultime manifestazioni parigine a sostegno del popolo palestinese la dicono lunga.

Scriveva Bernard Henri Lévy a proposito di queste manifestazioni: «A coloro che, fra questi, avevano realmente a cuore la causa di Gaza e sfilavano con striscioni su cui si evocavano le decine di innocenti uccisi dall’inizio della controffensiva israeliana, non saremo così crudeli da chiedere perché non sono mai lì, mai, sullo stesso selciato parigino, per piangere, non le decine, ma le decine di migliaia di altri innocenti uccisi, da circa quattro anni, nell’altro Paese arabo che è la Siria». Forse «non sono mai lì» per non indebolire il «fronte antimperialista» (leggi antiamericano e antisraeliano), che evidentemente annovera tra le sue fila il macellaio di Damasco. Per quel che vale, faccio sapere che considero quel «fronte» grondante sangue imperialista almeno quanto quello egemonizzato dagli Stati Uniti. In questo peculiare senso parlo di Imperialismo Unitario* – non Unico.

hamas4. Su un muro della mia città ieri campeggiava la scritta che segue: «Con la Resistenza Palestinese». Seguivano falce, martello e stella d’ordinanza, che fa tanto nostalgia canaglia – ma non per chi scrive, avvezzo a saudade d’altro tipo. “Ben scritto!”, ho subito pensato. “Anzi no!”, ho immediatamente ripensato. Insomma, dinanzi alla coraggiosa scritta murale ho esercitato un minimo sindacale di… resistenza critica.

E mi sono chiesto: cosa occorre intendere esattamente per «Resistenza Palestinese»? Come si configura, in concreto, questa «Resistenza»? Certo, chi si muove per ideologici riflessi condizionati è dispensato dal porsi simili antipatiche domande, e si risparmia così anche il rischio di passare per un fiancheggiatore, magari “a sua insaputa”, dello «Stato Sionista». Ma pensare pericolosamente deve essere l’ambizione di chi aspira alla verità, soprattutto quando essa è scomoda, non alla popolarità, soprattutto quando è di facile accesso.

Come ho scritto altre volte, il «movimento di resistenza palestinese» capeggiato da Hamas è una disgrazia per gli stessi diseredati palestinesi, a causa del progetto politico, dell’ideologia e degli organici legami che questa fazione politico-militare ha con diverse potenze regionali.

Scrive Umberto De Giovannangeli: «La popolazione civile di Gaza è oggetto-soggetto del cinismo di Hamas. Oggetto, perché ostaggio di scelte su cui non può influire. Soggetto, perché, nonostante finanziamenti tagliati sull’asse Cairo-Riyad (ma resta il portafoglio del Qatar), a Gaza funziona ancora il “Welfare verde” di Hamas: quella rete di associazioni caritatevoli che hanno sempre garantito alla costola palestinese della Fratellanza un seguito di massa nella società civile palestinese, anzitutto nei suoi settori più deboli. Gaza, dunque, non è solo assediata (e ora invasa) dall’esercito israeliano. Gaza è ancora prigioniera di se stessa. Hamas “usa” la guerra per provare a risollevare il proprio credito nel composito ed eterodiretto fronte della Resistenza palestinese. Un credito che si era fortemente ridotto in questi ultimi tempi, fiaccato dalla concorrenza sempre più agguerrita dei salafiti e dal venir meno di alleati munifici, come i Fratelli egiziani ma anche Teheran e Arabia Saudita. Con bombe e razzi, Netanyahu e i capi di Hamas (ai quali la guerra serve anche a mascherare i dissidi interni e la sempre più evidente lontananza del braccio militare, le Brigate Ezzedin al-Qassam, dalla direzione politica) provano a fissare il tempo, puntando a mantenere lo status quo che garantisce a entrambi una rendita di posizione» (Limes, 18 luglio 2014). La posizione politico-militare di Hamas nel contesto del fronte palestinese è così precaria e minacciata da fazioni più “estremiste”, che persino «gli Stati Uniti considerano Hamas fonte di stabilità all’interno della Striscia di Gaza, tant’è che “Se Hamas se ne andasse, potremmo dover affrontare qualcosa di molto peggiore”, ha detto il Pentagono domenica con evidente riferimento a quanto sta accadendo in Iraq, Siria e Libia» (Notizie Geopolitiche, 29 luglio 2014).

Lanciare razzi da Gaza per colpire in modo indiscriminato la popolazione civile che abita nel territorio israeliano, anche per rispondere al lancio dei ben più tecnologicamente avanzati e micidiali missili targati Israele, risponde pienamente alla logica della guerra borghese reazionaria. La borghesia che aspira all’indipendenza nazionale può sorvolare su questa “sottigliezza”, ma non può certo farlo chi ha a cuore, in primo luogo, l’emancipazione delle classi subalterne, comprese quelle coinvolte direttamente nel conflitto di cui si parla. La «fraterna unione» dei proletari di tutti i Paesi contro il Capitale (a prescindere dalla sua nazionalità, dal suo “colore”, dalla sua “religione”): questa aspirazione ideale e politica è il criterio che informa le mie valutazioni anche per ciò che riguarda l’infinito conflitto israelo-palestinese. E che non sia la mia utopistica posizione a rinviare sine die la soluzione della rognosissima e nauseabonda Questione, questo almeno è un fatto indiscutibile.

Personalmente rifiuto e condanno una «Resistenza Palestinese» che assume i connotati del terrorismo indiscriminato, che pur di conseguire nel modo più efficace e rapido – cosa che peraltro diviene sempre più illusoria – l’obiettivo dello Stato Palestinese, non si pone il problema di risparmiare la vita dei civili. Questo tipo di «Resistenza» segue la stessa logica della guerra imperialista dello Stato israeliano. Chi contrappone alla carneficina dei civili palestinesi la carneficina dei civili israeliani;

chi manda a morte centinaia di bambini obbligandoli a scavare i famosi tunnel, non avrà mai la mia simpatia, la quale, detto per inciso, non vale un fico secco. Ma non è questo il punto.

israel-palestine5. Altre volte ho scritto come le classi dominanti del Medio Oriente hanno usato la Questione Palestinese per conseguire obiettivi ultrareazionari di natura interna (dare in pasto il «Grande Satana» e il «Piccolo Satana» alle masse oppresse, sfruttate e affamate mediorientali) e internazionale (la conquistare del solito agognato «posto al sole»).

«Qui si parla della Palestina, dunque dei conflitti e delle contraddizioni che attraversano il mondo arabo. La contraddizione tra lo storico progetto coloniale, fatto di saccheggi ed egemonia, e gli interessi, i diritti e le aspirazioni della nazione araba, che viaggiano assieme allo storico e progressivo progetto di liberazione nazionale, garante dell’unità dei popoli arabi e della difesa del loro benessere, dei loro diritti e della loro dignità» (dal blog Palestina Rossa). Chi continua a ragionare in questi termini non ha ancora capito che la fase storicamente progressiva della borghesia araba si è chiusa per sempre almeno da quarant’anni.  La «Nazione Araba» è una menzogna che la storia e la cronaca smentiscono sempre di nuovo servendosi soprattutto del sangue delle «masse arabe». L’ideologia panaraba gronda mistificazione e miseria sociale da tutte le parti.

080417-zahar-hamas* Nel senso che tutto il pianeta è nelle mani del Capitale giunto nella sua “fase” imperialista.

Leggi:

GAZA E IL «DISEGNO APOCALITTICO» DI GIULIETTO CHIESA

PRESI TRA DUE FUOCHI.

GAZA E DINTORNI. Il senso della mia solidarietà.

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4 thoughts on “ALCUNE RIFLESSIONI SUL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

    • Egregio signor F.T., il suo commento manca di chiarire una parte, a mio giudizio, cruciale: chi sono le vittime? Per quanto mi riguarda sono le classi dominate di entrambe le parti, le quali vedono il loro sogno di emancipazione, se mai, infrangersi contro il muro dell’eccessivo potere delle classi dominanti dei loro rispettivi sistemi sociali. Che il conflitto, come tutte le guerre, sia sanguinoso ciò desta ribrezzo e sconcerto ma la causa è da ricercarsi, ebbene ancora una volta, nelle dinamiche del dominio di classe. Che la potenza militare Israeliana sia sproporzionata rispetto al “nemico” Palestinese, e che i derelitti di Palestina siano presi come bersagli in un macabro tiro a segno, è certamente cosa esecrabile, ma ciò non muta di un nulla le ragioni che animano e determinano questa strage. Io credo, semplicemente ma non sommessamente, che la bussola politica si perda più facilmente lasciandosi prendere dal sentimento, del tutto borghese mi perdoni, dell’indignazione che si vergogna davanti all’atto smisurato e brutale del più forte contro il più debole, ma che non va oltre ciò e dunque non vede che la prevaricazione è interna alla dinamica sociale del corrente dominio totale ovunque nel mondo, eticamente e legalmente normalizzata all’interno delle nostre democrazie. In altre parole, è il faro della coscienza di classe, che non conosce nazioni e divisioni di sorta, che illumina la ragione, e non fa perdere l’orientamento alla bussola. Se guardo il conflitto Israelo-Palestinese senza interrogarmi sulle dinamiche sociali che plasmano il mondo intero, ovvero sui rapporti di sfruttamento e di dominio che le classi dominanti vincitrici impongono alle classi soggiogate, magari cullandole con l’illusione che facendo gli interessi del loro Paese contribuiscono al bene comune (questa espressione mi provoca una terribile nausea!!) e quindi anche al loro bene, allora concludo che questo è uno scontro tra religioni, tra civiltà, tra diverse concezioni del mondo, e che perciò posso risolverlo attraverso qualche cavillo teologico, o giuridico, o culturale, oppure posso non risolverlo per niente, come infatti accade, e chissà perché? Per via di certe condizioni sociali e interessi delle classi dominanti di entrambe le parti? Faccia un po’ lei…

  1. Due post che rimettono la questione sui piedi, ovvero dentro lo scontro fra fazioni borghesi
    Facile scordare il materialismo storico dietro il velo religioso e ideologico
    Dolore per un proletariato ridotto al mutismo e sollecito a gettare il proprio corpo in guerre non sue
    Fai bene, nel pdf, a ricordare il ruolo di Fatah che tanto piacque da queste parti

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