PROCESSO SOCIALE E COSTITUZIONE ITALIANA

medioev 3Una premessa “metodologica” mi sembra utile fare per mettere il lettore nelle condizioni di apprezzare l’autentico spirito che informa la riflessione che intendo svolgere: qui non attacco una persona ma cerco piuttosto di svolgere una critica a una peculiare posizione politica largamente diffusa nella società italiana, soprattutto fra gli intellettuali progressisti del Paese. Una posizione che oggi trova alimento nella crisi economica che ancora morde larghi strati del proletariato ma anche una parte consistente di piccola borghesia impiegatizia e di media borghesia declassata e frustrata nei suo interessi e nelle sue ambizioni di ascesa sociale. Ciò doverosamente premesso, passo alla questione che intendo affrontare senza alcuna pretesa di poterla chiarire in tutti i suoi complessi aspetti.

A Vladimiro Giacché l’idea di società che informa la Costituzione italiana piace molto. Ciò che invece lo irrita alquanto è l’idea di società che vien fuori dai Trattati europei. Da una parte il Bene, ossia «la Costituzione più bella del mondo», secondo la nota definizione dell’ex smacchiatore di giaguari; dall’altra il Male, sempre laicamente parlando s’intende, cioè i famigerati Trattati europei, i quali «presuppongano un’idea di società ben diversa da quella che avevano i nostri padri costituenti». Chi mi conosce sa con quanto entusiasmo e con quanta devozione io abbia sempre studiato le opere dei «nostri padri costituenti». E sa pure, chi mi conosce, che mi sto concedendo un po’ di facile ironia, della quale però subito mi scuso per ritornare a una postura intellettuale più seria. Diciamo.

Conoscendo le posizioni stataliste-sovraniste dell’intellettuale in questione, il quale peraltro non ha mai fatto mistero di essere un ammiratore (un nostalgico?) del “socialismo reale”, come testimonia anche la sua strenua difesa delle ragioni della defunta DDR, le sue preferenze costituzionali non mi sorprendono affatto. Anzi! Il cane ha morso l’uomo: dov’è la notizia?

Scrive Giacché: «In termini generali, la Costituzione italiana esprime una delle varianti di quel modello di capitalismo regolato che si afferma nell’immediato dopoguerra in molti paesi». Posso anche sottoscrivere questa tesi, visto che ho sempre sostenuto l’idea che la natura ultrareazionaria, ossia capitalistica, di quella Costituzione è resa evidente proprio da quel  mitico Art. 1 che secondo i progressisti di ieri e di oggi dovrebbe invece conferirle una impronta fortemente “sociale”, se non addirittura “socialista”. Alludo naturalmente al carattere capitalistico del lavoro su cui la Repubblica Italiana, come ogni altro regime politico-sociale del vasto mondo, dice, a giusta ragione, di fondarsi. Come scrive Giacché, «Di Fanfani è anche la formulazione dell’articolo 1 della Costituzione (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”), poi prevalsa grazie anche al voto favorevole dei comunisti». Quando il Nostro parla di «comunisti», egli intende ovviamente alludere agli stalinisti con caratteristiche italiane (togliattiane), ossia a quanto di più distante possa concepirsi dall’idea di comunismo che ha in testa chi scrive. Ma chi sono io per trinciare giudizi sull’altrui comunismo?

Il mondo è bello perché è vario, si dice dalle mie parti, e dev’essere proprio così visto che, a quanto pare, a un comunista può andar bene la costituzionalizzazione del lavoro salariato, sul cui sempre più scientifico sfruttamento si fonda la vigente Società-Mondo, della quale l’Italietta non è che un nodo, un’articolazione periferica, una manifestazione regionale. E ciò sulla base di una dinamica sociale storicamente necessaria, checché ne dicano i teorici del capitalismo nazionale regolato, calmierato, sorvegliato, imbrigliato, protetto, sussidiato, delle cui prestazioni del resto il Dominio sa ben servirsi nei momenti di più acuta crisi economica e sociale. Ma quando suona l’ora di quei teorici, è meglio fare gli scongiuri, per dirla in termini materialistici, e sperare che il conflitto bellico non sia, come invece pensa chi scrive, la continuazione della guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, politica, ideologica) con altri mezzi.

Sulla natura capitalistica della Carta Giacché non ha dunque nulla da obiettare, mentre molto da criticare egli ha circa il modello di capitalismo che emergerebbe dai Trattati europei, modello che rischia di imporsi anche in Italia, a partire dalla sua Costituzione, come dimostra l’inserimento nel suo sacro corpo del principio del pareggio di bilancio – Art. 81 revisionato. È una certa idea di capitalismo, non il capitalismo “in sé e per sé”, il capitalismo sans phrase, che disturba lo scienziato sociale preso di mira in queste modeste righe. E a questo punto mi prendo la libertà di fare una considerazione d’ordine generale, che non intende colpire necessariamente la posizione di Giacché.

Per come la vedo io, se uno accetta di buon grado la santificazione del lavoro di cui all’Art. 1, deve anche accettare tutte le conseguenze connesse necessariamente alla sua natura sociale: dallo sfruttamento dei lavoratori alla formazione di un «esercito industriale di riserva», dall’attacco alle condizioni di lavoro e di vita del proletariato all’espansione della sfera finanziaria connessa al processo allargato dell’accumulazione capitalistica, con i suoi alti e i suoi bassi, con le sue espansioni e le sue crisi, con le sue rivoluzioni tecnologiche e le sue ubriacature speculative, e via di questo capitalistico passo.

La Costituzione Italiana fu certamente il frutto di un compromesso fra partiti di diversa ispirazione politico-ideologica e di diverso orientamento geopolitico (con la DC che guardava agli Stati Uniti e il PCI che guardava all’Unione Sovietica), ma, beninteso, di un compromesso tutto interno alla maligna dimensione del dominio capitalistico, a causa della natura capitalistica di tutti gli attori, nazionali e internazionali, in campo. D’altra parte, le concezioni “lavoriste” di Fanfani, già ideologo del corporativismo fascista, ben si amalgamavano con le analoghe concezioni dei colleghi stalinisti, teorici del Capitalismo di Stato con caratteristiche “sovietiche” e cultori del disumano mito stakanovista. Chiudo la parentesi “dottrinaria” e ritorno al nostro «economista d’ispirazione marxista»*.

Come ogni “cicala” sovranista meridionale che si rispetti, Giacché “insorge” contro le pretese economiche e politiche delle “formiche” nordiche: «Si è avuto un evidente sbilanciamento delle politiche dell’Unione a favore degli Stati creditori, e in particolare della Germania, a scapito dei debitori. La stessa Commissione Europea – come è stato osservato – anziché mantenere il necessario ruolo di terzietà tra i Paesi membri “ha accettato di diventare l’agente delle nazioni creditrici dell’eurozona”». È la competizione capitalistica, bellezza! E in questa competizione vincono ovviamente i sistemi capitalistici più forti, più strutturati, più dinamici. Solo degli sciocchi possono dar credito al cosiddetto “sogno europeista”, il quale si dà necessariamente come tentativo da parte dell’area tedesca (o del marco virtuale) di imporre i suoi interessi e i suoi standard sistemici ai Paesi dell’Unione Europea. Come mi è capitato di scrivere altre volte, si tratta di una vera e propria guerra capitalistica nell’accezione più vasta – ossia non meramente economica – del concetto, la cui genesi e dinamica si comprendono solo alla luce del processo sociale considerato alla scala mondiale, che è poi la dimensione più autentica del Capitale, come già sapeva l’internazionalista di Treviri.

A differenza dell’«economista d’ispirazione marxista», chi scrive non si batte per l’uscita dell’Italia, della Grecia o di altri Paesi dell’Unione Europea dall’area della moneta unica, un’opzione tutta interna allo scontro intercapitalistico che non incrocia, nemmeno contingentemente e “tatticamente”, gli interessi dei senza riserve; chi scrive si batte (che parola grossa!) per realizzare le condizioni affinché si possa sviluppare ovunque un protagonismo proletario autonomo, ossia ostile a tutte le fazioni capitalistiche nazionali e sovranazionali che oggi lottano per disputarsi la sola cosa che conta nel vigente regime sociale mondiale: il Potere sociale – o “sistemico” che dir si voglia. L’utopia dei sovranisti è l’uscita dei Paesi europei meridionali dall’euro, e il ritorno alla vecchia e cara divisa nazionale; la mia utopia è l’uscita dell’umanità dal Capitalismo tout court. Il mondo è bello perché è vario!

A proposito dell’Art. 3 del Trattato sull’Unione Europea Giacché scrive: «Si tratta di un articolo che meriterebbe un commento approfondito, non fosse che per chiarire l’esatto significato di una locuzione oscura quale l’“economia sociale di mercato fortemente competitiva”». Perché definire «oscura» una locuzione che, al di là della solita fuffa – e truffa – ideologica concentrata nella parola “sociale” (non a caso adoperata dai fascisti al tempo della nota e sfortunata Repubblica di Salò), è di una chiarezza solare? Sul carattere sociale del capitalismo, del resto, Marx riempì moltissime pagine dei suoi scritti “economici”, e a mio avviso è seguendo il filo rosso della sua critica dell’economia politica che il comunista dovrebbe denunciare il carattere altamente mistificatorio della “socialità” di cui parlano i politici e gli intellettuali posti al servizio della classe dominante nazionale e sovranazionale. Per il resto, basta studiare la società tedesca, il cui modello di «economia sociale di mercato fortemente competitiva» è da molti economisti e sociologi del Vecchio Continente contrapposto nel modo più risibile a quello anglosassone (che difetterebbe quanto a “socialità”), per capire di cosa stiamo parlando quando tiriamo in ballo la locuzione di cui si parla.

«Non meno interessante», prosegue Giacché, «è l’ordine degli obiettivi elencati: chi sia abituato alla nostra Costituzione può trovare singolare, ad esempio, che gli obiettivi della “piena occupazione” e del “progresso sociale” seguano e non precedano l’obiettivo della “stabilità dei prezzi” (un obiettivo che invano cercheremmo nella nostra Carta fondamentale)». Qui ci troviamo dinanzi a un classico caso di ingenuità piccolo-borghese, assai frequente negli intellettuali che prendono molto sul serio le affermazioni declamatorie scritte sulle “Carte fondamentali”. Che in Italia la «piena occupazione» e il – cosiddetto – «progresso sociale» siano stati subordinati agli «interessi generali del Paese», ossia al compromesso fra la ricerca del massimo profitto e le esigenze di gestire in modo efficace (anche sul versante elettoralistico) il conflitto sociale è un fatto su cui a mio avviso non bisogna spendere molte parole. Come non bisogna affannarsi più di tanto nel dimostrare il ruolo fondamentale che hanno avuto i sindacati collaborazionisti, CGIL in testa, nella prassi del controllo sociale. Ma questa prassi, che trova una puntuale espressione in diversi articoli della Costituzione, deve anch’essa seguire il mutamento della struttura sociale per conservare la propria efficacia: di qui, l’annoso dibattito intorno al ruolo dei «moderni sindacati», alla funzione dei «moderni partiti», alla necessità di non far scomparire i «corpi intermedi» e via di seguito.

Ancora una citazione: «Ovviamente la questione, ben prima che giuridico-diplomatica, è politica. Ed è la seguente: alla luce di quanto si è visto, è conveniente proseguire sulle modalità di integrazione europea tracciate dagli attuali Trattati, magari confidando in un cambio di passo rappresentato dall’unione politica? Non è meglio cambiare, anziché il passo, la direzione di marcia? Io penso che debba preferirsi questa seconda alternativa. Penso che si debba cambiare direzione, e che questa debba tornare a essere quella indicata dalla nostra Costituzione. È questo il vincolo interno inderogabile che dobbiamo anteporre, o meglio sostituire, al vincolo esterno rappresentato dai Trattati europei e a ciò che esso ha portato con sé: un anacronistico revival dello Stato minimo e del laissez faire, appena riverniciato di “modernità” tecnocratica». Come se la riproposizione dello “Stato massimo” e del dirigismo (in salsa keynesiana? fascista? stalinista? fanfaniana? cinese?) fosse l’ultima parola in materia di scienza sociale!

Oggi (diciamo pure da almeno trent’anni!) la Costituzione Italiana è in grave sofferenza non a causa dei soliti poteri forti sovranazionali legati a doppio filo ai famigerati, e non meglio precisati, “mercati”, ma a motivo del suo anacronismo, figlio della tradizionale lentezza della politica italiana ad adeguarsi ai tempi del processo sociale. Lentezza che a sua volta si spiega con la vecchia strategia delle classi dirigenti del Belpaese volta al continuo compromesso fra i diversi interessi che fanno soprattutto capo alle diverse fazioni della classe dominante. Una strategia che, come osservavo sopra, coinvolge anche la gestione dei conflitti sociali, come dimostra l’attaccamento dei progressisti e dei sindacalisti alla cosiddetta concertazione, anche questo in continuità con il corporativismo della “sinistra” fascista. Solo a partire dalla prospettiva concettuale e politica qui semplicemente abbozzata è possibile, a mio avviso, svolgere una critica davvero radicale, ossia anticapitalista, alla dialettica incardinata dal reale movimento delle cose fra Costituzione Italiana e Trattati europei.

Insomma, scavare un abisso concettuale e politico, come si sforza di fare Giacché con una competenza giuridica ed economica che sono lungi dal negargli, tra i Trattati europei e la «democrazia costituzionale» ha un solo significato: quello di difendere un modello di società capitalistica che oggi mostra la corda a causa della dinamica capitalistica. Come diceva quello, «Lasciamo i morti a seppellire e piangere i morti». Un suggerimento che di buon grado giro anche a Giacché.

Demistificare, non difendere la Costituzione Italiana: ecco ciò che, a mio avviso, impone un minimo sindacale di pensiero critico-radicale. A partire dal già evocato Art. 1 e dall’Art. 3, un vero e proprio peso massimo dell’ideologia borghese: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Qui basterebbe riprendere quanto scrisse Marx già nel 1843 (vedi, ad esempio, La questione ebraica) a proposito del carattere ideologico, cioè falso e mistificatore, dell’uguaglianza solo formale introdotta dalla rivoluzione borghese (per tacere delle questioni “esistenzialistiche” circa la natura disumana e disumanizzante dell’economia fondata sul profitto) e aggiornarlo alla luce dell’attualità. Attualità che, se non mi sbaglio, fa letteralmente impallidire il Moloch capitalistico su cui si esercitò la potente critica marxiana. Altro che «libertà»! Altro che «eguaglianza dei cittadini» e «pieno sviluppo della persona umana»!

* Svolgo la breve considerazione che segue per meglio chiarire la prospettiva dalla quale scaglio frecce critiche contro chi difende la Costituzione Italiana. La cosa appare anche di una certa attualità visto che siamo alla vigilia dei rituali festeggiamenti “liberatori”.

La Resistenza rappresentò a tutti gli effetti per l’Italia la continuazione della guerra imperialista con altri mezzi nel mutato scenario interno (crollo “ufficiale” del regime fascista il 25 luglio 1943) e internazionale (con il tradizionale “salto della quaglia” nelle alleanze politico-militari del Paese). Gli episodi di lotta di classe (scioperi operai nei centri industriali del Nord, lotte contadine in Sicilia e in Puglia) e di autodifesa armata di soldati italiani sbandati (dall’8 settembre 1943 in poi) staccata dal movimento “ufficiale” resistenziale guidato dai partiti borghesi antifascisti riuniti nel CLN, episodi che naturalmente sono lungi dal negare o, credo, dal sottovalutare, non furono tuttavia tali da poter mutare nemmeno in parte la sostanza storico-sociale di quel fenomeno.

D’altra parte, nel pieno dello scontro bellico i rapporti di forza sociali e militari erano talmente sbilanciati a favore dell’imperialismo, e l’idea stessa della “rivoluzione sociale” che fece capolino nella testa di qualche avanguardia proletaria era così fortemente influenzata dallo stalinismo, che anche quegli eroici episodi finirono per portare acqua al mulino resistenziale concepito nei termini appena abbozzati. Scrive Giulio Sapelli: «La partecipazione delle forze partigiane e delle forze armate regolari al fianco dei vincitori dà all’Italia uno statuto particolare nel contesto della ricostruzione del secondo dopoguerra. La Resistenza consentirà alla classe politica emersa dalle prime elezioni democratiche del dopoguerra di trattare su un piede di maggiore dignità e di autonomia dinanzi alle potenze inglese e nordamericana» (Storia economica  dell’Italia contemporanea, p. 1, Bruno Mondadori, 2008). Condivido.

Non escludo, e anzi so bene, che allora, nel fuoco degli avvenimenti, più di un comunista antistalinista (peraltro, il solo modo di essere comunista che riesco a concepire) pensò che vi fosse lo spazio per trasformare la Resistenza imperialista in una Resistenza di classe, per mutuare la celebre parola d’ordine leniniana  del 1914, e si mosse in quel senso. Nulla da dire, se non per esternare dell’ammirazione nei confronti di persone disposte a sacrificare la loro vita nella lotta di emancipazione. D’altra parte, polemizzare con la storia non ha il benché minimo senso. Se la prospettiva storica, il solo punto di vista che può permettersi chi cerca di capire la storia “fatta” dagli altri ha un senso, ebbene questo senso è da ricercarsi nello sforzo di cogliere il processo sociale nella sua contraddittoria totalità e nella sua dinamica interna, resistendo alla tentazione di polemizzare con i protagonisti delle vicende passate nel vano – e certamente puerile – tentativo di rifare la storia ex post, servendosi di una scienza del poi assai poco… scientifica.

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2 thoughts on “PROCESSO SOCIALE E COSTITUZIONE ITALIANA

  1. Commenti da Facebook.

    R. I.: Non comprendo il legame tra critica ad una Costituzione borghese e critica alle posizioni anti-unioniste.
    “A differenza dell’«economista d’ispirazione marxista», chi scrive non si batte per l’uscita dell’Italia, della Grecia o di altri Paesi dell’Unione Europea dall’area della moneta unica, un’opzione tutta interna allo scontro intercapitalistico che non incrocia, nemmeno contingentemente e “tatticamente”, gli interessi dei senza riserve; chi scrive si batte (che parola grossa!) per realizzare le condizioni affinché si possa sviluppare ovunque un protagonismo proletario autonomo, ossia ostile a tutte le fazioni capitalistiche nazionali e sovranazionali che oggi lottano per disputarsi la sola cosa che conta nel vigente regime sociale mondiale: il Potere sociale – o “sistemico” che dir si voglia. L’utopia dei sovranisti è l’uscita dei Paesi europei meridionali dall’euro, e il ritorno alla vecchia e cara divisa nazionale; la mia utopia è l’uscita dell’umanità dal Capitalismo tout court. Il mondo è bello perché è vario!”
    E quindi? Oggi questo proletariato deve combattere contro la UE o no? Poi su che piega debba prendere questa lotta sono convinto che ci ritroveremo anche. Ma la domanda, preliminare a qualsiasi lotta odierna, rimane: il proletariato deve lottare per abbattere la UE?

    A. R. Bell’articolo, continua a trinciare gli altrui comunismi, credo che sia necessario almeno per una discussione che serve. Sul 25 aprile credo da tanto tempo che sarebbe stato necessario una discussione non solo su ciò che fu ma come continuare una lotta di resistenza ideale, programmatica, non di rito ma autenticamente anticapitalista che è mancata (forse non percepita da certi comunisti). Invece la domanda di Roberto mi pare interessante, a mio parere, seguendo il pensiero di Isaia “Protagonismo proletario autonomo” bisogna che la classe, o la sua parte più cosciente si faccia carico della lotta su obiettivi anche parziali ma con la visione dell’obiettivo da raggiungere, lavorando all’interno della classe e, con qualche dubbio, all’interno delle sue organizzazioni.

    Sebastiano Isaia: Certo che sì, Roberto I. Contro l’UE, contro la propria borghesia nazionale, contro la Nato, contro tutti gli imperialismi, a cominciare sempre da quello più prossimo, ossia da quello nazionale, italiano nel nostro caso. Quello che sostengo è che bisogna farlo dal punto di vista degli interessi immediati e “strategici” delle classi dominate, e non a rimorchio degli interessi nazionali, magari nell’illusione che i proletari possano sfruttare “tatticamente” le divisioni che sempre si aprono nel fronte capitalistico. Soprattutto oggi, nell’epoca del dominio totalitario (totale) del Capitale, quell’illusione, che si è dimostrata essere tale innumerevoli volte (e difatti mi limito a trarre qualche lezione dalla storia), a me appare nei termini di una tragedia. Anche greca, certo. Comunque grazie per l’attenzione. Ciao!

    R. I.: Buona la risposta. Io di certo non vado dietro gli interessi nazionali, anche se rimango un po’ perplesso sulla “questione nazionale”, o meglio “sovranista” come viene trattata a “sinistra”(per un po’ di pepe mi riferisco anche a tuoi scritti); nel senso che soprattutto in Italia attorno a questo argomento, a mio avviso, paghiamo non la divisione in seno al comunismo( stalinismo vs trotzkismo), bensì di un ritardo alla costruzione, borghese, dello stato nazionale + presenza vaticana e quel che comporta in termini di “cultura popolare”, aggiungiamoci che il fascismo concluse una fase risorgimentale e abbiamo il quadro di “italianissimi” da un lato che nascondono tutto dietro gli “interessi nazionali”, dall’altro però abbiamo “anti-italiani” che confondono l’internazionalismo con appoggio all’europeismo liberale o alla globalizzazione capitalistica e tal volta con atteggiamento da “marito che si taglia….”. Insomma il problema in Italia a mio avviso non è dato da diverse interpretazioni del marxismo, ma dalla storia italiana per cui si è formato una distanza, nell’imminente incolmabile, tra internazionalisti e sovranisti(dimensioni che io, ma sono minoranza tra le minoranze, non vedo più la necessità di vederle distinte, separate e inconciliabili).

    Sebastiano Isaia: Non mi riferivo a te, Roberto; citavo una posizione che anche tu conosci. Adesso devo scappare. Avremo modo di ritornare sulle questioni che hai toccato. Ciao!

    R. G. D. T.: Bravo Sebastiano. Condivido in pieno. Purtroppo esiste una gran confusione tra “cognitari” che inseguono chimere neofuturiste da un lato e antimperialisti che rivendicano l’autonomia sovrana delle “nazioni proletarie”. Un bel casino.

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