CINA. SORVEGLIARE E PUNIRE. ANCHE NELLA TOMBA! ANCHE OLTRE!

3755136-oltretomba+2ed+16+il+simbolo+della+vendettaChe il castigo, se così posso dire, colpisca l’anima, non il corpo (G. De Mably).

In un post  del 6 giugno dedicato alla corruzione scrivevo:

«Se l’occasione fa di un politico, di un burocrate o di un imprenditore un potenziale ladro, non c’è ghigliottina, simbolica o reale che sia, che possa scongiurare la caduta del politico, del burocrate e dell’imprenditore nella «condotta criminale». In Cina, ad esempio, le pene contro la corruzione sono severissime, ma il partito-regime è così capillarmente infiltrato in ogni aspetto della prassi sociale che ogni anno sono migliaia i funzionari di partito di ogni ordine e grado che finiscono nelle maglie repressive della Giustizia con caratteristiche cinesi. Resistere al potere del denaro che dà ricchezza e potere sugli individui, è una prova davvero troppo dura per tantissima gente».

Nel Celeste Capitalismo però il regime non si dà per vinto, e contro la dilagante – ed “eterna” – corruzione esso sta cercando di correre ai ripari con ogni mezzo possibile. Al limite, pure con quei mezzi che possono apparire impossibili, o quantomeno di ardua implementazione, per così dire. E non mi riferisco ai siti web governativi che incoraggiano la delazione dei cinesi ai danni della burocrazia corrotta, secondo l’antica strategia cinese sintetizzata nello slogan maoista «Sparare sul quartier generale». C’è dell’altro.

Guido Santevecchi riportava sul Corriere della Sera di ieri ampi stralci di un editoriale apparso sul Quotidiano del Popolo «a firma della professoressa Lin Zhe, della Scuola centrale del partito comunista: il pensiero del regime». Secondo la professoressa «Bisogna adottare misure per bloccare le vie di fuga giudiziarie per i corrotti che cercano di evitare la punizione con il suicidio». Hai intascato la mazzetta e, una volta beccato, vuoi ammazzarti? Troppo facile!

sito-corruzione-640«Il ragionamento», spiega Santevecchi, «è clinico: i suicidi dei dirigenti corrotti causano gravi perdite agli sforzi contro la corruzione, perché una larga parte dei guadagni illeciti non vengono recuperati con la confisca. Quindi, il suicidio può essere un sotterfugio per lasciare in eredità alla famiglia le tangenti e le ruberie. La signora Lin Zhe ricorda come la legge cinese preveda la fine del procedimento in caso di morte dell’indagato e aggiunge che nella cultura cinese c’è quella sorta di rispetto per i morti che impedisce di parlare delle loro colpe. La richiesta dunque: una drastica correzione della procedura: se non si riesce a prevenire il suicidio, i corrotti vanno puniti anche nella tomba». Mi pare giusto. Ma come fare?

«Sul piano pratico, per evitare i suicidi, la Commissione disciplina ha appena ordinato che le “stanze per le discussioni”, come vengono chiamati gli ambienti per gli interrogatori (e le torture spesso), vengano ricoperti di pannelli imbottiti per evitare che i sospetti commettano atti autolesionistici». Ma se, nonostante la convincente “discussione” con caratteristiche cinesi, il maledetto reo dovesse trovare il modo di svignarsela nell’altro mondo? Che si fa? Si chiede l’intervento del Celeste Timoniere come Giustiziere di Ultima Istanza? Certo, non importa di che colore sia il fantasma purché questo acchiappi i corrotti morti; ma qui si esagera!

«L’editoriale che chiede di non fermarsi nemmeno davanti alla morte fa capire che a Pechino è in corso la battaglia finale per la lotta alla corruzione. Il Quotidiano del Popolo giorni fa ha avvertito che “le grandi tigri si riuniscono in bande per cercare di andare al contrattacco”. Qualcuno ha invocato l’amnistia per i reati commessi prima del 2012, perché si teme che la vastità dell’operazione, le decine di migliaia di arresti e condanne, destabilizzino il partito e il Paese. Davanti al Politburo Xi Jinping avrebbe detto: “Nessun compromesso, a costo della vita, preparate cento bare e lasciatene una per me, sono pronto a morire in questa battaglia per il futuro”». Qui mi commuovo, è più forte di me!

Non so chi legge, ma chi scrive avverte una forte puzza di bruciato. La permanente lotta interna al partito-regime si è forse acuita? D’altra parte, sono molte le contraddizioni sociali (di natura economica, politica, generazionale, etnica, ecc.) e le sfide geopolitiche che il Celeste Imperialismo sta affrontando.

Rimane tuttavia il problema di fondo: come punire il corrotto morto. C’è materia per un Convegno Internazionale contro la corruzione. Ma per carità, non ditelo a De Magistris!

Print«Una botta di marxismo per impedire che il funzionario “sia disorientato e si perda” è la ricetta delle autorità cinesi contro il virus dell’ideologia occidentale e, soprattutto, contro la corruzione. Pechino ha annunciato un intenso programma di educazione ideologica destinato ai membri della macchina statale per rafforzare la loro fede nel comunismo» (Lettera43, 22 luglio 2014). Sulla mia opinione circa la «botta di marxismo» e la «fede nel comunismo» rinvio il lettore ai miei post sul cosiddetto «socialismo con caratteristiche cinesi», da me interpretato come Capitalismo tout court, Capitalismo senza se e senza ma. Rinvio anche al mio studio sulla Cina Tutto sotto il cielo – del Capitalismo.

«Il Global Times, quotidiano noto per le posizioni nazionaliste, ha intervistato un anonimo professore di Scienze politiche d’accordo sul fatto che la Cina dovrebbe stabilire “un proprio sistema di valori fondamentali”, ma anche determinato nel sostenere che “il problema attuale non è il risultato della penetrazione dell’ideologia occidentale. La politica di riforma e apertura deve essere applicata non solo alla costruzione materiale della nostra società, ma anche alla vita spirituale e culturale”. Criptico, ma non troppo. Il professore prudentemente anonimo dice che se è vero che la Cina si è aperta totalmente al mondo in quanto ad affari e consumi, sul piano culturale e ideologico stenta ancora a fare lo stesso. E, probabilmente, è proprio il cortocircuito creato da un capitalismo di Stato senza gli anticorpi della libera discussione a generare corruzione, protervia, ingiustizia. Detto altrimenti: è un problema interno, i “valori occidentali” non c’entrano» (Lettera43). Non c’è il minimo dubbio.

Si tratta del “classico” problema afferente all’adeguamento della “sovrastruttura” alla “struttura”; un problema che non poteva non aprirsi in Cina dopo il lungo processo di sviluppo capitalistico che ha portato il Paese ai vertici del mondo industrializzato. Un problema, infine, che in un Paese vasto e complesso (socialmente ed etnicamente) come quello di cui trattiamo si presenta particolarmente difficile, come ha largamente dimostrato il massacro di Piazza Tienanmen del fatale (per gli stalinisti d’ogni osservanza) 1989. Come ai tempi di Mao, e mutatis mutandis, la lotta ideologica (che, ripeto, con il “marxismo” e il “comunismo” nulla ha a che fare) interna al Partito-Regime cela e, al contempo, rivela scontri politici e sociali di grande portata, che proprio a motivo del rilevante peso specifico sistemico del Celeste Imperialismo non possono non coinvolgere in qualche misura gli stessi equilibri internazionali.

152158552-bcf16130-7356-4868-96f1-90e5fd422027Aggiunta da Facebook (28 settembre)

HONG KONG. SINDROME TIENANMEN

Terzo giorno di protesta studentesca a Hong Kong. La repressione patriottica con caratteristiche cinesi si fa più dura.

«Come in piazza Tienanmen, un quarto di secolo dopo, Pechino torna a picchiare e ad arrestare gli studenti democratici per difendere l’autoritarismo del partito comunista. Il fronte tra libertà e oppressione, dalla capitale, si è spostato ad Hong Kong, l’ex colonia britannica che la Cina, in meno di vent’anni, ha trasformato nella sua cassaforte finanziaria del Sud. Gli scontri sono esplosi alle prime luci del giorno, dopo che venerdì notte una cinquantina di adolescenti sono riusciti a penetrare nella sede del governo metropolitano, occupando parte del palazzo davanti a Civic Square, nel quartiere degli affari di Admirality. Esercito e polizia hanno caricato i manifestanti disarmati, facendo irruzione nell’edificio presidiato da giorni. Il bilancio ufficiale parla di 74 arresti e decine di feriti» (La Repubblica).

Il Partito-Regime teme il contagio, ha cioè paura che le rivendicazioni politiche degli studenti di Hong Kong possano trovare ascolto a Shangai e Pechino. Ma teme anche che l’effervescenza democratica degli studenti possa contagiare i lavoratori cinesi, proprio in una fase particolarmente delicata nel processo di trasformazione capitalistica (in un’accezione non meramente economica) del Paese. Va infatti ricordato che nel giugno 1989 la decisione di reprimere nel sangue il movimento di Tienanmen ebbe come non ultima causa l’apparizione accanto alle organizzazioni studentesche di primi embrioni di un associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito cosiddetto “comunista”.

2 pensieri su “CINA. SORVEGLIARE E PUNIRE. ANCHE NELLA TOMBA! ANCHE OLTRE!

  1. Pingback: L’OMBRELLO E LA MACCHINA DI REGIME | Sebastiano Isaia

  2. Pingback: LE CARATTERISTICHE CINESI DEL DOMINIO CAPITALISTICO | Sebastiano Isaia

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