IL FONDAMENTALISMO DEL MERCATO SECONDO NAOMI KLEIN

arte-del-body-painting-586938Leggo sul Manifesto di oggi questi suggestivi passi: «Nel suo ultimo libro Naomi Klein va dritta al punto: il clima è la chiave per rovesciare il capitalismo». Invogliato dall’evocato rovesciamento rivoluzionario dello stato presente delle cose, ho letto quella parte dell’introduzione della Klein al suo ultimi libro (di successo, statene certi) This changes everything. Capitalism vs. the climate pubblicata dal “quotidiano comunista”. E così mi sono esposto come un bambino all’ennesima delusione.

Contro le mie stesse avvertenze, ancora non ho preso sul serio la tesi secondo la quale quando l’intellettuale progressista parla e scrive di “anticapitalismo” egli allude piuttosto alla possibilità – o chimera – di un Capitalismo “dal volto umano”, ecologicamente e umanamente sostenibile. Prova ne sia che la lamentazione “anticapitalista” della simpatica donna si risolve in una ribadita indignazione contro il «capitalismo deregolamentato».

Nonostante gli insegnamenti della più che secolare prassi sociale dominata dai vigenti rapporti sociali, l’intellettuale progressista (qui genericamente inteso) non riesce a comprendere che prim’ancora di essere «un’ideologia estrema e fondamentalista che sta distruggendo l’umanità», il Capitalismo (il capitalismo tout court, il Capitalismo sans phrase, per usare indegnamente il gergo caro all’intellighenzia) è in primo luogo, appunto, un rapporto sociale. Un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, per essere più pertinenti. Un rapporto sociale che necessariamente fa della prassi economica un mezzo per sfruttare – e saccheggiare – sempre più scientificamente uomini e natura.

Il tanto disprezzato «fondamentalismo del mer­cato» andrebbe a mio avviso declinato nei termini qui abbozzati. Fondamentalista, ossia radicalmente e ottusamente ostile a tutto ciò che odora di umanità, è infatti la “bronzea legge del profitto”, la quale domina in modo sempre più stringente e capillare la società-mondo nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale.

Per questo l’autrice di No logo manca completamente il bersaglio quando scaglia le sue frecce critiche contro «il movimento per il clima», reo di non aver «ten­tato di sfi­dare l’ideologia estrema che sta osta­co­lando tante azioni sen­sate»: «Gran parte del movi­mento per il clima, invece, ha spre­cato decenni pre­ziosi nel ten­ta­tivo di inca­strare la chiave qua­drata della crisi cli­ma­tica nella toppa rotonda del “capitalismo dere­go­la­men­tato”, alla ricerca infi­nita di solu­zioni al pro­blema che fos­sero for­nite dal mer­cato stesso».

Come diceva il filosofo, «Se vuoi il fine, devi volere anche il mezzo». Se vuoi il superamento della società dominata dalla disumana legge della ricerca del massimo profitto, devi volere anche la rivoluzione sociale anticapitalista che superi la maligna (con o senza “regolamentazioni”, con o senza ideologia neoliberista) dimensione dei rapporti sociali capitalistici. Se non vuoi il saccheggio materiale e spirituale degli uomini; se non vuoi la devastazione ambientale, devi anche non volere il lavoro salariato, ossia il lavoro (in realtà il lavoratore stesso, “anima e corpo”) venduto e comprato come merce, con tutto quello che questa compravendita che fonda il Capitalismo presuppone e pone sempre di nuovo.

Credere che un Capitalismo regolamentato, e magari protezionista per ciò che concerne il «settore delle energie rinnovabili per sostituire i combustibili fossili», sia una credibile (e soprattutto umana) alternativa all’attuale configurazione sociale del pianeta non è solo una pia illusione: significa soprattutto prestare il fianco a quell’ideologia, scritta nella lingua del politicamente ed ecologicamente corretto, che mentre affetta pose rigorosamente “anticapitaliste” (magari solo perché invita i “consumatori critici” a rivolgersi al mercato del Chilometro zero, o  a quello Equo e solidale), strizza l’occhio alla conservazione dello status quo sociale.

Insomma, l’ardua sfida va tentata non nei confronti dell’«idea estrema» o «fondamentalista», ma nei confronti delle reali condizioni sociali, cosa che implica sul piano concettuale l’individuazione delle radici del Male. È questo sforzo che, sempre a mio parere, conferisce autentica radicalità a un pensiero, con tutto quello che ne potrebbe seguire di fecondo sul terreno della prassi politica.Tutto il resto è Capitalismo, più o meno regolamentato, più o meno ecologicamente sostenibile – d’altra parte, un Capitalismo “ecologicamente corretto” è nell’interesse delle stesse classi dominanti, le quali farebbero volentieri a meno dei “lati cattivi” della vigente economia: vedi, ad esempio, la lotta con «caratteristiche cinesi» alla terribile devastazione ambientale in corso nel Celeste Imperialismo.

leonardo-dicaprio-all-onuorig_mainAggiunta da Facebook (24 settembre)

SPEZZO UNA LANCIA A FAVORE DI LEO!

Leonardo Di Caprio si è presentato negli anni come uno degli attivisti più impegnati per il cambiamento climatico. Ieri in un discorso alle Nazioni Uniti ha proferito le seguenti illuminanti parole: «Il cambiamento climatico è un problema attuale. La siccità si intensifica, gli oceani crescono, i ghiacciai si sciolgono con una velocità senza precedenti. Non è retorica, non è isteria. Sono i fatti. Un clima vivibile è un diritto inalienabile dell’essere umano. Cari leader, avete un compito difficile, ma raggiungibile, potete fare la storia o altrimenti ne sarete sopraffatti. I governi e le industrie di tutto il mondo devono assumere decisioni su larga scala, e che siano decisive. È il momento di agire: l’economia morirà se collasserà il nostro ecosistema». Fermiamoci un attimo.

Ora, essendo chi scrive un noto irriducibile nemico dell’economia capitalistica, cosa si deve augurare, il collasso del nostro ecosistema? Lo ammetto: avevo sottovalutato l’intelligenza critica di Leonardo Di Caprio, che ho sempre molto apprezzato come attore. Molto. Comunque sia, cercherò conforto dottrinario compulsando i testi di Naomi Klein: gli studi non finiscono mai!

L’attore hollywoodiano ha concluso il suo importante discorso con queste belle a alte parole: «Delegati e leader di tutto il mondo, io fingo per vivere, incarno ruoli di personaggi fittizi, ma voi no, voi dovete cavalcare l’onda. È il vostro momento per rispondere alle sfide dell’umanità e questo è il momento per farlo. Vi chiediamo coraggio e onestà».

Non so voi, ma la vedo brutta per il nostro piccolo pianeta. A proposito: personalmente non ho nulla da chiedere ai leader del mondo. Non a mio nome, Leo, non a mio nome.

Ho letto da qualche parte questo commento al discorso del celebre attore:

«Belle parole Leo. Ma il suo stile di vita rivela un atteggiamento molto più ambivalente di quanto non voglia apparire. Con un valore stimato di 220millioni di dollari, solo quest’anno è volato due volte in Francia, a Londra, Tokyo e diversi voli tra Los Angeles e New York. Nonostante l’appartamento eco-friendly a New York, è proprietario di diverse ville tra Hollywood e Palm Springs, due appartamenti a New York e ha recentemente venduto una proprietà a Malibu per 17 milioni di dollari. Possiede una Toyota Prius e una macchina elettrica, ma quest’estate ha trascorso le vacanze nel quinto yacht più grande del mondo, un colosso di 482 metri, di proprietà di un miliardario degli Emirati Arabi. Viva la coerenza!» (Dailymail).

Scusate, ma le abissali banalità che il bellissimo attore ha voluto venderci dal pulpito delle Nazioni Unite per amore del nostro pianeta sarebbero state più credibili, anche di un solo atomo, se egli non fosse il riccone che – beato lui – è? Io non accuso Di Caprio di incoerenza (sic!) ma, appunto, di banalità, che è poi la banalità che domina in tutti gli ambienti progressisti del mondo.

Ma mille di queste ville, Leo (a proposito, la barba ti dona assai: ti fa più “socialmente impegnato”), anche non eco-friendly! Mille di queste automobili, eventualmente anche non elettriche! Mille di queste vacanze negli yacht più grandi e lussuosi del mondo (altro che le crociere di massa a bordo delle fabbriche del divertimento tipo Costa Concordia)!

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2 thoughts on “IL FONDAMENTALISMO DEL MERCATO SECONDO NAOMI KLEIN

  1. Durante la sua campagna elettorale, il futuro primo ministro inglese David Cameron, diede prova del suo sincero impegno ambientalista, decidendo di versare l’equivalente del “carbon footprint” impresso su Madre Terra dai suoi voli internazionali di rappresentanza, ad una azienda agricola (indiana mi pare) dove i braccianti si impegnavano a coltivare la terra usando esclusivamente strumenti manuali e senza l’ausilio di alcuna macchina che, utilizzando energia, avrebbe contribuito al cambiamento climatico. Pochi colsero allora il sottile senso dell’umorismo racchiuso nel gesto.

  2. Pingback: LA “RIVOLUZIONE” DI NAOMI KLEIN NON CI SALVERÀ NEANCHE UN PO’ | Sebastiano Isaia

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