CONSIDERAZIONI PAUPERISTICHE

boradlo-uccello-616509Alessandro Mauceri rivelava ieri una scoperta davvero «sconvolgente»: nel mondo i ricchi sono sempre di meno ma, in compenso, sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre di più e, indovinate, sempre più poveri. «E questo, in barba alle promesse di tutti i leader mondiali e ai proclami delle organizzazioni internazionali» (Notizie Geopolitiche, 20 gennaio 2015). Vai a fidarti dei leader internazionali e delle organizzazioni internazionali! E la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi anni fino a diventare assurda». Andiamo bene! Personalmente propendo per una visione pessimistica delle tendenze in atto: il genere catastrofista mi intriga assai, non posso negarlo.

Però, caro Mauceri, se posso permettermi la confidenza, perché definire «assurda» questa tendenza? Io la trova al contrario abbastanza logica, e difatti i dati contenuti nel rapporto Grandi disuguaglianze della Oxfam International, pubblicato l’altro ieri in concomitanza con il World Economic Forum che si sta svolgendo in questi giorni a Davos (Svizzera), non mi sconvolgono affatto. Anzi, confermano certe mie bizzarre idee sul Capitalismo maturate alla luce di vecchie e recenti letture “economiche”. E non alludo al celebre libro di Thomas Piketty, la bibbia dei progressisti del nostro tempo, che pure ho letto con una certa curiosità. Assurdo, cioè disumano, è semmai il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che rende possibile ogni sorta di miseria sociale, compresa quella “materiale” che tanto impressiona i teorici del capitalismo dal volto umano – o solo un tantino meno disumano: chi troppo vuole…

Sul settimanale americano Times pubblicato il 25 marzo 2013, Michael Schuman si chiedeva, commentando le ultime statistiche sulla distribuzione della ricchezza – e della povertà – nel mondo, se per caso la crisi internazionale degli ultimi anni e quelle statistiche non avessero confermato le tesi anticapitalistiche del vecchio ubriacone di Treviri. «Scriveva Marx: ”L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto” (1). Un dossier sempre più nutrito di prove empiriche alimenta il sospetto che avesse ragione. È tristemente facile imbattersi in statistiche secondo cui i ricchi stanno diventando sempre più ricchi mentre la classe media e i poveri stanno a guardare. […] Tutti pensavano che Karl Marx fosse morto e sepolto. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il grande balzo in avanti della Cina verso il capitalismo, il comunismo era diventato una specie di sfondo pittoresco, buono per i film di James Bond o per gli slogan deliranti di Kim Jongun». Naturalmente qui Schuman fa riferimento al Capitalismo di Stato di stampo stalinista/maoista spacciato per decenni, anche dai Fondamentalisti Stalinisti/Maoisti occidentali, per «socialismo reale», e che dunque con il povero “profeta” tedesco non avevano nulla – assolutamente nulla – a che spartire. Ma, com’è noto, la storia la scrivono i vincitori, e non c’è dubbio che per decenni, almeno fino al fatidico 1989, i “marxisti”, ossia gli stalinisti d’ogni confessione ideologica, stessero dalla parte dei vincenti. Ecco perché bisogna sorridere malignamente quando il Nostro scrive che la Cina è «il paese marxista che ha voltato le spalle a Marx». Sul presunto «socialismo con caratteristiche cinesi» rimando ai miei post sul Celeste Capitalismo e al mio studio sulla storia cinese.

«Il divario tra ricchi e poveri – continuava Schuman – rischia di diventare esplosivo anche in Cina. Nei mercati emergenti lo scontro tra ricchi e poveri sta diventando un motivo di preoccupazione per la politica. Contrariamente a quanto pensano molti statunitensi ed europei, la Cina non è il paradiso dei lavoratori». Ecco, nella mia pur modesta dimensione intellettuale questo lo avevo capito già alla fine degli anni Settanta, quando ancora non pochi compagni-ragazzini del cosiddetto Movimento pregavano col viso rivolto verso Tienanmen: «Marx è grande e Mao è il suo Profeta».

A proposito di Cina, un Paese sempre più affamato di energia, non si può non ricordare il suo decisivo apporto alla benemerita opera di trasformazione delle terre agricole (soprattutto quelle africane) in giacimenti di biogas. L’arrampicata ai vertici del Capitalismo mondiale non è un pranzo di gala, dalla rivoluzione industriale inglese in poi.

Scriveva Silvia C. Turrin commentando l’intenzione dell’Eni di produrre biocarburante sfruttando terreni agricoli nella Repubblica Democratica del Congo: «Sottrarre terra destinabile alla produzione alimentare, per ottenere invece bioetanolo e biodisel è eticamente irrazionale, soprattutto se vengono utilizzati terreni dell’Africa, un continente che ha bisogno di sfamare milioni di suoi abitanti. La produzione di biocarburanti è un metodo basato ancora su logiche colonialiste ed eurocentriche, che considerano l’Africa come uno spazio di conquista e di sfruttamento. A pagarne le conseguenze sono sempre i più poveri» (Corsa alle terre africane, Società Missioni Africane). Ora, ancorché umanamente irrazionale, sul fondamento della società capitalistica la trasformazione del cibo in biocarburante mentre in molte parti del pianeta la gente continua a morire di fame è un fatto logico, del tutto razionale, che non andrebbe quasi commentato. Piuttosto, i riflettori della critica andrebbero puntati sulla maligna logica del profitto, e dunque, come dicevo sopra, sui rapporti sociali che rendono non solo possibile ma assolutamente necessario la trasformazione di tutto e di tutti in altrettante occasioni di profitto. La disumana razionalità del Capitale trionfa sempre di nuovo a causa di una prassi sociale orientata in modo sempre più stringente e totalitario in senso economico. Volere imporre al Capitale una razionalità, una logica e un’etica che non possono appartenergli, mi sembra uno sforzo di gran lunga più “utopistico” di quello che propone l’autentico anticapitalista, il quale almeno ha capito quale radice andrebbe estirpata per orientare la comunità umana in senso umano.

«Anche in Italia», scrive la Turrin, «c’è un intenso fermento verso il “ritorno alla terra”, in cui è centrale il recupero di un maggiore rispetto e di una vera armonia con la natura. Il documentario Terra Madre del regista bergamasco Ermanno Olmi ne è un bell’esempio; in esso si auspica che “saremo la generazione che riconcilierà il genere umano con la terra”. Questo auspicio appare però ancora molto lontano dal realizzarsi». In realtà si tratterebbe di riconciliare l’uomo con un’esistenza autenticamente umana: più che di ritornare alla natura dovremmo piuttosto andare verso l’umano, cosa impossibile se non usciamo dalla vigente dimensione sociale. Ma alle soglie dell’utopia più sfrenata è meglio arrestarsi!

africaiStock_000016132248SmallRitorniamo quindi agli «sconvolgenti» risultati del lavoro della Oxfam commentati con umano coinvolgimento da Mauceri: «Secondo la Oxfam, dall’inizio della crisi economica mondiale ad oggi la ricchezza si è concentrata in modo abnorme nelle mani di poche, anzi di pochissime persone. Lasciando miliardi e miliardi di persone a morire di fame. E la situazione pare potrebbe peggiorare ulteriormente nel prossimo futuro: in base alle proiezioni elaborate, nel 2016 la ricchezza concentrata nelle mani dell’1% della popolazione mondiale sarà addirittura maggiore di quella del restante 99% degli abitanti del pianeta. Il rapporto Oxfam sottolinea che “l’esplosione della disuguaglianza frena la lotta alla povertà in un mondo dove oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, e 1 su 9 non ha nemmeno abbastanza da mangiare”. Negli ultimi anni, l’1% della popolazione ha visto crescere la propria ricchezza dal 44% del 2009 al 48% del 2014 (supererà il 50% nel 2016). Per contro l’80% della popolazione globale disporrebbe di meno del 5,5%».

Come diceva il barbuto di Treviri, la ricchezza a un polo e la miseria (assoluta o semplicemente relativa la sostanza non cambia) al polo opposto si presuppongono vicendevolmente. Perché, dunque, meravigliarsi? Certo, se si nutrono illusioni intorno a un assetto “meno distorto” (sic!) della vigente società mondiale, ci si espone a molte scoperte sconvolgenti. Per chi ha capitali liquidi da investire in acquisizioni di qualsiasi genere, la crisi rappresenta un’opportunità irripetibile. Come sanno storici ed economisti, la crisi economica, come la guerra, è un potente fattore di concentrazione della ricchezza sociale. La crisi economica non è mai stata un gioco a somma zero: alcuni, relativamente pochi o pochissimi, vi trovano il terreno fertile per arricchirsi di più; altri, la stragrande maggioranza degli individui, vi recitano invece il ruolo dei perdenti. Vecchi ricchi si arricchiscono di più alle spalle di altri ricchi finiti in malora. Nuovi ricchi si affacciano alla ribalta, sfruttando al massimo le disgrazie altrui, secondo l’antico adagio Mors tua vita mea. La marxiana (ma anche nietzschiana) svalorizzazione di tutti i valori fa godere alcuni mentre getta nella disperazione altri. I ceti medi lottano disperatamente per non cadere nel girone infernale del proletariato, i salariati accettano condizioni di lavoro e di esistenza sempre peggiori pur di non precipitare nel baratro della disoccupazione, non raramente coltivando cattive idee contro i miserabili di un altro colore arrivati da chissà dove giusto per “rubargli” il lavoro o deprimere i già magri salari. Alla fine, sopravvivono solo i più forti e i più capaci di adattamento.

È il bellum omnium contra omnes di Hobbes che, come notò una volta Marx, tanto influenzò Darwin attraverso la mediazione di Malthus: «È notevole il fatto che, nelle bestie e nelle piante, Darwin riconosce la sua società inglese.  Mentre Hegel nella Fenomenologia raffigura la società borghese quale “regno animale dello spirito”, in Darwin il regno animale è raffigurato quale società borghese» (2). In qualità di individuo capitalistico mediamente sensibile, sento di dover chiedere scusa agli animali a nome dei miei simili, i quali si sono compiaciuti di proiettare nel mondo animale magagne squisitamente sociali, come quelli registrati dal mitico Coefficiente di Gini (3).

Secondo Roberto Barbieri, direttore Generale di Oxfam Italia, «I più poveri sono poi colpiti due volte: perché hanno accesso a una fetta più piccola della torta e perché in assoluto ci sarà sempre meno torta da spartirsi, visto che la disuguaglianza estrema impedisce la crescita». Come uscire da questo circolo vizioso? Basteranno le miracolistiche misure keynesiane ormai invocate praticamente da tutti i leader (Papa compreso) del Capitalismo avanzato? Male che vada, si potrà sempre dare la colpa al rigorismo tedesco. Oppure i lavoratori di tutto il mondo potrebbero decidere di ingoiare l’intera torta! La vedo dura… (4).

«Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% della popolazione possiede più di tutti noi messi insieme», ha detto Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International.  Certo che no! Ma che fare? «La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e nonostante le molte questioni che affollano l’agenda globale, il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem, con ritmi di crescita preoccupanti». No, non è dalla Byanyima che possiamo attenderci delle risposte intorno al Che fare? Forse qualcosa otterremo  dal citato Barbieri: «Se il quadro rimane quello attuale anche le élite ne pagheranno le conseguenze». E questo è già qualcosa…

2(1) K. Marx, Il Capitale, I, p. 706, Editori Riuniti, 1980.
(2) Lettera di Marx ad Engels del 18 giugno 1862, in Lettere sul Capitale, p. 44, Laterza, 1971.
(3) «Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, uno studioso di statistica, Corrado Gini, si rese conto che non è importante solo la quantità di ricchezza prodotta da un Paese, ma il modo in cui questa è distribuita sul territorio. Per questo ideò un sistema per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza, un numero, compreso tra 0 ed 1: un valore basso dell’indice di Gini indica una distribuzione abbastanza omogenea; per contro un coefficiente di Gini alto è indicativo di una distribuzione diseguale: il valore 1 corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisce tutto il reddito di un Paese, mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. […] L’indice di Gini, come hanno dimostrato i dati raccolti nel corso degli anni, è in crescita in molti Paesi del mondo (primi fra tutti quelli più industrializzati come USA, Cina e Italia). Ad esempio, nel 1995, in Italia era di 0,273, l’ultimo dato disponibile dice che avrebbe superato quota 0,32 – e continua ad aumentare» (A. Mauceri). Lo scorso dicembre l’OCSE ha pubblicato dati, sempre basati sul coefficiente Gini, che attestano come «Negli anni della crisi il divario tra ricchi e poveri è fortemente aumentato e non è mai stato così ampio da 30 anni a questa parte» (Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2014).
(4) «Il cittadino Weston ha dimenticato che la zuppiera nella quale mangiano gli operai è riempita dall’intero prodotto del lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non è né la piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma soltanto la piccolezza dei loro cucchiai» (K. Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865, p. 38, Newton, 1976). Di qui, la necessità per gli operai, per un verso di munirsi di cucchiai sempre più grandi (ossia di salari sempre più alti), e per altro verso, rafforzati da questa lotta per la sopravvivenza organizzata a spese del profitto e delle rendite parassitarie, di impossessarsi dell’intera zuppiera. Per fare di tutti gli individui dei lavoratori?  È questo il comunismo secondo Marx? A mio avviso no. Per Marx si tratta di fare di tutti gli individui anzitutto degli uomini, degli «uomini in quanto uomini», come soleva scrivere, e questo lo si ricava da tutti i suoi scritti: da quelli “giovanili” a quelli “maturi”. Ma se non si passa attraverso l’eliminazione rivoluzionaria del lavoro salariato, ossia del lavoro dominato e sfruttato dal Capitale (non importa se “pubblico”, “privato” o “comunale”…), non è possibile concepire, anche solo idealmente, la comunità degli uomini autenticamente umani. Non a caso il comunista tedesco finisce il suo saggio polemico nei confronti del malcapitato «cittadino Weston» come segue: «Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale. […] Essi mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla liberazione definiva della classe operaia, cioè all’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato» (p. 117).  Dove esiste lo sfruttamento del lavoro e la stratificazione classista della società che lo presuppone e lo genera sempre di nuovo, non può esistere autentica umanità, se non come ribellione a una condizione disumana e disumanizzante.
Insomma, piccolo o grande che sia, il metaforico cucchiaio è la croce dei nullatenenti. Anche perché nel frattempo il Capitale è diventato infinitamente più forte ed esperto (vedi, ad esempio, le politiche inflattive volte a difendere i profitti) dai tempi in cui l’umanista di Treviri impallinava il «cittadino Weston».

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