FERMENTAZIONE GRECA

obama-gr_fQuelli che vogliono salvare il capitalismo
dai capitalisti tifano Tsipras (G. Ferrara).

1.
«La Grecia», ha dichiarato il “comunista non rivoluzionario”, nonché Ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, «ha bisogno della Germania, che si è trovata nel passato nella sua stessa situazione, cioè umiliata dagli altri paesi e in una pesante depressione, quella che il secolo scorso ha portato all’ascesa del nazismo. Il terzo partito del Parlamento greco è il partito nazista. Credo che di tutti i Paesi europei la Germania possa capire questa semplice notizia: quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa, e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel, questa nazione prima o poi fermenta». Il simpatico Varoufakis dice il vero; come facevo osservare qualche giorno fa, «Quando la miseria incalza e la “coscienza di classe” latita, persino una minestra calda garantita tutti i giorni, e magari un fucile in spalla per difendere la “dignità nazionale” dai cattivoni di turno, possono apparire agli occhi di milioni di persone azzannate dalla crisi quanto di meglio possa offrire loro il pessimo mondo che li (ci) ospita».

Il fatto è che, contrariamente a quanto ritengono molti militanti della “sinistra radicale”, lo stesso successo elettorale di Syriza testimonia l’assenza di “coscienza di classe” lamentata sopra. Dal punto di vista di chi mantiene ferma la necessità di sradicare il vigente dominio sociale mondiale, e che si muove nel quotidiano in vista  di quell’obiettivo (affrontando le ineludibili e tutt’altro che facili questioni poste dalla dialettica fra “tattica” e “strategia”), Syriza è parte del problema, non ne è la soluzione, nemmeno in una sua forma abbozzata e non ancora precisata. La stessa politica estera del governo Tsipras, che ammicca sfacciatamente all’imperialismo russo per acquistare peso politico nella contesa fra partner europei e per soddisfare l’orgoglio sovranista del popolo greco (quando non si ha pane da offrire agli affamati si può sempre vendere loro un po’ di sano e virile orgoglio nazionale), rende oltremodo evidente quanto appena detto.  Ritornerò tra poco su questo punto.

Dichiarava ieri Marianella Kloka, attivista greca di Mondo senza Guerre e senza Violenza: «In quattro ore si è organizzata ad Atene una manifestazione in piazza Syntagma, ripetuta anche a Salonicco. Gli slogan della manifestazione di oggi: Non ci lasceremo ricattare. Non ci arrendiamo. Non abbiamo paura. Non ci tireremo indietro. La gente è indignata per la crudeltà con cui la BCE ha risposto alle proposte del governo greco e si ribella ai ricatti. La settimana prossima, in coincidenza con la riunione dell’Eurogruppo, scenderemo di nuovo in piazza in tutte le città greche con gente di ogni età. Questa situazione di asfissia sociale non può continuare, né in Grecia, né nel resto d’Europa. Il fallimento del sistema è ogni giorno più chiaro. Abbiamo l’obbligo di spiegarlo e di cambiare le cose insieme a tutti i popoli d’Europa». Certo, nella testimonianza appena riportata si coglie la rabbia, l’insofferenza, la voglia di reagire a una situazione sempre più intollerante; insieme, però, a una grande confusione per ciò che concerne la ricerca delle vere cause dell’asfissia sociale che ha colpito milioni di persone (lavoratori, disoccupati, pensionati, ceto medio declassato) e nell’individuazione dei veri nemici. Veri, beninteso, dal punto di vista critico-rivoluzionario, ossia da una prospettiva autenticamente anticapitalista. Inutile farsi illusioni “rivoluzionarie” a tal proposito: nel breve e nel medio termine, in Grecia come altrove in Europa e nel mondo, quella prospettiva farà una fatica mostruosa per iniziare a penetrare fra i nullatenenti e fra le persone umanamente più sensibili appartenenti alle diverse classi sociali. Le sirene sovraniste e populiste, di “destra” e di “sinistra”, oggi nuotano come pesci nel mare della crisi sociale e della disperazione, mentre il rivoluzionario che non vuole farsi inglobare nel Fronte Nazionale (o Unità Nazionale, o Fronte Popolare: chiamate come volete la sudditanza del “popolo” al Moloch nazionale, la sostanza non cambia di un atomo) rischia di passare fra le masse disperate e prive di coscienza critica alla stregua di un traditore della patria, quale d’altra parte egli è a tutti gli effetti. Dove c’è patria c’è dominio di classe, ho scritto qualche giorno fa; purtroppo i proletari oggi (e domani? e dopodomani?) non la pensano affatto così. Cosa che tuttavia non rende meno vera quella tesi.

«Non siamo una colonia della Merkel», si leggeva su un cartello esibito da un dimostrante durante la manifestazione ateniese dello scorso giovedì; è precisamente questo spirito nazionalista che bisogna combattere, cercando di fare capire ai lavoratori e ai disoccupati che siamo tutti una colonia del Capitale, a prescindere dalle sue “declinazioni” nazionali, religiose, politiche. L’invito rivolto a suo tempo al proletariato di tutte le nazioni a unirsi in una sola gigantesca unione rivoluzionaria non ha nulla di ideologico e, alla luce del capitalismo totalitario del XXI secolo, non è invecchiato neanche un po’: anzi, quel grido di battaglia è più attuale che mai. Ho scritto attuale, non di facile ricezione, perché qui non si fa della facile demagogia.

2.
La crisi economica, osservava Marx, è il secchio di acqua gelida gettata in faccia a una società ipnotizzata dalla fantasticheria, coltivata per anni e a volte per decenni, secondo la quale la ricchezza sociale può essere creata miracolosamente attraverso la circolazione della stessa ricchezza da una tasca all’altra (come avviene anche attraverso l’intermediazione fiscale gestita dallo Stato), o dalla moltiplicazione di valori-capitali puramente fittizi. Ma la bolla finanziaria, alimentata sia dal “pubblico” che dal “privato”, prima o poi scoppia, provocando morti e feriti, virtuali e reali, e rimettendo le cose sui piedi. Ci si accorge, allora, che molti hanno condotto un’esistenza di gran lunga superiore alle loro capacità di generare ricchezza, e a quel punto anche chi ha concesso loro facile credito rimane fregato. Il debito da virtuoso che era si capovolge in peccato: Schuld!

La crisi internazionale che ha investito l’Occidente a iniziare dagli Stati Uniti ha avuto almeno il merito, diciamo così, di ricordarci come il presupposto della stessa speculazione finanziaria sia radicato nel processo di accumulazione del capitale, ossia nello sfruttamento produttivo del “capitale umano”, come ben sanno i cultori della cosiddetta economia reale. Anziché prendersela solo con i tedeschi e con la Troika, gli europei meridionali farebbero bene a puntare i riflettori soprattutto sulla struttura capitalistica, relativamente arretrata e fortemente parassitaria, dei loro Paesi, le cui leadership nazionali hanno rinviato decennio dopo decennio lo scioglimento dei tanti nodi strutturali che hanno impedito l’ammodernamento dei relativi sistemi, sia per non intaccare interessi consolidati e rendite di posizione, sia per non fare i conti con la inevitabile perdita di consenso politico e con i conflitti sociali connessi alle “riforme”. Insomma, gli interessi capitalistici della Germania non sono più odiosi degli interessi capitalistici dei Paesi che oggi fanno la voce grossa contro «l’ottusa e insostenibile politica dell’austerity». «Nella drammatica vicenda della Grecia le cose si fanno quasi folli», scrive Paul Krugman sul New York Times. Si tratta però di un braccio di ferro fra interessi capitalistici contrapposti, ed è urgente demistificare le cose.

«Il problema di Atene», scrive Giorgio Arfaras, «non è l’onere del debito, ma la difficoltà di finanziare la crescita della spesa sociale ricorrendo all’aumento del prelievo fiscale. […] Concludendo, i limiti della Grecia erano e sono: 1) una base fiscale insufficiente, 2) una base industriale insufficiente» (Limes, 5 febbraio 2015). È questo il nodo strutturale che deve sciogliere qualsiasi partito oggi vinca le elezioni in Grecia, a prescindere dalla sua permanenza nell’area della moneta unica e della stessa Unione Europea.

Scusandomi con il lettore, mi concedo l’autocitazione che segue: «A Piketty “Sembra necessaria la leva della tassazione. Penso a un’imposta progressiva e trasparente sul capitale a livello internazionale. L’ideale sarebbe di poter tassare tutte le grandi fortune a livello mondiale, da quelle americane a quelle mediorientali, dai patrimoni europei a quelli cinesi. È una proposta che può sembrare utopica, ma un secolo fa anche l’imposta progressiva sul reddito era solo un’utopia. Occorre volontà politica”. No, occorre in primo luogo che l’accumulazione capitalistica riprenda in grande stile, occorre che la generazione di ricchezza sociale attraverso lo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa torni a sorridere al profitto come ai bei tempi (per il capitale industriale, beninteso) del boom economico, perché solo questo rende possibile la distribuzione della lana, per riprendere la celebre metafora di Olof Palme sulla pecora borghese da tosare solo dopo averla ben nutrita. Insomma, anche nel Capitalismo del XXI secolo la “volontà politica” non sorretta da un adeguato saggio di accumulazione del capitale distribuisce solo la miseria» (Brevi note critiche al Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty).

La polemica tedesca sulla cicala meridionale ricorda molto da vicino la polemica antimeridionale leghista degli anni Novanta, ma anche la lotta politica antiserba della Croazia e della Slovenia ai tempi della ex Jugoslavia. Al netto della schiuma ideologica, che tanto disturba anche l’analisi di molti “materialisti storici”, le questioni dirimenti si aggrovigliano sempre intorno alla scottante questione della generazione e distribuzione della ricchezza sociale. I Paesi “nordici” lo sanno e ci tengono a ribadirlo sempre di nuovo; i Paesi “meridionali” lo sanno ma fanno finta di non saperlo, per non pagar dazio, come si dice volgarmente. La tragedia, per me, è che dentro questo “dibattito” capitalistico i nullatenenti non hanno una posizione autonoma, ma si accodano alle “formiche” piuttosto che alle “cicale”, mentre si tratterebbe di mandare a quel paese entrambe le bestie.

«Siamo un Paese sovrano e democratico» ha detto Alexis Tsipras ai parlamentari di Syriza dopo il giuramento del nuovo Parlamento; «Abbiamo un contratto con chi ci ha votato e onoreremo i nostri impegni». Mutatis mutandis, è lo stesso discorso che fa tutti i giorni la Cancelliera di Ferro ai suoi parlamentari e al suo elettorato. È la democrazia (borghese), bellezza!

3.
Mettendo in relazione la crisi economico-sociale greca con la crisi geopolitica ucraina non si compie, a mio avviso, nessuna forzatura politica o concettuale, perché entrambi gli “eventi” si inquadrano nella guerra sistemica in corso ormai da diversi anni in Europa, e i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili. Almeno per le mie capacità analitiche. Ciò che invece mi appare di solare evidenza è 1) il carattere ultrareazionario della contesa da ogni lato la si guardi (da Nord come da Sud, da Ovest come da Est), e 2) la necessità/urgenza dell’autonomia politica delle classi subalterne, oggi costrette a recitare il ruolo di strumenti nelle mani delle fazioni capitalistiche in lotta per il potere, o per la sopravvivenza attraverso il compromesso con chi uscirà vincente dal conflitto.

«È di oggi la notizia, riportata da alcuni quotidiani, che la Grecia ha firmato un contratto con la Russia per la fornitura di pezzi di ricambio per i sistemi di difesa aerea “TOR-M1″ e “OSA-AKM”. A confermarlo anche una fonte militare di Atene, che non ha reso noto l’importo del contratto, ma che ha riferito che “Per la Grecia questo contratto è molto importante perché consente di mantenere il corretto livello di difesa aerea”. Si tratta di un evento fondamentale che inevitabilmente sposta gli attuali equilibri (già in forte evoluzione sotto l’aspetto economico e finanziario) anche sotto il profilo militare» (Notizie Geopolitiche, 5 febbraio 2015). Detto per inciso, il punto 10 del manifesto elettorale di Syriza recita: «Tagliare drasticamente la spesa militare». Si predica bene e si razzola male? Staremo a vedere. Ma non è questo il punto su cui invito a riflettere.

Come scriveva Giorgio Cuscito su Limes del 30 gennaio, «Nel suo primo giorno di lavoro, il governo greco si era detto contrario a nuove sanzioni contro la Russia in merito ai recenti sviluppi della crisi in Ucraina. In seguito Mosca, che ovviamente ha accolto con favore la posizione ellenica, ha affermato di non escludere eventuali prestiti per aiutare Atene». Prezzo del petrolio permettendo, bisognerebbe forse aggiungere.

Il punto 40 del citato manifesto elettorale di Syriza recita: «Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato». Per Paesi investiti da un’acuta crisi economica e sociale, l’antiamericanismo nazionalista può essere un eccellente strumento di lotta nella contesa interimperialistica e un ottimo collante ideologico per tenere le masse attaccate al carro del Dominio. Uscire dalla Nato per rafforzare il proprio Paese o per dare vita a una nuova alleanza politico-militare (magari antiamericana, magari con Russia, Cina, Venezuela e altri avversari del Grande Satana): una prospettiva che personalmente ho sempre combattuto e che continuerò a combattere, anche contro i teorici del «Nemico Principale» (gli Usa e i suoi alleati, c’è bisogno di dirlo?) da far fuori oggi per indebolire il capitalismo mondiale e poterlo schiacciare più agevolmente domani. Questa finezza dialettica non è alla portata della mia rozza logica proletaria.

varoufakis-brando-640904Aggiunta da Facebook (17 febbraio 2015)

COSE GRECHE

1. Syriza di lotta – intercapitalistica

Scrive Marco Valerio Lo Prete (Il Foglio): «C’è tempo fino a venerdì. Eppure non mancano gli indizi di un fatto: la disfida greca si configura, più che come una riedizione del duello Davide vs. Golia, come una sofisticata partita interna al mondo capitalistico. Con attori [Stati Uniti compresi] interessati, per interposta Grecia, a fare pressioni sull’Eurozona a trazione tedesca».

Allora non avevo capito poi così male…

2. Populismo kantiano e Red Line

Dichiara Yanis Varoufakis, il Ministro delle Finanze più cool del pianeta, al New York Times:

«Come facciamo a sapere che la nostra modesta agenda di politica economica, che costituisce la nostra linea rossa, è giusta in termini kantiani? Lo sappiamo guardando negli occhi le persone affamate che riempiono le strade delle nostre città o la classe media sotto pressione, o considerando gli interessi di ogni lavoratore nell’unione monetaria». Quasi mi commuovo. Quasi. Ci manca un soffio. Rinvio la lacrima.

Non c’è dubbio: la lotta di classe è, ovunque in Europa, un imperativo categorico. Avrò anch’io il diritto di esprimermi in termini kantiani (anche se lascio a desiderare quanto a cool)! A proposito, ho detto lotta di classe, non Fronte Unito Meridionale Antitedesco. Ci tengo a precisare la mia modesta Red Line.

Annunci

8 thoughts on “FERMENTAZIONE GRECA

  1. Ciao Sebastiano. Scusa se mi permetto. Riporto dal tuo articolo “[…] anche sotto il profilo militare» (Notizie Geopolitiche, 5 febbraio 2005)”, correggi la data (5 febbraio 2015). E’ chiaro si tratta di una svista però potrebbe confondere qualcuno. L’articolo in questione dovrebbe essere quello di Mauceri, “La Grecia del collasso economico…etc.”, se non sbaglio. Per il resto, come non condividere il tuo punto di vista? Solo chi vuole guardare attraverso le lenti, “insozzate”, dell’etica e dell’ideologia borghese, soprattutto di stampo progressista, potrebbe disapprovare.
    Saluti
    Bob

  2. al Capitale che si ristruttura in continuazione -tenendo ben ferme le sue bronzee leggi- la sinistra risponde tenendo ben radicati i suoi bronzei sfrondoni
    che dialettica articolata!
    mi domando se da analisi più attente discenderebbero prassi diverse che alimenterebbero analisi ancora più adeguate

    • La domanda tocca un nodo centrale nella dialettica tra prassi e teoria, elaborazione tattica e visione strategica. Il circolo virtuoso a cui alludi credo sia possibile, anche se tutt’altro che scontato e automatico. Ma, come diceva quello, Hic Rhodus, hic salta! A rischio di romperci l’osso del collo: il mio “ottimismo rivoluzionario” è proverbiale, diciamo… Ciao Dario!

  3. Pingback: RIFLESSIONI “GEOPOLITICHE” ASPETTANDO I RISULTATI DEL VERTICE DI MINSK | Sebastiano Isaia

  4. Pingback: LA RIVOLUZIONE SEMANTICA DI SYRIZA | Sebastiano Isaia

  5. Pingback: DA CHE PULPITO! Io e Syriza. | Sebastiano Isaia

  6. Pingback: BIFO, NEGRI E L’ALGORITMO DEL FINANZISMO | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...