YANIS VAROUFAKIS. LE CONFESSIONI DI UN MINISTRO “UMANISTA”

Yanis%20VaroufakisSolo oggi ho scoperto le Confessioni di un marxista eccentrico (o irregolare) di Yanis Varoufakis (2013), e ne suggerisco la lettura a chi fosse interessato a conoscere non solo l’ideologia dominante nella sinistra progressista europea (più o meno “radicale”), ma anche i suoi tormenti etico-morali in rapporto al Potere e al denaro: «Forgiare alleanze con forze reazionarie, come penso dovremmo fare per stabilizzare oggi l’Europa, ci espone al pericolo di diventare cooptati, di perdere il nostro radicalismo a causa della calda luce dell’essere “arrivati” nei corridoi del potere». Vedremo tra poco in che termini l’eroe greco del momento declini il suo «radicalismo». Di certo egli non è un tipo banale, tutt’altro; tanto più se paragonato ai leader della sinistra italiana.

Nelle sue Confessioni Varoufakis cerca di discolparsi dall’accusa di menscevismo che gli viene scagliata contro dalla cosiddetta sinistra anticapitalista (tipo KKE, per intenderci), la cui inconsistenza teorica e politica è rivelata già da quella “sanguinosa” (in realtà semplicemente ridicola) critica. Della serie: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. D’altra parte, se il Nostro sente la necessità di alleggerirsi la coscienza attraverso una lunga spiegazione (perché «Questa critica, lo confesso, ferisce»), ebbene ciò conferma la mia tesi: “bolscevichi” e “menscevichi” condividono lo stesso terreno di classe, quello borghese. O «patriottico», per usare un termine che piace assai ai sinistrati del XXI secolo. A quale Patria mi riferisco: a quella nazionale che piace tanto ai Social Sovranisti o a quella europea, che una volta mandava in visibilio i progressisti “internazionalisti”? Dal mio punto di vista la domanda non ha alcun senso: in ogni caso si tratta della società dominata dai rapporti sociali capitalistici, e la distinzione interno/esterno regge sempre meno sotto la pressione del processo sociale capitalistico colto nella sua più autentica dimensione geosociale (il mondo), come dimostrano peraltro le stesse “spinte identitarie” che rigano il tessuto sociale anche nel seno dell’Unione Europea, e l’insorgenza nazionalistica che si registra in ogni parte del pianeta.

A proposito di Patria e Nazione apro una piccola parentesi. Scriveva ieri Danilo Taino sul Corriere della sera: «Ieri, a Bruxelles, sono iniziati i colloqui tecnici tra i rappresentanti ellenici e i funzionari di quelle che ora vengono chiamate «istituzioni» e non più troika [grande conquista umanitaria, non c’è che dire…], cioè Ue, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale. Passaggio importante, anche se per arrivare a una conclusione servirà del tempo. La riunione, però, è stata sovrastata dall’escalation della questione delle riparazioni di guerra alla Grecia da parte della Germania. La vicenda, non nuova, aveva ripreso quota nelle settimane scorse, ma su un piano solo polemico. Ieri il ministro ellenico della Giustizia, Nicos Paraskevopoulos, ha fatto un passo in più e ha minacciato di sequestrare beni tedeschi in Grecia. La sera prima, martedì, il primo ministro Alexis Tsipras aveva di nuovo sollevato il caso e il Parlamento greco aveva votato di istituire una commissione speciale per esaminarlo». Più la crisi greca si approfondisce e si aggroviglia intorno alle “ataviche” magagne strutturali del malconcio capitalismo ellenico, strapazzato dagli interessi contingenti e strategici di capitalismi ben più attrezzati e potenti (state pensando alla Germania?), e più alti si fanno i toni del risentimento nazionale. Cavalcare la mala bestia dell’orgoglio nazionale e della dignità nazionale offesa e ferita dai “poteri forti” sovranazionali è da sempre un classico nella gestione dei conflitti sociali interni e nel confronto con i competitori esteri. E la cosa appare ai miei occhi tanto più odiosa, quando il soggetto politico che cavalca la retorica dell’orgoglio nazionale affetta pose sinistrorse.

Detto questo, ritorniamo al “menscevico” Varoufakis, il cui aspetto fisico è, come ci informa Antonietta Demurtas su Lettera 43, fonte di notevole interesse per la stampa tedesca: «virilità classica, da statua greca» (Stern), «un’icona del sesso» (Die Welt), «un uomo terribilmente attraente» (Zdf), «tremendamente cool» (Stylebook). Tutto sommato non male per un “menscevico” greco che si è messo in testa di sfidare la Cancelliera di Ferro («il nuovo Bismarck» secondo la rimarchevole definizione di Sergio Romano). Nientedimeno!

Inutile girarci intorno: quando “bolscevichi” e “menscevichi” pensano e parlano di «nuovo mondo possibile» e di «socialismo» (i primi per incensarlo e i secondi per criticarlo) essi hanno in testa il Capitalismo di Stato a suo tempo impiantato in Russia da Stalin e in Cina da Mao. Tutta la loro controversia politico-dottrinaria sulla natura del capitalismo neoliberista e finanziario, e sui tempi e i modi del suo superamento, non si comprende che alla luce di quella premessa. I “bolscevichi” intendono salvare il bimbo stalinista/maoista dall’acqua sporca degli “eccessi”; i “menscevichi”, snervati dalle tante delusioni accumulate nel tempo, si accontentano di un capitalismo “ben temperato” da mirate e mai troppo invasive politiche di welfare. In ogni caso, attraverso una fraseologia pseudo marxista entrambi veicolano concetti e organizzano pratiche (politiche, istituzionali, economiche) che con un autentico anticapitalismo non hanno nulla a che vedere. Ecco perché non mi stupisce neanche un po’ apprendere, ad esempio, che Varoufakis nel 2000, rientrato in Grecia dopo un periodo di proficuo lavoro all’Università di Sidney, si è «schierato con George Papandreou, sperando di contribuire a fermare il ritorno al potere di una Destra risorgente determinata a riportare i greci in una posizione xenofoba». Peraltro è lo stesso schema “antifascista” che il Nostro dice di voler applicare anche oggi. Ed è uno schema che personalmente sento ripetere dai leader sinistrorsi praticamente da sempre, decennio dopo decennio: «Oggi dobbiamo sconfiggere la destra reazionaria, magari alleandoci con la destra democratica e antifascista; domani, statene certi, faremo la rivoluzione. Chi non capisce questo fa oggettivamente il gioco della reazione – e quindi è meritevole delle premurose attenzioni dello Stato borghese: vedi, ad esempio, la “politica interna” del PCI durante i cosiddetti anni di piombo). Domani faremo la rivoluzione. Domai, come no! D’altra parte è meglio, molto meglio che le cose siano andate come sappiamo, visto che la “rivoluzione” che avevano in testa lor signori avrebbe aperto le porte a un regime di stampo stalinista. Dalla padella…

«Il massimalismo rivoluzionario, alla fine, aiuta i neoliberisti ad aggirare ogni opposizione alla loro malignità autodistruttiva», sostiene Varoufakis. Massimalismo rivoluzionario? Ma io non vedo in giro nessun massimalismo rivoluzionario! Ah, forse l’attuale Ministro Umanista («La mia è una strategia che si inquadra in un progetto politico radicalmente umanista») delle Finanze intendeva riferirsi agli stalinisti ellenici e alla “sinistra” di Syriza. Io parlerei piuttosto di massimalismo populista-sovranista-statalista, più che di «massimalismo rivoluzionario». Ma che importa, oggidì le parole sono più svalutate di una dracma bucata.

Quella del nostro amico greco «È una confessione mediante la quale convincere i radicali che abbiamo una missione contraddittoria: arrestare la caduta libera del capitalismo europeo al fine di guadagnare il tempo che ci è necessario per formulare l’alternativa a esso». Il Katechon di Varoufakis è credibile come ogni altro Potere frenante tirato in ballo per giustificare, probabilmente anche a se stessi, la propria adesione allo status quo sociale: tratteniamo la Fine dei Tempi solo per meglio prepararci. «Non siamo ancora pronti, e affrettare la fine del capitalismo adesso annichilirebbe anche la possibilità di un Nuovo Inizio»: è l’ultima trovata “politico-filosofica” escogitata dell’intellighentia progressista più sofisticata del Vecchio Continente per rispondere alle bordate critiche dei “radicali” che non raramente essa stessa ha nutrito a suo tempo. Se guardata dalla giusta prospettiva, la missione di cui parla il Greco non è affatto contraddittoria, tutt’altro!

«Dunque sì, in questo senso mi sento obbligato a riconoscere che desidererei che la mia campagna fosse di un genere diverso; che promuoverei molto più volentieri un’agenda radicale la cui raison d’etre fosse sostituire il capitalismo europeo con un sistema diverso, più razionale, piuttosto che limitarmi a promuovere la stabilizzazione del capitalismo europeo, in contrasto con la mia definizione di Buona Società». Vorrei, vorrei tanto, credetemi, ma non posso. Almeno oggi. Inutile dire che la «Buona Società» cui il Ministro delle Finanze allude somiglia tanto a quel Capitalismo equo e solidale, ecologicamente sostenibile, dal volto umano, basato sulla virtuosa economia reale (servita e non dominata dal Capitale finanziario, secondo i santi auspici di Papa Francesco), che sta in cima alle preferenze di chi intende salvare il Capitalismo dalle sue stesse contraddizioni «ripristinando il primato dell’economia sulla politica».

«Siamo noi, i marxisti opportunamente eccentrici, che dobbiamo cercare di salvare il capitalismo europeo da sé stesso»: non appartenendo a nessuna tipologia di marxisti, tanto meno a quella dei «marxisti opportunamente eccentrici», io mi chiamo opportunamente fuori dall’ardua impresa, e consiglio gli altri non marxisti che si battono contro il Capitalismo di fare lo stesso. Tutto ciò non sarà né marxista né eccentrico, lo riconosco, ma sicuramente è la cosa giusta da fare se non si vuol fare dell’anticapitalismo una chiacchiera salottiera.

Racconta Varoufakis: «Nel settembre del 1978, sei mesi o giù di lì prima della vittoria della Thatcher che cambiò per sempre la Gran Bretagna, mi trasferii in Inghilterra per frequentare l’università. Assistere alla disintegrazione del governo laburista sotto il peso del suo degenerato programma socialdemocratico mi indusse a un errore di primo ordine: a pensare che forse la vittoria della signora Thatcher sarebbe stata una cosa buona, impartendo alla classe operaia e media britanniche il breve e forte colpo necessario a rinvigorire la politica progressista, a dare alla Sinistra un’occasione per ripensare la propria posizione e creare un ordine del giorno nuovo e radicale per un nuovo genere di efficace politica progressista. Persino mentre la disoccupazione raddoppiava e poi si triplicava sotto gli ‘interventi’ neoliberisti radicali della signora Thatcher io continuai a mantenere la speranza che Lenin avesse ragione: “Le cose devono peggiorare, prima di migliorare”. Mentre la vita si faceva più difficile, più abbrutita e, per molti, più breve, mi venne in testa che ero tragicamente in errore: le cose potevano peggiorare in eterno, senza migliorare mai. La speranza che il deterioramento dei beni pubblici, la riduzione della vita della maggioranza, la diffusione delle privazioni in ogni angolo del paese conducessero, automaticamente, a un rinascimento della Sinistra era semplicemente ciò: una speranza!». Che ingenuità! E, soprattutto, che confusione! È ingenuo sperare che dal peggio possa venire fuori automaticamente, spontaneamente, il meglio, cioè – almeno per chi scrive – la rivoluzione sociale (vedi, tra l’altro, il Che fare? dell’evocato Lenin); che senso ha, poi, mettere insieme Lenin e la sinistra progressista (di vecchio e nuovo conio)? Assolutamente nessun senso, se non quello che rinvia all’ideologia pseudomarxista: è infatti tipico dell’intellettuale “radicale” di sinistra masticare parole “rivoluzionarie” (spesso tratte dal lessico terzomondista e benecomunista) e alludere a eventi rivoluzionari (all’Ottobre 1917, ad esempio, ma anche al 1789 francese) per dar conto di una posizione politica tutta interna alla prassi della conservazione sociale.

Dopo aver cantato diverse lodi alla genialità filosofica, politica ed economica del comunista di Treviri, e informato il lettore di considerarsi un «marxista eccentrico» (o «irregolare»), oltre che «incoerente» (ma pur sempre «un marxista», vivaddio!), Varoufakis passa a considerare i «Due errori imperdonabili di Marx»: «Avendo spiegato perché qualsiasi comprensione del nostro mondo sociale io possieda la devo in larga misura a Karl Marx, voglio adesso spiegare perché resto terribilmente arrabbiato nei suoi confronti». Addirittura! Carlo (scusatemi la confidenza!), ma cosa gli hai fatto? È presto detto. Primo «errore»: «Marx non vide mai l’avvento di [un] processo dialettico. Egli semplicemente non prese in considerazione la possibilità che la creazione di uno Stato dei lavoratori avrebbe spinto il capitalismo a diventare più civilizzato mentre lo Stato dei lavoratori [secondo il Nostro amico da Stalin a Pol Pot: sic!] sarebbe stato infettato dal virus del totalitarismo mentre l’ostilità del resto del mondo (capitalista) nei suoi confronti cresceva sempre più». Detto che lo «Stato dei lavoratori» di cui parla il simpatico Ellenico non aveva nulla a che fare con gli interessi, immediati e storici, dei lavoratori, mentre molto a che fare aveva invece con il Capitale (a prescindere dalla configurazione giuridica che la proprietà capitalistica assume nella contingenza storica: statale, privata, mista, cooperativista, ecc.) e con l’Imperialismo (vedi soprattutto il caso della Russia stalinista); detto questo, non si capisce come Marx avrebbe potuto prendere in considerazione la dialettica, peraltro storicamente completamente infondata, prospettata da Varoufakis. Qui si esagera! Mi pare che si pretenda un po’ troppo dallo stregone di Treviri, ed io, pur non considerandomi un marxista, nemmeno «eccentrico» (figuriamoci se “ortodosso”!), avverto tuttavia la necessità di difenderlo, come posso, da critiche così assurde. L’accusa rivolta a Marx di «essere stato insufficientemente dialettico, insufficientemente riflessivo» mi pare del tutto gratuita, completamente priva di consistenza storica e politica, e la prendo in considerazione solo per ribadire certe mie eccentriche posizioni sullo stalinismo concepito non come un “eccesso”, una “deviazione”, una “degenerazione” rispetto all’autentico comunismo marxiano, ma come una radicale negazione di esso. Lo stalinismo come controrivoluzione borghese, e non come continuazione della rivoluzione proletaria con altri mezzi e nelle mutate condizioni storiche (isolamento della Russia dei Soviet ai tempi di Lenin): di questo, a mio avviso, si tratta.

Abbiamo visto «l’errore di omissione». Veniamo adesso all’«errore di commissione»: «Il secondo errore di Marx, quello che ascrivo a commissione, è stato peggiore. È stato il suo supporre che la verità sul capitalismo sarebbe stata scoperta nella matematica dei suoi modelli (i cosiddetti “schemi di riproduzione”). Questo fu il peggior disservizio che Marx potesse causare al suo stesso sistema teorico. L’uomo che ci ha dotato della libertà umana come concetto economico di primo ordine, lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al suo giusto posto nell’economia politica, è stato la stessa persona che ha finito per giocherellare con modelli algebrici semplicistici, in cui le unità di lavoro erano, naturalmente, interamente quantificate, sperando, contro ogni speranza, di evincere da queste equazioni alcune intuizioni aggiuntive sul capitalismo. […] Come ha potuto essere così illuso Marx? Perché non ha riconosciuto che nessuna verità sul capitalismo può mai emergere da un modello matematico, per quando brillante possa essere il modellatore? Non aveva gli strumenti intellettuali per rendersi conto che la dinamica capitalista emerge da una parte non quantificabile del lavoro umano, cioè da una variabile che non può mai essere definita matematicamente? Naturalmente li aveva, visto che fu lui a forgiare tali strumenti! No, il motivo del suo errore è un po’ più sinistro: proprio come gli economisti grossolani contro i quali egli ammonì così brillantemente (e che continuano oggi a dominare le facoltà di economia) egli bramò il potere che la “prova” matematica gli permetteva. Se sono nel giusto, Marx sapeva che cosa stava facendo. Egli capiva, o aveva la capacità di capire, che una teoria onnicomprensiva del valore non può adattarsi a un modello matematico di un’economia capitalista dinamica in crescita. […] In termini economici ciò significava riconoscere che il potere di mercato, e dunque la redditività, dei capitalisti non era necessariamente riconducibile alla loro capacità di ricavare lavoro dai loro dipendenti, che alcuni capitalisti possono ricavare di più da una data riserva di lavoro o da una data comunità di consumatori per ragioni che sono esterne alla sua teoria». Mi scuso per la lunga citazione.

Detto in altri termini, Varoufakis non ha capito né il metodo marxiano di esposizione della sua critica dell’economia politica, nel cui ambito la matematica non gioca affatto il ruolo essenziale (direi feticistico) che egli invece gli attribuisce, né la marxiana legge del valore (legge dello sfruttamento capitalistico), soprattutto per ciò che attiene alla dialettica, certamente complessa, fra valore e profitto, ossia tra la formazione del valore (il plusvalore che si aggiunge al valore “passato”: dialettica di “lavoro vivo” e “lavoro passato”, di «capitale variabile» e «capitale costante») attraverso l’uso – o sfruttamento – della capacità lavorativa nelle imprese industriali, e il profitto genericamente inteso – profitto industriale, profitto commerciale, interesse, rendita e via di seguito. La matematica, peraltro piuttosto elementare (infatti la capisce perfino chi scrive!), usata da Marx nel Capitale è al servizio di concetti puramente qualitativi che vanno compresi nella loro essenza e nel loro svolgimento dialettico (storico e sociale) a prescindere da ogni semplificazione affidata alla “modellistica” matematica, la cui funzione è dunque puramente ancillare rispetto alla formalizzazione concettuale dei fenomeni indagati e spiegati (1).

Decisamente il Greco non è nel giusto, al punto che le sue obiezioni sono così grossolane, da insinuare nella mia testa il sospetto che egli in realtà non abbia ancora letto Il Capitale, ma di averlo semplicemente orecchiato qua e là attraverso la critica dei suoi non pochi denigratori. Ma è un sospetto che volentieri metto da parte. In ogni caso Varoufakis si arrabbia con un Marx che egli stesso si è costruito – forse servendosi di materiali di scarto raccattati in qualche biblioteca universitaria? Maledetto dubbio!

Dire che Marx affidò «la verità sul capitalismo a un modello matematico» significa davvero non aver capito nulla della “teoria economica” marxiana, come peraltro confermano i passi che seguono: «Ci sono stati momenti in cui Marx si rese conto, e confessò, di aver sbagliato sul lato del determinismo. Una volta passato al terzo volume del Capitale egli vide che, una complessità anche minima (ad esempio ammettere gradi diversi di intensità di capitale in settori diversi) faceva deragliare i suoi argomenti. Ma egli era così dedito al proprio monopolio sulla verità che passò a rullo sopra il problema, in modo impressionante ma troppo rudemente, imponendo per decreto l’assioma che, alla fine, avrebbe confermato la sua “prova” originale; quella con cui aveva manganellato in testa Citizen Weston». Anche qui ci troviamo dinanzi a una vecchia, quanto inconsistente, tesi: il Terzo libro del Capitale contraddice i primi due libri, soprattutto il Primo. Niente di più falso.

Mentre nei due primi libri Marx prende in considerazione il decorso ideale normale della riproduzione capitalistica, per coglierne le essenziali leggi di movimento (e quindi penetrare criticamente le venerabili categorie dell’economia borghese: valore, merce, denaro, salario, profitto, rendita fondiaria, ecc.), nel Terzo egli cerca di approssimare il modello astratto al capitalismo colto nella sua fattualità empirica, nella sua complessa concretezza. Di qui, ad esempio, il fondamentale concetto marxiano di lavoro medio sociale (o lavoro astratto) che molto a che fare ha con la «composizione organica del capitale» evocata, mi sembra, da Varoufakis («gradi diversi di intensità di capitale in settori diversi»). Composizione organica che a sua volta rinvia al fondamentale tema marxiano circa il passaggio (in realtà si tratta di una dialettica ancora attiva anche nelle metropoli capitalistiche più avanzate) dall’estorsione del «plusvalore assoluto» all’estorsione del «plusvalore relativo» (con l’ausilio della tecno-scienza applicata in tutti i momenti del processo produttivo), dalla sussunzione solo formale del lavoro al capitale alla sussunzione reale (oggi totalitaria, in tutti i sensi) del lavoro al capitale (2). Ebbene, la complessa dinamica sociale che rimanda ai concetti qui solo richiamati non solo è presente fin dal principio nella testa di Marx, ma sta alla base della sua scelta metodologica volta a semplificare la totalità del quadro per coglierne l’intima essenza, ossia il significato più peculiare – sul versante del processo storico come sul terreno della contingenza sociale. In questo modo gli fu anche possibile cogliere l’intimo legame che stringe in una sola totalità organica (altamente dinamica e contraddittoria) i diversi momenti dell’«accumulazione e riproduzione allargata» (3). Fare insomma di Marx un teorico dell’equilibrio capitalistico (4) appeso alle rigide formule matematiche significa non aver letto (non dico capito e men che meno condiviso) le sue avvertenze metodologiche contenute già in Per la critica dell’economia politica. Varoufakis però le opere “economiche” marxiane le conosce sicuramente meglio di chi scrive; cosa dedurne allora? Naturalmente può darsi benissimo che egli sia nella ragione ed io nel torto; come sempre sta al lettore giudicare. A proposito: che c’entra il «Citizen Weston» con il manganello dottrinario di Marx?

Secondo Varoufakis Marx, a un certo punto, si rese conto che qualcosa non funzionava nel dispositivo dottrinario che aveva confezionato in guisa di immodificabile Bibbia del proletariato mondiale; ma egli commise un grave peccato d’orgoglio che le classi subalterne probabilmente stanno ancora pagando: «Ahimè, tale riconoscimento sarebbe stato equivalente ad accettare che le sue “leggi” non erano immutabili. Egli avrebbe dovuto ammettere a voci in contrasto nel movimento sindacale che la sua teoria era indeterminata e, perciò, che le sue dichiarazioni non potevano essere corrette in modo unico e senza ambiguità. Che erano permanentemente provvisorie. Ma Marx avvertì l’irreprimibile urgenza di domare persone come Citizen Weston che osavano preoccuparsi che un aumento del salario (ottenuto mediante scioperi) potesse dimostrarsi una vittoria di Pirro se conseguentemente i capitalisti avessero spinto al rialzo i prezzi. Invece di solo discutere con persone come Weston, Marx era deciso a dimostrare con precisione matematica che sbagliavano, che erano antiscientifiche, grossolane, immeritevoli di seria attenzione». Quante sciocchezze, compagno Ministro!

L’idea centrale che informa Salario, prezzo e profitto (1865), il saggio “popolare” che contiene la polemica marxiana nei confronti del «Citizen Weston», ruota intorno alla necessità di affermare un punto di vista oggettivo (ovviamente si tratta pur sempre di un’oggettività considerata dalla prospettiva critico-rivoluzionaria dell’autore), e non volontaristico, circa il problema dello sfruttamento capitalistico: «La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà, ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti» (5). Detto in poche parole, per Marx si trattava di opporre un punto di vista autenticamente classista alle concezioni progressiste piccolo-borghesi, molto diffuse già allora nel movimento operaio, che declinavano lo sfruttamento degli operai in termini di ruberia, di truffa, di inganno, di malafede e quant’altro ancora; un grande imbroglio, insomma, organizzato dai cattivi padroni ai loro danni. Per il cittadino di Treviri, invece, lo sfruttamento capitalistico è in primo luogo una questione di rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, i quali rendono possibile la creazione di un plus di valore (incassato dal capitale a titolo gratuito) nella sfera della produzione, non in quella della circolazione (compravendita di merce-lavoratore nel mercato del lavoro), regno di tutte le malefatte umane perché intimamente connesso col denaro, con «lo sterco del demonio», secondo la recentissima e originalissima definizione del Compagno Papa. Non si tratta, dunque, sempre per Marx, di mettere in questione la volontà, buona o cattiva che sia, dei padroni, ma un rapporto sociale storicamente determinato che è in sé, necessariamente, disumano. Si capisce facilmente perché questo punto di vista marxiano debba risultare oltremodo ostico ai riformatori del Capitalismo e ai teorici del male minore – magari in attesa di «più avanzati equilibri sociali».

«Il cittadino Weston ha dimenticato che la zuppiera nella quale mangiano gli operai è riempita dall’intero prodotto del lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non è né la piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma soltanto la piccolezza dei loro cucchiai» (6). Di qui, la necessità per gli operai per un verso di munirsi di cucchiai sempre più grandi (ossia di salari sempre più alti), e per altro verso, rafforzati da questa lotta per la sopravvivenza organizzata a spese del profitto e delle rendite parassitarie d’ogni tipo, di impossessarsi dell’intera zuppiera. Per fare di tutti gli individui dei lavoratori, secondo gli auspici di molti “marxisti” amici di Varoufakis? È questo il “comunismo” secondo Marx? A mio avviso no. Per Marx si tratta di fare di tutti gli individui anzitutto degli uomini, degli «uomini in quanto uomini», come egli scriveva sulla scorta dei filosofi umanisti d’ogni epoca, e questo lo si ricava da tutti i suoi scritti: da quelli “giovanili” a quelli “maturi”. Ma se non si passa attraverso l’eliminazione rivoluzionaria del lavoro salariato, ossia del lavoro dominato e sfruttato dal Capitale (non importa se “pubblico”, “privato” o “comunale”), non è possibile concepire, anche solo idealmente, la comunità degli uomini autenticamente umani. Non a caso il comunista tedesco conclude il suo saggio (la polemica con il malcapitato «cittadino Weston» è un mero pretesto) come segue: «Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale. […] Essi mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla liberazione definiva della classe operaia, cioè all’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato».

Insomma, piccolo o grande che sia, il metaforico cucchiaio è la croce dei nullatenenti. Anche perché nel frattempo il Capitale è diventato infinitamente più forte ed esperto (vedi, ad esempio, le politiche inflattive volte a difendere i profitti) dai tempi in cui l’umanista di Treviri impallinava il «cittadino Weston».

Veniamo alla conclusione delle Confessioni: «Strani sono i rituali della fatuità e tristi sono tali rituali quando vi ricorrono menti eccezionali, come Karl Marx e come un numero considerevole dei suoi discepoli del ventesimo secolo. Questa ostinazione a volere la storia, o il modello, “completa”, “conclusa”, l’”ultima parola”, è qualcosa che non posso perdonare a Marx. Si è dimostrata, dopotutto, responsabile di una gran quantità di errori e, più significativamente, di autoritarismo. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’attuale impotenza della Sinistra come forza del bene e come contrappeso agli insulti alla ragione e alla libertà cui sovrintende oggi il gruppo neoliberista». Tante fatue e infondate parole che ci fanno capire però come Varoufakis non abbia capito nulla della Tragedia occorsa al movimento operaio dalla controrivoluzione stalinista in poi. Il problema è che non è il solo, tutt’altro!

(1) Quanto segue va letto ovviamente mutatis mutandis: «Che Rosa Luxemburg non abbia riconosciuto il carattere fittizio dello schema di riproduzione di Marx in quanto mezzo ausiliario per il ragionare astratto, lo dimostra già la questione da essa sollevata sulla possibilità dello schema di arrivare ad “una esistenza sociale obiettiva” (!!!). La sua risposta a questa domanda ha un’intonazione positiva: “È così dimostrata la validità sociale, obiettiva dello schema”» (Henryk Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 236, Jaca Book, 1977). Anche questo “positivismo” fu probabilmente alla base delle sue infondate critiche alla «riproduzione allargata in Marx» contenute ne L’accumulazione del capitale (Einaudi, 1980).
(2) Vedi Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito. «Sottomissione reale del lavoro al capitale, ovvero il modo di produzione specificamente capitalistico», p. 51, Newton, 1976.
(3) Il Capitale, II, p. 510, Editori Riuniti, 1980.
(4) Scrive Henryk Grossmann polemizzando con la tesi elaborata da Rosa Luxemburg ne L’accumulazione del capitale secondo la quale lo schema marxiano dell’accumulazione «contraddice al corso reale dello sviluppo capitalistico»: « L’errore di questa enunciazione è visibile con chiarezza. Marx in realtà ha deriso la dottrina dell’armonia circa la possibilità di una accumulazione di capitale proporzionale, eguale in tutte le sfere di produzione. Se una tale accumulazione fosse possibile, le crisi diverrebbero impossibili. Marx dice perciò: “Non vi sarebbe sovrapproduzione se la ripartizione del capitale fra tutte le sfere di produzione fosse talmente proporzionata, che la produzione di un articolo implicasse il consumo dell’altro, e quindi il suo proprio consumo … Ma poiché la produzione capitalistica non può lasciar libero corso a se stessa che in certe sfere, in date condizioni, in generale non sarebbe possibile una produzione capitalistica, se essa si dovesse sviluppare contemporaneamente e uniformemente in tutte le sfere” [Storia delle teorie economiche, II]. La concezione qui sottoposta a critica poté sorgere soltanto per il fatto che si sono misconosciuti i punti di vista essenziali del comportamento metodologico di Marx. Marx rappresenta nel suo schema di riproduzione la linea media dell’accumulazione, dunque il decorso normale ideale per cui l’accumulazione ha luogo egualmente in ambedue le sfere di produzione. In realtà avvengono deviazioni da questa linea media – e proprio Marx ha accennato molte volte alle potenzialità elastiche del capitale – queste deviazioni però sono comprensibili sulla base di questa ideale linea media. L’errore di Rosa Luxemburg consiste proprio nel fatto che essa considera come esatta rappresentazione del decorso reale quel che deve rappresentare soltanto un decorso ideale di normalità fra molti casi possibili» (H. Grossmann, Il crollo…, pp. 235-236).
(5) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, p. 36, Newton, 1976.
(6) Ivi, p. 38, Newton, 1976.

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5 thoughts on “YANIS VAROUFAKIS. LE CONFESSIONI DI UN MINISTRO “UMANISTA”

  1. il nostro Adone non è abbastanza umanista per i miei gusti, tant’è che del metodo marxiano non ci acchiappa na sega

    sto Marx sbatacchiato dall’ escatologia messianica al determinismo economico a seconda della miseria da nascondere.. dovrebbe venire il sospetto che la questione del Capitale, colto nella sua totalità, è lungi dall’ essere compresa, un pò come la questione dell’ Essere

    sul metodo teoretico “a spirale” del Moro ho trovato piuttosto convincente la divulgazione che ne fa Riccardo Bellofiore nei video su youtube

    ciao!

  2. Pingback: BIFO, NEGRI E L’ALGORITMO DEL FINANZISMO | Sebastiano Isaia

  3. Pingback: L’ECONOMIA E IL MONDO SECONDO YANIS VAROUFAKIS | Sebastiano Isaia

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