LA COMPETIZIONE IMPERIALISTICA DOPO IL SUMMIT APEC

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Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo! (G. W. F. Hegel).
Oggi ho visto lo spirito del mondo a Pechino!

Qui di seguito cerco di fare un bilancio provvisorio del summit Apec del 10 e 11 novembre tenutosi a Pechino. Si tratta in realtà di una rassegna stampa, o poco più, in attesa di più approfondite analisi.

Per il settimanale inglese The Economist era dai tempi del Celeste Timoniere che un leader cinese non faceva sfoggio di tanta intelligenza e «magnanimità» diplomatica: il summit Apec si è svolto avendo come sfondo «una coreografia quasi imperiale» che ha inteso comunicare al resto del pianeta che «l’ordine cinese», se non è già una realtà, è certamente una prospettiva di medio periodo. Salvo brusche accelerazioni sempre possibili, mi permetto di chiosare. Certo, scrive il settimanale britannico, la Cina di Xi Jinping ha fatto dei notevoli passi avanti sul terreno delle normali relazioni politiche con l’Occidente, ed è certamente positivo che il Presidente cinese abbia dichiarato che «la Cina e gli Stati Uniti rappresentano un’àncora di stabilità per il mondo e per la pace mondiale»; e tuttavia, al di là delle coreografie e delle apparenze (già, le solite ombre cinesi!), dopo il summit pechinese non c’è molto che suggerisca l’arrivo di cambiamenti nel modo in cui il grande Paese asiatico si relaziona con il mondo. Nella leadership cinese continua a prevalere «la vecchia paranoia sospettosa comunista»: le cose cambierebbero, conclude The Economist, se la Cina finisse di vedere ovunque complotti ai suoi danni e si percepisse forte come in realtà la vede il resto del mondo.

A proposito della «vecchia paranoia sospettosa comunista»! Sulla natura capitalistica del Celeste Imperialismo rinvio ai miei numerosi post (ad esempio l’ultimo) e al mio studio sulla storia cinese (Tutto sotto il cielo – del Capitalismo).

Gli esperti di geopolitica concordano, quasi all’unanimità, nell’attribuire alla Cina il pieno successo nel summit: successo a tutto campo (economico, tecnologico, politico, ambientale, militare) e nei confronti di tutti i suoi maggiori partner/concorrenti (Stati Uniti, Russia e Giappone). «Il summit si è concluso nettamente a favore della Cina», ha scritto  ad esempio Giorgio Cuscito su Limes (13 novembre): «Il presidente cinese ha proposto di lavorare con gli Usa a un nuovo tipo di “relazioni tra grandi paesi” che escluda il conflitto e che preveda il rispetto reciproco (incluso quello della sovranità territoriale), la prosperità comune e la collaborazione in una molteplicità di campi: commerciale, militare, anti-terrorismo, energia, cambiamento climatico, salute, infrastrutture eccetera. Pechino ha dato maggiore concretezza ai suoi progetti di politica estera, nel segno dell’apparente ascesa pacifica dell’Impero del Centro e della collaborazione con gli Usa. Con la nuova Via della seta e il “Sogno dell’Asia Pacifico”, Xi ha proposto il suo ordine regionale, che può potenzialmente sovrascrivere quello pensato dagli Usa. In più ha stretto ulteriormente i rapporti con Putin, il quale invece ha dialogato per poco tempo con Obama sui dossier Ucraina, Siria e Iran. Questo summit potrebbe dare inizio a una nuova fase del rapporto tra Cina e Usa, in cui entrambe potrebbero intensificare gli sforzi per dettare le regole in Estremo Oriente. Resta da vedere se e come le loro rispettive strategie collideranno».

Per Paolo Mastrolilli (La Stampa, 12 novembre 1014) dopo il summit di Pechino gli equilibri geopolitici non saranno più gli stessi: «In teoria, era un incontro tra ventuno paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, finalizzato a definire nuovi accordi per favorire gli scambi commerciali. Nella pratica, però, il vertice Apec che si è appena tenuto a Pechino è stato un delicato esercizio di rapporti di forza, che potrebbe avere implicazioni molto più vaste degli equilibri nella regione. In sostanza un braccio di ferro a tre, fra l’ultima superpotenza rimasta al mondo ma colpita dalla sindrome della decadenza, la nuova potenza emergente, e l’ex superpotenza che si agita per restare rilevante». A proposito di queste tre potenze il professor Arduino Paniccia, docente di Studi Strategici, parla di Triade Maggiore: «Esistono tre potenze mondiali egemoni, quella che ho voluto definire come la “triade maggiore”: Stati Uniti, Cina e Russia. La prima caratteristica che le contraddistingue è che, pur dovendo tener conto ovviamente della presenza degli altri attori globali e regionali, non soffrono dell’egemonia di altre potenze. Queste tre potenze hanno ognuna un fattore che le rende particolarmente forti: per gli Stati Uniti si tratta della capacità di proiettare la propria forza militare in qualsiasi parte del globo nel giro non di giorni, ma addirittura di ore. La Cina è diventata la prima potenza industriale al mondo, ed è questa essenzialmente la sua forza. La Russia basa la sua potenza soprattutto sulle forniture energetiche e di materie prime. Esistono poi tre altre realtà, che formano invece una “triade minore”. Queste sono l’India, l’Unione Europea e il Giappone» (Notizie geopolitiche, 7 novembre 2014).

Va detto che l’Unione Europea non è una realtà sistemica omogenea come lo sono invece l’India e il Giappone, e proprio questo grande handicap non le consente di recitare quel ruolo di grande potenza mondiale che pure essa sarebbe in grado di mettere in scena, e con un certo successo, sulla base delle  economie dei singoli Paesi che la compongono. Ma, appunto, si tratta di singole economie incapaci di fare “gioco di squadra”. Secondo il già citato Mastrolilli, l’Europa sta sostanzialmente alla finestra a guardare impotente «tutta questa lotta di potere»: «Alleata degli Usa, soprattutto nel tentativo di contenere la Russia, ma obbligata a trovare i suoi spazi in Asia, perché senza i mercati di questo continente le sue aziende non possono competere con quelle americane. Un rompicapo di difficile soluzione, insomma, dove le manovre per determinare i futuri equilibri geopolitici globali sono appena cominciate». E qui naturalmente tocchiamo la scottante Questione Tedesca, la quale sempre più mostra di essere una Questione Europea. Ma è un tema, questo, che qui conviene non sviluppare. RU-CINA%20nuove%20vie%20della%20seta_bigVa da sé che in Occidente non mancano gli entusiasti del summit, o, meglio, del suo esito trionfale per il «socialismo con caratteristiche cinesi», i quali in gran numero fanno capo al partito che sostiene la formazione di un polo imperialista centrato sulla Cina, sulla Russia e sull’India alternativo al polo imperialista egemonizzato dagli Stati Uniti, secondo l’idea ultrareazionaria di Samir Amin, tanto per fare un solo nome*. Un polo, insomma, in grado di correggere l’attuale «multilateralismo asimmetrico» che vede negli USA la sola Potenza davvero totale e globale oggi in attività, sebbene lungo una tendenza di relativo declino – dove a mio avviso l’enfasi va posta sul carattere relativo di questo declino, fatto di fenomeni che tirano la società americana in diverse direzioni, e che comunque subiscono molto l’influenza dei processi tecnologici e scientifici.

Decenni di stalinismo (anche nella sua variante cinese) e di terzomondismo continuano a generare mostri concettuali e politici. Come ho scritto in diversi post, è nell’interesse di ogni autentico anticapitalista (europeo, americano, russo, cinese, ecc.) opporsi all’imperialismo unitario (ma non unico né unito: tutt’altro!) e alla sua guerra sistemica, qualsiasi forma essa assuma: “fredda”, “calda”, politica, militare, economica, tecnologica, ideologica e via di seguito. Considero alla stessa stregua i tifosi di entrambi i poli, e solo per decenza preferisco non esplicitare il senso di questa frase, peraltro già di per sé abbastanza chiara.

Gli entusiasti del summit di Pechino sono gli stessi che sicuramente hanno accolto con una standing ovation le dichiarazioni del virile Vladimir Putin rilasciate ieri, alla vigilia del G20 di Brisbane (Australia): «Stiamo cercando di prendere le distanze dalla dittatura del mercato che obbliga a trattare in dollari tutti gli scambi petroliferi, stiamo spingendo il più possibile per garantire l’uso delle valute nazionali come il rublo e lo yuan». L’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’accordo di associazione tra L’unione Europea e la Moldavia finalizzato alla creazione di una «zona di libero scambio globale e approfondito» che comprende anche la Transnistria, di certo non calmerà il focoso leader russo, il quale ha ricordato alla Germania che la sua feconda collaborazione con la Russia «garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti di lavoro rischiano però di andare perduti». Come si vede, gli spazi per l’affettato linguaggio diplomatico si restringono molto rapidamente.

Molto, e con fin troppa enfasi, i media hanno parlato dell’accordo (in realtà si tratta di una dichiarazione d’intendi) sui temi ambientali tra i due più grandi inquinatori del pianeta (Stati Uniti e Cina sono responsabili del 44% delle emissioni globali di gas serra, contro il 10% dell’Unione europea, il 7,1% dell’India e il 5,3% della Federazione russa). C’è qualcosa di sostanziale in quella merce mediatica venduta all’opinione pubblica internazionale come «evento epocale»? C’è dell’arrosto dietro il fumo (come quello che avvolge il cielo di molte città cinesi)? Secondo gli esperti c’è davvero molto poco di sostanziale, e la propaganda “ecologista” sino-americana non è bastata a nascondere del tutto la magagna. «Per riempire la vasca di una fontana si comincia con tante piccole gocce», avrebbe detto il pragmatico Xi all’amico Obama, il quale «ha sorriso, ha indicato l’elegante illuminazione che proiettava ombre blu e rosse nel giardino», e ha esclamato: «Bello spettacolo, bella regia, ottima preparazione» (F. Rampini, La Repubblica, 12 novembre 2014). Commovente, davvero; ma l’arrosto climatico?

Soprattutto Obama ha cercato di accreditare la balla speculativa dell’«accordo storico» sulle emissioni dei gas serra (ridurre le emissioni di Co2 entro i prossimi 15 anni): «In un contesto già complicato dalla pesante sconfitta subita alle elezioni di Mid-term, Obama non poteva permettersi di tornare a casa a mani vuote. La notizia della “vittoria” americana all’APEC, inoltre, ha completamente oscurato gli esiti reali del meeting APEC dove al centro dell’attenzione vi era il dualismo fra l’accordo di libero scambio promosso dai cinesi, il FTAAP, e quello portato avanti dagli americani, il TPP. La vera novità di questo vertice è l’avanzamento delle negoziazioni sul FTAAP, inizialmente criticato dagli americani, che costituisce un successo per Xi Jinping nel contesto regionale. L’aver accettato un accordo sul clima, che non era nei programmi iniziali e risulta essere di grande enfasi mediatica ma di poca sostanza per la Cina, sembrerebbe una mossa studiata ad hoc per non indebolire eccessivamente un interlocutore importante come Obama. […] L’avanzamento del FTAAPP, l’accordo di libero scambio fra Cina e Corea del Sud, la crescita dell’Asian Investment Infrastructure Bank – un’organizzazione finanziaria alternativa all’Asian Development Bank e fuori dal controllo della World Bank – e, infine, il lancio dei progetti cinesi di una nuova Via della Seta, marittima e terrestre, da cui gli Usa sarebbero naturalmente esclusi per questioni geografiche, presentano uno scenario in cui il pallino sembra sempre più in mano ai cinesi, determinando un esito negativo per la visita di Obama a Pechino» (ISPI, 12 novembre 2014).

Insomma, tanto rumore – verde ecologista – per nulla, o comunque per qualcosa immanente alle attuali tendenze economiche e tecno-scientifiche: basti pensare alla teoria della «nuova normalità» elaborata dal creativo Presidente cinese per dar conto della necessità di riforme strutturali in grado di assicurare al grande Paese asiatico un adeguato trend di sviluppo dopo il necessario declino della spinta propulsiva iniziata con Deng Xiaoping trent’anni fa. obama_xi_us_embassy_nl* La politica della Russia (così come è sviluppata dall’amministrazione di Putin) di resistenza al progetto di colonizzazione dell’Ucraina (e degli altri paesi dell’ex Unione sovietica, in Transcaucasia e Asia centrale) deve essere supportata. L’esperienza degli Stati baltici non deve ripetersi. L’obiettivo della costruzione di una comunità “Eurasiatica”, indipendente dalla Triade (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone) e dai suoi alleati europei subordinati, è anch’esso da appoggiare. […] Qualunque possa essere la nostra valutazione di cosa è stata l’Unione sovietica (“socialista” o qualcos’altro), essa venne combattuta dalla Triade semplicemente perché rappresentava un tentativo di sviluppo indipendente dal capitalismo/imperialismo dominante» (S. Amin, Contropiano.org, 10 aprile 2014). L’idea di un imperialismo “sovietico”, peraltro molto aggressivo sul piano militare, in competizione con altri imperialismi per il dominio sul mondo pare non poter far breccia nell’intelligenza di Amin.

«I conflitti capitalismo/socialismo e nord/sud, non sono dissociabili. Il capitalismo è un sistema mondiale e le lotte politiche e sociali, se vogliono essere efficaci, devono essere condotte simultaneamente in ambito nazionale e su un piano mondiale. Questo Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Essere comunista vuole anche dire essere internazionalista. […] È assolutamente indispensabile integrare la questione del clima, delle risorse naturali e dell’ambiente nel conflitto Nord-Sud». (Il capitalismo entra nella sua fase senile, Sinistrainrete, 11 novembre 2012). Sul bizzarro “internazionalismo” dei tardo o post terzomondisti occorre stendere un velo pietoso, tanto più oggi, nell’epoca della sussunzione totale e mondiale del mondo al Capitale. Come si declina oggi, nell’epoca che non conosce le rivoluzioni nazionali-borghesi del passato, il “Sud” del mondo? La Cina, la Russia, l’India, il Brasile e così via: è questo l’odierno “Sud” del mondo? È pur vero, d’altra parte, che i maghi della “dialettica” sono sempre in grado di creare Sud del mondo con la bacchetta magica, e così protrarre in eterno l’alleanza fra il proletariato delle metropoli capitalistiche e le «borghesie nazionali progressiste»: questo, in fondo, «Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”». O no?

Samir non capisce perché molti «comunisti di sinistra» attaccano così tanto quello che lui stesso definisce Capitalismo di Stato cinese: questi signori, cultori del China bashing (pestaggio o stroncatura della Cina), avrebbero come «loro sport preferito quello di dare addosso alla Cina». Personalmente il mio sport non è quello di denigrare il Celeste Imperialismo, che naturalmente giudico alla stessa stregua degli altri imperialismi (con una particolare malevola attenzione nei confronti  dell’imperialismo “straccione” di casa mia), ma quello di far luce sulla storia falsamente socialista della Cina dal 1949 in poi.

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