PER CHI SUONA LA CAMPANA PETROLIFERA?

9san_123124141445fg%20(2)Cerchiamo di fare rapidamente il punto sulla sempre più scottante questione petrolifera, questa volta in relazione alla Russia di Vladimir Putin. Scrivevo lo scorso 18 ottobre:

«Ieri Putin ha dichiarato che se il prezzo del petrolio si stabilizzasse intorno agli 80 dollari al barile per un lungo periodo l’economia mondiale certamente collasserebbe. Affermando questo il virile leader russo ha inteso esprimere le preoccupazioni che in questi giorni travagliano il suo regime, la cui proiezione esterna e la cui stabilità politica interna hanno molto a che fare con il prezzo delle materie prime: in primis petrolio, gas e carbone. In effetti, la soglia minima del prezzo del greggio sotto la quale salta il cosiddetto equilibrio di bilancio è fissata in Russia intorno ai 104 dollari/barile. Oggi il petrolio russo si vende sul mercato mondiale a 92 dollari/barile. Il bilancio statale russo per il 2014 è stato redatto prevedendo un ricavo medio di 117 dollari il barile. Il bilancio del 2015 prevede ricavi medi di 100 dollari al barile».

limesA che punto è la situazione due mesi dopo? È presto detto: per la prima volta dal 2009 il prezzo del greggio Brent è sceso sotto i 60 dollari il barile. Nonostante il forte sostegno ricevuto dalla Banca Centrale, il rublo, classica petrovaluta (o valuta petrolio-dipendente), non smette di indebolirsi innescando una pericolosa fuga di capitali. Lunedì la divisa russa ha messo a segno il calo più forte in 15 anni, perdendo il 10% in una seduta, con una perdita di valore del 49% da gennaio. L’economia mondiale non è – ancora – al collasso, ma certamente quella russa sta vivendo, tra magagne petrolifere e “inique sanzioni”, un momento davvero brutto. Ieri il Wall Street Journal scriveva di una disfatta del rublo putiniano, e metteva in guardia l’Occidente dall’«avventurismo russo»: un regime ferito e indebolito potrebbe essere ancora più pericoloso. La Crimea potrebbe essere solo l’inizio di un incubo.

«Il calo del potere d’acquisto della moneta si trasmette direttamente nell’aumento del costo della vita e nella fuga (per chi i soldi li ha) verso l’acquisto di beni-rifugio come oro, immobili ecc., i cui prezzi aumentano e che pertanto sono in grado di preservare il loro valore. A crescere anche il prezzo dei beni importati in un paese che, nonostante l’originale propaganda filo-Putin messa in piedi da taluni politici nostrani che si recano a Mosca per la questua, i 12 fusi orari, il petrolio e la potenza nucleare, ha lo stesso Pil dell’Italia. A colpire sono le prospettive di crescita, che, secondo la Banca di Russia, saranno nei prossimi anni pari o attorno allo 0%: ieri l’istituto di emissione ha avvertito che la Russia rischia una profonda recessione, con un calo del Pil del 4,5% nel 2015, se il prezzo del greggio resta a 60 dollari per tutto l’anno (Notizie Geopolitiche, 16 dicembre 2014).

Come informa Askanews, il crollo del rublo degli ultimi giorni ha provocato forti critiche nei confronti delle autorità russe da parte di investitori e parlamentari: «Il calo del rublo e della borsa non rappresentano solo una reazione alla caduta dei prezzi del greggio, ma anche la sfiducia nelle misure economiche del governo», ha scritto in nottata l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin su Twitter. «Per altri la Banca centrale e la sua governatrice, pupilla del presidente Vladimir Putin, hanno valutato male la situazione, provocando un disastro. “La mancanza di iniziativa ha messo a rischio la stabilità stessa del sistema finanziario. Non sono certo che Nabiullina possa sopravvivere a questo. La credibilità della Banca centrale è a pezzi”, ha scritto Timothy Ash, analista di Standard Bank».

In base ai dati aggiornati a fine giugno estrapolati dalle statistiche della Banca dei regolamenti internazionali, le banche italiane sono esposte nei confronti della Russia per poco più di 29 miliardi di dollari (circa 23,2 mld di euro). Sono seconde alle spalle delle banche francesi (50,6 miliardi) e davanti a quelle tedesche (21,54 miliardi). «Secondo la Coldiretti, con l’effetto congiunto dell’embargo russo e del crollo del rublo, che ha reso meno convenienti le importazioni, gli acquisti del Made in Italy in Russia sono crollati di quasi 300 milioni di euro in un solo trimestre. “Siamo di fronte a una vera e propria escalation negativa della presenza del Made in Italy nel Paese di Putin con le esportazioni che si sono ridotte di 169 milioni di euro a ottobre, di 96 milioni di euro a settembre e di 33 milioni di euro ad agosto”, ha osservato la Coldiretti che ha effettuato un’indagine nel primo trimestre dall’avvio dell’embargo scattato il 7 agosto a seguito del conflitti in Ucraina sulla base dei dati Istat. A ottobre, rispetto allo scorso anno, segnala l’organizzazione che rappresenta il mondo agricolo, le esportazioni sono calate in media del 15,8%, con cali anche più pesanti che hanno interessato alcuni settori chiave, dall’agricoltura (-73,5%) alle automobili (-83,4%), dai mobili (-21,3%) all’abbigliamento (-19,4%) fino agli apparecchi elettrici (-23%). Dall’analisi è evidente che le tensioni politiche e l’andamento del rublo stanno avendo riflessi anche sugli scambi di prodotti non colpiti direttamente dall’embargo ma particolarmente significativi per l’Italia» (Italia Oggi, 17 dicembre 2014). Anche se non bisogna esagerare gli effetti dell’impatto della crisi russa sul Made in Italy (come ricorda oggi Il Sole 24 Ore, «il nostro export verso la Russia è ancora poco più del 2% del totale, anche se di grande interesse per alcuni settori»), sarebbe però sbagliato e miope sottovalutarli, soprattutto in chiave prospettica, strategica. Si spiega anche con gli interessi in ballo oggi e con quelli che potrebbero ballare nel prossimo futuro l’attivismo pro russo di molti esponenti politici italiani più o meno folcloristici. Com’è noto, anche in Germania il partito filorusso è forte, e sempre più alti si fanno i toni della fazione capitalistica tedesca ostile non solo alle “inique sanzioni”, ma anche al Trattato Transatlantico di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. L’antiamericanismo in Germania ha solide radici.

Come ricordava ieri il Post, «L’industria del petrolio e quella del gas naturale sono fondamentali per l’economia russa: insieme valgono il 16 per cento dell’intera economia del paese e circa il 70 per cento di tutte le sue esportazioni. Metà delle entrate dello Stato derivano dal petrolio e dal gas naturale (in sostanza, dagli utili delle compagnie petrolifere di proprietà pubblica). Il petrolio è così importante che il ministro dell’Economia ha annunciato una manovra economica correttiva, visto che il bilancio 2015-17 era basato su un prezzo del petrolio intorno ai 100 dollari al barile». La Russia insomma continua ad avere una struttura economica da Paese in via di sviluppo che all’interno della divisione mondiale del lavoro occupa la non invidiabile posizione di fornitore di materie prime.

Apro una piccola parentesi: il Venezuela, la cui bilancia dei pagamenti dipende al 96 per cento dalla voce Petrolio e affini, è sull’orlo del baratro, sotto forma di rischio imminente di default. Nonostante il regime chavista di Maduro stia facendo di tutto (dai razionamenti alla politica dei «giusti prezzi») per salvare il «Socialismo del XXI secolo» (sic!) e la «Suprema Felicità del popolo» (strasic!), l’economia del Paese non sembra poter reggere a lungo un prezzo del petrolio così basso. Naturalmente la Cina, grande “alleata” del Venezuela, è pronta ad assumersi le sue “responsabilità”. È fin troppo facile prevedere giorni molto bui per il proletariato e per la classe media del Paese Sudamericano così caro anche a molti chavisti basati in Occidente. Anche lì è in gioco il consenso sociale comprato con la rendita petrolifera (alcuni lo chiamano “socialismo petrolifero”: sic al cubo!). Ma ritorniamo alla Russia.

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Massimo Nicolazzi definisce la Russia uno Stato rentier: «Quando il pil di un paese è largamente tributario dell’esportazione di risorse è di uso corrente definire quel paese come uno Stato rentier, dipendente perciò per il suo budget (welfare incluso) dallo sfruttamento di un dono di natura anziché della propria capacità di esportare beni e servizi. Più un paese è tributario e più il suo benessere e la sua pace sociale sono funzione del prezzo della materia prima. Di qui, a fronte del contemporaneo scendere del prezzo del petrolio e della crisi ucraina, il riflettore si è acceso sul futuro della Russia, e sulla sua capacità di resistenza all’eventuale ridursi della rendita mineraria» (Limes, numero 12/14). A proposito: l’editoriale del citato numero di Limes dedicato alla Russia in guerra firmato da Lucio Caracciolo non lascia dubbi nei lettori: «La Russia è in guerra. Contro l’America. Di riflesso contro noi europei, suoi pallidi alleati. E se noi non vogliamo capirlo, poco importa» (Uomini verdi, uomini neri, ominicchi e quaquaraquà). Il titolo è, come si dice, tutto un programma.

Un imperialismo che vuole degnamente competere con Potenze globali del calibro degli Stati Uniti e della Cina non può avere semplicemente quella funzione. Il crollo del prezzo del petrolio e il declino di quello del gas hanno messo in luce tutte le debolezze di una Potenza basata sulle materie prime: l’imperialismo energetico con caratteristiche russe è, alla lunga, insostenibile. D’altra parte, è la stessa storia dell’Unione Sovietica che lo dimostra; come ha scritto il Professor Igor Pellicciari, «L’Unione Sovietica è crollata non per una repentina voglia di aprirsi all’Occidente, bensì perché il sistema non era più sostenibile economicamente» (Limes, 23 settembre 2014). Sistema capitalistico (sebbene con “caratteristiche russe”) al 100 per 100, aggiungo io per evitare equivoche quanto antipatiche interpretazioni.

All’indomani del varo delle sanzioni occidentali seguite all’annessione “democratica” della Crimea da parte della Russia, Putin sostenne che quelle sanzioni erano in fondo le benvenute, perché avrebbero accelerato il processo di ristrutturazione e diversificazione dell’arretrata economia russa, basata appunto sull’esportazione di materie prime – senza però dimenticare né sottovalutare il comparto-armi. Il fatto è che quel processo non è nemmeno iniziato, e che comunque esso non è né di facile attuazione, anche dal punto di vista dei costi sociali che necessariamente implica un progetto di enorme portata quale si prospetta ai leader russi, né di breve periodo.

Scrive Serghei Duz: «Il mercato delle risorse energetiche, come tutti gli altri mercati, passa attraverso cicli. Su questo mercato incidono, indubbiamente, fattori geopolitici. Adesso è la politica a determinare la linea economica. I maggiori giocatori vanno coscientemente contro il mercato. Ma ben presto l’istinto di conservazione li costringerà a ritornare al buonsenso e alla razionalità» (La voce della Russia). Mi verrebbe di aggiungere: forse. C’è naturalmente del vero in questa considerazione, ma a me essa suona più come una sorta di esorcismo. Staremo comunque a vedere.

A pagare il prezzo più salato della crisi economico-finanziaria che sta attanagliando la Russia, sono naturalmente le classi subalterne di quel Paese, alle prese con una pesante decurtazione del loro salario reale (si parla di un 40/50 per cento) e con la prospettiva di un peggioramento nella qualità del già non eccelso welfare nazionale, finanziato in gran parte con la rendita derivante dalla vendita all’estero delle materie prime estratte nel ricco sottosuolo russo. La popolarità di Putin è ancora alta, perché in Russia, come del resto altrove nel mondo, la merce patriottica si vende molto bene, soprattutto nei bassifondi della società, là dove ai nullatenenti non rimane altro bene di conforto che l’amore verso la Madre Patria: «Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze» (A. Schopenhauer). Più il «povero diavolo» diventa povero, e più ricca diventa l’offerta di merce patriottica esposta sugli scaffali mediatici. Ripeto, questo non solo in Russia, ma ovunque nel capitalistico mondo. «L’Unione Sovietica ci dava una vita miserabile, ma un grande orgoglio nazionale»: si stava meglio quando si stava peggio! Al grande orgoglio nazionale Putin vuole aggiungere un benessere diffuso: ci riuscirà?

«“Niente e nessuno fermerà la Russia nel cammino verso una democrazia che si rafforza e verso il rispetto della libertà e dei diritti umani”: così dixit Vladimir Putin in un discorso. Purtroppo, l’economia non ha molto rispetto per la magniloquenza e la crisi russa, che ieri ha conosciuto una pericolosa virata, rischia di rinfocolare tensioni e repressioni in una società che assomiglia poco a una democrazia». Così scrive oggi Fabrizio Galimberti sul Sole 24 Ore. Dal mio punto di vista è interessante monitorare gli sviluppi della crisi economica russa per vedere se essa incomincia a gettare acqua sul fuoco del velenoso sentimento nazionale del proletariato russo: le illusioni sulla democrazia, sulla libertà e sui cosiddetti diritti umani le lascio volentieri ad altri.

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4 thoughts on “PER CHI SUONA LA CAMPANA PETROLIFERA?

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