UN CATTOCOMUNISTA AL QUIRINALE?

mattarella-636812Il pezzo che segue è stato scritto ieri.

Come ricordava ieri Fausto Carioti su Libero, in vista delle elezioni politiche del 2006, che porteranno al successo (molto relativo) dell’Unione di Romano Prodi, Sergio Mattarella disse di avere in comune molte più cose con i “comunisti” di Armando Cossutta che con i radicali di Marco Pannella, i cui valori di riferimento si risolvono, sempre secondo l’ex pupillo di Ciriaco De Mita, in un’inaccettabile individualismo in campo economico e sociale. I radicali, sentenziò allora il “cattolico adulto” siciliano, ci farebbero perdere voti perché i loro valori etici sono distanti da quelli che da sempre sono al centro della concezione solidaristica e comunitaria della vita cara al popolo di sinistra. È in posizioni di tal fatto che bisogna ricercare il significato più profondo di un termine politologico di italianissima marca  ritornato in auge negli ultimi giorni: “cattocomunismo”.

Di Pannella e dei radicali non la pensavano diversamente i “comunisti” del PCI, i quali negli anni Settanta appoggiarono le campagne per i “diritti civili” promosse appunto dal PR solo dopo averle osteggiate, sabotate e comunque stemperate attraverso un meticoloso lavoro di mediazione con le “masse cattoliche” che votavano DC. L’individualismo piccolo borghese dei radicali fa il gioco dei reazionari perché tende a spaccare le masse popolari: questo l’argomento usato allora dai “comunisti” contro il partito di Pannella. Analogo discorso il PCI in odor di “compromesso storico” scagliava contro le «avanguardie studentesche e operaie», il cui «radicalismo piccolo borghese» indeboliva il «fronte di classe» e offriva facili pretesti alla reazione: «Compagni, ricordate la lezione cilena!».

Com’è noto, il tasso di laicità dei togliattiani è sempre stato oggetto di critica e di scherno da parte di socialisti, repubblicani e forze “laiciste” di varia tendenza, che non perdoneranno mai al PCI il “vizio d’origine” rappresentato dalla costituzionalizzazione dei Patti Lateranensi (Art. 7). Che poi oggi Pannella saluti l’elezione di Mattarella con un «Dio ce l’ha mandata buona», ebbene questa bizzarria forse si spiega con la tendenza manifestata ultimamente dal vecchio trombone radicale ad annettersi svariati personaggi: da Papa Francesco al Dalai Lama, da Giorgio Napolitano a George Soros, da Eisenhower a Gandhi,  e così via. Chissà se pur di non ammettere di averla sparata troppo grossa questa volta, il vecchio Marco berrà la favola dell’«Einaudi cattolico» messa in giro da ciò che rimane della mitica corrente demitiana. Piero Ostellino continua invece a non avere dubbi sulla natura antiliberale di Mattarella: «Matteo Renzi ha riesumato, come presidente della Repubblica, un vecchio democristiano di sinistra, quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico» (Il Giornale, 1 febbraio 2015). Musica per le orecchie della “sinistra – ma anche della “destra” – antimercatista”.

Sempre a proposito di cattocomunismo, una vignetta di Mauro Biani pubblicata ieri dal Manifesto recitava: «Siamo vissuti berlusconiani, moriremo democristiani. Può essere un passo avanti». Per la “sinistra” di Miserabilandia la cosa potrebbe pure stare in questi ottimistici termini. D’altra parte, sulla natura conservatrice del sedicente quotidiano comunista non ho mai avuto dubbi. Ricordo, ad esempio, che negli anni Novanta Il Manifesto, avvezzo a ingoiare giganteschi rospi pur di eliminare dalla faccia della terra il Cavaliere Nero di turno (da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Renzi), deplorò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale perché la nuova formazione politica «svendeva l’anima sociale» del vecchio MSI al campione del “liberismo selvaggio” e della “sottocultura televisiva”. «Fini e An», disse invece Mattarella il 9 aprile 1994, «per la smania di occupare il governo hanno accettato senza difficoltà l’inquietante proposta di Bossi di spaccare l’Italia, barattando il federalismo con la promessa di presidenzialismo». Ecco perché oggi giornalisti di stampo “liberale” come Piero Ostellino e Nicola Porro, che giustamente definiscono Mattarella nei termini di un classico «esponente dell’establishment conservatore che è solito cambiare qualcosa affinché nulla cambi» («in confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista», ha detto ad esempio lo spassoso De Mita), si domandano con angoscia come ci si possa entusiasmare per un esponente della «preistoria della prima repubblica, per l’unto da De Mita, per la scelta di un uomo della sinistra dc (che era vecchia e pallosa anche allora quando comandava). Ma ci rendiamo conto, Mattarella». Proprio questo profilo politico rende simpatico il grigio e compassato Sergio al conservatore sinistrorso: «C’è Stato», esulta oggi Il Manifesto. C’è Stato, c’è Stato, altroché se c’è lo Stato!

Ecco cosa invece pensava del “comunismo” il nuovo Presidente della Repubblica: «Sono personalmente convinto, avendo sempre militato in una forza politica che ha contrastato il comunismo, quando questo era forte e comandava in molti Stati d’Europa, che l’ideologia comunista o, volendo essere più precisi, il marxismo-leninismo, rappresenti una negazione della libertà e sia in conflitto, insuperabile, con i principi di una democrazia liberale». Può darsi. Ciò che è certo, almeno all’avviso di chi scrive, è che il “comunismo” «o, volendo essere più precisi, il marxismo-leninismo» di cui parlava il democristiano siculo, era in conflitto insuperabile con la teoria e, soprattutto, con la prassi dell’autentico comunismo, mai sperimentato in nessun luogo del pianeta nemmeno in una sua forma rozza o incompiuta. Ovviamente non mi sorprende affatto che Mattarella non abbia colto l’abissale differenza che passa tra il comunismo e lo stalinismo (che del primo è la più cruda negazione): non ci sono riusciti nemmeno fior di intellettualoni “comunisti”!

Insomma più che di cattocomunismo*, a proposito dei «cattolici che guardano a sinistra» si dovrebbe parlare piuttosto di cattostalinismo, o cattostatalismo. Ma queste sono quisquilie politologiche, pinzillacchere dottrinarie, mi rendo conto. E allora concludiamo con qualcosa di serio!

Le prime parole del nuovo Capo di Stato hanno commosso chi pensa ossessivamente, dalla mattina alla sera, alla cattiva esistenza «degli ultimi»: «Il mio pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. È sufficiente questo». Sì, come prima esternazione di sobria banalità può bastare. È sufficiente quantomeno a convincere Norma Rangeri a una cauta apertura di credito: «Capiremo se le prime frasi pro­nun­ciate dal Presidente della Repub­blica sono sol­tanto parole o diven­te­ranno fatti. Per­ché la par­tita non si gioca tra i mille scesi in campo tra le mura del parlamento, ma tra i milioni di lavo­ra­tori e fami­glie ita­liane che sono al collasso» (Il Manifesto, 31 febbraio 2015). Sento puzza di «convergenze parallele»…

«”Se fossi in Parlamento voterei Mattarella come presidente della Repubblica”. Lo afferma il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, interpellato telefonicamente: “Considero che sia la figura adatta, con l’autonomia necessaria per far applicare e far rispettare i principi della nostra Costituzione. E in più – prosegue Landini – in un momento di distacco e di sfiducia delle persone dalla politica, considero l’etica e la moralità con cui Mattarella ha fatto politica un punto e una qualità molto importanti”» (Il Secolo XIX, 30 gennaio 2015). Molti sostenitori della “Rivoluzione Greca” ancora in corso non la pensano diversamente, e con ciò essi mostrano una stringente coerenza – e non faccio dell’ironia: tutt’altro”! Non c’è che dire, i lavoratori italiani si trovano in mani sicure: quelle degli onesti servitori del Superiore Interesse Nazionale. D’altra parte, dai figli e dai nipotini del togliattismo-berlinguerismo non ci si poteva aspettare di meno.

mattarella-636806* Scrive Francesco Cundari: «Quale sia l’origine del termine è difficile dire. Il dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro ne data la nascita al 1979. Ma già l’anno prima lo si ritrova in un libro di Enzo Bettiza (“Il comunismo europeo”) dove l’autore definisce le Brigate rosse “una sorta di esasperazione estremistica del compromesso storico”. […] Storicamente, il riferimento più naturale è al gruppo di Franco Rodano, fondatore del Movimento dei cattolici comunisti, poi confluito nel Pci, dopo avere incrociato varie esperienze con altri giovani provenienti da esperienze associative di area cattolica, come il già citato Ossicini e Antonio Tatò, che molti anni dopo sarebbe diventato il più stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. E così, dopo essere stato a lungo un ascoltato consigliere di Palmiro Togliatti, Rodano avrebbe esercitato, anche attraverso Tatò, una forte influenza su Berlinguer, tanto da essere ritenuto da molti il vero ispiratore del compromesso storico» (Il Foglio, 30 gennaio 2015). Questo a proposito di cattostalinismo e, in un certo senso, di “album di famiglia”: «Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo, imparavamo allora, è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale» (R. Rossanda, Il Manifesto, 28 marzo 1978). Che brutto album!

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One thought on “UN CATTOCOMUNISTA AL QUIRINALE?

  1. Commenti da Facebook:

    Scrive A.: Mi sono parecchio stizzito, ieri sera sentendo distrattamente le notizie del TG 5, (di solito non ascolto la menzogna teletrasmessa, né leggo quella illustrata e istituzionalizzata dei giornali, i lauti finanziamenti statali fanno in modo che l’informazione nel Bel Paese è prona al potere che è poi il segreto di Pulcinella), per il semplice fatto che il commentatore, esaltando l’elezione presidenziale di Mozzarella, con lingua patinata da furiose leccate di culo, ne esaltava la sobrietà, muovendosi per Roma con la Fiat Panda della figlia e che nel corso della vita ne aveva cambiate sobriamente ben 13. SOBRIETA’ è stata la parolina, reiterata più volte, che mi ha indispettito e mi ha precipitato con la mente ai giorni dell’innalzamento al soglio, del SOBRIO Monti che indossando un SOBRIO loden in compagnia della Sobria ministra Fornero, ha sodomizzato a sangue il ceto medio e i lavoratori del Bel Paese. Un campanello d’allarme è risuonato nella testa al lemma SOBRIETA’ che ritengo sia, invece, termine che di questi tempi, ben si confà ai lavoratori, costretti volenti o nolenti, forzatamente a tirare la cinghia. Voi vedere Sebastiano, che SOBRIAMENTE si prospetta un’ulteriore infiammazione del plesso emorroidario per eccessivo strofinio al deretano italico? Quello da sempre dei soliti noti ovviamente! Non voglio morire sobriamente democristiano!

    V.: Appena eletto e già ve lo sbranate. Sono sicuro che chiunque fosse stato eletto ci sarebbe stato una vomitata di insulti immediati dall’Italia (non dico per te M., ma e l’andazzo del fatalismo siculo). Lasciategli almeno una settimana per esprimersi prima di massacrarlo.

    M.: A me sta tanto simpatico, veramente. Un po’ grigio forse…

    V.: Lo so M., ma non c’è scelta. Che ti stia simpatico o no. Che abbia fatto qualcosa di sbagliato nella sua vita o no. Che sia una persona in gamba o no. Non ha importanza. Se e al potere e al pasto degli insulti degli Italiani, prima ancora che abbia mosso un dito. Perché il solo piacere che e rimasto agli Italiani e di insultare chi è al potere. E poi comunque il Presidente della Repubblica in Italia conta meno del due di coppe con la briscola a mazze, e l’Italia conta ancora meno.

    Ah, V! Se solo mi degnassi di leggere le cose che pubblico invece di fermarti alle figure! A volte sembri quelli che criticano i film senza vederli. Se facessi lo sforzo di leggerli, scopriresti ad esempio che niente per me è più ingenuo che accusare questo o quel politico dei mali di un paese. Ammanettare i corrotti, mettere alla gogna i disonesti sono piuttosto gli slogan con cui Grillo (per il quale, se non sbaglio, nutri o nutrivi stima) s’è costruito una solida carriera. Per me un politico, chiunque egli sia, rappresenta una FUNZIONE che si è già creata DA SÉ prima che egli si sia offerto di coprirla. “Una funzione che si crea da sé? E com’è possibile?”, ti chiederai. È possibile perché, in occasione di una particolare congiuntura storico-geografico-politica che riflette un panorama sovranazionale, si rendono necessarie delle particolari procedure nell’amministrazione della sfera pubblica richieste da un insieme complesso di forze e interessi, convergenti o in conflitto. Sono queste urgenze che creano i ruoli – sempre nuovi, “customizzati” – che solo dopo si incarnano in Barach Obama, David Cameron, Matteo Renzi o Kim Jong-un. In questo senso dico che la politica somiglia più alla Fisica (alla Dinamica, in particolare) che alla Scienza dell’Organizzazione. È questo genere di dinamica – che poi è il vero oggetto in esame negli articoli di Sebastiano o di certe minchiate che scrivo anch’io – che crea i “posti” che solo dopo vengono coperti dai politici. Pertanto, per quello che mi riguarda, che ad occupare un particolare “slot” dell’amministrazione dello Stato (ad esempio, la presidenza della Repubblica nel presente quadro politico) ci sia Sergio Mattarella o Gandhi, importa veramente poco: if he didn’t fit the role – se non facesse quello che la funzione (più grande di lui e di tutti i politici messi insieme) gli prescrive, in quel posto ci durerebbe 30 secondi. Scusami se mi sono dovuto dilungare, ma questo è il riassunto più breve che posso farti dei post che pubblico per evitarti la pena di leggerli. Quelli su cui ti fermi tu preso dall’impulso irresistibile di criticarli – intendo dire, i titoli spiritosi e le caricature – servono solo ad attirare l’attenzione del lettore. Per il resto, se ce l’hai coi siculi, fammi una cortesia, prenditela coi siculi. Io non lo sono, né la mia forzata permanenza nell’isola mi ci farà diventare mai.

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