QUELLA “TERRA DI MEZZO” MI RICORDA QUALCOSA. E NON È LA MAFIA

R600x__mafia_romaPostato su Facebook il 4 dicembre

Per quanto mi riguarda la cosa più intelligente – o meno banale – sull’ennesima “crisi morale” che scuote il Paese, giunge dalla metaforica penna di Giuliano Ferrara (all’indignato Partito degli Onesti segnalo invece l’articolo politicamente correttissimo di Sua Santità della Morale Roberto Saviano pubblicato oggi da Repubblica):

«Secondo me questa storia della cupola mafiosa a Roma è una bufala. Una supercazzola del tipo “Amici miei” nella versione “camerati miei”. Roma pullula come tutte le grandi città di associazioni per delinquere, e le risorse pubbliche, scarsine, sono appetite da piccoli medi e grandi interessi (questi ultimi in genere sono al riparo dalle inchieste): ladri, ladruncoli, millantatori, politicanti, funzionari corrotti e cialtroni vari sono un po’ dappertutto (Roma è il teatro degli Er Più de borgo, uomini d’onore all’amatriciana), ma trasformarli in una “mafia”, precisando che è “originale”, “senza affiliazione”, e farne un “sistema criminale” simile alla piovra, in un horror movie che si ricollega alla banda della Magliana, andata in pensione parecchi anni fa, è appunto una colossale bufala» (Il Foglio, 4 dicembre 2014).

Senza entrare nel merito dell’operazione Terra di Mezzo, che si presta a commenti di vario genere e che può indignare/sorprendere solo chi sogna una società (capitalista) dalle mani pulite (sic!) e dal volto umano (strasic!), mi sento di poter dire, senza paura di incorrere in gravi errori di valutazione, che il “mondo criminale” di Massimo Carminati e di Salvatore Buzzi somiglia come una goccia d’acqua alla “convenzionale” Terra del Capitale plasmata dagli interessi economici, ossia al mondo dominato dalla bronzea legge del profitto. Ma anche alla società civile come hobbesiano mondo degli interessi, per l’appunto, tematizzata dalla migliore filosofia politica borghese dal XVI secolo in poi.

Dalle sentine romane vien fuori poi molto materiale che invita a riflettere sull’antiquata e sempre più decomposta struttura sociale del cosiddetto Bel Paese. Struttura che, beninteso, comprende anche il sistema politico-istituzionale italiano e il suo rapporto con la «società civile»: vedi alle voci parassitismo sociale, “partitocrazia”, “consociativismo”, burocrazia, “capitalismo municipalista”, “terzo settore”, “privato sociale”, e così via. Come sanno tutti (persino io!), è nelle pieghe dell’inefficienza sistemica che si annida il “magna magna”, a Roma come a Pechino. Solo che in Cina i politici corrotti rischiano la fucilazione: è la patria ideale dei grillini e manettari di vario conio politico-ideologico!

La violenza come strumento al servizio degli interessi economici e politici è cosa vecchia quanto il mondo che in quegli interessi trova la sua unica legittimità storica e il suo vitale nutrimento. Giusto un mentecatto della narrazione politica come Nichi Narrazione Vendola poteva commentare la vicenda romana come segue: «Destra e mafia: una coppia di fatto». Semmai: Capitale e violenza (politica, militare, psicologica, SISTEMICA) una coppia di fatto – e di diritto, quando entra in scena il Moloch che detiene il monopolio della violenza. Anche perché, a quanto pare, ai vertici della “cupola mafiosa” romana si trovavano due tipi aventi alle spalle esperienze politiche opposte: un estremista di “destra” e un estremista di “sinistra”. Una struttura criminale post fasciostalinista? Non saprei dire. Certo, bisogna pure stendere un miserabile velo sulla presunta correttezza etica delle cooperative rozze. Ma questi sono problemi che toccano er popolo de sinistra, non il sottoscritto.

R600x__inchiesta_mafia_capitale_soliti_ignotiIl problema, sempre dal mio singolarissimo punto di vista, non è insomma la violenza (tantomeno la corruzione) messa al servizio degli affari, ma la stessa possibilità di intascare rendite e profitti: fare del moralismo intorno alle concrete strade che questa astratta possibilità prende, significa non capire l’essenza del cattivo mondo che ci ospita.

Ecco la Terra di Mezzo secondo Marx (ovvero, la trasversalità degli istinti borghesi): «La verità è che in questa società borghese ogni lavoratore, purché sia un tizio intelligente ed astuto, e dotato di istinti borghesi, e favorito da una fortuna eccezionale, ha la possibilità di trasformarsi in sfruttatore del lavoro altrui. Ma se non ci fosse lavoro da sfruttare, non ci sarebbero capitalisti né produzione capitalistica» (Il Capitale, libro I, capitolo sesto inedito). Come sempre, il problema “sta a monte”. Infatti la questione, per parafrasare taluni nostalgici di Berlinguer, non è morale ma squisitamente sociale. Insomma, io mi “stupisco” che molti si stupiscano che ci sia gente («anche de sinistra!») disposta a trasformare le altrui disgrazie (immigrati, carcerati, terremotati, senza tetto e via di seguito) in altrettante occasioni di profitto.

Leggo sull’Avvenire di oggi: «Un’organizzazione che favoriva l’immigrazione clandestina in Europa, con sbarchi in Italia, è stata scoperta dalla Squadra mobile di Catania e dallo Sco. La polizia di Stato ha arrestato 11 eritrei. Il gruppo criminale a carattere transnazionale operava in Italia, Libia, Eritrea e in altri Stati nordafricani». Il fatto che quell’organizzazione dedita al traffico di carne umana sia stigmatizzata come «gruppo criminale» non muta di una virgola la sostanza della cosa. Non chi scrive, ma la realtà conferma sempre di nuovo che non c’è magagna sociale che non possa trasformarsi in ghiotta occasione di profitti per chi ha denaro, inventiva, coraggio, spregiudicatezza, cinismo, disperazione e quant’altro da investire. Criminale è la potenza del denaro, il quale d’altra parte non è che un rapporto sociale.

Ecco perché quando il Papa più amato dai progressisti dice oggi che «I poveri non possono diventare occasioni di guadagno», mi vien da sorridere, sempre con rispetto parlando: che tenerezza! Che Santissima Ingenuità! Che amabile banalità! D’altra parte, cos’altro avrebbe potuto dire un Santo Padre (ancorché “mezzo comunista”) che si rispetti?

222Mi scrive un lettore del post sempre su Facebook:

«Il discorso è assolutamente vero, e ovunque almeno in Italia la cosiddetta “criminalità organizzata” e solo uno dei tanti comitati d’affari, è anche vero però, che a Roma si è vista affidare l’intera Atac a gente di Terza Posizione e un sacco di personaggi inquietanti dei Nar e di TP prendere posizioni importanti nell’amministrazione. Chi conosce la storia del neofascismo romano tra i ’70 e gli ’80 non può non notare il ritorno sistematico di tutti questi nomi e negare una certa particolarità, (pur se coerente rispetto a ciò che succede altrove in Italia) nella situazione che s’è delineata a Roma».

La mia risposta:

«Per quanto mi riguarda non nego affatto le peculiari forme che fenomeni sociali riconducibili a un’unica matrice storico-sociale (il capitalismo) assumono nei diversi punti del Paese e del globo. È per questo, ad esempio, che trovo quantomeno inadeguato rubricare tutti i “fenomeni criminali” come mafia. Comunque, e sempre ribadendo l’esistenza delle specificità locali, io invito a riflettere non su “Mafia capitale”, ma sul Capitale. Sul Capitale, qui genericamente inteso, come si dà nello specifico italiano, più che romano. E quindi sul Capitale nel suo rapporto con la realtà politico-istituzionale del Bel Paese. È all’interno di questo contesto concettuale che, a mio avviso, le peculiarità locali possono trovare una corretta (non ideologica) collocazione».

Il lettore mi fa sapere che concorda con me «al 100 x 100».

Italian navy rescue asylum seekersPostato su Facebook il 20 dicembre 2014

SCHIAVITÙ 2.0 E “POST-CAPITALISMO”

Da Articolo 21 (Redattore Sociale, 12 dicembre 2014 ):

«Sono 400 mila i braccianti che nel 2013 hanno lavorato in condizioni di sfruttamento nelle campagne italiane. Ma non è solo nei campi che si annida la schiavitù. A portare i nuovi sfruttati in Italia sono bande di colletti bianchi organizzate come agenzie e cooperative, che procurano regolari documenti. […] A sentire gli operatori sul campo, la schiavitù 2.0 non avrà più il volto e le mani nodose degli ex braccianti riconvertiti al caporalato: a portare in Italia i nuovi schiavi, sempre più spesso, sono bande di colletti bianchi organizzate in agenzie, associazioni o cooperative sociali. Come a dire che Salvatore Buzzi e i suoi sodali non sono certo gli unici ad aver intravisto un business milionario dietro i flussi migratori diretti nel belpaese. Ma se le cifre dell’agricoltura iniziano a essere progressivamente inquadrate, non si può dire altrettanto per quanto riguarda l’industria e i servizi: “Oggi –  continua Monsignor Perego – sappiamo con certezza che situazioni di sfruttamento sono largamente diffuse tanto nel mondo delle badanti e dei servizi di cura, quanto in quelli della ristorazione, del catering, del turismo e di gran parte dei lavori che presentano caratteri di stagionalità».

«Quasi a ribadire, ancora una volta, che il business dei migranti non inizia e non finirà con “mafia capitale”. “E anzi – conclude Monsignor Perego – proprio il processo alla cupola romana potrebbe far luce su un nuovo aspetto della questione: perché, quando i legami d’affari tra i vari clan saranno noti, non è escluso che venga fuori un filo che lega le organizzazioni che si occupavano d’accoglienza a quelle che tengono in piedi sistemi di sfruttamento vero e proprio”».

Bande di colletti bianchi? Mafia capitale? Sistema criminale? Ma non si fa prima a chiamare il tutto con il suo vero nome?

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