NEL PACIFICO MONDO DEL QUARTO REICH

merkel-dollari-139122Per Carlo Jean l’esito della Guerra Fredda, con l’unificazione tedesca, «ha indotto non pochi commentatori ad affermare – spesso malevolmente – che il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali sia stata la Germania. Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Manuale di geopolitica, p. 153, Laterza, 2003). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca, un evento che solo qualche anno (o mese) prima quasi nessun politico o geopolitico del pianeta riteneva possibile, e certamente non auspicabile.

Scrive uno sconsolato e patriotticamente risentito Vittorio Feltri: «Quando il problema tedesco sembrava definitivamente superato dalla storia, anche grazie alla costruzione unitaria europea, esso riappare all’orizzonte. Quell’egemonia che la Germania non è riuscita a conquistare con le armi belliche sembra essere stata “pacificamente” conseguita con l’arma economica» (Il Giornale, 5 settembre 2014). In effetti, dopo il catastrofico esito delle due guerre mondiali, la competizione puramente economica si è rivelata essere il terreno ideale per la rinascita della potenza tedesca; la Germania (ma lo stesso discorso vale per il Giappone e, in parte, per l’Italia) è riuscita addirittura a trarre molti benefici dalla sua condizione di nazione militarmente impotente: basti pensare al risparmio che ne è derivato in termini di spesa militare, cosa che, fra l’altro, ha consentito ai governi tedeschi di supportare una generosa politica di Welfare, e al suo basso profilo politico messo al servizio di una eccellente strategia di penetrazione economica praticamente ovunque nel mondo.  Il “pacifismo”, insomma, come aggressivo strumento di espansione imperialistica.

Qui è solo il caso di accennare alla mia concezione del fenomeno Imperialismo: esso è nella sua essenza, in radice, un fenomeno sociale di natura economica. E siccome “in natura” non esistono fenomeni e processi sociali puramente economici, l’Imperialismo genera necessariamente “sovrastrutture” politico-istituzionali e ideologie idonee a supportarne l’esistenza e l’espansione – d’altra parte non è concepibile l’esistenza del Capitalismo, soprattutto nella sua «fase imperialistica», senza la sua continua espansione. A mio avviso sbaglia gravemente chi pensa di individuare una contraddizione tra l’asserita natura “pacifica” della politica estera tedesca nel Secondo dopoguerra e la natura imperialista della sua prassi sistemica. Lo straordinario successo della Germania attesta la maligna vitalità dell’Imperialismo (colto nella sua dimensione planetaria), che i più associano, sbagliando appunto, quasi esclusivamente alla prassi militare delle grandi potenze.

merk mondAncora Carlo Jean: «Come aveva intuito Montesquieu e confermato Clausewitz, la supremazia economica e la volontà di conquista comportano necessariamente una politica di pace. I conquistatori sono sempre pacifici: vorrebbero occupare spazio senza sparare un colpo. Chi inizia la guerra è il difensore, che non accetta di essere conquistato. Il ricorso alla violenza rivela di per se stesso una condizione d’inferiorità economica, che si cerca di modificare ricorrendo alla rischiosa opzione bellica. Le due guerre mondiali sono frutto del tentativo della Germania di imporre alla Gran Bretagna il riconoscimento di un’effettiva situazione di parità economica, nella considerazione – nient’affatto irrazionale – che, in mancanza di parità, la stessa Germania avrebbe cessato di esistere come soggetto politico unitario e sovrano. Analoghe furono le ragioni dell’aggressione giapponese contro gli Stati Uniti» (p. 152). Non c’è dubbio che allora si scontrarono due potenti, contrapposti e legittimi (sul terreno del diritto borghese nella fase imperialistica dello sviluppo capitalistico) interessi: da una parte l’interesse di Francia, Inghilterra e Stati Uniti di mantenere il vecchio assetto geopolitico e geoeconomico del pianeta, e dall’altra l’interesse di Germania, Giappone e Italia, le nazioni capitalisticamente “ritardatarie”, di mettere in discussione questo stesso assetto, che evidentemente entrava in conflitto con le loro sacrosante ambizioni di potenza. Anche l’Unione Sovietica di Stalin va rubricata nel secondo gruppo, quello delle potenze che rivendicano un “posto al sole”, che cercano di uscire dal cono d’ombra generato dalle vecchie metropoli del Capitalismo mondiale.

Oggi il quadro mondiale della bilancia del Potere mondiale e delle relazioni internazionali fra le nazioni è mutato così profondamente, che è la Germania che può concedersi il lusso strategico di una politica “pacifista” focalizzata sulla competizione economica. «L’unificazione dell’Europa e l’allargamento a Est hanno rafforzato ulteriormente la posizione della Germania e le hanno consentito di imporre agli altri partner le sue regole, fondate sulla rigida stabilità monetaria e sulla lotta all’inflazione, tanto più che con il Trattato di Maastricht la Francia ha subordinato ogni altro programma a quello di agganciare il più strettamente possibile la Germania all’Europa. […] Dopo il crollo del Muro, l’Est europeo non solo non intende più essere protetto contro una minaccia tedesca, ma aspira a unirsi quanto più possibile alla Germania, per riceverne aiuti economici e stabilità politica. È casomai la Germania che resiste oggi a tale assorbimento, per il quale teme di pagare un prezzo eccessivo. Non è escluso che tale politica di basso profilo sia volta proprio a superare ogni residua preoccupazione nei riguardi di un ritorno tedesco a sogni di potenza. Se così fosse, si tratterebbe di una strategia efficace» (p. 301). Questo Jean lo scriveva nel 2003. Nel frattempo i fatti (basti pensare alla crisi ucraina) hanno confermato pienamente questa «strategia efficace».

Il ruolo della Francia come “marcatore stretto” della Germania nel processo di unificazione europea è universalmente riconosciuto. Scrive ad esempio Robert Gilpin: «Al di là dei vantaggi economici del mercato unico, alla Francia interessa mantenere un certo margine di controllo sulla potente Germania riunificata» (Le insidie del capitalismo globale, p.190, Bocconi, 2001). Anche il “falco” Robert Kagan la pensa allo stesso modo: «Naturalmente, le “ambizioni egemoniche” che l’integrazione europea si riprometteva di contenere erano in particolare quelle di una nazione: la Germania. L’averla integrata e ammansita è stata la grande conquista dell’Europa» (Paradiso e potere, p. 62, Mondadori, 2003). Soprattutto Paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia (insomma, il fronte meridionale dell’Unione europea, quello che trova scandaloso il fatto che i tedeschi non intendono pagare i debiti fatti dagli altri, magari per acquistare il made in Germany) stanno facendo i conti con questa «grande conquista europea». Soprattutto per le classi subalterne del Mezzogiorno d’Europa il «sogno europeo» è diventato presto un vero incubo.

In realtà, la stessa Germania, immersa peraltro in un senso di colpa alimentato ad arte dalle potenze vittoriose, ha accettato di buon grado, anche se solo fino a un certo punto, la camicia di forza “europeista”, e le ragioni si compendiano in due date: 1918 e 1945. Due catastrofi di “proporzioni bibliche” nell’arco di un tempo così breve avrebbero spezzato la volontà competitiva (un tempo chiamata «volontà di potenza») di qualsiasi nazione. Ma la Germania, se può essere contingentemente spezzata e ridotta al rango di Paese reietto, non può venir privata della sua storia e, soprattutto, del suo invidiato (soprattutto dai cugini francesi) corpo sociale. Credo che la «strategia efficace» di cui parla Jean si sia data in gran parte oggettivamente, in forza della pressione sistemica generata dalla potente caldaia capitalistica tedesca, la cui efficienza balza agli occhi tanto più sorprendentemente non appena la si confronta con la malridotta caldaia francese. Lo scialbo Hollande non potrebbe incarnare meglio la crisi sistemica che da anni travaglia la società francese.

draghi-merkel-renzi-hollande-583845«L’Unione europea nacque, nel pensiero e negli intendimenti di chi la volle, per evitare, dopo due sanguinose guerre, che l’Europa potesse tornare a essere terreno di fratture e di egemonie, che potesse ripetersi una “guerra civile europea”» (V. Feltri). Nella realtà delle cose, ossia prescindendo dalla fumosa ideologia europeista (come quella che non smette di vendere Barbara Spinelli, tanto per intenderci), l’Unione europea è il frutto di diversi e a volte fra loro contrastanti interessi facenti capo ai Paesi coinvolti nel “miracoloso” progetto. Sull’esigenza di tenere in stretta osservazione la Germania abbiamo già detto. Rimane da menzionare l’esigenza, sentita a diverso grado da tutti i Paesi dell’Unione, di creare un polo imperialistico (economico, politico, militare) alternativo a quelli già esistenti. Fare “massa critica” soprattutto sul terreno della competizione economico-finanziaria con gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina: è, questo, un vitale interesse che tocca tutti i Paesi dell’Unione. Il problema posto dalla dinamica sociale colta nella sua dimensione continentale è il seguente: questo polo europeo, nella misura in cui non può prescindere dalla potenza sistemica della Germania, può non essere egemonizzato da questo Paese?  La risposta giusta è sulla bocca di tutti (tranne che su quella della Spinelli e degli altri europeisti “utopisti”).

Quando a Paesi come la Francia e l’Italia Mario Draghi promette maggiore flessibilità sul terreno delle politiche di austerity in cambio di «vere e credibili riforme strutturali», di fatto egli porta acqua al mulino di Berlino, perché quelle «riforme» non possono non convergere, almeno tendenzialmente, verso il modello sociale offerto dalla Germania. In un articolo del Financial Times (31 agosto 2014) il teutonico Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha proposto, in risposta al Presidente della BCE, la creazione di un commissario europeo con diritto di veto sulle finanziarie dei 18 paesi della zona euro. Un gioco di squadra fra “poliziotto buono” e “poliziotto cattivo”?

Intanto questa estate Cristofaro Sola dava «il benvenuto al Quarto Reich»: «Una Gran Bretagna, trascinata per la collottola al tavolo europeo, che mostra crescente distacco per ciò che si decide sul continente, e la Francia di Hollande, il piccolo Pétain, supina, se possibile più di quella di Sarkozy, alla volontà dell’oltre Reno. In questo clima surreale appare chiaro che Berlino intenda occupare lo spazio che altri hanno deciso di lasciare libero. E lo fa con la supponenza del più forte. Giambattista Vico parla di “corsi e ricorsi” storici. Sarebbe molto sgradevole se, domani, ci svegliassimo tutti, senza averlo deciso e senza neppure averlo saputo prima, in un nuovo Reich, diversissimo dai precedenti, ma pur sempre Reich. Il Quarto» (L’opinione, 15 luglio 2014). Hollande come «piccolo Pétain» non è male, anche perché l’immagine rimanda a una pagina particolarmente imbarazzante della storia francese («il regime del disonore» di Vichy) che illustra bene l’ambivalente rapporto che da sempre lega Francia e Germania. Più che di vichiani «corsi e ricorsi» della storia, parlerei piuttosto del “naturale” corso della competizione capitalistica mondiale, con le sue necessarie ricadute nel cuore del Vecchio Continente.

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3 thoughts on “NEL PACIFICO MONDO DEL QUARTO REICH

  1. Su Facebook G. M. ha così commentato:

    Pare però che il rafforzamento Nato, su spinta americana dopo aver montato la minaccia russa, metta fuori gioco l’esercito europeo, quello Euroforce che cominciava a balbettare in Africa.
    In questo senso credo che il progetto tedescofrancese sia antitetico a quello americano-europeo-nato (Polonia, Paesi Baltici, ex est) che pare momentaneamente vincere la mano.
    Certo, si riformasse un asse russo-tedesco-francese, si potrebbe rompere la Nato e andare a un imperialismo militare europeo.
    Ma per ora sembra impossibile, a meno di grandi sconquassi. Si deve aggiungere che siamo nell’era dei grandi sconquassi, però.

    La mia “risposta”

    Tutto è in movimento, su questo non si possono avere dubbi. E tutto appare contraddittorio. Gli Stati Uniti si stanno servendo della crisi in Ucraina anche per accelerare il processo di chiarimento fra “amici” e “nemici” nell’ambito della stessa Alleanza Atlantica. Tutti i competitori temono di spendere capitale finanziario e politico solo per sostenere gli altrui interessi. Insomma, è un gran casino (imperialistico)!

  2. Il mito di potenza generato dal capitalismo tecnologico nichilista che nel secolo scorso partorì solo “inutili stragi” torna e progettare una nuove selezione della specie umana all’insegna del mito consumistico.

  3. Pingback: LA CADUTA DI QUALE MURO | Sebastiano Isaia

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