L’ECONOMIA E IL MONDO SECONDO YANIS VAROUFAKIS

shooty_greeceQualche giorno fa il Premier greco Alexis Tsipras ha detto che «potrebbe ricorrere ad un referendum popolare sulla permanenza della Grecia nell’area euro se i paesi creditori continueranno a fare richieste che il governo ritiene inaccettabili» (Reuters). Già lo scorso marzo, in una dichiarazione al Corriere della Sera poi da lui stesso smentita, il Ministro delle Finanze Yanis Varoufakis aveva adombrato questa possibilità. «Se la soluzione va oltre il nostro mandato, non avrò il diritto di violarlo, quindi la soluzione dovrà essere approvata dai greci”», ha detto Tsipras a Star tv. Della serie: Decidi tu, oh popolo sovrano, l’albero a cui desideri impiccarti. I funerali democratici del “popolo sovrano” saranno celebrati tra qualche mese? Difficile dirlo. Intanto il Premier greco conferma la sua «piena fiducia» al suo Ministro delle Finanze, il quale com’è noto gode di pessima reputazione tra i suoi colleghi europei. «Yanis Varoufakis è un grande asset per il governo greco», ha dichiarato l’altro ieri Tsipras nello stesso momento in cui provvedeva a “commissariarlo” mettendolo in regime di “amministrazione controllata”. Ma molti esperti di cose greche sostengono che si tratti dell’ennesima manfrina informata dalla “filosofia” del rinvio che sembra ispirare la leadership di Syriza: «Dobbiamo evitare il panico. Chi si spaventa in questo gioco perde» (Tsipras). E qui sembra affacciarsi la Teoria dei giochi che tanto affascina il reietto  – o spauracchio, o eroe: punti di vista – Ministro delle Finanze della malmessa Grecia.

Nel suo ultimo libro (dal titolo assai “materialista”: È l’economia che cambia il mondo, Rizzoli), il già evocato «marxista irregolare» cerca di spiegare alla figlia adolescente della compagna (la quale tanta invidia sociale sta suscitando fra i declassati ellenici) la genesi dell’attuale “bizzarra” distribuzione della ricchezza nel mondo e le cause strutturali della crisi che attanaglia soprattutto l’Occidente. Dalla invenzione dell’agricoltura nella Mezzaluna Fertile («poco meno di 12.000 anni fa») ai nostri giorni, passando per la Rivoluzione Industriale («che non fa che aumentare la concentrazione di potere e denaro in poche mani») e la Seconda Guerra mondiale («Quanto più rare erano le sigarette in relazione agli altri beni, tanto maggiore era il loro valore di scambio e quindi gli acquisti che consentivano di fare. Dopo ogni bombardamento il loro valore di scambio arrivava alle stelle»); dal primo accumulo di surplus alimentare agli albori della storia umana, all’attuale condizione che ci vede ballare «sull’orlo della catastrofe ecologica». Diciamo che l’affascinante marxista ha voluto approcciare la scottante questione sociale da una prospettiva storica di ampio respiro (forse seguendo anche le orme di Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond), e ciò non può che meritare da parte di chi scrive un plauso – per quel nulla che vale, si capisce.

Anche se, a onor del vero, l’inizio del breve saggio ricorda quell’approccio naturalistico-robinsoniano che a suo tempo Marx rimproverò all’economia politica borghese giunta nella sua fase volgare (“post-classica”). Un solo esempio: «Il mercato esisteva anche quando vivevamo sugli alberi, prima che comparisse l’agricoltura. Quando uno dei nostri progenitori offriva una banana chiedendo in cambio una mela, si realizzava una forma di scambio; uno scambio rudimentale, certo, in un cui il prezzo di una mela equivaleva a quello di una banana e viceversa». Per Varoufakis, quindi, qualsiasi forma di scambio di beni fra umani realizza ipso facto un mercato, ancorché primitivo, all’interno del quale si confrontano non solo beni diversi, ma anche prezzi diversi, e quindi merci diverse – perché il prezzo presuppone, oltre al valore d’uso, il valore di scambio, e questo a sua volta presuppone una certa “tipologia” di lavoro umano («quello che si manifesta in valori di scambio e non in meri valori d’uso», per dirla con l’autore del Capitale*), e via di seguito; presuppone, insomma, un lungo processo storico-sociale che per venir condensato in poche righe ha bisogno di una grande padronanza della materia da parte di chi si cimenta nella benemerita quanto ardua impresa.

«Ho sempre pensato che, se non riesci a spiegare le grandi questioni economiche in un linguaggio comprensibile anche agli adolescenti, vuol dire semplicemente che non le hai capite». Ma la comprensibilità del linguaggio non deve darsi a spese della verità.  Ed è proprio questo il punto da chiarire: qual è la verità del Capitalismo secondo Varoufakis? Il lettore che la sa più lunga di chi scrive quanto a materialismo storico potrebbe a questo punto potrebbe rispondere che la prassi governativa del Greco, tutta spesa sull’altare degli interessi nazionali del suo Paese, ci fornisce la risposta più veritiera; e avrebbe ragione. Ciò però non ci impedisce di svolgere qualche altra riflessione.

Il pensiero economico borghese non può non considerare le venerabili categorie economiche sub specie aeternitatis. L’autore dice di voler usare «un linguaggio comprensibile anche agli adolescenti», e questo gli fa certamente onore; ma qui non si opina sulla forma, ma sulla sostanza dei concetti che si intendono comunicare. Il limite della semplificazione, superato il quale si scade nella piatta volgarizzazione, è la verità storica e sociale dei concetti che usiamo per comunicare idee di una certa complessità.  Portare il mercato e il prezzo sugli alberi dei nostri ancora troppo pelosi progenitori mi sembra un tantino eccessivo. «Non so se l’hai notato, ma nella società in cui viviamo c’è la tendenza a identificare i beni con le merci», osserva giustamente Varoufakis; salvo poi collaborare egli stesso alla maligna tendenza! Caro Yanis (mi sia consentita questa confidenza), portare il prezzo sugli alberi non ci aiuta a svelare «il rapporto sociale nascosto sotto il velo delle cose» (Marx).

Forse il marxista greco intende comunicare agli adolescenti e agli adulti che il problema non sta tanto nel mercato, nella forma-prezzo, nel denaro e via di seguito, ma nell’uso che l’uomo del XXI secolo fa di questi strumenti, i quali dovrebbero servirlo, anziché asservirlo, come non smette di ricordarci il Santissimo Padre, ultima parola del progressismo mondiale. E l’errore teorico di fondo, come ho altre volte scritto scopiazzando malamente il Vangelo marxiano, sta proprio qui, ossia nel credere, feticisticamente, che con il mercato, con il prezzo, con il denaro ecc. abbiamo a che fare con delle mere tecnologie economiche socialmente neutre, le quali possono essere usate in vista del bene come in vista del male: toccherebbe a noi decidere verso quale direzione piegarne l’uso. Invece le categorie economiche qui brevemente considerate esprimono in primo luogo una peculiare formazione storico-sociale: quella capitalistica, appunto.

Alcune perle di saggezza tratte sempre dal libro qui preso di mira: «Noi umani ci siamo ridotti a essere servi, anzi schiavi, di mercati impersonali e disumani» (e via con le consuete citazioni letterarie e cinematografiche: dal Frankenstein di Mary Shelley, «allegoria della tendenza delle società di mercato a utilizzare la tecnologia per renderci schiavi», all’Iliade, dall’amatissimo Matrix, «l’evoluzione estrema di ciò che pensava il più conosciuto rivoluzionario del XIX secolo, Karl Marx», a Tempi moderni, da Blade Runner a Terminator); «L’Europa ha smarrito la sua anima. Abbiamo prestato più attenzione alla finanza che alla democrazia» (come se «l’anima» dell’Europa fosse stata, nell’ultimo secolo e mezzo, la democrazia – borghese – e non invece il Capitale!**); «È incredibile la facilità con cui tendiamo a considerare “logica”, ”naturale” e “giusta” la distribuzione della ricchezza, specialmente se ci favorisce. Non cedere mai alla tentazione di accettare una spiegazione logica per le disuguaglianze che finora, da ragazza che sei, hai ritenuto inaccettabili». Insomma, rifiutiamo la pillola azzurra che ci offrono i “poteri forti” e ingoiamo la pillola rossa del «pensiero critico» che ci aiuta a «non accettare mai nulla solo perché ti hanno detto di farlo». Come si fa a non essere d’accordo con quest’ultimo consiglio: bravo Yanis! A me la pillola rossa, presto! Altro che «incompetente, dilettante, perditempo e venditore di fumo», come dicono di te i tuoi colleghi ministri dell’Unione Europea a trazione tedesca! È tutta invidia, eroico Yanis, non mollare! Wolfgang Schaeuble chi molla!

Un solo appunto: da marxista – ancorché cool ed erratico – quale indubbiamente sei non dovresti concentrarti soprattutto sulla ricchezza sociale in quanto tale, ossia nella sua vigente forma capitalistica, anziché martellare ossessivamente sulla sua distribuzione (la quale, come sai meglio di me, è necessariamente e indissolubilmente connessa al rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che rende possibile la creazione di quella ricchezza storicamente determinata)?  Non dovresti tentare di spiegare, sempre nella tua qualità di marxista e con il linguaggio semplice che padroneggi a meraviglia, quanto avviene nella sfera della circolazione a partire dalle contraddizioni che minano sempre di nuovo la salute dell’accumulazione capitalistica (vedi alla voce Le alterne vicende del saggio del profitto), e che, ad esempio, sollecitano la moltiplicazione delle attività speculative e l’espansione parossistica del credito così da forzare sempre di nuovo i limiti della «domanda in grado di pagare» (si spera!)? Non dovresti insomma, far capire, servendoti della fenomenologia del dominio capitalistico (diseguaglianze, inquinamento, razzismo ecc.), che il problema risiede nell’essenza capitalistica della cosa che cerchiamo di padroneggiare con la testa, e non tanto – non solo – sulle contraddizioni immanenti alla cosa stessa?

Mi scuso per il “tu” e per le antipatiche domande, le quali probabilmente sorvolano sull’eccellente intenzione dell’autore di rendere accessibile la «merda economica» anche agli adolescenti. Fatta la doverosa autocritica, ripristino la distanza.

Come usciamo dalla disumanità dei “mercati”? È presto detto: occorre rifiutare «la menzogna e l’inganno in cui vivono tutti coloro che credono a quel che dicono i manuali degli economisti, gli analisti “seri”, la Commissione europea, i pubblicitari di successo». Nel mio infinitamente piccolo, io aggiungerei alla lista delle menzogne e degli inganni i luoghi comuni venduti a prezzi stracciati (siamo anche in deflazione ideologica!) alle classi subalterne da chi intende salvare il Capitalismo da se stesso (voglio «consentire al lettore di vedere la crisi con occhi diversi e di capire le vere ragioni per cui i governi si rifiutano caparbiamente di prendere le decisioni che porterebbero alla liberazione delle nostre società, in Europa, in Grecia e in tutto il mondo»: ma liberazione da cosa?), attraverso robuste (e dolorose?) iniezioni di “economia reale”, di statalismo e di egualitarismo («le banche sono parassitarie per antonomasia mentre lo Stato ha il ruolo indispensabile di stabilizzatore»), e magari invita il “popolo sovrano” a «scegliere democraticamente» fra la padella e la brace, fra la moneta unica europea e la divisa nazionale, fra la Germania e la Russia, fra europeismo e nazionalismo, fra i sacrifici declinati “da destra” e i sacrifici declinati “da sinistra”, e via di seguito con le odiose alternative del Dominio che siamo costretti a sorbirci dalla mattina alla sera.

Quando la disuguaglianza mette a rischio il nostro futuro: così recita il sottotitolo del libro di Varoufakis. Se non capiamo che è la stessa radice della disuguaglianza che va recisa una volta per tutte ho l’impressione che per l’uomo in quanto uomo, che per quella vita autenticamente umana che anche l’autore dice di volere non ci sia alcun futuro.

«Tutto il giorno ci affanniamo per ottenere cose che in realtà neanche vogliamo e di cui non abbiamo bisogno, solo perché la Matrix del marketing e della pubblicità è riuscita a proiettarle nelle nostre teste». Non so perché, ma considerata in alcuni contesti concettuali la parola testa evoca in me l’esperienza giacobina. Certo, mutatis mutandis. E difatti, finisco questo post abbozzando la seguente ( e abbastanza stiracchiata, lo ammetto) “utopia negativa”: non avendo trovato, dopo aver lungamente cercato, «la Matrix del marketing e della pubblicità», alcuni Sapienti pensarono che fosse venuto il momento di prendere in seria considerazione l’idea di mondare in qualche modo le teste più compromesse con il Male – leggi: con il Finanzcapitalismo globalizzato. Naturalmente questa confessata forzatura non intende in alcun modo riferirsi al nostro amico greco, sulla cui bontà d’animo sono pronto a giurare; essa vuole piuttosto suggerire al lettore l’idea che una radicalità mal concepita non raramente indirizza la teoria e la prassi su sentieri molto scivolosi. Diciamo così. Per adesso metto un punto, ripromettendomi di ritornare in modo più puntuale e argomentato sul libro di Varoufakis, di cui ho letto solo alcune pagine accessibili sul Web.

Finisco con un’ultima suggestione, a proposito di teste da redimere (magari usando un’accetta bene affilata) e di fondamentalismo mercatista. Da qualche parte ho letto: «L’Islam non permette l’uscita del fedele dalla comunità dei credenti». Il Capitalismo pure.

* «Il prezzo è l’espressione monetaria del valore relativo di un prodotto», ma d’altra parte «La moneta non è una cosa, è un rapporto sociale» (K. Marx, Miseria della filosofia, pp. 119-149, Opere, VI, Editori Riuniti, 1973).

** A questa scuola di pensiero “diversamente europeista” appartiene anche Slavoj Žižek (e Toni Negri?), il quale in una interessante intervista rilasciata a Der Spiegel il 14 marzo si è definito un «Esponente dell’estrema sinistra eurocentrica». Cerchiamo di capire meglio il senso di questa “scandalosa” autorappresentazione: «Io sono convinto che abbiamo bisogno più che mai di Europa. Immaginate un mondo senza Europa: rimarrebbero due poli. Da un lato, gli Stati Uniti con il loro neoliberismo selvaggio; dall’altro, il cosiddetto capitalismo asiatico con le sue strutture politiche autoritarie. Al centro, la Russia di Putin che vuole costruire un impero. Senza l’Europa, perderemmo la parte più preziosa del nostro patrimonio». Sarebbe a dire? «L’eredità dell’illuminismo»: «La Cina, Singapore, India e – più vicino a casa nostra – la Turchia non fanno ben sperare per il futuro. Io credo che il capitalismo moderno si è evoluto in una direzione in cui funziona meglio senza istruiti democratici. L’aumento negli ultimi dieci anni del cosiddetto capitalismo con i valori asiatici solleva in ogni caso dubbi e domande: che cosa succede se è il capitalismo autoritario sul modello cinese, e non la democrazia liberale, come la intendiamo noi, a guidare lo sviluppo economico? […] Molti mi considerano come un pazzo marxista, in attesa della fina dei tempi. Posso essere molto eccentrico, ma non sono un pazzo. Sono un comunista in mancanza di meglio, disperato per lo stato dell’Europa. Un anno e mezzo fa ero in Corea del Sud e ho tenuto conferenze sulla crisi del capitalismo globale, il solito blah, blah, blah, insomma. Il pubblico si mise a ridere e alcuni mi interruppero: “Di cosa stai parlando? Guarda noi (Cina, Corea del Sud, Singapore, Vietnam): proponiamo una economia che va abbastanza bene. Allora, chi è in crisi? Distingui! La tua Europa occidentale è in crisi, più precisamente, alcune regioni di essa”. C’è una parte di verità in questa reazione. Perché noi europei viviamo la nostra situazione come una crisi in piena regola? Credo perché riteniamo che in crisi non è solo il capitalismo, ma il futuro della nostra democrazia occidentale. All’orizzonte, qualcosa di oscuro si forma, le prime tempeste di vento ci hanno già raggiunto. Mentre non sono uno dei migliori amici di Jürgen Habermas, su questo punto sono pienamente d’accordo con lui. Dovremmo essere più sensibili che mai sulla necessità di difendere il progetto dell’Illuminismo europeo. Solo con esso è possibile immaginare i contorni del cambiamento, rendere fattibile questo cambiamento».

Ora, ha ancora un significato, anche solo di carattere residuale, difendere «l’eredità dell’Illuminismo» nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutti e su tutto? E se sì, in quali termini e in vista di che cosa? E soprattutto: chi deve difendere il «progetto dell’Illuminismo»: le “avanguardie rivoluzionarie”? il proletariato? la “moltitudine”? gli intellettuali? le Università occidentali? gli Stati europei (in competizione sistemica col resto del mondo)? le istituzioni sovranazionali europee? Chi? Secondo Žižek «La responsabilità di numerosi insuccessi dell’Europa ricade sull’inerzia del continente». Si tratta di capire di quale Europa si parla e in che termini dovremmo reagire alla «nostra inerzia». Spero di poter tornare presto anche su questo importante e complesso tema, le cui scottanti implicazioni politiche certo non sfuggono al lettore di questo blog.

Aggiunta del 5 maggio

Ho letto il libro di Yanis Varoufakis qui criticato, e debbo dire in tutta onestà (intellettuale!) che il giudizio formulato nel post sulla scorta di poche pagine di quel saggio ne esce confermato e rafforzato. L’idea che mi sono fatta è questa: l’autore, che si sforza di spiegare con un linguaggio semplice e accattivante la genesi del moderno Capitalismo (ribadisco: intenzione assai pregevole), vuole il mercato ma non il mercato capitalistico “selvaggio”, vuole il capitale ma non i capitalisti spregiudicati e “irresponsabili”, vuole il sistema bancario ma non i banchieri, vuole il denaro ma non le “magagne” economiche, sociali ed esistenziali che esso necessariamente genera sempre di nuovo. Lo so, state pensando alla dottrina dei lati (buoni/cattivi) criticata a suo tempo da Marx: «Il movimento dialettico proprio di Proudhon è la distinzione dogmatica del bene e del male. […] Siamo ormai al punto che il lato buono di un rapporto economico è sempre quello che afferma l’eguaglianza; il lato cattivo è quello che la nega e che afferma l’ineguaglianza. […] I filantropi vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l’antagonismo che li costituisce e che ne è inseparabile. Essi credono di combattere sul serio la prassi borghese e sono più borghesi degli altri» (Miseria della filosofia, pp. 175-181-185).

Anche per quanto riguarda l’impianto “filosofico” che ispira È l’economia che cambia il mondo credo che le mie intuizioni escano confermate: si tratta di un illuminismo di stampo “giacobino” che forse merita il noto detto: la prima volta come tragedia, la seconda

Ecco alcuni passi tratti dal libro:

«Il sistema bancario, ossia la radice del male». […] Di norma, lo Stato dovrebbe salvare le banche (in effetti, è molto importante che non chiudano, perché non si perdano i depositi dei cittadini e non crolli il sistema dei pagamenti, che costituisce il nerbo del sistema circolatorio dell’economia), ma non i banchieri. La cosa giusta da fare sarebbe mandarli a casa, risanare le banche e, dopo, se lo Stato non desidera tenerle, rivenderle a nuovi proprietari, i quali però devono sapere che, nel caso in cui provocassero una nuova bancarotta, le perderebbero. Purtroppo, la maggior parte delle volte i politici che salvano le banche salvano anche i banchieri… con denaro che viene sottratto ai cittadini più poveri. In cambio di questo trattamento amichevole, i banchieri ne finanziano le campagne elettorali. Il risultato è una relazione un po’ troppo “intima” tra politici e banchieri. […] La ragione per cui il denaro non può che essere politico, e la sua quantità non può che essere manovrata da qualche autorità statale, è che solo in questo modo può esistere una flebile speranza (nessuna certezza, certo) di trovare una rotta che eviti da un lato la Scilla delle bolle del debito e dello sviluppo non sostenibile e, dall’altro, la Cariddi della deflazione e della crisi. E dal momento che gli inevitabili interventi sul denaro pubblico sono per definizione politici (visto che influenzano diversi settori e classi sociali), la nostra unica speranza per una gestione «sopportabile» del denaro è il suo controllo democratico da parte di coloro che lo gestiscono per conto della società».

Prima Varoufakis aveva scritto: «In parole povere: senza la violenza dello Stato l’esistenza stessa del guadagno privato e dell’economia di mercato sarebbe stata impossibile». Non c’è dubbio, e nel capitolo 24 del libro primo del Capitale (La cosiddetta sacculazione originaria) Marx ha ben illustrato il ruolo che la violenza dello Stato ebbe nella genesi del moderno Capitalismo. Ma la cosa è nel frattempo radicalmente mutata? Qual è la funzione dello Stato nel Capitalismo del XXI secolo?

«La verità è che noi umani siamo diventati schiavi delle macchine che abbiamo inventato perché fossero a nostra disposizione. La verità è che, invece di essere i mercati a servirci, ci siamo ridotti a essere servi, anzi schiavi di mercati impersonali e disumani». Di qui, l’urgenza di lottare per mercati con caratteristiche umane. Scherzo!

C’è da dire che Varoufakis non parla mai di capitalisti (nel senso marxiano di detentori di capitali), ma piuttosto di «imprenditori», di «potenti» di «ricchi» (forse per non spaventare gli adolescenti…): «La ricchezza veniva prodotta collettivamente (dai lavoratori, dagli inventori, dai funzionari pubblici e dagli imprenditori)  ma si concentrava solo nelle loro mani», nelle mani appunto dei «potenti, e in particolare dei banchieri». Egli non smette mai di sottolineare il «forte cinismo da parte dei padroni del denaro privato, i banchieri», i quali sono «gli astuti avvoltoi del sistema finanziario». Insomma, la punta della sua critica è sempre puntata contro i detentori privati del capitale finanziario, e non contro il Capitale (considerato nelle sue diverse fenomenologie: merce, denaro, tecnologia, salario) come rapporto sociale – di dominio e di sfruttamento. E questo in piena armonia con la filosofia ultrareazionaria dei ceti produttivi cara anche ai “comunisti” italiani da Togliatti in poi. Miseria di quella filosofia!

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3 thoughts on “L’ECONOMIA E IL MONDO SECONDO YANIS VAROUFAKIS

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