LA CINA E IL COLORE DEL GATTO

gatto-cinese-624x835Perché gli economisti occidentali non riescono a spiegare il successo dell’economia cinese? Un editoriale apparso qualche giorno fa sul Quotidiano del Popolo provava a dare una risposta a questa interessante domanda, tanto più fondata, dal punto di vista del regime cinese, alla luce del dibattito italiano seguito all’accordo raggiunto la scorsa settimana dalla Pirelli con ChemChina, il colosso statale cinese della chimica.

Questo dibattito, ricordiamolo, ha visto il solito piagnisteo sovranista sull’italianità perduta di quello che una volta fu il celebrato Made in Italy (salvo poi lamentare la scarsa propensione del Sistema-Italia ad attrarre i «vitali» capitali esteri), sommarsi a quello dei liberisti, o sedicenti tali, i quali lamentano invece il carattere statale del capitale cinese venuto a «fare shopping» nel Belpaese, capitale che altrimenti sarebbe il benvenuto in un Paese che ha bisogno «come il pane» di investimenti stranieri. Scriveva Gaetano Miccichè, direttore generale di Intesa Sanpaolo, un anno fa sul Sole 24 Ore: «L’incremento dei consumi interni e la formazione di una classe media ricca fanno della Cina un mercato di sbocco dall’enorme potenziale per le nostre imprese. Osserviamo con interesse l’elevato tasso di sviluppo di alcune regioni e intensifichiamo le relazioni con le corporate cinesi che intendono investire o trovare partner in Italia». Questo è il linguaggio che deve parlare il portavoce del cosiddetto Made in Italy attivo nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale! Come stare al passo degli investimenti effettuati in Cina dai tedeschi e dai francesi (confrontarsi con gli americani e con i giapponesi sarebbe velleitario fino al ridicolo)? Questo dovrebbe essere l’assillo di ogni onesto cittadino italiano che segue, per interesse o per diletto, le complesse vicende della «merda economica» – secondo la sobria definizione di Marx. Ancora troppi italiani si attardano invece a considerare il mondo da una prospettiva vecchia almeno di trent’anni, e a fare risibili analisi del sangue a un Capitale che ha nella dimensione planetaria la sua naturale dimensione, e nel profitto la sua stessa ragion d’esistere e certamente il motore più importante del suo incessante sviluppo quantitativo e qualitativo.

Uno sviluppo, sia detto di passata e andando “fuori tema”, la cui premessa e il cui risultato più essenziali sono la crescente disumanizzazione di questa Società-Mondo. Declinate il concetto di disumanizzazione nei mille modi possibili, e avrete la verità sulla nostra attuale condizione esistenziale. Ma abbandoniamo la fuffa filosofica e ritorniamo alle cose che fanno girare il mondo!

Il 23 marzo, nelle stesse ore in cui Marco Tronchetti Provera spiegava all’opinione pubblica del Paese il senso dell’accordo con Ren Jianxin, il manager “comunista” che guida ChemChina, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco aprendo un convegno dedicato alla «gloriosa» storia dell’Iri invitava gli astanti a riflettere sul problema che segue: «Ci si può chiedere se in questa difficile fase di cambiamento della nostra economia e della nostra società non sia auspicabile una presenza pubblica, in forma diretta e indiretta, maggiore di quella che si osserva oggi». I numerosi statalisti che affollano il Paese hanno immediatamente rilanciato il tema così autorevolmente – e ambiguamente – sollevato; sparando a palle incatenate contro «il liberismo rigido ma libresco del “questo è il mercato, bellezza!”» (allusione alla coppia di successo Alesina e Giavazzi?), Massimo Mucchetti, ad esempio, ha stigmatizzato «il Tradimento del Capitale, del capitale più che dei capitalisti. La fuga. La resa. Della funzione più che degli uomini. I buoi escono, qualcuno controlla?» (Il Foglio, 30 marzo 2015). Insomma, Mucchietti caldeggia un ritrovato e meno parassitario attivismo economico da parte dello Stato, «se e quando sia conveniente per l’interesse generale». Chi segue il mio modesto blog sa quanto chi scrive sia sensibile alla Sirena dell’interesse generale. Diciamo…

«D’altra parte, o bere o affogare», scrive Giancarlo Elia Valori, professore di Economia e Politica Internazionale presso la Peking University: «L’Italia, da anni, non è più stata attrattiva per gli investimenti esteri diretti: ormai siamo a meno di 1 miliardo annuo di investimenti diretti stranieri (Fdi), e talvolta si raggiungono livelli minori. […] Sentiamo nelle orecchie il solito refrain del “Made in Italy” della qualità, della manifattura, ed è tutto vero, ma molto del nostro “Made in Italy” è e sarà copiato da altri, moltissimo del nostro manifatturiero sarà adattato a mercati che non ci interessano più e, insomma, dati i dati più recenti, siamo sempre lì: cresciamo nell’export quando il dollaro si abbassa rispetto all’euro, e si langue con la moneta europea troppo “alta”. Gioco vecchio e che fa pensare che avesse ragione la buonanima di Paolo Baffi, quando affermava, poco prima di morire, che l’Italia non si sarebbe salvata da un gioco diverso da quello, vecchio e un po’ cialtrone, delle svalutazioni competitive. Oggi, con questo tipo di produzioni, le svalutazioni competitive ce le fanno gli altri, ma abbassando oltre ogni limite il costo del lavoro, abolendo il welfare, utilizzando in modo diverso la finanza “bianca” e “grigia”» (G. Elia Valori, Formiche, 28 marzo 2015). Come diceva quello, non importa se il gatto è bianco o grigio, purché…

E dire che quando, ancora agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, il rozzo e “fascistoide” Umberto Bossi metteva in guardia il Capitalismo italiano radicato nei mitici distretti industriali del Nord dall’apertura incondizionata (e «ideologica») del mercato mondiale alla Cina molti si mettevano a darsi di gomito e sghignazzare. Ovviamente la lungimiranza del Senatur, che in fatto di analisi economiche e politiche mostrava di saperla assai più lunga della gran parte dei suoi critici sinistrorsi, non poteva arrestare né rallentare minimamente un processo sociale di dimensioni planetarie. La sua rivendicazione di una politica economica protezionista ai danni del Made in China segnalava la debolezza strutturale del «capitalismo dei distretti», completamente spiazzato dalla concorrenza di marca cinese e indiana.

Negli anni Ottanta, quando il Capitalismo d’Oltre Manica si ridusse a mendicare un po’ d’ossigeno al Giappone, la cui ascesa al primato capitalistico mondiale appariva irresistibile, l’orgogliosa Margaret Thatcher non si vergognò di dichiarare che «l’unione delle qualità manageriali giapponesi con la capacità dei lavoratori britannici farà grandi cose». In altre parole: da una parte capitali, cognizioni tecnologiche, conoscenze scientifiche ed esperienza applicativa; dall’altra la “bruta” forza lavoro. Segno dei mutati tempi. Mutatis mutandis

Alla classe dirigente cinese, fedele al motto secondo il quale non importa di che colore è il Capitale, basta che acchiappi il profitto, le critiche all’operazione Pirelli-ChemChina apparse sui maggiori quotidiani italiani sono suonate, a mio avviso non a torto, alquanto provinciali, e sicuramente indicative delle magagne che gravano sul nostro Sistema-Paese. E qui ritorniamo all’editoriale dell’organo ufficiale del Partito Comunista [sic!] Cinese: Perché gli economisti occidentali non riescono a spiegare il successo dell’economia cinese?

In primo luogo, scrive il QdP citato sopra, occorre chiamare in causa una ragione di natura ideologica. La concezione degli economisti occidentali poggia su solide conoscenze scientifiche che sono applicate anche in Cina. Nessuno discute i concetti di prezzo, valore, concorrenza, mercato, crescita basate su quelle conoscenze. Tuttavia essi ne traggono valori e conseguenze politiche che mettono l’enfasi sulla proprietà privata anziché sull’investimento nazionale, sul libero mercato piuttosto che sull’intervento regolatore del governo, sui diritti del capitale anziché su quelli del lavoro. E su quest’ultimo punto la risata è doverosa, direi addirittura obbligatoria, almeno per chi conosce il livello di sfruttamento cui sono sottoposti i lavoratori cinesi. Ma non divaghiamo!

Bisogna poi menzionare la teoria secondo la quale il modello di mercato capitalistico sarebbe il solo in grado di soddisfare i bisogni dell’umanità, e che sarebbero bastati astratti modelli matematici a fissare gli standard ottimali della crescita economica e del benessere della popolazione. Secondo il QdP la stessa esistenza di un «mercato socialista con caratteristiche cinesi»* confuta questa teoria e tutte le politiche economiche che a essa si ispirano. Ancora oggi, conclude il prestigioso quotidiano cinese, gli economisti occidentali stentano a prendere atto del fatto che il Capitalismo è sorto in una dimensione spazio-temporale determinata, e che tale esperienza non è dunque  necessariamente ripetibile in altri contesti storici e sociali: è il caso appunto della Cina, la cui specificità storica, sociale e culturale è sotto gli occhi di tutti. Chi non comprende questo somiglia a colui che si taglia i piedi per adattarli alla scarpa. Quest’ultima frecciata è sicuramente rivolta a quella parte del Partito-Regime che spinge nella direzione di una maggiore “occidentalizzazione” del gigantesco Paese asiatico.

Com’è noto, la scarpa cinese ha molto a che fare con il modello sociale dell’Asia orientale in generale, e con quello offerto da Singapore in particolare, e non a caso la stampa di regime cinese non smette di elogiare l’ordine, la pulizia, l’etica del lavoro e la disciplina dei cittadini che vivono in quella metropoli capitalistica, passata con sorprendente rapidità da una condizione di assoluto sottosviluppo a una di invidiabile prosperità e di ordinata esuberanza capitalistica. Ciò che ha sempre affascinato la leadership di Pechino è il modello di «democrazia guidata» e «dittatura benevole» che ha permesso all’ex colonia britannica di aprirsi all’economia capitalistica senza mettere in crisi il tradizionale sistema di potere politico che in Occidente è rubricato come «autoritarismo». Scriveva Lee Kuan Yew, il padre-padrone del moderno Singapore spentosi lo scorso 23 marzo alla veneranda età di 91 anni, nel suo libro di memorie (La storia di Singapore):

«Quali sono le nostre prio­rità? In primo luogo, il benes­sere, la soprav­vi­venza della gente. Poi, norme e pro­cessi demo­cra­tici che tal­volta dob­biamo sospendere. […] Se è pos­si­bile sele­zio­nare una popolazione istruita e propriamente edu­cata, allora non c’è biso­gno di usare troppo il bastone, per­ché i cittadini sono già stati adde­strati. È come con i cani. Li si adde­stra in modo cor­retto da pic­coli. Sanno che avranno modo di allon­ta­narsi, andare fuori a fare pipì e defe­care. No, non siamo quel tipo di società. Abbiamo dovuto adde­strare cani adulti che ancora oggi deliberatamente uri­nano negli ascensori». Di qui, l’esigenza del guinzaglio corto e del bastone tutte le volte che il cittadino-cane disubbidisce «deliberatamente» agli ordini impartiti dal padrone – per conto del Supremo Bene Comune, si capisce. Musica per le orecchie dei leader cinesi, da Deng Xiaoping a Xi Jinping. Naturalmente anche Obama non ha mancato di tessere gli elogi di Lee Kuan Yew, a riconferma del tradizionale “pragmatismo” che ispira la politica estera americana, “pragmatismo” che dà un’eccellente mostra di sé soprattutto con gli amici di Washington.

Detto en passant, Singapore ha immediatamente appoggiato la fondazione della Asian Infrastructure Investment Bank promossa dalla Cina un anno fa, suscitando le ire degli Stati Uniti e del Giappone – al vertice dell’Asian Development Bank che opera in sinergia con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, ossia con i pilasti del sempre più terremotato edificio finanziario sorto ormai settant’anni fa a Bretton Woods**.

Il modello che il Partito-regime di Pechino odia con tutte le sue forze è quello praticato dall’Unione Sovietica di Gorbaciov, e capire il perché non richiede molta intelligenza.

* Scrive Maria Weber: «Il socialismo di libero mercato è un ibrido ideologico, giustificato da Pechino con la considerazione che alcuni strumenti economici, a lungo etichettati come capitalisti, sono in realtà neutrali e possono essere impiegati per favorire la crescita economica. Socialismo e libero mercato non sono in contraddizione perché il mercato non porta necessariamente al capitalismo (La Cina alla conquista del mondo, p. 63, Newton, 2006). È la stessa risibile (ma quanto efficace!) operazione ideologica che a suo tempo tentò lo stalinismo per giustificare l’esistenza nella Russia “socialista” di tutte le categorie economiche tipiche del regime capitalistico. Inutile dire che fior di “marxisti” occidentali appoggiarono con il solito zelo quella “stravagante” operazione, senza tralasciare di accusare di fascio-trotzkismo chiunque osasse azzardare qualche obiezione basata sui testi marxiani. Sulla natura sociale della Cina, da Mao in poi, rimando a Tutto sotto il Cielo – del Capitalismo.

* * Russia, Australia e Paesi Bassi sono stati gli ultimi tre Paesi a dichiarare la loro disponibilità ad aderire all’AIIB come membri fondatori. Il Giappone alla fine ha dovuto prendere atto del successo dell’iniziativa cinese e sta «considerando seriamente l’offerta», e pare che gli stessi Stati Uniti siano tentati di entrare nel nuovo istituto finanziario internazionale con lo scoperto obiettivo di cambiarne dall’interno governance, standard e rapporti di forza.

«I Paesi occidentali, dicono gli Stati Uniti, possono esercitare più influenza su questa istituzione se ne rimangono fuori. Sarebbe meglio così, sostiene un funzionario statunitense, che “entrare in un momento in cui non possono avere nessuna certezza che la Cina non si riserverà poteri di veto”. Ma quelli che rimangono fuori non avranno nessuna influenza su un’istituzione che non ha bisogno dei loro soldi. L’unica speranza di esercitare influenza è starci dentro» (Martin Wolf, Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2005). Sì, forse un po’ di sano entrismo è quello che ci vuole.

In realtà, e al di là delle facili battute,  l’indiscutibile successo dell’iniziativa cinese, che rende evidente la raggiunta maturità sistemica del Celeste Capitalismo e che può davvero aprire una nuova fase nella competizione interimperialistica globale (industriale, commerciale, finanziaria, tecnologica, scientifica), potrebbe nascondere un “risvolto dialettico” negativo per l’attuale regime politico cinese. Infatti, la maggiore integrazione del Capitale mondiale, di cui anche la Asian Infrastructure Investment Bank è in qualche modo parte, alla lunga potrebbe avvantaggiare gli “occidentalisti” del PCC. In ogni caso è certo che l’attuale terremoto economico che sta destabilizzando il già devastato vecchio ordine economico internazionale avrà dei contraccolpi politici anche in Cina. I prossimi anni ci mostreranno la loro natura e la loro portata.

la-giornalista-cinese-gao-yu-658357Aggiunta del 18 aprile 2015.

LE SETTE INFLUENZE SOVVERSIVE SECONDO
IL CELESTE REGIME DI PECHINO

«Uscirà dal carcere alla soglia degli ottant’anni. Famigliari, amici e attivisti per i diritti umani temono che non riesca ad arrivare viva fino a quel giorno. Per Gao Yu, 71 anni, raro esempio di giornalista indipendente in Cina, la vecchiaia non sarà diversa dal resto di un’esistenza dedicata alla lotta per la libertà d’espressione. Il tribunale numero 3 di Pechino l’ha condannata ieri a 7 anni per “divulgazione di segreti di Stato all’estero”. La Cina dei leader “riformisti” conferma così il pugno di ferro contro i giornalisti che non si piegano alla censura e lancia un messaggio inequivocabile: cinesi e stranieri devono seguire “la linea di massa del partito”, altrimenti possono dire addio alla libertà personale. A rendere ancora più sinistra la sentenza, il fatto che i giudici abbiano riconosciuto vere le notizie diffuse da Gao Yu. La sua colpa è stata aver reso pubblico l’ormai famoso “Documento numero 9” del Comitato centrale, con cui il presidente Xi Jinping ha definito “le sette influenze sovversive” dell’Occidente sulla società cinese. Tra queste, come grazie a Gao hanno potuto scoprire i media stranieri, figurano la “democrazia costituzionale”, i “valori universali come i diritti umani”, o la “libertà di parola”. Il documento, scovato due anni fa e indirizzato solo ai dirigenti comunisti, metteva all’indice anche l’indipendenza della magistratura e demoliva come “superati” i più importanti “concetti occidentali”» (Giampaolo Visetti, La Repubblica, 18 aprile 2015).

Dio, come odio la «linea di massa del partito»! Sarà a causa del mio inveterato individualismo piccolo borghese? Può darsi. Se i “gufi” hanno ragione circa la flessione dell’economia cinese, si può forse prevedere che al più presto anche molti lavoratori cinesi avranno modo di assaggiare i rigori della «linea di massa del partito». E non sarebbe la prima volta. I celesti servitori del Capitalismo cinese sono così sicuri della superiorità del «socialismo con caratteristiche cinesi» da sentire il bisogno di scatenare ovunque nel Paese una vera e propria caccia alle streghe contro i sostenitori dei «superati concetti occidentali».

Qualche settimana fa i cari celesti leader hanno anche voluto ricordare al popolo cinese che il Dalai Lama «resta «un lupo travestito da agnello», nonché un «blasfemo non reincarnato». Blasfemo e pure «non reincarnato»: che delusione!

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7 thoughts on “LA CINA E IL COLORE DEL GATTO

  1. “Allo stesso tempo, il ruolo della Cina sia come destinazione che come fonte di IDE (investimenti diretti esteri) ha continuato a crescere – dal 2008 al 2013 i flussi in entrata in Cina sono aumentati di circa il 50%, mentre i flussi in uscita sono cresciuti di circa un quarto. Pur con un tasso di crescita dell’economia lontano dalla media degli ultimi venti anni (oltre il 10% annuo di crescita del PIL) e oggi ai livelli minimi dagli inizi degli anni Novanta, la Cina continua ad attrarre investimenti dall’estero più di quanto essa riesca ad aumentare i suoi investimenti esteri – e questo nonostante la possibilità di utilizzare ingenti riserve valutarie tramite i suoi veicoli finanziari (sovereign wealth funds).”

    https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/gli-investimenti-diretti-esteri-ancora-il-motore-della-crescita-globale

    nonostante tutto questo la fatidica soglia di crescita del 7% è terribilmente vicina….

    • Ciao! Interessante anche questo: http://www.repubblica.it/economia/2015/03/29/news/high_frequency_trade_forchielli-110538821/
      Della serie: È il Capitalismo, ancorché con caratteristiche cinesi, bellezza! L’integrazione sempre più spinta fra attività industriali e attività finanziarie, con periodica formazione di bolle speculative e surriscaldamento dell’economia nel suo complesso, segnala la raggiunta maturità del Celeste Capitalismo, la cui dimensione non può non generare “perturbazioni” di livello planetario. L’ombrello va dunque sempre tenuto a portata di mano! Un saluto!

      • i banchi di San Francesco non hanno mai chiuso, solo cambiano sede…in generale i tentativi di soft landing (come negli usa del 2006, c’era ancora Greenspan alla FED) vanno regolarmente a vuoto….

  2. sempre ottimo.
    tornare a una sorta di keynesismo, prima o poi, sarà d’uopo nel tentativo di salvare capra e cavoli, ossia tentare di salvare sopratutto i cavoli altrui con soldi pubblici. speriamo non sia un keynesismo per necessità di guerra, ma non ci scommetterei un renminbi bucato.

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