LA FALSA (IDEOLOGICA) ALTERNATIVA STATO-MERCATO

11 9 aSu Repubblica di oggi Mariana Mazzucato torna a ribadire le sue interessanti tesi sul rapporto Stato-Mercato. Lo fa soprattutto per ridicolizzare il viaggio americano di Matteo Renzi, il quale a Silicon Valley ha affettato pose schumpeteriane che secondo l’economista dell’Università del Sussex, autrice del saggio di successo Lo Stato innovatore (Laterza, 2014), non dicono la verità sulle reali convinzioni politiche del Premier italiano. Più che un modernizzatore, il famoso rottamatore appare, almeno visto dagli Stati Uniti, un continuatore di politiche economiche fallimentari.

Renzi non avrebbe afferrato il significato più profondo di un’esperienza di successo, e sarebbe rimasto impigliato negli slogan e nei tanti miti raccontati dai media e da una saggistica poco informata sul decollo economico di un’«area di sfruttamento locale», per citare un po’ di soppiatto il mio post dell’altro ieri, giunta al vertice del Capitalismo altamente sviluppato del pianeta.

Soprattutto egli non avrebbe capito il ruolo fondamentale e insostituibile che lo Stato ha da sempre avuto nella dinamica e competitiva economia americana, e in questo il leader politico italiano paga decenni di dibattiti ideologici intorno al primato del privato o dello Stato nella prassi economica.

Se lo Stato non avesse molto investito «lungo l’intera catena dell’innovazione»: dalla ricerca di base a quella applicata, fino alla commercializzazione delle nuove tecnologie e dei nuovi prodotti (materiali e immateriali, beni e servizi), il successo di grandi e mitizzate imprese che oggi detengono il primato mondiale nel segmento tecnologicamente più avanzato della competizione economica non sarebbe nemmeno concepibile. Infatti, mentre l’imprenditore schumpeteriano guarda al profitto di breve respiro, e quindi assai raramente investe grandi capitali in attività che solo nel medio e lungo periodo daranno risultati in termini di “ritorno economico”, lo Stato può fare calcoli di più lungo respiro; esso solo ha la possibilità di drenare una gran massa di capitali, altrimenti dispersi o indirizzati in attività poco produttive o speculative, da allocare nel modo più strategicamente opportuno – per il Capitale colto nella sua totalità sociale, si capisce.

Senza questo massiccio intervento dello Stato nella sfera economica la genialità di piccoli imprenditori e il coraggio di illuminati finanziatori di “progetti rivoluzionari” non avrebbero avuto successo. Lo slogan «più mercato e meno stato» appare viziato,  soprattutto se visto dagli Stati Uniti, da una concezione ideologica della società che, secondo la Mazzucato,  non aiuta i politici a implementare corrette misure di politica economica.

In effetti, pubblico o privato che sia la sola ragion d’essere del Capitale è quella di generare profitti attraverso lo sfruttamento, pardon: l’impiego sempre più scientifico del «capitale umano». Sul Capitale come rapporto sociale, e non come – feticistica –  cosa, come tecnologia economica posta al servizio della società, come ovviamente pensa la brava economista qui benevolmente presa di mira, rinvio nuovamente al mio post Nazione e Stato nazionale nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale.

«Ronald Reagan ha continuato a finanziare con crescente generosità motori pubblici di innovazione come il National Institute of Health, l’agenzia di ricerca della Difesa. È lì che si è formato il cuore dell’innovazione di Silicon Valley» (M. Mazzucato, La Repubblica, 30 maggio 2014). Questo anche  a proposito del rapporto strettissimo che lega “economia di pace” ed “economia di guerra”. Ma più che di un rapporto si tratta a ben vedere di una sola cosa: l’economia capitalistica tout court, l’economia colta come sempre nella sua compatta totalità sociale. Lascio volentieri ai progressisti e ai realisti d’ogni tendenza la miserrima distinzione tra “lati buoni” e “lati cattivi” applicata a ogni sfera della realtà sociale.

Insomma, «lo Stato crea mercato e non solo lo aggiusta», secondo una formula keynesiana che tanto piace alla Mazzucato e che irrita non poco i liberisti ideologicamente orientati, i quali peraltro sono presi sul serio più dagli statalisti ideologicamente orientati (molti dei quali amano definirsi “comunisti”: sic!) che dagli uomini di governo. I liberisti realisticamente orientati invece condividono la citata tesi “keynesiana”, e difatti essi non hanno mai posto il problema dello sviluppo economico nei termini di una ridicola contrapposizione Stato-Mercato, mentre hanno piuttosto messo l’accento sulla natura dell’intervento pubblico, sul suo orientamento strategico: esso favorisce l’innovazione, gli investimenti, la mobilità sociale, la meritocrazia, oppure premia l’assistenzialismo e il parassitismo sociale?

Ad esempio, in Italia l’interventismo statale ha sempre avuto una marcata impronta assistenzialista e parassitaria, e basta riflettere sulla struttura del nostro cosiddetto welfare per rendersi conto della gigantesca magagna sociale che non da oggi sta dinanzi ai governi del Bel Paese, e che essi hanno cercato di affrontare a volte con mezzi brutali ma più spesso con rimedi omeopatici, per così dire; e comunque sempre attraverso compromessi di varia natura volti a scongiurare l’emergere di un forte conflitto sociale. La famigerata concertazione è stata la delizia e la condanna di tutti i leader politici italiani, soprattutto di quelli maggiormente vocati al “decisionismo”. Ma periodicamente i nodi irrisolti del Capitalismo italiano vengono al pettine dell’accumulazione capitalistica e della competizione sistemica globale (economica, tecnologica, scientifica, politica), anche a prescindere dall’odiato «rigorismo tedesco».

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9 thoughts on “LA FALSA (IDEOLOGICA) ALTERNATIVA STATO-MERCATO

  1. Da Facebook L. commenta:

    Caro Sebastiano Isaia, mi sembra che il tuo punto, non solo in questo intervento ma nella posizione che in generale hai scelto di argomentare e sostenere, sia che finché si resta in regime capitalistico tutte le alternative che apparentemente si danno, sia sul piano politico-economico (stato-mercato), che su quello geo-politico (L’Europa, Gli USA, la Cina, la Russia…), e probabilmente anche su molti o tutti gli altri, in realtà sono illusorie, perché non toccano la contraddizione fondamentale che è quella tra salario e profitto e tra lavoro e capitale, alla base dello sfruttamento e dello spossessamento che una parte ridotta dell’umanità infligge alla gran parte restante.

    Sono d’accordo. Ma se la questione di fondo è sempre la stessa, e la conclusione è sempre unica (e non vedo come potrebbe non esserla, essendo questo effettivamente lo stato di cose), allora mi sorgono due obiezioni:

    Primo: perché continuare a dedicare tempo ed energie a confutare tutte le prospettive illusorie sul piano della teoria, quando l’urgenza dovrebbe invece essere quella di capire come organizzare concretamente e praticamente la lotta per rovesciare l’ordine politico-economico-sociale globalmente vigente, dato che se si vuole cambiarlo prima o poi si dovrà passare dalla teoria alla prassi, o almeno fare in modo che il discorso non si esaurisca nell’ambito della teoria ma integri questa con la prassi?

    Secondo: se invece, come a me sembra, la via della sovversione totale dell’ordine socio-politico-economico esistente si dà certamente sempre come opzione teorica e ipotetica, ma una sua attuazione pratica non è minimamente all’orizzonte per la totale mancanza di condizioni storiche che la potrebbero rendere in qualunque modo praticabile, e probabilmente lo resterà ancora per tutto il tempo che ciascuno di noi viventi ha a disposizione per agire in un modo o in un altro… cosa si fa? Ha ancora senso continuare a rifiutare qualunque tentativo di modifica parziale e relativa delle condizioni politiche, sociali ed economiche, o invece quel tentativo diventa non solo apprezzabile e sensato ma anche assolutamente necessario, essendo l’unico realmente percorribile?

    La mia risposta:

    Ti ringrazio per l’attenzione e per le interessanti obiezioni. Intanto vedo che in linea teorica sul Capitalismo la pensiamo allo stesso modo, almeno tu così dici. Bene. Per il resto, mi sembra che tu sottovaluti l’importanza della critica politico-ideologica di tutte quelle posizioni che, per dirla in forma sintetica, praticano l’ideologia del male minore. Quel tipo di critica è, sempre a mio avviso, una forma di lotta molto “pratica”, perché attraverso la critica delle altrui posizioni si chiarisce meglio la propria posizione, a se stessi e agli altri, in vista della costruzione di una adeguata “linea politica”, come si diceva un tempo.

    E qui arriviamo al punto dolente della prassi: «la sovversione totale dell’ordine socio-politico-economico esistente non è minimamente all’orizzonte». Condivido perfettamente questa considerazione, peraltro di assai facile comprensione: solo chi è ammalato di “ottimismo della rivoluzione” può leggere la realtà in termini diversi. Figurati che io parlo addirittura di Tragedia dei nostri tempi, tempi così maturi per l’emancipazione dell’intera umanità, e così lontani da questa concreta possibilità. Da proletario vivo la mia impotenza politica e sociale come parte di un’impotenza generale che attanaglia le classi dominate in Italia e nel resto del mondo. Ma a questo punto «cosa si fa?».

    Se debbo essere sincero, non ho ben capito cosa intendi quando parli di «modifica parziale e relativa delle condizioni politiche, sociali ed economiche». Personalmente non ho mai schifato le lotte parziali, sia in campo economico, sia sul terreno della politica. Il massimalismo ideologico e parolaio non mi è mai appartenuto. Non mi sono mai tirato indietro quando si è trattato di lottare per il salario, contro un licenziamento, per la casa, contro una base militare, contro la repressione e via di seguito. Tuttavia, per mutuare Banderas a proposito del pane del Mulino Bianco (e mi scuso per questa forse fin troppo dotta citazione), c’è lotta parziale e lotta parziale. In generale, la differenza tra posizione rivoluzionaria e posizione riformista non corre nel merito di una rivendicazione, ma nel metodo, ossia nel significato che le due posizioni tendono ad attribuirle: contro o favore dello status quo sociale, magari un po’ più a “misura d’uomo”.

    Da Hegel e da Marx ho appreso che nel particolare pulsa il generale: si tratta di saper connettere dialetticamente i due momenti. Anche io sono impegnato a comprendere come si fa a realizzare questo virtuoso corto circuito. L’impresa è ardua al limite dell’impossibile, ma non ho smesso di raccogliere la sfida. Come vedi, non ho ricette già pronte da suggerire.

    Mi scuso se sono stato lungo o se sono uscito dal tema da te posto. Ciao!

  2. Ancora un commento di L. da Facebook:

    Non intendo affatto darti del massimalista ideologico e parolaio, ma nei tuoi scritti ho letto anche affermazioni che mi lasciano pensare – magari erroneamente – che dal tuo punto di vista delle lotte riconducibili a questo tipo di posizioni sono inutili se non fuorvianti. Per esempio, in questo post tu affermi che “pubblico o privato che sia la sola ragion d’essere del Capitale è quella di generare profitti attraverso lo sfruttamento, pardon: l’impiego sempre più scientifico del «capitale umano»”. Quello che non comprendo leggendo un’affermazione come questa è se tu ritieni che, stanti così le cose, valga o no la pena di agire, ad esempio, per cambiare il modo in cui il rapporto tra “pubblico” e “privato” è organizzato.

    Assumendo che nel sistema vigente qualunque operazione economica concorre a produrre sfruttamento, e che per chi è sfruttato poco importa che lo sfruttatore sia un’impresa pubblica, privata oppure mista, posso concludere che poco cambi se uno degli elementi del sistema ha più o meno peso di un altro, o quali margini di trasformabilità ci sono nei loro rispettivi ruoli, tanto il risultato in fondo è lo stesso. Oppure, al contrario, posso ritenere che tentare di intervenire su quali aspetti dell’economia debbano essere in mano al “pubblico” e quali al “privato”, e come, sia o possa essere importante in base a quanto ne possono o meno derivare differenze sostanziali in termini salariali o redistributivi (è quello che appunto tra gli altri sostiene la Mazzucato quando afferma che un dato ruolo dell’economia pubblica è essenziale per attivare processi di innovazione che in ultima istanza possono portare ad un accrescimento delle risorse disponibili).

    La mia idea è che qualora vi siano degli elementi per ipotizzare che posizioni e lotte di questo genere abbiano un qualche potenziale di trasformazione concreta – ovviamente da verificare sempre sul campo – esse debbano essere sostenute ed appoggiate, ovviamente mantenendo una salda chiarezza su quali sono i loro limiti “di fondo”, e dunque senza illudersi che da esse possa venire niente di diverso da quanto effettivamente possono dare.

    La mia risposta:

    Carissimo, hai capito perfettamente il mio punto di vista, come io credo (nota la cautela che non ha nulla di retorico) di aver capito il tuo, che naturalmente rispetto anche se non lo condivido e anzi lo osteggio. Perché? Per “partito preso”, ossia per una decisione che trova la sua giustificazione solo sul terreno ideologico? Oppure per una malintesa “purezza dottrinaria”? Penso e spero di no.

    A mio avviso non solo la teoria, ma soprattutto la prassi capitalistica almeno dell’ultimo secolo dimostra, “oltre ogni ragionevole dubbio” (e qui invece, lo riconosco, c’è della retorica), quanto illusorio sia, per chi si batte per il superamento del vigente regime sociale, lo sforzo di entrare nel merito degli assetti economici, politici e istituzionali di questa società in vista di un loro cambiamento di stampo “riformista”. Riforma dopo riforma, “conquista” dopo “conquista”, il Capitalismo è sempre più potente, anzi strapotente, nonostante le crisi e le magagne d’ogni gemere che necessariamente lo affliggono. Ovviamente si può anche essere in disaccordo con questa valutazione, che infatti è largamente minoritaria, soprattutto negli ambienti della sinistra più o meno “radicale”, la quale ancora sospira nostalgicamente pensando ai “magnifici” anni Sessanta e Settanta.

    La «trasformazione concreta» di cui parli mi sembra interamente situata sul terreno dello status quo sociale, e realistica (come quella che propone la Mazzucato e che tu, mi sembra, condividi) o meno essa non suscita in me alcuna simpatia, semplicemente perché non farebbe avanzare di un solo millimetro le classi dominate, la cui attuale impotenza si spiega anche con l’ideologia del male minore: “meglio l’uovo oggi che la gallina domani”, “il meglio è nemico del bene”, “chi troppo vuole nulla ottiene”, e via con i tanti luoghi comuni che hanno dominato la vita dei nullatenenti. Di realismo si muore.

    Mi permetto di fare una citazione: «Benché il successivo corso storico abbia confermato i girondini contro i montagnardi e Lutero contro Munzer, l’umanità non è stata tradita dalle intempestive imprese dei rivoluzionari, bensì dalla tempestiva saggezza dei realisti» (M. Horkheimer). Ecco, essere intempestivi oggi significa prendere atto dell’impotenza dei nullatenenti non per acconciarsi a presunti mali minori, o per cercare impossibili scorciatoie (terze, quarte, n vie), ma per cercare di mettere in discussione ovunque ci troviamo presenti l’ideologia confezionata dai saggi realisti.

    Di nuovo grazie per l’attenzione. Buona domenica!

  3. Ancora L. da Facebook:

    Grazie a te anche per questa risposta… In rete (e anche fuori) capita sempre molto raramente, almeno a me, di avere scambi di idee basati su argomentazioni chiaramente e correttamente esposte anziché su allusioni sbrigative, petizioni di principio e sofismi vari, e quindi quando accade, come in questo caso, fa piacere anche se i punti di vista contrastano. Buona domenica.

  4. Sempre da Facebook:

    A.: Della serie manteniamoci il capitalismo!!

    B. Forse non hai letto bene

    A.: Ho capito benissimo! Lo stato che deve foraggiare il capitalismo. Lo Stato ci mette i soldi per la ricerca, i privati fanno i brevetti e vendono il risultato delle ricerca pagati con soldi pubblici!! “Sinergia” Stato-mercato, ovvero l’unico modo per salvare il capitalismo e i suoi profitti.

    Sebastiano Isaia:

    Scusate se mi intrometto. La “sinergia” rilevata giustamente da Antonio Savino non è auspicata dall’autore del modesto post, il quale è irriducibilmente avverso tanto al Capitale “privato” quanto a quello “pubblico”. La dialettica Stato-mercato messa in luce dalla Mazzucato si spiega con le necessità dell’accumulazione capitalistica, che ovviamente l’autore del post in questione rigetta al mittente, ossia al Dominio sociale capitalistico colto in ogni sua fenomenologia economica e politico-giuridica. Mi scuso nuovamente e saluto. Ciao!

  5. Visto che felicemente ho risentito parla di Schumpeter oso ritornare su un mio pallino.
    Occorre a mio modestissimo parere operare sul versante della creazione della moneta, cioè del sistema bancario, che è oggi appannaggio di quel capitalismo foraggiato e fallimentare, fatto di intrallazzo tra parti sociali e pubblici apparati. Io rivendico il principio di uguaglianza nella possibilità di accesso al credito ed una responsabilità bancaria ( garantita e sorvegliata dallo stato) nel concederlo in misura adeguata alle personali necessità e potenzialità di ogni essere umano .Solo un credito virtuosamente indirizzato alla soddisfazione puntuale dei più diversi e sempre nuovi bisogni può indirizzare proficuamente nuovi processi produttivi , e liberare lo stesso lavoratore dal sistematico ricatto della incombente disoccupazione (viva il metalmezzadro di Aristidiana mempria).
    Urge quindi una diversa disciplina del credito ed una radicale revisione dello Stato Sociale. Non è del credito produttivo che deve interessarsi quel che resta dello stato nazionale, sprofondato nel baratro della insolvenza ed in balia delle multinazionali che non necessitano certo del suo appoggio ma di quello consuntivo, se ancora vuole esercitare una qualche utile funzione.

    • Signor Giovanni, mi permetto di rispondere al suo commento, con il permesso dell’autore se vorrà pubblicare questa mia personale osservazione.
      Anche io ho un mio pallino riguardo alla moneta, ma io suggerisco di operare sul versante dell’eliminazione non su quello della creazione.
      Finché esiste moneta, sapremo come dare un prezzo a ogni cosa (persone comprese) e un valore a niente (persone comprese!).
      Visto che ci siamo, mi permetto di aggiungere, bravo Sebastiano, articolo eccellente.
      Perdonate l’intrusione.
      Saluti.
      Bob

  6. Pingback: A CHE PUNTO È LA MITICA “RIPRESINA”? OVVERO: LE ETERNE “MAGAGNE” DEL CAPITALISMO ITALIANO | Sebastiano Isaia

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