LA NATURA POLITICA DELLO SCIOPERO TARGATO CGIL/UIL

20141102_sciopero_generale-800x533Sulla natura politica dello sciopero in generale, e dello sciopero generale in particolare non bisogna spendere molte parole, perché solo degli analfabeti politici, e ce ne sono in abbondanza sotto l’italico cielo, possono parlare della politicità dello sciopero come di una degenerazione settaria o di una perniciosa tendenziosità estranea ai reali interessi dei lavoratori. Si tratta allora di capire il significato politico dello sciopero generale andato in scena (e in onda) ieri nel Bel Paese.

Su Radio Radicale ho ascoltato il comizio genovese del sindacalpopulista Maurizio Landini, incentrato sul consueto mantra di peculiare stampo “comunista” (nel senso della tradizione falsamente comunista che va da Togliatti a Berlinguer ecc., da Di Vittorio a Lama ecc.): «Solo i lavoratori possono salvare questo Paese; solo i lavoratori fanno gli interessi generali di questo Paese». Ovviamente il lettore avvezzo alla tradizione “comunista” si starà legittimamente chiedendo: «E non è forse vero tutto ciò? Che c’è di male nel sostenere quel punto di vista? Hanno forse sbagliato i lavoratori di Bari ad accusare il venduto D’Alema di aver rovinato il Paese insieme ai suoi colleghi della Casta?». Detto per inciso, solo chi in passato, e forse solo fino a ieri, aveva coltivato illusioni sul “post togliattismo” dalemiano poteva dare del «venduto» a chi da sempre, e non certo da pochi lustri, ha fatto gli interessi del sistema capitalistico nazionale, prima dall’opposizione (PCI) e poi dal governo (PDS-PD). Massimo D’Alema non ha tradito la causa dei lavoratori, semplicemente perché la sua causa, da sempre, si riassume nella famigerata formula politico-ideologica che segue: Interessi generali del Paese. È questa gabbia politico-ideologica che va a mio modestissimo avviso “rottamata”. Ma so di non essere in sintonia con il… Paese. Soprattutto con la sua parte sana e onesta. Me ne farò una ragione.

Ovviamente il problema non è il vaffanculo sparato contro uno dei leader dell’opposizione antirenzista (dopo vent’anni di antiberlusconismo avvertivo il bisogno di qualcosa di nuovo!), ma il taglio politico della contestazione, in bella evidenza anche nel discorso di Landini, e che si riassume come segue: «Occorre rimettere al centro l’onestà e combattere i disonesti ovunque essi si annidino. Dobbiamo ripristinare il senso dell’Articolo 54 della Costituzione, che prescriva la disciplina e l’onore ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche. Diciamolo chiaramente: le multinazionali straniere non investono in Italia non a causa dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma per le cose che si stanno scoprendo a Roma. Evasione fiscale e corruzione: ecco cosa sta affondando il Paese. Se Renzi vuole davvero cambiare verso all’Italia deve ascoltare i lavoratori». Un’Italia dei valori con caratteristiche sindacali è dunque pronta a decollare. Naturalmente anche i pentastellati, i manettari e i sovranisti («bisogna defiscalizzare solo le imprese che investono e creano lavoro in Italia!») d’ogni razza e coloro sono della partita.

Purtroppo la tesi secondo cui il punto di vista del Paese e dei suoi interessi generali è il punto di vista delle classi dominanti, la cui ideologia domina anche la testa dei sottoposti, come aveva capito l’uomo con la barba svariati decenni orsono, è cosa talmente estranea alla cultura politica di questo Paese (diciamo di questo pianeta?), che chi la sostiene rischia di inciampare continuamente nel reato di intelligenza con il nemico. E così alle classi subalterne non rimane che l’alternativa del Demonio (o del Dominio): appoggiare di volta in volta questa o quella fazione capitalistica, questo o quel partito devoto agli “interessi generali” del Paese. «Eccoti la corda: sei libero di scegliere l’albero a cui impiccarti». Il nullatenente sentitamente ringrazia.

Come scrisse Machiavelli sulla scia di Tito Livio, il tumulto e la violenza del popolo possono aiutare il Principe a trovare la retta via del buon governo. Non a caso, mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni, Carmelo Barbagallo, neo segretario della Uil, ieri ha parlato della necessità di una «nuova resistenza» contro l’ingiustizia e il malaffare. Che “radicalismo”! Populisti e demagoghi vecchi e nuovi, di “destra” e di “sinistra”, possono insomma sperare di pescare con successo nel mare del disagio sociale e dell’impotenza politica dei nullatenenti e dei ceti medi in via di proletarizzazione.

Scriveva ieri Dario Di Vico sul Corriere della Sera: «Le due confederazioni sindacali che oggi sfileranno nelle piazze d’Italia stanno difendendo, prima di tutto, se stesse e il potere che hanno avuto nell’Italia della concertazione. Operazione legittima in democrazia, ma che si presenta modesta al confronto delle sfide che ci stanno davanti». Oggi sul Tempo Giuliano Cazzola scrive: «Sforzandosi, con buona volontà, di attribuire un significato allo sciopero generale di ieri, è possibile individuarne uno solo: l’ansia di certificare l’esistenza in vita (peraltro non in buona salute) di due delle grandi confederazioni sindacali iscritte nella storia del Paese». Quasi tutti i commentatori politici concordano nel ritenere quello sciopero un episodio della guerra intestina alla “sinistra” italiana. Questo sempre a proposito della natura politica dello sciopero generale di ieri.

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One thought on “LA NATURA POLITICA DELLO SCIOPERO TARGATO CGIL/UIL

  1. Commenti da Facebook:

    V. T.: Che i vertici sindacali ( persino UIL e UGL e CISAL) siano stati costretti a indire lo sciopero generale per motivi di propria sopravvivenza è indubbio. Se solo Renzi avesse appena appena accennato a convocarli, magari dalla porta di servizio e ricevuto da una qualsiasi delle sue ragazze pon pon. Nonostante tutto lo sciopero non sarebbe stato convocato. E’ sicuro! Diverso il significato che ha assunto lo sciopero da parte dei lavoratori e dei loro interessi. Ieri hanno respirato aria di opposizione reale e voglia di lotta. Guai ai vertici se seguissero questo percorso. La strada per loro sarebbe molto pericolosa. Per i lavoratori l’appetito vien mangiando…attraverso la lotta! Per questo il significato e l’aspetto politico dello sciopero va visto dal punto di vista dei vertici sindacali e dal punto di vista dei lavoratori.

    Sebastiano Isaia: Non mi sento di condividere il tuo ottimismo ma la riflessione che proponi mi sembra ottima per alimentare un serio dibattito. Ciao!

    V. T.: Forse non sono stato chiaro. Ho espresso ottimismo? Allora mi sono spiegato male. Da domani le diplomazie governative e l’opposizione piddina si muoveranno (e si è già mossa attraverso il ritiro della precettazione dei ferrovieri) per far aprire quella porta di servizio di cui sopra. E allora forse dovremo aspettare qualche altro anno per far scendere la CGIL in piazza.

    Sebastiano Isaia: L’ottimismo non si riferiva alla CGIL né alla “sinistra” del PD ma al punto di vista dei lavoratori di cui parli.

    V. T.: Beh, la mia esperienza mi ha sempre confermato che quando più la lotta incalza più le masse dei lavoratori prendono coscienza delle proprie forze e della propria capacità di vittoria. E in questo clima che i vertici riformisti per stare in testa devono seguire le parole d’ordine che i lavoratori impongono. Naturalmente si devono creare le condizioni oggettive (e mi pare che queste ci siano tutte) e quelle soggettive. E qui che le cose si mettono male Le cosiddette avanguardie (o il partito) sono andate ramingo e allora il mix è: Queste si formano con l’incalzare delle lotte , ma le stesse si fomentano con parole d’ordine e una visione che solo le avanguardie politiche hanno. Il classico cane che si mangia la coda e il leniniano ” che fare”?

    A. R.: Credo che le considerazioni fatte da Sebastiano siano necessarie per partire proprio da quella gente detta onesta che nella lotta crede di poter fare ciò che è giusto, allora mi pare che anche la V. T. si ponga il problema, come fare affinché ciò che mi pare stiamo pensando sia necessario per sciogliere o meglio sgombrare le ambiguità cosiddette di sinistra per avere coscienza autenticamente di classe? Perché è vero nell’ambito della Cgil dove ho militato, ho potuto verificare le difficoltà enormi dovute al fatto che a quei tempi anche la rottura tra vecchie nuovi esponenti del PCI dopo la bolognina hanno di fatto impedito un’analisi seria sul che fare, almeno a livello sindacale. Oggi è necessario che le considerazioni che stiamo facendo diventino patrimonio almeno una parte di coloro che con onestà intellettuale si pongono il problema della resistenza, della testimonianza della lotta in mezzo ai lavoratori, altra strada per ora non vedo.

    R. B.: C’è qualcuno che ha una visione un po’ troppo romanzata della realtà oggettiva, secondo la quale ci sarebbe una ripresa della voglia di lottare dei lavoratori. A scioperare siamo sempre gli stessi, e una buona parte di chi aderisce allo sciopero, preferisce adempiere ai propri impegni personali, piuttosto che manifestare.

    M. G.: Sai R. F., io piuttosto che fare numero dietro uno striscione (o anche a contenuti) del genere… se faccio sciopero…, lo faccio piuttosto andandomene al mare o facendo le ore piccole per poi alzarmi alle 3 del pomeriggio.

    Sebastiano Isaia: LOTTA DURA PER L’ABBRONZATURA!

    V. T.: Ho l’impressione che nelle lotte voi manchiate da un bel pò di tempo. Gli operai della AST, o quelli dell’ILVA o quelli che quotidianamente percorrono le strade di Roma e si scontrano con la polizia non credo abbiano voglia di farsi spaccare il cranio per farsi una passeggiata. Solo ieri a Roma vi sono stati tre spezzoni di manifestazioni, oggi ben due. E non credo che le strade di Roma e il clima sia proprio quello adatto all’abbronzatura. Certo per chi la lotta la consepisce battendo i tasti della tastiera il mondo è visto solo solo attraverso web camere! Domani vi è una manifestazione a Roma per chi lotta per il diritto alla casa perché non vi fate quattro passi e vedete se c’è o non c’è voglia di lotta! Se poi mi chiedete come mai tutte queste lotte non hanno visibilità, Come mai per chi sta sul PC o vede la TV tutto questo mondo gli è negato? Beh questo è un altro film. E’ certo che ognuno vede la realtà a seconda degli occhiali che indossa! Ma al di là di questo una cosa è certa. Che le lotte non stanno portando ai risultati che l’intensità e l’asprezza delle stesse meriterebbero. E qua torniamo al punto del partito, delle avanguardie e di come fare in modo che questi spezzoni di movimenti, che queste lotte localistiche che questi bisogni e queste esigenze abbiano la sintesi, il quid politico e lo sbocco strategico. Insomma un programma minimo per riunificare e dare strategia . E ritorniamo al “che fare”?

    R. B.: Ma che ne sai tu di quello che facciamo noi? E tu di grazia che non hai una faccia e ti nascondi dietro un banale pseudonimo (mi raccomando lascia perdere di raccontarmi le motivazione di tale scelta che tanto le troverei comunque futili). Uno come M. G., di lotte ne ha fatte moltissime, e ci ha messo non solo la faccia, ma spesso rischiando pure il culo. Ciao Sebastiano!

    V. T.: Come siete noiosi! Quando non avete argomenti tirate fuori la storiella del nick name che è insita in chi naviga in rete. (spero sappiate a cosa si ispira il mio nick name, vero!). Io non conosco le vostre storie e non mi interessano. Io parlo per quello che avete raccontato in questi post. Ho risposto alle vostre affermazioni che i lavoratori di questi tempi preferiscono andare al mare ad abbronzarsi piuttosto che lottare! E che non ci sia in giro voglia di lottare e chi lo afferma ha una visione romanzata della realtà. Se ho interpretato male queste affermazioni, ritiro quel che ho detto ed aspetto precisazioni. Se invece ho interpretato bene confermo tutto quello che ho detto. Nonostante il mio nick name.

    M. G.: Io personalmente, da sempre e fino ad oggi, NON ho ancora incontrato NESSUNO in grado di darmi lezioni di pragmatismo, in piazza ed ogni dove. Chi mi conosce, anche lontanamente, sa il perché. PUNTO. Ma rispetto a certi contenuti… CONFERMO pure ogni virgola.

    Sebastiano Isaia: Cara V. T., non inchiodarmi a una battuta: un minimo sindacale di cazzeggio (non scomodo l’ironia perché sarebbe troppo), please. Comunque, visto che oggi la giornata è bella assai e che abito vicino al mare vado davvero ad abbronzarmi. Saluto cordialmente te e gli altri lottatori di classe. Buona domenica a tutti!

    V. T.: Invece io sono costretto a rimanere chiuso in casa. Fuori piove governo ladro!

    Sebastiano Isaia: È lo sviluppo ineguale della sfiga. Ciao!

    V. T.: Ineguale e combinato. In compenso ieri sera (nel mentre eravamo in corteo a manifestare per il diritto all’abitare e contro Mafia Capitale. Il resoconto filmato a breve sul mio blog) una bella notizia Alcuni compagni di Roma Nord hanno impedito il presidio fascista di Casa Pound presidiando la piazza. Un rigurgito antifascista se vedo un punto nero lo sparo a vista!

    F. T.: Sono pessimista anch’io, ma sempre animato dall’ottimismo della volontà. E’ ovvio che l’incalzare della crisi esasperi chi viene morso più dolorosamente alle chiappe, cioè i soliti noti, ma è altrettanto vero che gli occhi giustamente incazzati sono sempre rivolti dalla stessa sbagliata parte: togliere di mezzo la casta, riportare la patria ad esser capace di competizione internazionale, ripristinare il buon capitalismo produttivo contrapposto al cattivo capitalismo finanziario e aridatece er puzzone social-keynesiano-staliniano. Autonomia di classe? Non pervenuta, per ora.

    Sebastiano Isaia: A mio avviso hai centrato il bersaglio in pieno. Ciao!

    V. T.: È questo che rende ancora non visibile la controffensiva di classe. Non sono ne le mancanze di lotte o di voglia di lottare, ma la loro poco visibilità e incisività politica per mancanza di un progetto politico, di una visione strategica. Il movimentismo , senza una guida politica e una strategia si concentra su obbiettivi transienti e immediati. Facile preda da parte o dei vertici burocratizzati riformisti politici e/o sindacali sia dall’avversario di classe. Ora io credo che la debolezza della classe sta proprio nella mancanza di avanguardia politica , perdutasi per strada o mai realmente o solo parzialmente venutasi a creare in Italia.

    F. T.: V. T., perdonami l’impertinenza, ma quando alla fine di una frase leggo le parole: in Italia, mi scatta in automatico la domanda: perché, altrove?

    V. T.: Beh in Italia siamo stati penalizzati dal togliattismo e dopo Gramsci di uomini e di cultura di classe non è che se ne è vista molta. Ma forse hai ragione. Con lo stalinismo la cultura di classe si è andata trasformandosi nell’economicismo, sia di tipo riformista che appunto stalinista (che poi è l’altra faccia della stessa medaglia, Dal punto di vista teoretico, a mio avviso). Ha prodotto più danni lo stalinismo che una intera lotta di classe condotta dalla borghesia!

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