LA CADUTA DI QUALE MURO

murosQuando cadde il Muro di Berlino Angela Merkel faceva la sauna: «Io il giovedì andavo sempre con una mia amica a fare la sauna. E quindi sono andata a fare la sauna». Impeccabile. Quando cadde il famigerato Muro io invece scrissi un articolo per una più che modesta rivista locale dal titolo fin troppo ottimista: Il peggio è passato*. Un mio carissimo amico mi corresse: «Guarda che il peggio deve ancora venire». Naturalmente aveva ragione lui.

C’è dunque festa grande a Berlino! «Per il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro che l’ha divisa in due dal 1961 al 1989, Berlino prepara tre giorni di festa. Le celebrazioni arriveranno al loro culmine la sera del 9 novembre, quando sulle note della Nona sinfonia di Beethoven diretta dal maestro Daniel Barenboim ottomila palloncini bianchi saranno rilasciati nel cielo reso famoso da un film di Wim Wenders. Madrina della festa sarà naturalmente Angela Merkel, la tre volte cancelliera nata ad Amburgo ma portata ancora in fasce all’Est dal padre Horst Kasner, un pastore di anime al quale la Chiesa luterana aveva assegnato la parrocchia di Quitzow, in Brandeburgo» (Il giornale, 1 novembre 2014).

Ma cosa si festeggia in realtà nella capitale della Germania riunificata: la caduta del simbolo stesso del “comunismo di stampo sovietico”, oppure la vittoria della Germania nella lunga Guerra Fredda? Alcuni diranno: entrambe le cose. Scrive ad esempio Glauco Benigni su un interessante articolo dedicato all’impatto che la rivoluzione tecnologica dei primi anni Novanta ha avuto sul cosiddetto “marxismo”: «Con la caduta del Muro di Berlino, l’Arbitro invisibile registrava sulla lavagna della Storia la fine della partita “Guerra Fredda Classica” e la vittoria ai punti dell’Impero USA e dei suoi Alleati. A seguito dello storico evento la “Sinistra mondiale classica”, quella che aveva letto Marx e Lenin e che aveva usato Mosca (talvolta) quale bussola del sogno evolutivo, si ritrovò a navigare a vista» (Dagospia, 4 novembre 2014). In questa breve nota intendo occuparmi, molto brevemente, solo del filo nero che lega il celebre Muro al “comunismo di stampo sovietico” e alla “Sinistra mondiale classica”. Per altri aspetti della questione rimando a L’Anschluss di Vladimiro Giacché.

Scriveva Viktor Suvorov, storico** e romanziere russo, nell’Ombra della vittoria: «L’obiettivo del muro: evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale. Il muro fu costantemente perfezionato e rinforzato. […] Ma più lavoro, ingegnosità, denaro e acciaio i comunisti mettevano per migliorare il muro, più chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle. Il muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva». Ebbene, quel «concetto» basta da solo a giustificare lo sforzo di demistificazione dello stalinismo che mi conquistò alla fine degli anni Settanta, mentre ancora marciavo dentro un Movimento Studentesco devoto in gran parte a Stalin e a Mao. Si trattò di una Grazia ricevuta dall’Alto? Certo che no! Semplicemente incominciai a conoscere la storia del “comunismo sovietico” scritta dai vinti, ossia dai comunisti occidentali (peraltro gli stessi che Lenin ebbe sciaguratamente a definire «estremisti infantili») che già agli inizi degli anni Venti denunciarono l’isolamento sociale e internazionale del Potere Sovietico e la sua agonia, che poi prenderà appunto la forma della controrivoluzione stalinista.

Elezioni Germania 2013«Il 9 novembre del 1989 cade il muro di Berlino. La caduta del muro sancisce ufficialmente il crollo del comunismo e determina un nuovo equilibrio politico mondiale. Con la riunificazione, la svolta verso la ricca e moderna società capitalista ha creato per molti cittadini della Germania Est scontento e nostalgia, l’abbandono del proprio passato e delle certezze sul futuro. Che cosa si propone oggi a Berlino e nel mondo in alternativa al socialismo reale? Un sentimento struggente: l’ostalghia, la nostalgia dell’Est, per l’appunto» (Cultura cattolica.it). Della serie: se il “comunismo” è stato un inferno, il capitalismo non è certo un paradiso; se il “comunismo” è morto, il capitalismo non gode di ottima salute. Ricordo che quando Papa Wojtyla, che pure ha molto tramato contro il “comunismo”, ripeteva questo concetto, il “comunista” Bertinotti andava letteralmente in solluchero.

Leggo sempre nel sito Cultura cattolica.it: «La DDR, con il suo sistema dittatoriale e di controllo, portava maggior solidarietà, amicizia e amore fra la gente mentre la concorrenza e la competitività recano con sé un maggior isolamento e una maggiore solitudine». Della serie: si stava meglio quando si stava peggio, meglio un capitalismo arretrato che un capitalismo avanzato, meglio un solo capitalista al comando (lo Stato) che molti capitalisti, meglio andare indietro, verso una miserabile certezza, che avanzare verso l’ignoto. Nella posizione appena riportata echeggia l’anticapitalismo reazionario (passatista, nostalgico dell’ancien regime) della Chiesa del XVIII e del XIX secolo.

Ovviamente alla classe dominante occidentale ha fatto molto comodo reggere il gioco dello stalinismo, accreditandolo come comunismo o «socialismo reale»: «Proletari, il capitalismo è pieno di difetti, chi può negarlo; ma vedete voi stessi cosa vi aspetta nel socialismo». Schiacciata fra «socialismo reale» e «democrazia reale», la stessa speranza di emancipazione universale è evaporata, inverando quella fine della storia tanto cara agli apologeti della società borghese.

Ancora oggi appare (diciamo che è) un’impresa titanica, quasi impossibile, far capire alle persone politicamente e umanamente più sensibili che si pongono il problema di una comunità degna del concetto di uomo in quanto uomo che la caduta del Muro di Berlino non sancisce affatto il crollo ufficiale del cosiddetto comunismo, per la semplice ragione che né nella DDR, né nella Russia stalinista, né nella Cina maoista né in qualche altro luogo del mondo c’è mai stato un solo atomo di comunismo o di socialismo, ancorché “reale”. Ancora oggi chi cerca di articolare un discorso intorno alla possibilità di una Comunità (chiamatela come vi pare!) autenticamente umana deve fare i conti con la solita obiezione: «Però, come la mettiamo con l’Unione Sovietica, con la Cina, con Cuba?». Senza dimenticare la Corea del Nord, il faro che illumina le intelligenze di Antonio Razzi e di Matteo Salvini…

«Il comunismo muore di comunismo, i 1989 mattoni cadono da soli. Il muro si accartoccia su se stesso come una tavola di pergamena. E sulla sua tomba di fantasia una mano berlinese scrive: “1961-1989, nacque, si bagnò di sangue, morì » (Il Sole 24 Ore). Il muro di Berlino è caduto sulla testa degli stalinisti, predicatori di una ideologia ultrareazionaria la cui genesi storica, come alludevo sopra, è da ricercarsi nella sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (ai tempi di Stalin, non di Gorbaciov!) e nel “riflusso” del movimento operaio internazionale che avrebbe dovuto togliere il proletariato rivoluzionario russo dal mortale isolamento che alla fine gli fu fatale. Ma che lo scrivo a fare!

Dedicata ai nostalgici.

Dedicata ai nostalgici.

* Ecco qualche passo: «Quando un grande edificio crolla, dalle sue macerie si alza immediatamente un’enorme e densa nuvola di polvere grigia, scura, la quale per un certo tempo nasconde l’orizzonte alla vista. Tutti i presenti al disastro si allontanano precipitosamente, per non rimanere accecati dalla polvere e per paura che qualche parete dell’edificio, indecisa sul da farsi, possa adagiarsi, per così dire, sulle loro teste. Ma col passare dei minuti la polverosa nuvola, attraversata dal vento e dominata dalla gravità, inizia a degradare, a “sciogliersi” e infine a dissolversi, regalando agli occhi lo stupore di un orizzonte mai visto prima. […] È ciò che sta accadendo in un certo ambiente politico dopo il fragoroso e poco dignitoso crollo del cosiddetto “socialismo reale”. Oggi ci troviamo, per l’appunto, nella fase in cui le macerie dello stalinismo liberano nell’aria grigie e pesanti nuvole di confusione che intossicano chi, legato anche affettivamente a un mito ultrareazionario, si attarda nel luogo del disastro, e rovista fra le macerie, magari nel tentativo disperato e suicida di trovarvi qualcosa che valga la pena di trarre in salvo, a futura memoria» (Filo Rosso, novembre 1989).

** Come storico dello stalinismo Suvorov, ex ufficiale del controspionaggio militare sovietico il cui vero nome è Vladimir Rezun, lascia alquanto a desiderare. Concordo con lui quando scrive: «Curioso davvero: la Germania ha aggredito la Polonia, quindi la Germania ha iniziato e partecipato alla guerra europea e, di conseguenza, mondiale. L’Unione Sovietica ha fatto lo stesso, e nello stesso mese, però di lei non si dice che ha iniziato la guerra. E la sua partecipazione alla guerra mondiale viene calcolata soltanto a partire dal 22 giugno 1941. Perché?» (V. Suvorov, Stalin, Hitler. La rivoluzione bolscevica mondiale, Spirali, Milano 2000). Già chissà perché. Azzardo una capziosa risposta sotto forma di domanda (retorica): non sarà perché la storia è scritta dai vincitori? Il fatto è che Suvorov svolge una critica allo stalinismo dal punto di vista della propaganda stalinista, ossia presentando la Seconda guerra mondiale come un tentativo dell’Unione Sovietica di esportare il “comunismo” in Europa e nel mondo. Stalin, e non Trotsky (anche perché adeguatamente ridotto al silenzio via piccozza, aggiungo io), fu allora il vero marxista internazionalista. La Seconda macelleria imperialista mondiale: da “guerra patriottica” a rivoluzione mondiale! Come dire, più realista del Re, più stalinista di Stalin.

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3 thoughts on “LA CADUTA DI QUALE MURO

  1. Da Facebook, 7 novembre 2014

    IL MURO CADE ANCHE SULLA GRANDEUR PARIGINA

    Da Le figaro, 6 novembre 2014:
    Angela Merkel plus que jamais souveraine en Europe

    Scrive Pierre Rousselin:

    «Dans quelques jours, quand l’Allemagne fêtera les vingt-cinq ans de la chute du mur de Berlin, les célébrations resteront étonnamment discrètes au regard de l’importance historique de l’événement pour notre continent. Elles seront bien plus modestes que celles du vingtième anniversaire, tant Berlin veut éviter d’ajouter à la perception qui s’impose à tous de sa domination sur le reste de l’Europe. […]

    Vingt-cinq ans après la chute du mur, les craintes qui s’exprimaient alors de voir surgir une « Europe allemande » n’étaient pas sans fondements. En l’absence d’un contrepoids français à la hauteur des enjeux, il reste à la chancelière la tâche d’assumer, à peu près seule, une très lourde responsabilité».

  2. Pingback: MURO DI BERLINO E CODA DI PAGLIA | Sebastiano Isaia

  3. Pingback: IL MURO DI DENTRO | Sebastiano Isaia

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