APOLOGIA DELL’IMPERFEZIONE

Amateur contestants pose in telephone booths during the annual European Elvis Tribute Artist Contest and Convention in BirminghamScrive Giorgio Arfaras (Limes, 6 marzo 2015), economista del Centro Einaudi: «Sono per l’apologia dell’imperfezione: non ha senso parlar male dell’imperfetto, è lamentela e non azione». Sono d’accordo. Infatti, come altre volte ho scritto contro i paladini della Realpolitik e i teorici del “male minore”, non si tratta di costruire la Società Perfetta, secondo un luogo comune da sempre scagliato contro le “chimeriche pretese” dei rivoluzionari, ma di rendere finalmente possibile la Comunità Umana. La perfezione, si sa, non è di questo mondo, e solo un ingenuo può rivendicarla; l’umanità invece potrebbe esserlo: ecco perché anziché lamentarci delle “imperfezioni” che ogni giorno scopriamo in questa società dominata dagli interessi economici (capitalistici), dovremmo piuttosto agire contro questa stessa società presa in blocco, colpevole, almeno agli occhi di chi scrive, di essere sempre più disumana, e non sempre più “imperfetta”. Una lamentela, questa, che lascio volentieri, ad esempio, a chi vuole salvare il Capitalismo da se stesso attraverso forti iniezioni di sovranismo politico: auguri!

«In un mondo di baratti», scrive sempre Arfaras, «sarebbe molto complicato vivere, a meno di avere esigenze davvero modestissime. Un mondo senza moneta è primitivo, elementare, si consuma poco e si offre poco: un mondo orripilante». Così deve necessariamente ragionare chi non riesce nemmeno a concepire astrattamente la possibilità di una Comunità libera dalle catene della cieca necessità e che, proprio per questo, non sa che farsene della moneta, la quale, a differenza di quel che crede la scienza sociale borghese (a cominciare da quella che ama presentarsi in guisa progressista e financo “rivoluzionaria”), non è un mero intermediario al servizio delle transazioni economiche; non è una tecnologia economica al servizio degli uomini, ma l’espressione forse più compiuta di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Più che di un’apologia dell’imperfezione, qui si tratta piuttosto di un’apologia dello status quo sociale.

Ecco perché quando il Compagno Papa Francesco, dopo aver ripetuto per l’ennesima volta la suprema banalità secondo cui «il denaro è lo sterco del diavolo», incita le imprese (soprattutto quelle cooperative: sic!) a mettere «il denaro a servizio della vita autentica, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale», egli non fa che ungere e benedire i duri ingranaggi della macchina capitalistica, oltre che esprimere quel feticismo delle cose (denaro, tecnologia, merci) che alimenta anche il mercato del disagio, la cui crescente domanda è soddisfatta dalle più varie figure professionali: politici, ideologi, psicanalisti, guru del Complottismo e quant’altro. A ben vedere, la brama di denaro che a gradi diversi pungola tutti gli individui (salvo i pochi eletti che stanno leggendo questa modesta riflessione, si capisce) non rinvia alla – supposta – presenza del Demonio su questa Terra “imperfetta”, ma al Dominio capitalistico che si è fatto Mondo. E uomo – o non-ancora-uomo, «l’uomo nella sua esistenza accidentale, […] l’uomo come si è ridotto sotto l’impero di rapporti ed elementi non umani: in una parola, l’uomo che non è ancora un essere umano» (K. Marx, La Questione ebraica). Qui non c’è lamentela, o astratto umanitarismo; qui c’è radicalità di pensiero. Andare verso l’uomo stesso, per dirla con il gergo fenomenologico, non verso l’impossibile perfezione.

Naturalmente gli ”apologeti dell’imperfezione” come Giorgio Arfaras possono contare su un vantaggio competitivo difficilmente recuperabile dagli “utopisti”: l’esperienza del cosiddetto «socialismo reale». Contro gli “utopisti” di tutto il mondo ha fatto più lo stalinismo internazionale (ancora attivo, come dimostrano certi post che ho letto anche oggi sull’Ucraina, della serie: nel mondo si stava molto meglio ai tempi della Guerra Fredda, quando c’era il “comunismo”, sebbene… imperfetto), che tutti gli anticomunisti dichiarati (vivaddio!) del pianeta messi insieme. Il complotto ai danni degli “utopisti” è stato quasi perfetto, bisogna ammetterlo. Quasi? Ebbene sì, anch’io sono «per l’apologia dell’imperfezione». Per convinzione? Per disperazione? Per necessità? Per ottimismo della volontà? Fate un po’ voi.

A proposito di “utopisti” e di stalinismo! Scriveva qualche anno fa il “catto-marxista” Reinhard Marx, ex Vescovo di Treviri (città nella quale ha scritto Il Capitale, una critica cristiana alle ragioni del mercato) e Cardinale per grazia ricevuta dal “conservatore” Ratzinger (le vie del Signore sono davvero infinite!): «Un capitalismo senza un quadro etico è nemico del genere umano» (La Stampa, 26 ottobre 2008.). Ma al capitalismo, caro Marx, non manca affatto «un quadro etico» di riferimento: manca sostanza umana, e deve mancargli necessariamente, perché la sua genesi e la sua attualità è radicata nel lavoro salariato, base originaria di ogni forma di ricchezza nella sua attuale forma storica. E il lavoro salariato presuppone e pone sempre di nuovo, con assoluta necessità, un mondo disumano, prim’ancora che “imperfetto”. Anche la tanto esecrata finanza speculativa si dissolverebbe come neve al sole senza la creazione di valore reale (valore e plusvalore, per dirla con l’altro Marx) nelle eticamente corrette fabbriche del mondo.

Ancora il Cardinale Rosso: «Noi con l’etica sociale della Chiesa non abbiamo mai confuso l’opera filosofica di Marx con Stalin ed i Gulag. Non si può attribuire a Marx ciò che hanno fatto i suoi epigoni. Lui ha bene analizzato il carattere di merce del lavoro e previsto la mercificazione di tutti i settori della vita». Santo subito, senza se e senza ma!

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4 thoughts on “APOLOGIA DELL’IMPERFEZIONE

  1. « Se ci fosse un Dio, come non sopporterei di non essere Dio»

    toccare l’imperfezione è, in modo traslato, toccare il tema dell’estraneità radicale dell’ uomo e del mondo, se il mondo è il luogo dove l’uomo è in esilio l’uomo è estraneo al mondo

    il comunismo, cioè il desiderio di pienezza di vita, appare allora come la “quinta dimensione” che trasforma le altre quattro (Tempo compreso) in maniera così radicale da renderle non-più-riconoscibili in base al sapere accumulato

    dare una base materiale, non volgare, alla prassi sociale umana è però insufficiente a umanizzarla, ancora meno a definire le mediazioni tra individuo e genere. A questo punto a mio avviso si inserisce il pericolosissimo discorso morale

    • «Solo un Dio può ancora salvarci»…

      Ho appena finito una full immersion nelle opere di Martin Heidegger, sollecitata dal dibattito filosofico e politico che, come sai, sul filosofo di Meßkirch si è acceso nel Vecchio Continente, soprattutto in Germania, Francia e Italia, dopo la pubblicazione dei suoi Quaderni neri (Schwarzen Hefte). Questo semplicemente per dirti come le tue sollecitazioni mi trovino particolarmente sensibile al fondamentale problema che hai posto. Il tema centrale mi sembra questo: Come pensare in modo radicale l’uomo. Tema che poi investe altre fondamentali questioni, a cominciare da quella che attiene al punto di partenza concettuale e reale di ogni discorso intorno all’emancipazione umana: la rivoluzione sociale. Spero di poter ritornare quanto prima sulla questione, magari sistemando i miei appunti “esistenzialisti” sul filosofo dell’Essenza. Una buona domenica. Ciao!

  2. il motto sacrilego di sopra è nicciano: che differenza da quello, un pò ipocrita, di Heidegger ! eppure sono certo che la tua testa fina caverà sangue anche dalla sopravvalutata rapa dei Quaderni Neri

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