MURO DI BERLINO E CODA DI PAGLIA

EastSideGalleryBerlino_0_11Si può impedire ai “destri” del Belpaese di infierire sui “sinistri” quando si celebra la caduta del famigerato Muro di Berlino? Certo che no! Almeno così si ritiene dalle mie parti. E allora vediamo due esempi di questo orgasmo intellettuale “anticomunista”.

Scrive Mario Cervi (Il Giornale, 5 novembre 2014): «Il 13 agosto del 1961 il Muro di Berlino trasformò la Repubblica Democratica tedesca, Stato anomalo e sostanzialmente illegale di fabbricazione sovietica – ma a lungo tollerato dall’Occidente –, in una immensa prigione a cielo aperto. La propaganda rossa motivò l’erezione della barriera con le possibili infiltrazioni del capitalismo. Ma la storia dimostra che fu una galera per milioni di persone». Non c’è dubbio. Occorre d’altra parte aggiungere, per mera pignoleria storico-sociologica, che si trattò di una galera di pura marca capitalistica, il cui fondamento geopolitico è da ricercarsi negli accordi sottoscritti dalle due super potenze mondiali protagoniste della Guerra Fredda: Unione Sovietica e Stati Uniti.

Non le «infiltrazioni del capitalismo» temevano a Berlino Est e a Mosca, quanto piuttosto l’indebolimento della Cortina di ferro nel suo punto strategicamente più sensibile. Come scrivo spesso, il «socialismo reale» fu un capitolo particolarmente odioso del Libro nero del Capitalismo. Sono stati gli stalinisti d’ogni tipo a permettere ai vari Mario Cervi, apologeti  del capitalismo/imperialismo con caratteristiche occidentali, di ergersi a paladini del “mondo libero”.

Ma veniamo ai “rossi” di casa nostra: «La protesta internazionale fu intensa e inutile. Ulbricht aveva dalla sua parte non solo gli obbedienti mezzi d’informazione dei Paesi vassalli, ma anche i partiti comunisti “occidentali”. Tra i quali ebbe modo di distinguersi, per zelo servile, il Pci di Palmiro Togliatti. L’indomani del fattaccio, il 14 agosto, l’Unità annunciò l’imprigionamento dei tedeschi dell’Est con un titolo burocratico: “Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest”. Il testo della notizia spiegava che “contro le attività di spionaggio e provocazione dei revanscisti di Bonn sono state assunte misure di sicurezza che ogni Stato sovrano applica alle proprie frontiere”. Mancava a queste attestazioni di prona ortodossia l’imprimatur a firma di Togliatti che, infatti, arrivò il 20 agosto. Il Migliore trasse spunto dall’evento berlinese per sostenere che il mondo stava assistendo a uno scontro fra il partito della guerra, capitalista, e il partito della pace, che aveva la sua guida nell’Urss» (M. Cervi).

Naturalmente i “comunisti” del Belpaese non potevano non appoggiare, senza se e senza ma, il «partito della pace» e la sua luminosa guida: la Patria del “Socialismo” – in realtà un capitalismo con caratteristiche russe. Con lo stesso zelo, i “comunisti” italiani avevano difeso il patto nazi-stalinista dell’agosto1939, vero atto iniziale della Seconda macelleria mondiale – chiamata poi dai “comunisti” Guerra patriottica di Liberazione.

D’altra parte, nel 1956 l’attuale Presidentissimo della Repubblica, Giorgio Napolitano, difese l’intervento sovietico in Ungheria del 1956 tirando in ballo il solito mantra della pace mondiale: «Nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente, ha contribuito in misura decisiva, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, a salvare la pace nel mondo». Si può forse dire che i “comunisti” avessero elaborato un concetto un tantino stravagante circa la pace nel mondo, ma bisogna comunque concedere loro l’attenuante della buona fede. O no?

Com’è noto (o no?), L’Unità, l’organo del cosiddetto Partito Comunista Italiano, il 19 giugno 1953, dopo l’intervento dei carri armati sovietici a Berlino Est, approvò senza riserve la repressione dei moti operai definendo la rivolta «un complotto a opera degli statunitensi e di Adenauer». Stessa cosa si ripeté nel giugno del 1956 a proposito della rivolta operaia di Poznań: «La responsabilità per il sangue versato ricade su un gruppo di spregevoli provocatori che hanno approfittato di una situazione temporanea di disagio in cui versavano Poznań e la Polonia» (L’Unità, 30 giugno 1956). Benedetti cingolati sovietici!

EastSideGalleryBerlino_0«Restammo tutti di sale», scriveva ieri Paolo Guzzanti sempre sul Giornale berlusconiano, «quando Sandro Curzi, direttore del Tg3 detto Telekabul in quota PCI, inneggiò alla caduta del Muro di Berlino seguito dalla maggior parte dei comunisti italiani, nessuno dei quali accennò alla vergogna dell’ideologia e a quella propria». Evidentemente allora Guzzanti sottovalutò l’intelligenza politica dello stalinismo con caratteristiche italiane, o togliattismo che dir si voglia. In realtà quella togliattiana fu una grande scuola di realismo politico, sul versante della politica interna come su quello della politica internazionale. Anche il rottamato baffino D’Alema ne sa qualcosa: «Ne avverto una certa nostalgia, diciamo».

Leggi LA CADUTA DI QUALE MURO

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