IL MURO DI DENTRO

graffiti-in-rubble-teethAnche a proposito delle recenti celebrazioni “murarie” il filosofo più mediatico del momento, Diego Fusaro, conferma la grettezza della sua concezione del mondo, la sua natura di vecchio anzitempo. Scrive infatti il “nostro”: «L’Unione Sovietica non era certo un paradiso, intendiamoci: immense erano le sue contraddizioni, e non mi sogno di negarle o anche solo di ridimensionarle. E però… ». E però… Qui alligna la nota sindrome del Si stava meglio quando si stava peggio, che fa capolino nel mondo dei perdenti a ogni brusca accelerazione del processo sociale: fermate il mondo, voglio scendere! Come se ciò fosse possibile, senza uno sconvolgimento sociale rivoluzionario.

Solo un diversamente intelligente potrebbe negare le magagne del «socialismo reale», e certamente Fusaro è un intellettuale molto intelligente; «e però…». «Dal punto di vista di chi scrive, peggio del mondo diviso dal Muro di Berlino poteva esserci solo ciò che è venuto dopo: ossia il nostro mondo del trionfo incontrastato del nesso di forza capitalistico, del lavoro flessibile e precario e della rimozione coatta dei diritti sociali». Insomma, nel mondo di prima, le cui contraddizioni e i cui limiti nessuno si sogna di negare (ma va?), il capitalismo almeno incontrava una qualche resistenza nel «socialismo reale»: quale bizzarria del pensiero, signor filosofo! Mi scuso per l’eufemismo.

Il filosofo in oggetto non è ancora riuscito ad afferrare il bandolo della matassa chiamata «socialismo reale», la cui natura sociale mai andò oltre un capitalismo di Stato che per sopravvivere aveva bisogno di chiudere un occhio, spesso entrambi, sulla cosiddetta economia informale, che a volte contemplava persino il baratto. Un capitalismo tutto orientato alle necessità imperialistiche dell’Unione Sovietica: di qui lo sviluppo di un’industria “pesante” che penalizzò grandemente l’industria “leggera” dei beni di consumo e l’agricoltura – con l’ex granaio d’Europa costretto a importare granaglie dagli odiati Stati Uniti.

Sulla scia del suo maestro Costanzo Preve Fusaro continua a parlare, a proposito della fine dello stalinismo russo e internazionale, di morte del «comunismo storico novecentesco», accreditando così come “comunque comunista” una storia tutta interna e omogenea al capitalismo/imperialismo mondiale, una storia non solo non comunista ma anticomunista all’ennesima potenza, semplicemente perché lo stalinismo riuscì alla fine a gettare nel discredito le stesse parole che un tempo evocavano la necessità e la possibilità dell’emancipazione universale: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Le classi dominanti del pianeta hanno avuto fin troppo facile gioco nell’istigare alla cinica ironia i dominati: «Bella emancipazione, non c’è che dire!».

graffiti-environment-teeth«La polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro non ha determinato il trionfo della libertà per i milioni di schiavi del dispotismo comunista»: ma quale «sistemi socialisti»! ma quale «alternativa possibile»! ma quale «dispotismo comunista»! Anche il ricordo di Luciana Castellina (Il Manifesto, 9 novembre 2014) si è mosso sulla stessa lunghezza d’onda: «Non con­di­vido la spen­sie­rata (agio­gra­fica) festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello praticabile». «Il solo modello praticabile»? «Ma mi faccia il piacere!», avrebbe detto il mio filosofo di riferimento.

Come ho scritto in un precedente post, «Schiacciata fra “socialismo reale” e “democrazia reale”, la stessa speranza di emancipazione universale è evaporata, inverando quella fine della storia tanto cara agli apologeti della società borghese».

La posizione fusariana di «condanna di un mondo – il nostro – che, se mai è possibile, è anche peggiore di quello dei tempi del cuius regio eius oeconomia» e di critica «della religione neoliberista» non è dunque credibile, almeno ai miei occhi, e appare come ideologia passatista, un punto di vista che orienta il pensiero non in direzione di un anticapitalismo radicale rivolto al futuro, bensì in direzione di condizioni sociali ormai superate e che comunque non hanno nulla da dire all’emancipazione degli individui: tutt’altro! Di qui, tutto quel gran chiacchierare intorno alla «religione neoliberista», mentre si tratta di attaccare teoricamente e politicamente il capitalismo tout court, il rapporto sociale capitalistico in quanto tale (al di là delle false opposizioni pubblico-privato, liberismo-statalismo, ecc.), il Capitale come spirito del mondo, per mutuare il Filosofo – quello di Stoccarda, intendo.

Scrive giustamente Fusaro: «Giova ricordarlo, a beneficio degli smemorati e degli ideologi di professione: nel 1989 non ha vinto la libertà». Mi permetto di aggiungere, a beneficio di chi odia la società fondata sulla ricerca del massimo profitto e cerca di immaginare una società alternativa, una comunità fondata sui bisogni, sulle aspirazioni e sui sogni dell’uomo in quanto uomo: nel 1989 non ha perso il comunismo, o semplicemente il «socialismo reale», ma una struttura sociale e geopolitica (il cosiddetto Patto di Varsavia) capitalistica al 1000 per 1000.

Sul famigerato Muro nei giorni scorsi si sono confrontati in realtà due punti di vista mainstream: quello di chi ha celebrato la sconfitta del “comunismo” e il trionfo della “libertà”, e quello di chi ha voluto ricordare ai vincenti che se il “comunismo reale” è morto il “capitalismo reale” non sta poi così bene. Che miseria! Da entrambi i lati del Muro.

Un pensiero su “IL MURO DI DENTRO

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