QUALCOSA BOLLE NEL GRAN PENTOLONE CINESE

1Qualcosa di grosso bolle nel gran pentolone cinese. Questo è sicuro. Si tratta solo di capire l’esatta natura della pietanza messa a cottura dal processo sociale capitalistico. Qui mi limito a segnalare due sintomi, giusto per dare continuità al mio interesse per ciò che accade nel Paese che secondo i dati forniti dal Wall Street Journal quest’anno dovrebbe superare “ufficialmente” gli Stati Uniti in termini di produzione di beni e servizi: 17.600 miliardi di dollari made in China a fronte dei 17.400 miliardi made in USA.

Qualche settimana fa la campagna contro la corruzione lanciata ormai più di un anno fa dal Celeste Presidente Xi Jinping ha conosciuto un nuovo salto di qualità con l’arresto del generale Xu, dal 2004 al 2012 vicepresidente della Commissione centrale militare, il comando supremo. Un pezzo grosso dell’apparato, insomma. «Finora la campagna anti-corruzione aveva colpito l’enorme macchina burocratica civile della Cina, il coinvolgimento dei militari è un’ulteriore prova di forza del presidente Xi Jinping. Dietro si intravede anche uno scontro politico, con una fazione dell’Esercito accusata apertamente di “deviazionismo ideologico” Nelle ultime settimane sulla stampa e in tv sono comparse decine di immagini di Xi Jinping in giacca alla Mao verde oliva tra gli ufficiali. Li ha convocati a Gutian, la base dove nel 1929 Mao Zedong stabilì il principio che il partito controlla l’esercito. E da Gutian Xi ha ripetuto la parola d’ordine di Mao: “È il partito che comanda il fucile”» (G. Santevecchi, Il Corriere della Sera, 26 novembre 2014). In effetti, il Partito Regime con caratteristiche cinesi cerca di avere – come vedremo tra poco a proposito del secondo sintomo – il comando su ogni aspetto della vita sociale cinese, il cui crescente dinamismo mette sotto pressione la capacità di controllo dell’apparato.

È pur vero che l’autonomia dell’Esercito Popolare di Liberazione nei confronti del PCC è sempre stata assai ridotta, essendo stato il primo fin dalla fondazione della Repubblica Popolare non più che l’ala militare (la baionetta) del secondo. Basti pensare che «Deng Xiaoping per anni non ha avuto ruolo di primo piano nel governo o nel Partito comunista cinese, ma è stato presidente della commissione militare. Dopo di lui, sia Jiang Zemin sia Hu Jintao hanno portato i tre cappelli principali insieme: capo di Stato, segretario generale del Partito e presidente della commissione militare» (F. Sisci, Limes, 9 marzo 2012).

Due differenti – ma non necessariamente opposte, anzi il più delle volte complementari – linee strategiche hanno sempre attraversato il dibattito cinese sulla funzione dell’EPL: la linea “rossa” che concepisce l’esercito come mera estensione del corpo e degli ordini del Partito, come la continuazione della politica del PCC con altri mezzi (Mao teorizzò e praticò questa linea “politicista/movimentista”); e la linea “nera”, sempre minoritaria e perdente, che sostiene la necessità di una maggiore autonomia e specializzazione (professionalizzazione) dello strumento militare.

Scrive Francesco Sisci: Deng Xiaoping «aveva drasticamente ridotto il budget militare per dare all’economia civile maggiori risorse per crescere, e nei primi anni Ottanta aveva tagliato di un terzo le truppe dell’Esercito. In cambio, aveva permesso ai militari di fare affari, avviare imprese, fare soldi, essere capitalisti e di fatto disinteressarsi alle questioni militari. Tuttavia, con la repressione del movimento di Tiananmen i militari sono stati riportati politicamente in prima linea. È stato chiesto loro di attaccare gli studenti e prendere posizione nella lotta di potere al vertice che ha portato alla fine politica dell’ex capo del partito Zhao Ziyang». Ogni crisi (sociale, etnica, nazionale) tende oggettivamente a rafforzare il ruolo dell’Esercito nella gestione del potere, e per i vertici del Partito si pone puntualmente la necessità di come far rientrare nei ranghi le aspirazioni dei generali cinesi.

Probabilmente il rapido incremento del budget per la difesa, che secondo fonti non ufficiali ma assai credibili (naturalmente non per il China Daily, il giornale di regime dato in pasto all’opinione pubblica internazionale) è aumentato nell’ultimo decennio di quasi sette volte, e la crescente proiezione geopolitica della Cina (soprattutto nella cruciale e scottante area pacifico-asiatica), che tende a concentrare gli investimenti militari nel settore aereo-navale (vedi la recente inaugurazione della Liaoning, la prima portaerei cinesi), hanno esacerbato le mai sopite “diversità di vedute” all’interno dell’Esercito, il cui peso nella sfera economica del Paese rimane molto grande (basti pensare che la Cina è il terzo esportatore mondiale di armi con un giro di affari di 1.783 milioni di dollari), e al vertice del Partito.

68e107ff-882d-46ef-8c36-c3f9fc6f10f3A proposito di Esercito! Sul Financial Times del 4 dicembre Philip Stephens osservava, riflettendo sull’ascesa dei political strongman (Xi Jinping e Vladimir Putin in testa), che il 2014 ha visto Kant lasciare definitivamente il passo a Hobbes. Non sono d’accordo. Diciamo piuttosto che dal 1945 in poi il pacifismo kantiano ha offerto l’ideologia al mondo hobbesiano, il quale ovviamente da sempre include a pieno titolo la kantiana Europa un tempo stregata dal “sogno federalista”. Chiudo la breve parentesi “filosofica”.

Veniamo al secondo sintomo, che sembra ricordare le marxiane parole intorno alla tragedia che ritorna in guisa di farsa:

«Marciamo-con-fierezza-lungo-la-gloriosa-strada-delle-Istruzioni-del-7-maggio-del-Presidente-Mao»-Museo-degli-Affari-Militari-dell’Esercito-Popolare-di-L«Quando il partito spedisce intellettuali e artisti nelle campagne, in Cina suona l’allarme. In queste ore a Pechino quella sirena squilla. Non siamo ancora alla tragedia del decennio della gogna ideologica collettiva, concluso nel 1976. Per la prima volta però, a quasi quarant’anni dal processo alla Banda dei Quattro, il potere torna a inviare in aree rurali e regioni popolate dalle minoranze etniche coloro che, per mestiere, usano il cervello in modo, se non autonomo, quantomeno pericolosamente creativo. “Gli artisti – aveva avvertito Xi Jinping – non devono diventare schiavi del mercato e puzzare di soldi, come gli uomini di cultura non devono formarsi senza la guida della politica”. La memoria di tutti è corsa al proclama di Mao del 1949, che teorizzò “la funzione dell’arte come servizio al partito”. Prima un presentimento, ora la conferma. I prescelti per la cura rossa partiranno a scaglioni di cento, selezionati dall’Amministrazione statale per i media. Divisi tra “villaggi rurali, luoghi-simbolo per lo spirito del partito e miniere dovranno fare studi sul campo ed esperienze di vita”. Nella realtà la Cina rurale viene sistematicamente distrutta, le minoranze sono colonizzate, le miniere sono cimiteri di morti sul lavoro e gli artisti indipendenti, come Ai Weiwei, finiscono arrestati. L’idillio medievale delle campagne di Mao non corrisponde all’orrore postindustriale dei deserti senza vita ereditati da Xi Jinping. In attesa delle prime comitive di intellettuali verso Tibet e Mongolia Interna, il solo autorizzato a parlarne apertamente è stato il Nobel per la letteratura Mo Yan. Premiato a Hong Kong, che ha invitato i connazionali ad “abbandonare la contaminazione occidentale e il luoghi comuni della scrittura straniera per ritrovare l’originalità del nostro cuore”» (G. Visetti, La Repubblica, 5 dicembre 2014).

PrintNon stupisce quindi che gli studenti di Hong Kong temano di sperimentare l’originalità del cuore con caratteristiche cinesi. Per quanto riguardo il significato della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria avviata da Mao nel 1966, rimando al mio studio sulla Cina Tutto sotto il cielo – del Capitalismo.

Mi pare che si possa dire, in conclusione, che il Partito Regime registri parecchi segnali di crisi nelle profondità della società cinese, sottoposta negli ultimi tre decenni a un processo di sviluppo economico che probabilmente non ha eguali nella storia del Capitalismo mondiale, e che esso cerchi il modo più adeguato per far fronte alle sfide (economiche, politiche, demografiche, generazionali, ambientali, etniche, ecc.) che quelle crisi gli lanciano. Per adesso siamo, per così dire, all’usato sicuro politico-ideologico, sotto forma di “ritorno alle origini”: un classico, soprattutto nei regimi autoritari/totalitari. Ma, come sempre, nulla è come appare sulla scorta di ciò che il Potere cerca di vendere al pubblico, in Cina come altrove nel capitalistico mondo.

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3 thoughts on “QUALCOSA BOLLE NEL GRAN PENTOLONE CINESE

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