RIFLESSIONI “GEOPOLITICHE” ASPETTANDO I RISULTATI DEL VERTICE DI MINSK

pecora-lupoParlate a bassa voce, ma portate
un grosso bastone, e andrete lontano.
Theodore Roosevelt

Ho scritto il pezzo che segue ieri sera, in attesa di conoscere le conclusioni del vertice di Minsk del Quartetto di Normandia sulla crisi Ucraina. Sembra che il compromesso raggiunto sul cessate il fuoco e sullo status delle  autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk sia deboluccio, e comunque tutt’altro che risolutivo. E «di certo non facilitano i colloqui l’annuncio del comandante delle truppe Usa in Europa, il generale Ben Hodges, secondo il quale militari americani addestreranno i soldati ucraini, come pure lo schieramento di dieci battaglioni russi a ridosso del confine ucraino» (G. Keller, Notizie Geopolitiche). No, decisamente non è un buon segnale. Un’ultima ora Ansa recita: «Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande sono tornati a riunirsi nel formato Normandia per continuare a discutere del piano di pace per l’est ucraino». Formato Normandia significa, tra le altre cose, che l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (oggi la carica è affidata a Federica Mogherini) non recita esattamente un  ruolo di peso nella vicenda. Per non dire altro. «Italia non pervenuta Mogherini invisibile: fuori da tutti i tavoli», lamentava l’altro ieri Gian Micalessin sul Giornale. Certo, quelle che stiamo vivendo non sono belle giornate né per i sovranisti né per gli europeisti. Per tutti, a cominciare da chi scrive, c’è comunque molta materia su cui riflettere.

***

Ho sempre apprezzato la concezione “realista” in materia di geopolitica non perché ne condivida il punto di vista di classe che la informa, ovviamente, ma perché essa mostra di possedere un contenuto ideologico assai più modesto se confrontato con l’alto tasso ideologico di cui è invece pregna la concezione geopolitica cosiddetta idealista, la quale, “mentendo sapendo di mentire”, affetta di concedere molto all’etica della responsabilità e agli inviolabili – e puntualmente violati – diritti degli uomini, e poco alla ragione e al diritto radicati nella forza delle classi, degli Stati, delle Potenze. Preferisco di gran lunga il franco linguaggio dei “realisti”, il cui disprezzato cinismo in realtà non fa che registrare il cinismo delle cose, alla sdolcinata fraseologia politicamente corretta degli “idealisti”, buona per ingannare la cosiddetta opinione pubblica internazionale. Non a caso la concezione “idealista” domina la scena politica nei periodi di cosiddetta pace. L’”idealista” è il lupo che ama travestirsi da agnello: un’ottima strategia mimetica, peraltro.

Un esempio di concezione realista ci è offerta da Lucio Caracciolo: «Il fatto prevale sul diritto, finché non diventa tale», scriveva ieri il fondatore di Limes riflettendo, come al solito assai acutamente, sulla crisi ucraina. «Il diritto non è che il riconoscimento ufficiale del fatto», scriveva Marx nella Miseria della filosofia. E scriveva anche (Grundrisse) che «Gli economisti borghesi dimenticano che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto».

L’indirizzo “idealista” in materia di geopolitica finge che le cose stiano in tutt’altro modo, che, cioè, sia il diritto a piegare il fatto secondo certi presupposti politicamente ed eticamente corretti, salvo denunciare come tradimento del corretto fluire delle relazioni fra persone civili la violazione di quel punto di vista palesemente falso. E, com’è noto, chi viola le giuste leggi va ricondotto a ragione, con le buone, tutte le volte che ciò è possibile, anche con le cattive nei casi più ostili al “bene comune”.  Sulla mia concezione “geopolitica” rimando allo studio Il mondo è rotondo.

Solo una nuova Yalta, osserva sconsolato Caracciolo, potrebbe mettere un po’ di ordine al tanto caos che sgoverna il Nuovo Ordine Mondiale post Guerra Fredda: «Ordine del giorno: rimettere ordine in questo caos. L’obiettivo di qualsiasi ordinamento: la riduzione della complessità. Non si potrebbe scegliere luogo più simbolico della corrente incertezza geopolitica». Cercasi una nuova Yalta, disperatamente, prima che la nuova guerra fredda lasci il passo a una disastrosa guerra calda nel cuore del Vecchio Continente. Già. Ma cosa rappresenta Yalta agli occhi di un realista della geopolitica? È presto detto: «Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica» (Limes). Musica per le orecchie di chi, come il sottoscritto, ha sempre denunciato, contro stalinisti e resistenzialisti d’ogni colore politico, la natura radicalmente imperialista delle Seconda guerra mondiale (la cui data d’inizio coincide col patto nazi-stalinista del 1939), nonché il carattere altrettanto imperialista dell’ONU, il «covo di briganti» chiamato a ratificare e a difendere i rapporti di forza fra le Potenze sanciti dal fatto bellico. Il fatto prevale sul diritto vigente, stabilito sulla scorta del vecchio ordine distrutto dalla guerra; il fatto crea nuovo diritto, espressione del nuovo ordine generato dalla guerra. In questo preciso senso è, a mio avviso, corretto dire che non ci sia un ordine – nazionale e sovranazionale – che non sia di diritto, necessariamente. Salvo conferire al Diritto caratteristiche politiche ed etiche che alla prova dei fatti si risolvono in meri avamposti ideologici dai quali colpire il nemico di turno – interno e internazionale. Il concetto di “guerra umanitaria” (nelle sue diverse declinazioni: Regime change, Nation building, Peacekeeping, ecc.) è, sotto questo aspetto, quanto di più significativo è riuscita a inventare la diplomazia occidentale degli ultimi tre decenni.

Scrive il realista Dario Rivolta su Notizie Geopolitiche: «Chi sostiene che la Russia non abbia alcun diritto di immaginare questo paese come a uno stato cuscinetto si è mai chiesto come gli Usa considerino l’intero continente americano? È roba loro! Ed è perfino stato teorizzato ufficialmente. È la legge del più forte? D’accordo! Ma non è certo né un diritto divino né una libera scelta di tutti quegli abitanti. Immaginate cosa succederebbe se il Messico o il Canada, democraticamente (magari con l’aiuto di denaro e di qualche ong “indipendente”) votassero per un’alleanza strategica, economica e militare, con la Cina o con la stessa Russia? Washington sarebbe così democratica anche in quei casi?». Diciamo che Washington si sentirebbe nel pieno diritto di difendere con tutti i mezzi necessari lo spazio esistenziale della “democrazia americana” – nazionale e continentale: «L’America agli Americani!», secondo la vecchia e sempre cara dottrina Monroe (1823). È lo stesso diritto che oggi invoca legittimamente la Russia dinanzi alla prospettiva della Nato di proiettarsi verso Est: interesse si contrappone a interesse, ragione si contrappone a ragione, diritto a diritto, imperialismo a imperialismo. Nel mezzo, stritolati da contingenze disumane, si trovano gli individui ovunque residenti. Non si tratta, per quanto mi riguarda, di non schierarsi, di stare appartati in uno “splendido (sic!) isolamento ”: si tratta invece di schierarsi contro tutte le forse economiche e statali in campo. A cominciare dalle forze a noi più prossime: vedi alla voce “interessi nazionali”.

Caracciolo invita gli europei a prendere confidenza con «la parola impronunciabile, guerra»: «È bene che questo termine non sia più tabù. Perché fingendo che il pericolo, per quanto remoto, non esista, rischiamo di abbandonarci a una dolce deriva. Quasi che il disordine attuale possa prolungarsi impunemente all’infinito, senza suscitare gli spiriti animali che non cessano di abitare anche gli uomini di miglior volontà». Come si vede, anche agli uomini di miglior valore analitico, e fra questi va annoverato certamente il direttore di Limes, capita di scivolare nell’ideologia. Infatti, non si tratta di spiriti animali ecc., secondo una nota concezione antropologica di matrice hobbesiana, quanto piuttosto per un verso di interessi economici e geopolitici, tattici e strategici che vengono a collidere (e non solo lungo l’asse Occidente-Oriente, ma anche lungo l’asse Europa-Stati Uniti, Stati Uniti-Germania, ecc.); e per altro verso di una crisi sociale che fa impennare il tasso di violenza sistemica: il montante nazionalismo e sciovinismo, di “destra” e di “sinistra”, non ne è che una fenomenologia. Anche la retorica di Tsipras sulle riparazioni di guerra rinfacciate a Berlino, e il suo giocare di sponda con Putin sulle sanzioni e sul finanziamento supplicato da Atene si inquadrano perfettamente all’interno di questo scenario che trasuda violenza sistemica da tutti i pori. La violenza bellica o di strada (anche i pogrom che giustamente temono gli ebrei francesi) non è che la continuazione della violenza sistemica con altri mezzi e sotto altre forme. Nella società disumana «Guerra è sempre».

«La politica è il rapporto tra le classi», amava dire Lenin, il quale invitava le «avanguardie rivoluzionarie» a orientarsi anche sul terreno della contesa imperialistica a partire da quel peculiare punto di vista classista: è quello che mi sforzo di fare io. Nel XXI secolo, nella Società-Mondo di questa epoca storica caratterizzata dal dominio sempre più totalitario del Capitale, accedere alla prospettiva classista anche in materia di competizione interimperialistica dovrebbe risultare abbastanza agevole anche per “marxisti-leninisti” dotati di una mediocre intelligenza – è il caso di chi scrive. Eppure, a giudicare dai tanti “marxisti-leninisti” disposti a difendere le ragioni dell’imperialismo “più debole” (Cina e Russia, in primis) e a osteggiare le ragioni dell’imperialismo “più forte” (Gli USA e L’UE, in primis), le cose non stanno affatto così. Ma forse sono io a non essere sufficientemente, o per nulla, “marxista-leninista”: giuro che la cosa non mi dispiace affatto. Anzi!

Per Tommaso Di Francesco (Il Manifesto) «La tra­ge­dia sotto gli occhi di tutti è quella dell’inesistenza di una poli­tica estera dell’Unione euro­pea, sur­ro­gata com’è dalle scelte della Nato». È legittimo scrivere questo dalla prospettiva che privilegia gli interessi dell’imperialismo europeo, salvo poi deprecare la loro concreta affermazione sotto la necessaria egemonia tedesca,   magari coperta dalla foglia di fico del cosiddetto asse franco-tedesco. Si vuole la botte dell’Unità Europea piena, e… Angela Merkel ubriaca! Intanto abbiamo assistito alla miracolosa resurrezione dello scialbo Hollande, a ulteriore conferma che le crisi internazionali e il clima di guerra (anche sul fronte interno: vedi la campagna ideologica patriottica scatenatasi in Francia dopo il caso Charlie Hebdo) possono fungere da ossigeno per leadership azzoppate da diverse magagne economico-sociali.

Il citato Di Francesco stigmatizza il fatto che «alcune capi­tali dell’est euro­peo siano ormai diven­tate più atlan­ti­che di quelle del Vec­chio continente»; eppure anche una sommaria conoscenza della storia dell’Impero Zarista e dell’Imperialismo Russo, da Stalin in poi, è sufficiente a farci capire cosa spinge quelle capitali a cercare protezione sotto le ali dell’Aquila Americana. Certo, anche la conoscenza della storia del Reich tedesco, da Bismarck in poi, aiuta a capire, eccome!

«Puntualmente, ogni 25 anni la Germania si sente abbastanza forte da partire alla conquista del mondo che la circonda. Lo aveva capito bene Winston Churchill che, parlando del periodo delle due guerre mondiali, riassunse il concetto in una sola frase: “Il nostro secolo è stato caratterizzato da due esplosioni della ricorrente vitalità teutonica”». Così scriveva Giuseppe Cucchi, Generale della riserva dell’Esercito Italiano, il 26 gennaio scorso su Limes. Ormai sono decenni che la «vitalità teutonica» fa bella mostra di sé: che ne dobbiamo dedurre? Sento qualcuno urlare: «Facciamo rispondere il popolo greco!». Nicchio, tentenno, titubo…

obama-putin-639340Aggiunta.

COSA HA PARTORITO LA MONTAGNA DI MINSK?

Due battute a caldo dopo gli accordi siglati oggi a Minsk. Ci tengo a precisare che quelle che seguono sono delle semplici impressioni che attendono verifica.

Secondo fonti ufficiali ucraine, una colonna militare russa formata da 50 carri armati e altri mezzi bellici avrebbe attraversato il confine con l’Ucraina la notte scorsa, mentre erano in corso i negoziati di Minsk. Niente di strano, sempre che la notizia sia vera: alla vigilia di accordi di “pace” o di tregua i contendenti cercano di conquistare sul campo la migliore posizione contrattuale possibile da far pesare poi sul tavolo dei negoziati. La diplomazia è al servizio della guerra, e viceversa.

Un minuto prima, e forse anche due minuti dopo, l’inizio del cessate il fuoco  nell’Est dell’Ucraina probabilmente si continuerà a morire nel nome della Sacra Patria. Ovviamente la politica del fatto compiuto arride sempre al più forte.

Il compromesso raggiunto a Minsk «a un passo dal baratro» sembra la classica soluzione ambigua che proprio perché accontenta tutti gli attori in scena non risolve un bel nulla e si limita a procrastinare la resa dei conti finale. L’interpretazione dei punti principali dell’intesa (13 in tutto) è lasciata, di fatto, ai singoli protagonisti, i quali possono così dichiararsi soddisfatti e, soprattutto, possono iniziare a preparare la mossa successiva. Se, ad esempio, «Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha affermato che gli accordi siglati a Minsk non prevedono alcuna autonomia per le aree sotto il controllo dei ribelli separatisti nell’est dell’Ucraina» (ANSA), Putin sulla questione la pensa in modo opposto.

Il virile Presidente russo, dopo aver stigmatizzato il rifiuto di Kiev di intavolare negoziati diretti con i miliziani filorussi,  ha invitato le parti ad evitare «spargimenti di sangue inutili» fino al raggiungimento della tregua. Gli spargimenti di sangue utili (alla causa) sono invece i benvenuti.

Hollande è felice perché ha potuto far vedere al mondo, e soprattutto all’elettorato francese, di essere ancora vivo e competitivo; la Cancelliera di Ferro, pur non potendo negare la fragilità dell’accordo («Passi concreti devono essere fatti. E ci sono ancora grandi ostacoli davanti a noi»), ha però potuto smarcarsi per qualche ora dai falchi americani e concentrarsi sul dossier greco. Quanti fronti deve coprire Angelona! Poroshenko ha fatto in tempo a incassare dal Fondo monetario internazionale l’estensione del programma di assistenza finanziaria da 17,5 miliardi di euro a circa 40 miliardi di dollari per quattro anni. Anche l’Unione Europea è pronta a dare un po’ d’ossigeno alla moribonda economia ucraina. Come si dice, chi vivrà vedrà. E certamente anche oggi nell’Est dell’Ucraina qualcuno sarà messo nelle condizioni di non poter più vedere – a oggi si contano circa 5 mila morti.

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