ROJAVA MIA BELLA…

donna3Pare che nella regione di Rojava (Ovest in curdo), a Nord della Siria e lungo tutta la linea di confine con la Turchia, «è in marcia una rivoluzione». Si tratta allora di capire di che rivoluzione si parla, per decidere come meglio atteggiarsi nei suoi confronti.

Quel che mi appare invece con estrema – direi violenta – evidenza è che in quella parte di mondo si combatte una spietata guerra di annientamento, che pone sul terreno diverse poste, alcune delle quali possono mettere in crisi l’equilibrio geopolitico dell’intero quadrante mediorientale.

In premessa, e a scanso di antipatici equivoci, ribadisco la mia posizione di assoluto antagonismo nei confronti: del macellaio (nonché perito chimico) di Damasco (il quale all’ombra dei bombardamenti aerei americani continua la sua opera di anniento degli oppositori), del cosiddetto Stato Islamico (un “mostro” sfuggito al controllo di chi lo ha creato e foraggiato), di tutte le Potenze regionali (dall’Iran alla Turchia, dall’Iraq all’Arabia Saudita, ecc.), di tutte le Potenze mondiali (dagli Stati Uniti alla Russia, dall’Europa alla Cina) e, dulcis in fundo (ma con assoluta priorità in quanto cittadino italico), degli interessi italiani nell’area geopolitica in oggetto. Il lettore a questo punto si chiederà: «Ma al netto di tutto questo, cosa rimane?». Considero questa domanda come estremamente sintomatica dello stato reale delle cose.

Giudico imperialista, senza se e senza ma, lo scontro in atto tra il cosiddetto Califfato Islamico e le Potenze regionali e internazionali. Il fatto che l’opinione pubblica internazionale chieda all’imperialismo più forte del pianeta (Stati Uniti*) di usare la sua potenza finanziaria, tecnologica e militare per «salvare vite umane» e per fare il bravo poliziotto nei confronti dei cattivi di turno (gli odiosi tagliatori di teste devoti ad Allah), a mio avviso questo fatto la dice lunga sull’attuale impotenza delle classi subalterne di tutto il mondo, alle quali non è concessa altra prospettiva che non sia quella di acconciarsi al «male minore» e di simpatizzare per  questo o quell’imperialismo. Chi non si adegua ai rapporti di forza e non si piega alla maligna logica della realpolitik passa per un astratto idealista e per un “oggettivo” fiancheggiatore dei cattivi di turno e del male maggiore: è precisamente contro questa logica del Dominio che cerco di reagire, su tutti i fronti della prassi sociale. Resistere oggi significa anche non cedere ai ricatti politici e psicologici del cattivo mondo, il quale ci chiede tutti i giorni di «fare qualcosa a favore dei meno fortunati», ma solo se questo qualcosa serve alla continuità del Male, magari spacciato come “minore”.

Ciò premesso, il lettore mi consentirà di arrivare al punto nodale attraverso un breve ragionamento, che può apparire una divagazione sul tema ma che non lo è affatto. Almeno così mi pare. Insomma, la prendo alla lontana, come si dice.

enhanced-27753-1410801561-1Uno degli errori più frequenti che nel passato hanno caratterizzato l’azione politica e l’elaborazione teorica della “sinistra radicale” europea in materia di “internazionalismo proletario” e di “lotta antimperialista” è stato quello di innamorarsi di inesistenti terze vie rispetto al “capitalismo reale” e al “socialismo reale”, ovvero di inventarsi esperienze rivoluzionarie «del tutto originali» rispetto al sempre più screditato modello stalinista. È stato così ai tempi della rivoluzione nazionale-borghese di Mao Tse-tung, interpretata dai “marxisti” occidentali come rivoluzione socialista di nuovo conio, e alla stessa stregua sono state interpretate tutte le rivoluzioni nazionali e anticoloniali dagli anni Cinquanta in poi: da Cuba al Vietnam, dall’Eritrea al Nicaragua. Il fatto è che quasi tutti i capi e i partiti che si sono messi alla testa dei movimenti di liberazione nazionale hanno definito se stessi come «marxisti-leninisti», soprattutto nel tentativo, risultato spesse volte vano e sempre politicamente molto costoso (lo stesso Mao ne seppe qualcosa), di ricevere l’appoggio dell’Unione Sovietica, la patria del falso socialismo e di un aggressivo nazionalismo spacciato ovviamente per “internazionalismo proletario”.

Sotto questo aspetto, Il PKK di Abdullah Öcalan non fa eccezione, e solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 questa formazione politica, nazionale-borghese secondo programma e funzione storica, iniziò quel lungo processo di revisione politico-ideologica che la porterà sulle attuali posizioni di «confederalismo democratico», basate sul piano dottrinario sull’«ecologismo sociale» e sul «comunalismo democratico» di Murray Bookchin, anch’egli peraltro passato da giovane attraverso la devastante esperienza stalinista.  Frequentemente mi è capitato di leggere che «il Partito dei lavoratori del Kurdistan è un’organizzazione politica di ispirazione marxista», o «marxista-leninista». Ora, se per «marxismo» o «marxismo-leninismo» si intende lo stalinismo comunque reinterpretato e attualizzato secondo le concrete situazioni storiche e in base ai reali contesti geopolitici, ebbene occorre ammettere che il PKK è, o almeno era a “bei tempi” della guerra fredda, «un’organizzazione politica di ispirazione marxista», o «marxista-leninista». Per lo stesso motivo chi scrive è pronto a querelare chiunque definisse la sua modesta concezione politica «di ispirazione marxista», o, peggio ancora, «marxista-leninista» (dove l’allusione a Stalin, «l’erede di Lenin» secondo la vulgata, è più evidente).

Questo semplicemente per dire che il mito del «marxismo-leninismo» del PKK su di me non ha alcun effetto, se non quello di costringermi alla breve precisazione di cui sopra. Per sostenere la causa nazionale-borghese (laicismo e femminismo militante/militare inclusi) del popolo curdo non ho bisogno di fantasticare “marxismi”, “socialismi” e “comunitarismi”, ancorché riverniciati di verde o dei colori dell’arcobaleno, che a giudizio di chi scrive esistono solo nella testa dei “marxisti”, dei “socialisti” e dei “comunitaristi” che oggi mi chiedono di «sostenere incondizionatamente l’esperimento socialista in atto a Rojava». Sul «socialismo delle comuni di Rojava» vorrei porre qualche condizione, se mi è concesso, e comunque lascio volentieri ad altri politicamente più dialettici e svegli di me l’incombenza di vendere al mondo l’ennesimo “nuovo modello di socialismo”. E qui potrei anche mettere un punto, perché l’essenziale è stato detto. Invece continuo la riflessione, per giungere rapidamente alla conclusione.

Anziché fare un’opera di preziosa demistificazione critica circa la reale natura delle rivoluzioni nazionali e della loro relazione con l’imperialismo sovietico (e poi anche cinese), i “marxisti” cui accennavo sopra si accodarono alla moda, forse anche per non essere accusati di oggettivo fiancheggiamento dell’Imperialismo, individuato sempre e solo negli USA e nei suoi alleati. Anche intellettuali fecondi come Marcuse non seppero resistere all’ondata di dilagante terzomondismo, e negli anni Sessanta teorizzarono un epocale passaggio di fase: centrale nella prassi rivoluzionaria non era più la lotta di classe “tradizionale” tra Capitale e Lavoro nelle metropoli capitalistiche, ma quella tra Nord e Sud, tra Paesi a capitalismo maturo e Paesi sottosviluppati. Era anche un modo, certamente sbagliato, di reagire alla strapotenza della società capitalistica occidentale (e Giapponese), la quale sembrava poter integrare pacificamente nel “sistema” una classe operaia sempre più “imborghesita”. Alla reale impotenza del proletariato occidentale, peraltro intimamente correlata alla controrivoluzione stalinista che aveva seppellito l’esperienza rivoluzionaria sovietica (nel senso dei «Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini» del ‘17), si reagiva proponendo come validi anche per l’Occidente modelli di lotta e di società che non esprimevano affatto un passo avanti rispetto alle condizioni di sfruttamento e di oppressione del proletariato occidentale. Al capitalismo altamente avanzato dell’Occidente molti “marxisti” europei pensarono bene di contrapporre il giovane e non ancora sviluppato capitalismo della periferia del mondo, trasformato con la bacchetta magica dell’ideologia in «originali esperimenti di costruzione del socialismo». Ci fu un tempo in cui l’intero pianeta brulicava di «esaltanti esperimenti sociali alternativi», Cambogia dei Khmer rossi inclusa…

donna2Nei primi anni Ottanta partecipai a diversi comitati di solidarietà con il popolo nicaraguegno in lotta contro l’imperialismo americano e i proprietari terrieri ex somozisti a esso legati. Ebbene, tutte le volte che provavo a gettare acqua sul fuoco delle illusioni circa il “socialismo” con caratteristiche sandiniste mi trovavo in netta minoranza; non c’era verso di introdurre nel dibattito politico il concetto, peraltro elementare, secondo cui il popolo del Nicaragua andava sostenuto secondo realtà e verità, mentre chiedere a questo popolo di dare e di essere quello che esso non poteva dare e non poteva essere, per ragioni che adesso sarebbe troppo lungo spiegare, creava solo autoinganno. E dall’autoinganno alla delusione il passo è assai breve, e sovente le persone politicamente e umanamente più sensibili questo passo lo compiono, mentre i più ideologicamente e psicologicamente corazzati perseverano nell’errore, ad oltranza, contro qualsiasi evidenza: «tanto peggio per i fatti!». D’altra parte, i fatti vanno sempre interpretati…

Tutte le volte venivo accusato, del tutto gratuitamente, di voler sminuire, se non addirittura denigrare, «l’eroica lotta del popolo nicaraguegno per la libertà e il socialismo». Lo ripeto: niente di più falso. Cercavo semplicemente di sostenere una lotta popolare con coscienza, non con ideologia, ossia senza proiettarvi sopra significati che esistevano solo nella testa dei “rivoluzionari duri e puri”. Il fatto che il FSLN di Daniel Ortega si concepisse come un movimento politico «di ispirazione marxista» e si dichiarasse a favore della costruzione in Nicaragua di una «inedita forma di socialismo», questo fatto non faceva velo alle mie analisi sulla natura sociale del sandinismo e sul significato del suo programma di riforme economiche (vedi ad esempio il cosiddetto Piano ‘80). Come sempre, tenevo anche ferma la tesi marxiana secondo la quale i movimenti sociali si giudicano sulla base di ciò che essi sono e fanno, e non a partire da ciò che essi pensano di essere e di fare. D’altra parte, il cattivo retaggio stalinista (anche nella sua variante Terzomondista) aveva fatto sì che qualsiasi cosa (movimento sociale, movimento politico, nazione, imperialismo) si opponesse agli interessi degli Stati Uniti fosse, ipso facto, quantomeno antimperialista e sicuramente progressista.

Dico questo per rendere chiaro al lettore il criterio che uso quando approccio il processo sociale colto nella sua complessità e nella sua dimensione geosociale. Con questo criterio ho ad esempio analizzato la cosiddette “Primavera araba”, venduta da molti “marxisti” occidentali come una «nuova rivoluzione sociale», salvo poi tentare correzioni di rotta non sempre credibili. In questi casi il testacoda è sempre in agguato.

Per Yasin Sunca, «I curdi stanno portando avanti un esperimento di socialismo nel Medio-Oriente, una delle regioni politicamente più problematiche del mondo, e la sinistra internazionale è di conseguenza responsabile alla stessa maniera di conservare l’emergere di questa speranza socialista. Questo esperimento ha bisogno del sostegno incondizionato di tutti i socialisti del mondo e della solidarietà internazionale» (Global Projet, Kobane, socialismo e questione dell’intervento: la miseria della sinistra in Europa, 15 ottobre 2014). Come vedete ci risiamo: una lotta democratico-nazionale, che personalmente e per quel che vale apprezzo e sostengo come tale, ci viene presentata con i crismi del socialismo con caratteristiche curde. Si dice: ma lo stesso PKK oggi rifiuta la prospettiva nazionalista e si muove su una più larga prospettiva politica e sociale. Ne prendo atto, e d’altra parte la vecchia impostazione politico-ideologica della lotta nazionalista non poteva sopravvivere alla fine della guerra fredda, né ai processi sociali che hanno attraversato la Turchia nell’ultimo quarto di secolo, e che ne hanno rafforzato la struttura economico-sociale. La conversione ecologista e confederalista di Öcalan, ancorché resa necessaria dai tempi, testimonia certamente a favore dell’intelligenza politica del leader curdo. Ma i termini (storici, sociali e geopolitici) del problema non mutano di una sola virgola, salvo che non si voglia giocare con le parole, come ama fare la “sinistra radicale”.

enhanced-7920-1412224569-1«I curdi», scrive Sunca, «stanno sperimentando un nuovo modello democratico-socialista a Rojava che ha bisogno del sostegno e della solidarietà della sinistra in Europa. Per questo, come socialisti curdi che vivono in Europa, ne abbiamo abbastanza di questa infinita discussione tra gruppi di sinistra senza nessun concreto passo in avanti. Riguardo al tema della solidarietà internazionale, la sinistra in Europa è in un ciclo di disperazione, avendola portata in una prospettiva misera di cui si dovrebbe liberare senza indugi e senza ulteriori ritardi». Non avendo mai avuto niente a che fare né con la sinistra di governo né con quella di opposizione a cui Sunca si riferisce con tanta comprensibile sdegno, la sua critica nemmeno mi sfiora.

Come il lettore avrà capito, il mio sostegno, sempre per quel che vale, alla lotta del popolo curdo non si nutre delle stesse speranze (illusioni?) “socialiste” di Yasin Sunca.

«La Carta della Rojava è straordinaria. È un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e demo­cra­zia; di ugua­glianza e di “ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico”. Ma pro­vate a imma­gi­nare quale sarebbe la situa­zione in que­sti giorni se a fianco dei kurdi ci fosse un movimento euro­peo con­tro la guerra, capace di una mobilitazione ana­loga a quella del 2003 con­tro l’attacco all’Iraq ma final­mente con un interlocutore sul ter­reno. Non ve ne sono le con­di­zioni? Ragion di più per impe­gnarsi a costruirle. È un sogno? Qual­cuno diceva che per vin­cere biso­gna sognare» (Il Manifesto, 8 ottobre 2014). Lottare e sognare, certo. Possibilmente con coscienza, non con ideologia.

roj* «L’impegno della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato Islamico (Isis) rappresenta una miniera d’oro per i produttori di armi statunitensi, i quali vedono incrementarsi i propri profitti. L’ex Segretario alla Difesa Leon Panetta ha detto, cosa che ha fatto oggi anche il Segretario di Stato John Kerry, che il conflitto contro l’Isis durerà a lungo, forse anche decenni, per cui ne consegue che le fabbriche di armi statunitensi rimangono i maggiori beneficiari della crisi» (E. Soltani, Notizie Geopolitiche, 14 ottobre 2014). Difficile stupirsi dinanzi a simili informazioni.

Leggi anche:

VARSAVIA 1944 – KOBANE 2014
LA “PROPOSTA INDECENTE” DEL MACELLAIO DI DAMASCO E IL PRESIDENTE “RILUTTANTE”
L’ALTERNATIVA DEL DOMINIO SECONDO MASSIMO FINI
SBADIGLIARE, VOMITARE O MOZZARE TESTE?

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4 thoughts on “ROJAVA MIA BELLA…

  1. Il comportamento della sinistra in riguardo alla Siria fa vomitare. Ora si comportano come se la guerra civile siriana fosse scoppiata un mese fa. È dal 2011 che i siriani combattono per la loro libertà, ma la sinistra o stava dalla parte dell'”antiimperialista” Assad o non s’impegnavano perché l’opposizione anti-Assad era troppo filo-occidentale perché chiedeva “soltanto” quelle libertà che gode la sinistra occidentale.
    Ed intanto le altre potenze della regione non dormivano e armavano l’opposizione integralista che s’impegnava a massacrare in concerto con Assad i secolari.
    Se soltanto avvessero più di quelle stelle rosse nel loro marchio, che la sinistra occidentale ama tanto…!

  2. Commenti da Facebook:

    G. M. Finalmente un pensiero articolato e corretto, rivoluzionario e umano, su Kobane e il Kurdistan. Grazie Sebastiano Isaia.

    E. G. Scusa G., ma chi è sto pirla?

    G. M. Hai già letto? Sveltissimo! È uno di giù, ma bravo, eh, lavora, eh…

    E. G. non condivido nulla.

    G. M. Beh, il succo è: appoggiamo i curdi per quel che fanno (cercan di campare meglio) senza pretendere che stiano facendo la rivoluzione.
    Su cosa non sei d’accordo?

    F. T. Hai ragione, Giovanni, il succo è quello. Io condivido molto l’analisi di Sebastiano e lo seguo da un bel po’, è molto bravo. Però… ecco, il sunto che hai fatto tu andava messo all’inizio del testo, altrimenti sembra una bellissima analisi ma resta oscuro il problema del che fare. Non mi stupisce invece che Enrico lo rigetti in toto.

    E. G. ma per favore, a parte il cattivo gusto delle foto postate, questo vede stalinismo dappertutto….. e le foibe?

    G. M. Il mondo è stato dominato dallo stalinismo e dall’americanismo fino all’altro ieri. Normale quindi che nella “cultura” e negli “atteggiamenti” di sinistra l’eredità stalinista (togliattista, maoista, emmelle, antifascista, etc) sia ancora pesantissima. Suona brutto, ma è vero. È per quello che a te appaiono pirla…

    E. G. Poi, è tipico degli intellettuali frustrati giudicare le rivolte e i processi di lotta delle classi e dei popoli a seconda della corrispondenza con il proprio impianto teorico e ideologico… Viva Giuseppe Stalin terrore dei fascisti e dei falsi comunisti.

    F. T. Per quello Enrico non mi stupisco affatto che tu lo rigetti. Metti sulla stessa riga classi e popoli.

    E. G. No, ho precisa la distinzione fra rivoluzione di classe e lotte di liberazione nazionale… ma appunto distinguo le stese come fasi diverse e le appoggio entrambe. E distinguo fra i miei desideri e la realtà e se la realtà non coincide coi miei desideri non me la prendo con la realtà…

    G. M. È quel che dice anche lui, ma spiega anche il perché, il come, e la differenza tra le due cose. È un contributo di chiarezza, per non farsi rimbambire dalle immagini e dalla propaganda. Altrimenti dovremmo affermare che gli americani stanno paracadutando armi a rivoluzionari comunisti… Se invece la vediamo come tentativo dei curdi di star meglio entro la geopolitica capitalista, allora si può appoggiarli senza rincoglionirsi. Altrimenti si diventa la banda bassotti…

    F. T. La tirata non era per i curdi, ma per chi vede paradisi socialisti dietro ogni angolo. Io ci avevo 13 anni e mi ricordo quando c’era chi inneggiava a Ember Oxa.

    M. F. Facciamoci ogni giorno una pera di benaltrismo.

    G. M. In quanto comunisti, siamo benaltristi per definizione.
    Il che non ci impedisce di essere presenti e attivi anche nel non ben altro, se c’è senso, ma senza confonderci.
    Altrimenti, tanto vale essere sinceri democratici, con tutti i vantaggi psicosocioeconomici del caso.

  3. Sono sostanzialmente d’accordo.
    Viva qualsiasi cosa, purché non “viva i soviet”, “viva i consigli operai e il potere operaio”. Quindi viva la donna in quanto donna, viva chiunque sia “contro” gli USA, viva il “socialismo” di Morales etc.
    Miseria dell’ideologia.

  4. Pingback: LA SIRIA E IL SISTEMA TERRORISTICO MONDIALE | Sebastiano Isaia

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