SOTTO L’ESKIMO NIENTE

38689e48ff7de778de4dbcd4807a1710_bigLa ricostruzione che il formidabile Mario Capanna ha fatto del mitico Movimento Studentesco degli anni Settanta in un’intervista apparsa sul Fatto Quotidiano del primo settembre ha giustamente irritato Massimo Fini, che dell’ex leader studentesco fu amico. Soprattutto è la balla del carattere nonviolento attribuito da Capanna al Movimento Studentesco che ha disturbato Fini (Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2014): «Capanna era contrario alla violenza, ma ebbe la grave responsabilità politica di avallarla e si autoassolve con troppa disinvoltura. Dimentica gli innumerevoli, selvaggi, pestaggi avvenuti davanti alla Statale. Nel febbraio del 1972 ce ne furono uno dietro l’altro, contro uno studente israeliano sospettato, naturalmente a capocchia, di essere una spia della Cia, l’altro contro un sindacalista della Uil, Giovanni Conti accusato in un comunicato dell’MS oltre che di nefandezze politiche di alzare il gomito e di amare la notte. Tale era, sotto le parole rivoluzionarie, il moralismo bacchettone dell’MS». Questo «moralismo bacchettone» si spiega anche con la diffusione del maoismo nel Movimento Studentesco.

La «Grande Rivoluzione Cultu­rale Proletaria», che allora dilagava in Cina, denunciava infatti come espressione della degenere cultura borghese i corrotti costumi occidentali, quali ad esempio baciarsi in pubblico, tenersi per mano e altre manifestazioni «piccolo-borghesi» d’affetto che «deprimono lo spirito collettivistico e la volontà di lotta delle masse proletarie». Molte militanti femministe, supportate anche da alcuni scritti di Luigi De Marchi sulla sessuofobia di matrice “marxista”, denunciarono allora il «maschilismo oggettivamente fascista di molti compagni». Diciamo pure “oggettivamente” stalinista, o semplicemente stalinista.

Fini ricorda che denunciò sull’Avanti! i «metodi che echeggiano le abitudini delle squadracce fasciste e una mentalità fascista. Il linciaggio e l’isteria collettiva non fanno parte del linguaggio politico ma della patologia medica».  I compagni del Movimento Studentesco ovviamente non lasciarono passare la cosa senza conseguenze: «Quando rimisi piede in Statale, i katanga mi circondarono, volevano farmi la festa. Mi salvai rifugiandomi sotto le ali protettrici di Capanna». Per katanga occorre intendere il servizio d’ordine del Movimento Studentesco, costituito perlopiù da giovanotti più avvezzi a menar le mani che a usare le armi della critica.

Come ebbi modo di comprendere alla fine dei poco «formidabili» anni Settanta, la concezione politica di tutta la galassia di gruppi e gruppuscoli che stavano alla “sinistra” del PCI (terroristi “rossi” compresi) era di una indigenza (per usare un eufemismo) davvero imbarazzante, radicandosi essa sul piano “dottrinale” nel mito della «Resistenza tradita», elaborato dai militanti “comunisti” che alla fine della Seconda guerra imperialista avevano sperato di prendere il potere con l’aiuto dell’Armata Russa. Maledetta «svolta di Salerno»!

Su Notizie Radicali Valter Vecellio, dopo aver ridicolizzato il “riformismo” del Movimento Studentesco ricostruito in termini di vero e proprio “revisionismo storico” da Capanna («Oh bella! E noi che si credeva che i padri dello Statuto dei lavoratori fossero i socialisti Giacomo Brodolini e Gino Giugni! E che divorzio, aborto lo si dovesse a quel “matto” di Marco Pannella. Che dire? Anche se è nato a Città di Castello, Capanna Milano la conosce bene; e come dicono a Milano, và a dà via i ciapp!»); Vecellio, dicevo, ricorda a beneficio dei più giovani: «Chi ha i capelli bianchi e frequentava in quegli anni la Statale di Milano e dintorni, vi dirà come fosse facile imbattersi in cortei dove si esibivano striscioni e si inneggiava: “Viva Stalin, viva Beria, viva Ghepeu”».

imagesNel 1977 avevo quindici anni, tantissimi capelli e tanta voglia di lottare, esattamente come Rocco, il protagonista di Porci con le ali. Una volta, durante una manifestazione studentesca Contro la repressione, mi accorsi che un katanghese del Movimento Lavoratori per il Socialismo (poi confluito in Democrazia Proletaria) non smetteva di fissarmi. Mi guardava soprattutto al momento degli slogan più ideologici. L’energumeno, che con fare nervoso brandiva una chiave inglese di grosso calibro, si accorse che non mi univo al coro di «Viva Marx, Viva Lenin, Viva Stalin, Viva Mao Tse-tung!». Pur non avendo ancora letto nulla della sinistra comunista europea antistalinista, che scoprii solo l’anno successivo, Stalin e Mao associati a Marx e Lenin nella mia riccioluta testolina stonavano alquanto. Magari sarà stato solo un fatto estetico, ma è così, lo giuro sulla testa di… Mario Capanna.

Ma ritorniamo alla manifestazione. Lo stalinista duro e puro non profferì parola, ma l’espressione del suo viso mi diceva tutto, e non era un bell’intendere: «Stai tranquillo, alla prima occasione smaschero il fascista che c’è in te». Anch’io tacqui, anche perché prevalse il vigliacco che c’è in me. Però nella mia testa balenò un bel ma và a dà via i ciapp! Naturalmente nella sua versione rigorosamente siciliana.

Nell’intervista a Il Fatto Capanna si dice «fiducioso», nonostante Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. Fiducioso in che senso? «Che usciremo anche da questa spirale di crisi, che finito questo capitalismo finanziario che ha arricchito pochissimi e impoverito la massa, si apriranno nuovi orizzonti». Chissà, magari saranno gli orizzonti del capitalismo ecologicamente sostenibile e OGM free che tanto piace a molti “rivoluzionari” dei cosiddetti «formidabili anni».

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