LA TRAGICA LOGICA DEL «NOSTRO PAESE»

10563215_814994251880301_1156078677395220044_nIeri ho postato su Facebook quanto segue

Stati Uniti. Dilaga la protesta razziale. Razziale?

Scrive Paolo Mastrolilli (La Stampa):

«Jane, una veterana di Occupy Wall Street con i capelli viola, spiega perché non vedeva l’ora di tornare in piazza: “Ci hanno tappato la bocca, ma i problemi sono rimasti irrisolti. Il razzismo e la violenza contro i neri fanno il paio con la diseguaglianza che governa l’America. Pochi bianchi e ricchi hanno tutto, e usano la forza per evitare che gli altri li obblighino a condividere le opportunità del nostro Paese”». Ma è proprio la logica del «nostro Paese» che i dominati, bianchi o neri che siano, devono respingere, negli Stati Uniti come altrove nel mondo! Almeno se vogliono iniziare a dare una risposta efficace alla bronzea e brutale logica del sistema (capitalistico), il quale tratta gli individui come mere risorse da spremere in ogni modo: come “capitale umano”, come consumatori, contribuenti, elettori, e così via.

E non importa chi pro tempore ha nelle mani le “leve” del comando politico: repubblicano o democratico, bianco o nero, reazionario o progressista, petroliere o intellettuale, ricco o francescano, guerrafondaio o Nobel per la pace. Per questo chiedere giustizia («No justice, no peace», niente pace senza giustizia) nella società ingiusta significa martellare sempre di nuovo i chiodi che infilzano i corpi dei poveri cristi. Più che di giustizia, poi, si tratta piuttosto di una vendetta da ottenersi attraverso il Moloch, il quale è ben felice tutte le volte che può offrire agli offesi affamati di “giustizia” il capro espiatorio di turno: «Mangiate, questo è il mio corpo; bevete, questo è il mio sangue». Amen!

Non c’è vera pace (al massimo un’illusoria tregua esistenziale) senza autentica umanità, la quale è impossibile nella dimensione del dominio di classe: questi sono i termini reali della faccenda. Negli Stati Uniti come ovunque nel mondo.

poliziotto-ferguson-616886«La scintilla si è accesa in tutti gli Stati Uniti, almeno 170 città arrabbiate, e New York non poteva mancare. Perché ormai non si protesta più solo contro la violenza della polizia contro i neri, che di per sé potrebbe anche bastare, ma contro tutte le ingiustizie e le diseguaglianze della società moderna americana». Questo non deve certo stupire: da sempre la questione razziale, negli Stati Uniti e altrove, è in primo luogo una questione sociale. Per questo bisogna sempre augurarsi che l’esplosione della rabbia degli «ultimi fra gli ultimi» trovi presto la strada maestra della lotta di classe a tutto campo: lavoro, salario, casa, sanità, pensioni. E che il «nostro Paese» vada pure in malora!

«Hands up, don’t shoot»: abbiamo le mani alzate, non sparate. Si tratta però di armarsi. Di “coscienza di classe”.

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3 thoughts on “LA TRAGICA LOGICA DEL «NOSTRO PAESE»

  1. Ma è proprio la logica del «nostro Paese» che i dominati, bianchi o neri che siano, devono respingere, negli Stati Uniti come altrove nel mondo!

    CENTRO!

    spero che anche Lei, caro Sebastiano, convenga che non basta armarsi, ma è necessario un programma, almeno nelle sue linee generali, e un’organizzazione di classe che se ne faccia promotrice nelle diverse articolazioni del politico e del sociale. e mi pare che negli Usa le armi non manchino, ma sia assente quasi tutto il resto: Occupy Wall Street non può rappresentare in alcun modo l’organizzazione di classe, com’è intrisa, in generale, di falsa coscienza.

    • D’accordissimo! Come diceva il personaggio de Il cacciatore. Difatti alludo alle armi della marxiana critica: «Si tratta però di armarsi. Di “coscienza di classe”». Con quel che, sperabilmente, segue in termini di organizzazione di classe. E così abbiamo introdotto la questione scabrosa!

  2. Da Facebook:

    DELLA SERIE: IL PIÙ PULITO C’HA LA ROGNA!

    Da Notizie Geopolitiche (28 novembre 2014):

    «Per quanto appaia incredibile, la Corea del Nord ha approfittato delle proteste di Ferguson per definire gli Stati Uniti la “tundra dei diritti umani”: un portavoce del governo si è infatti riferito all’uccisione del giovane disarmato e alla decisione di pochi giorni fa del gran yurì di non processare Willson come ad “una chiara prova della reale immagine degli Stati Uniti quale tundra dei diritti umani, dove atti estremi di discriminazione razziale sono apertamente praticati”. Da notare che il paese orientale resta una dittatura che ancora contempla i Lager, come nel caso del Campo di concentramento di Yodok, 110 km. da Pyongyang, il quale raccoglie in condizioni disumane decine di migliaia di prigionieri politici e persino di cristiani ed appartenenti ad altre religioni: diverse testimonianze parlano anche di bambini reclusi, di numerose persone che hanno tentato di lasciare il paese, come pure di schiavitù, torture, esecuzioni e sevizie».

    «Continuando, il portavoce ha affermato che “La grande ironia è che gli Usa cercano di misurare gli altri paesi con i loro standard sbagliati sui diritti umani, mentre loro stessi violano regolarmente i diritti umani”. Ma, leggendo le sue parole, vien da pensare al bue che dà del cornuto all’asino».

    O forse ha ragione il Luminoso e Senza Pari compagno Senatore Antonio Razzi: «La Corea del Nord assomiglia molto alla mia Svizzera, per questo l’apprezzo. Le persone sono precise quando si danno gli appuntamenti. E poi le strade sono molto, molto pulite». Pare che anche a Matteo Salvini piacciano assai gli standard dei diritti umani con caratteristiche Nordcoreane. Personalmente non so decidermi. Vedrò!

    Come si dice, il mondo è bello perché è avariato…

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