CAMUSSO E RENZI UNITI NELLA LOTTA. POSSIBILE? POSSIBILE!

renzicamussoNel suo discorso di chiusura alla Leopolda, Matteo Renzi ha ricordato malignamente ai suoi oppositori di partito che «la sinistra» non votò l’Articolo 18. Se per «sinistra» si intende il PCI e il PSIUP bisogna convenire con il Premier italiano: la legge 300, detta Statuto dei lavoratori, fu approvata in via definitiva dalla Camera il 14 maggio 1970, a scrutinio segreto, con 217 voti favorevoli (Dc, Psu, Pri, Pli), 10 contrari e 125 astensioni (Pci, Psiup, Msi).

I cosiddetti “comunisti” e i cosiddetti “socialisti di unità proletaria” si astennero sostanzialmente per ragioni di schieramento politico (come riconoscerà più tardi, fra gli altri, Bruno Trentin) e non di principio, visto che già agli inizi degli anni Cinquanta il leader della Cgil Di Vittorio aveva proposto uno Statuto dei diritti democratici dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Per il PCI e per la sua cinghia di trasmissione sindacale si trattava di «portare la Costituzione [borghese: precisazione di chi scrive*] dentro le fabbriche».

Naturalmente allora non mancarono gli “intellettuali organici” al PCI che riempirono giornali, riviste e saggi per spiegare da un punto di vista “dottrinario” l’ambigua posizione dei “comunisti”.

Lo Statuto dei lavoratori (in guisa “socialdemocratica” oppure “comunista”) come strumento di controllo politico, ideologico e sindacale dell’iniziativa operaia: è la tesi che modestamente difendo da sempre contro chi ha fatto di quella legge un intoccabile tabù, la Magna Charta da difendere a ogni costo magari in vista di «equilibri politici e sociali più avanzati». In attesa di questi “avanzamenti”, eccoci infine arrivati al punto in cui siamo. E non mi si obietti che «anche i rivoluzionari dopotutto hanno fallito»: purtroppo le idee autenticamente rivoluzionarie non hanno avuto mai successo in questo Paese. Certo si è tanto parlato di “rivoluzione” (persino nel PCI!), ma solo quello. Brigatisti “rossi” compresi, ovviamente.

È vero che lo Statuto riconosceva più potere al sindacato, ma bisogna chiedersi a quale sindacato. La risposta è abbastanza semplice: al sindacato legato mani e piedi al carro degli interessi nazionali, che poi sono gli interessi della classe dominante del Paese. Altro che «potere operaio in fabbrica», come sostennero allora alcuni militanti sindacali particolarmente in vena di millanterie politiche. Piuttosto, potere sindacale in fabbrica, un potere che non metteva in alcun modo in discussione né la natura capitalistica del lavoro né il primato dei «superiori interessi nazionali», come apparve oltremodo chiaro ai tempi di Lama e Berlinguer. Quando la Nazione chiama, il “comunista” responsabile risponde, e magari assesta un bel colpo di manganello sulla testa del sovversivo che oggettivamente fa gli interessi della reazione fascista. Praticamente ho fatto la storia del “compromesso storico“! Storia o caricatura? Al lettore affido la risposta.

Quando dunque sabato scorso la Camusso ha gridato alla piazza oceanica che solo i lavoratori possono salvare l’Italia dallo sfacelo economico, la leader del maggiore sindacato italiano non ha fatto che riprendere, mutatis mutandis, il principio fondativo del sindacalismo collaborazionista, il quale recita appunto: Gli interessi della Nazione su tutto**. In questo senso Susanna Camusso e Matteo Renzi sono uniti nella lotta, sebbene avendo ruoli diversi e a partire da differenti prospettive politiche: vedi il “dibattito” che scuote il partito di lotta e di governo che oggi regge le sorti del Bel Paese.  In questo sforzo i due possono contare sulla preziosa collaborazione del Presidentissimo Napolitano. Le scintille degli ultimi giorni non solo non occultano l’essenza della posta in gioco (come salvare il Paese dalla bancarotta sistemica), ma piuttosto la illuminano meglio.

Ai teorici del collaborazionismo (o della “responsabilità nazionale”, se suona meglio) spetta poi il compito di dimostrare come gli interessi generali del Paese non solo non entrino in conflitto con gli interessi dei lavoratori, ma come anzi gli uni e gli altri siano in sostanza la stessa cosa, due facce della stessa medaglia: lavoratori e Paese sarebbero infatti «sulla stessa barca». Affondiamola allora questa maledetta barca, dico io. Mi sono lasciato andare: mi scuso con il lettore… responsabile.

Ho parlato brevemente del Santissimo Statuto. Analogo discorso vale per il CCN, passato alla storia come un’indiscutibile conquista del Movimento operaio: ebbene, tutte queste “conquiste” vanno invece messe in discussione dai lavoratori, dai disoccupati, da tutti i proletari. A dire il vero ci stanno pensando gli altri…

Ciò che vacilla merita di venir mandato alla malora, disse una volta qualcuno. Tanto più, aggiungo io, se la cosa che vacilla sotto i colpi del processo sociale, e non a causa del destino cinico e baro né per vigliacca iniziativa del “destro” di turno, ha contribuito a imbrigliare l’iniziativa autonoma dei lavoratori. D’altra parte, alle classi dominate rimane davvero assai poco da difendere: non è forse arrivato il momento di attaccare? L’attacco non è forse la miglior difesa?

Punto di vista nazionale, logica della delega, sudditanza nei confronti della democrazia borghese e dell’ideologia dominante (il lavoro salariato come fonte di dignità per i senza risorse): anche di questo materiale politico, ideologico e psicologico è fatta l’attuale impotenza sociale di chi vive di salario.

images36NJ9C03* Il lavoro che fonda la Repubblica Democratica di questo Paese è il lavoro salariato, ossia la capacità lavorativa venduta (dal lavoratore) e comprata (dal datore di lavoro) come merce. Come tutti sanno, il sindacato dei lavoratori e il sindacato dei padroni hanno un ruolo importante in questa compravendita. Come diceva l’uomo con la barba, «Il lavoro-merce è una tremenda verità» (Miseria della filosofia).

** Un piccolo esempio. Scriveva nel 1986 Felice Mortillaro, allora Direttore Generale di Federmeccanica, a proposito dell’espulsione di forza-lavoro in eccesso dalle imprese italiane investite dal processo di ristrutturazione (che con un certo ritardo arrivò anche nel Bel Paese): «La scelta di alleggerimento morbido compiuta, prima che dalle aziende, dall’establishment economico-politico italiano fu un succedersi di comportamenti in cui governo, sindacati, partiti di opposizione, Confindustria hanno espresso posizioni di fatto convergenti» (Aspettando il robot, p. 44, Ed. del Sole 24 Ore, 1986). È la concertazione (di fatto, se non di diritto) che tanto piace ai sinistri. «Le controparti [padronali] sono ansiose di poter avere di fronte un “sindacato unito”, e magari anche forte: e non è facile capire il perché di questa tentazione apparentemente masochistica, o, più verosimilmente, è troppo facile capirlo» (p. 50). La seconda che ha detto: leggi alla voce controllo sindacale dell’iniziativa operaia.

Un altro passo significativo, che si rifà al clima politico italiano dopo l’esito del referendum sulla scala mobile del 22 giugno 1985: «Non è privo di significato che i “vincitori” del referendum, la Democrazia Cristiana in particolare, ma anche il partito repubblicano, si siano affrettati a svalutare l’importanza del voto ed a rassicurare il partito comunista intorno alla volontà di non modificare i rapporti politici tradizionali». Il PSI di Craxi, invece, cavalcò alla grande quell’esito, proprio nel tentativo di spezzare un equilibrio di potere che ormai gli stava troppo stretto e che impediva un radicale processo di «riforme strutturali», tali da rilanciare l’Azienda Italia, come si diceva allora, dopo il declino degli anni Settanta. Sappiamo come andò a finire.

Leggi anche

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 18

LA VIA MAESTRA PER I DOMINATI È SEMPRE LA STESSA: LA LOTTA DI CLASSE. TUTTO IL RESTO È CONSERVAZIONE SOCIALE

TOGLIATTI: L’ITALIANISSIMO STALINISTA

RENZI E TOGLIATTI

IL REALISMO STORICO E POLITICO DI ENRICO BERLINGUER

IO E LA SINISTRA

Annunci

6 thoughts on “CAMUSSO E RENZI UNITI NELLA LOTTA. POSSIBILE? POSSIBILE!

    • Proprio questa mattina ho postato su Facebook quanto segue:

      ROTTAMATI E MAZZIATI (NON SOLO DALLA POLIZIA)!

      Stefano Fassina, raffinato economista (si fa per ridere, per stemperare il clima) nonché piddino acerrimo avversario di Renzi: «Grandissima preoccupazione e solidarietà ai lavoratori che difendono non solo il loro posto di lavoro, ma un pezzo della manifattura italiana». Anch’io ho molto a cuore le sorti della manifattura italiana, mi si creda sulla parola. Non sembra, eppure!

      Maurizio Landini, segretario della Fiom e probabile prossimo leader della sinistra dura e pura: «Il Governo deve rispondere adesso. Siamo noi che paghiamo le tasse anche per quelli che sono là. Dica una parola il presidente del Consiglio, invece di fare slogan del c… Questo Paese esiste perché c’è gente che paga le tasse. Altro che palle, Leopolde e c…. varie. Basta slogan, hanno rotto le scatole. Che diano l’ordine di colpire chi c’è da colpire: in un Paese di ladri, di corruzione, se la vengono a prendere con noi». Populismo sindacale?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...