L’OSSESSIONE DI KRUGMAN PER LA GUERRA

immagine_all-ovest-niente-di-nuovo_26202Per Paul Krugman la guerra mondiale come eccezionale (e forse unico) mezzo per uscire dalla crisi epocale che ormai da diversi lustri stringe il Capitalismo occidentale nella morsa della crescita fiacca (anemica, anoressica, con cadute nella stagnazione conclamata) è diventata una vera e propria ossessione. E probabilmente è questa ossessione che realizza la sola intuizione intelligente che l’illustre economista americano è riuscito a concepire negli ultimi anni.

Naturalmente, e giustamente, l’ossessione di Krugman trova alimento nel Secondo macello imperialista, quello spacciato dai vincitori come Guerra di Liberazione: «Parlare a rotta di collo di come la tecnologia cambi tutto potrebbe sembrare innocuo. Invece, funge da elemento di distrazione da questioni più ordinarie e da pretesto per gestirle male. […] Se ripensiamo agli anni Trenta, scopriamo che persone autorevoli affermarono le stesse cose che si dicono adesso: il problema oggi non riguarda il ciclo economico; siamo alle prese con un cambiamento tecnologico radicale e con una forza lavoro priva delle competenze necessarie ad affrontare la nuova epoca. Poi, però, grazie alla Seconda guerra mondiale, ottenemmo la spinta della domanda di cui avevamo bisogno e i lavoratori che erano ritenuti privi di qualifiche si rivelarono utili per l’economia moderna. Eccomi qui a rievocare ancora una volta la storia. Possibile che io non capisca che oggi è tutto diverso? Capisco perché alla gente piace ripeterlo, ma non per questo diventa vero» (La Repubblica, 26 maggio 2015).

Certo, oggi è tutto diverso, da allora. D’altra parte, cambiamento e Capitalismo sono sinonimi. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume capitalistico, tali sono i mutamenti che si verificano nella struttura sociale di questo regime mondiale, e tanta la rapidità con cui le sue trasformazioni sistemiche (economiche, tecnologiche, scientifiche, politiche, “esistenziali”) si realizzano. La natura rivoluzionaria  (nell’accezione marxiana del concetto esposta nel Capitale) dell’attuale formazione storico-sociale è alla base delle false teorie che fioriscono sempre di nuovo intorno al cambiamento di natura del Capitalismo. Ora, se è vero che non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua capitalistica, è altrettanto vero che siamo immersi sempre nello stesso rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Ed è esattamente questo rapporto sociale che dà consistenza materiale all’ossessione di Krugman, che ne determina la maligna attualità.

La preparazione bellica iniziata nella seconda metà degli anni Trenta e la distruzione catastrofica realizzata dalla Seconda guerra mondiale non solo consentirono all’economia mondiale di uscire definitivamente fuori dal tunnel della Grande Crisi, ma generarono tutti i fattori indispensabili a una possente accumulazione capitalistica: distruzione di vecchio e nuovo capitale (industriale, commerciale, finanziario), formazione di un esercito industriale disciplinato e svalorizzato, creazione di mercati dalle enormi dimensioni e potenzialità, nuove tecnologie e nuove scoperte scientifiche da sfruttare in tempo di “pace”, e via di seguito. Per il saggio del profitto, che secondo il guerrafondaio di Treviri è il regolatore di ultima istanza dell’accumulazione capitalistica, si trattò di una vera e propria botta di vita; il rantolante e avvizzito Moloch poté rimettersi a correre come un fanciullo. Correva sulle macerie fumanti delle città e sui corpi straziati dei cadaveri, è vero; ma questo è solo un dettaglio – fino a un certo punto però, anche ragionando in termini strettamente “economici”.

Alla fine degli anni Sessanta, grossomodo, può dirsi chiuso, o in via di rapido esaurimento, l’eccezionale periodo di accumulazione seguito alla guerra. La crisi economica internazionale dei primi anni Settanta segna in qualche modo la fine “ufficiale” della spinta propulsiva generata dalla Seconda guerra mondiale, e per vedere tassi di crescita del PIL prossimi alle due cifre (8, 9%) il pianeta dovrà attendere il “decollo” capitalistico della Cina e degli altri Paesi capitalisticamente arretrati – molti dei quali si fregiavano del bizzarro titolo di “regime socialista”, per la felicità degli intellettualoni “marxisti” basati in Occidente, più che del popolo assoggettato alle delizie “socialiste”.

L’accelerazione nel processo di finanziarizzazione dell’economia e il rapido espandersi della cosiddetta «economia del debito» (in realtà il debito, in tutte le sue forme, è da sempre connesso intimamente allo sviluppo capitalistico, soprattutto da quando il capitale finanziario è diventato la forma dominante di capitale) hanno le loro radici più profonde e robuste nel declino del saggio del profitto che inizia a delinearsi in Occidente e in Giappone proprio alla fine degli anni Sessanta.

Scrive Krugman: «L’ottimismo sembrò giustificato quando nel 1995 la crescita della produttività decollò. Ecco di nuovo il progresso! Ecco di nuovo l’America, agli avamposti di quella rivoluzione. Poi, lungo la strada della rivoluzione tecnologica, accadde una cosa bizzarra: come abbiamo scoperto in seguito, non siamo tornati a un rapido progresso economico». Se con «rapido progresso economico» ci si riferisce, ad esempio, agli eccezionali ritmi di crescita fatti registrare dall’economia internazionale nel Secondo dopoguerra, è assurdo pensare che tempi “normali”, come quelli che, appunto, attraversiamo da almeno quattro decenni nelle aree capitalisticamente “mature” del pianeta, possano generare performance eccezionali. Anche l’attuale ripresa economica americana non sta esibendo cifre che possano far gridare al nuovo miracolo economico gli apologeti del Capitalismo, e anzi la formazione di nuove bolle speculative negli Stati Uniti testimoniano della precarietà di questa ripresa. La precarietà e la debolezza del ciclo espansivo è la “normalità” dell’accumulazione capitalistica dei nostri tempi, e la cosa apparirà sempre più chiara via via che Paesi un tempo «in via di sviluppo» come la Cina entreranno nella dimensione della piena maturità capitalistica.

Ormai sono numerosi gli economisti anglosassoni che parlano di secular stagnation, e che ne individuano i tratti più caratteristici e marcati nell’eurozona. Probabilmente si tratta, come appena detto, di un regime di “normalità” nel contesto della realtà capitalistica degli ultimi quarantacinque anni. In questo contesto 1) le rivoluzioni tecnologiche (per ciò che riguarda i mezzi di produzione, le materie prime, i materiali e le merci/servizi) e organizzative, che anche nel recente passato non sono mancate e che nel prossimo futuro non mancheranno di punteggiare la vita della Società-Mondo del XXI secolo; e 2) la svalorizzazione della capacità lavorativa (ottenuta anche grazie alla continua espansione del mercato del lavoro mondiale) non possono superare strutturalmente le magagne che si sono cristallizzate intorno al nucleo centrale dell’accumulazione capitalistica “allargata”, costituito dai meccanismi che rendono possibile la produzione di plusvalore nelle imprese industriali (materia prima di ogni forma di profitto e di rendite, comprese quelle finanziarie e speculative). Solo il tritolo della svalutazione selvaggia del capitale potrebbe, al punto in cui siamo, far saltare le incrostazioni che frenano lo stantuffo capitalistico, e non alludo a un tritolo solo metaforico, come sa bene Krugman. Due cose, a mio avviso, appaiono abbastanza chiare: 1) non è facile ottenere in tempi di “pace” quel salasso “valoriale” che già due volte ha permesso al Mostro di vivere una seconda giovinezza sulla pelle di milioni di individui (la guerra come sola igiene del mondo capitalistico?); 2 la competizione sistemica interimperialistica non può che acuirsi.

Scrive Vladimiro Giacché: «Una soluzione del tutto diversa troviamo in Marx: essa è compendiabile nell’esigenza di un superamento dell’attuale modo di produzione in uno superiore. Precisamente in questo senso Marx asserisce che le crisi per un verso sono “soluzioni” (ancorché “soltanto temporanee”) “delle contraddizioni esistenti” del modo di produzione capitalistico, “eruzioni violente che servono a ristabilire l’equilibrio turbato”, ma d’altra parte sono un sintomo dell’inadeguatezza dell’attuale modo di produzione: “Nelle contraddizioni, crisi e convulsioni acute si manifesta la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione che ha avuto finora. La distruzione violenta di capitale, non in seguito a circostanze esterne a esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più evidente in cui gli si rende noto che ha fatto il proprio tempo e che deve far posto a un livello superiore di produzione sociale”». Sottoscrivo! E aggiungo: un livello superiore di produzione sociale presuppone il superamento rivoluzionario della dimensione capitalistica, a prescindere dalla «forma fenomenica» contingente che assume il dominio del Capitale.

Questa precisazione apparirà più chiara leggendo la chiosa di Giacchè alle parole di Marx: «Negli ultimi decenni, in particolare dopo la fine dell’Unione Sovietica e delle “democrazie popolari” dell’Est europeo, la possibilità stessa di un “livello superiore di produzione sociale” è  stata rifiutata quale astratto utopismo, tendenzialmente totalitario. È però la realtà stessa del modo di produzione capitalistico e delle sue contraddizioni a riproporre l’esigenza invocata da Marx. Oggi quella direzione alternativa, senza sognare un’impossibile fuga dal mercato mondiale (la sostanziale emarginazione dal quale fu decisiva per decretare l’insuccesso delle economie pianificate dell’Urss e dell’Est europeo), deve prevedere un ampliamento della sfera pubblica dell’economia e forme di socializzazione degli investimenti tali da condurre a una forma di economia mista in cui le scelte strategiche di sviluppo siano sottratte alla logica del profitto privato». Perché, il profitto pubblico è umanamente più accettabile? Scriveva Marx: «Là dove lo Stato stesso è produttore capitalista, il suo prodotto è merce e possiede perciò il carattere specifico di ogni altra merce» (*). È appena il caso i di ricordare qui che per il mangia crauti di Treviri il carattere specifico di ogni merce consiste nell’essere sostanza di valore generata attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato. È la logica dello sfruttamento e del dominio (due modi diversi di chiamare la stessa cosa), immanente al concetto stesso di Capitale (“privato”, “statale” o “comunale” che sia), che l’autentico anticapitalista (e quindi non mi riferisco ai cultori sinistrorsi dell’Articolo 1 della Costituzione Italiana) deve mettere radicalmente in discussione, a partire dal terreno economico-rivendicativo.

Per un verso Giacché non dice l’essenziale, e cioè che, lungi dall’essere stato «un livello superiore di produzione sociale», il cosiddetto «socialismo reale» non fu che un Capitalismo di Stato pieno di magagne strutturali (le stesse che alla fine ne decreteranno la miserabile fine), e per altro verso egli ripropone il vecchio statalismo in salsa neosocialista, non senza un ammiccamento al «socialismo di mercato con caratteristiche cinesi», il quale non avrebbe commesso l’imperdonabile errore a suo tempo praticato dalle «economie pianificate dell’Urss e dell’Est europeo». Con questo egli si dimostra coerente con la tradizione della sinistra storica italiana, da Togliatti in poi. Anche il vezzo di citare Marx per veicolare punti di vista ultrareazionari, ossia interni alla continuità del dominio capitalistico (tipo: battersi per distruggere non il Capitalismo tout court: dalla Germania della Merkel alla Grecia di Tsipras, dagli Stati Uniti di Obama alla Cina di Xi Jinping, ma l’«attuale cornice istituzionale europea») è tipico dell’intellettuale “comunista” Made in Italy.

Già mi par di sentire la solita obiezione “antisettaria” e rigorosamente “dialettica”: «Ma spezzare l’attuale cornice istituzionale europea e farla finita con la moneta unica europea non sono che passaggi, momenti transitori di una strategia rivoluzionaria di più largo respiro». Scusate ma sono decenni che respiro queste perle “antisettarie” e rigorosamente “dialettiche”, delle quali, a quanto sembra, la causa dell’emancipazione universale non si è giovata nemmeno un po’.

* K. Marx, Glosse marginali al Manuale di economia politica di Adolph Wagner, in Scritti inediti di economia politica, p. 177, Editori Riuniti, 1963.

trummerschutthalde

Aggiunta del 30 maggio 2015 *

Ho appena finito di ascoltare su Radio Radicale un interessante dibattito fra Serge Latouche, il celebre teorico della decrescita come sola via di salvezza per un’umanità (leggi anche: per un Capitalismo) sempre più avvitata nel circolo vizioso dell’autodistruzione, e Bernardo Bortolotti, economista bocconiano “mainstream” da qualche anno in crisi di identità: «Oggi la crescita economica si risolve in una spaventosa crescita dell’ineguaglianza». Oggi! Insomma, Thomas Piketty continua a fare tendenza.

Titolo del dibattito, tenutosi il 12 maggio nell’ambito del Bergamo Festival, CRESCERE O NON CRESCERE? Le sfide del mercato globale e il senso umano dell’economia. Mettere insieme mercato mondiale e “senso umano”: che cosa bizzarra! Diciamo…

Ebbene, a un certo punto l’economista italiano ha proferito le parole che seguono: «Naturalmente la guerra è qualcosa di mostruoso. Tuttavia, la devastazione prodotta dalla guerra ha anche un aspetto positivo. Le condizioni eccezionali degli anni Cinquanta sono anche dovute alla devastazione  di una guerra mondiale, che livella sempre,  distrugge patrimoni e crea scompigli negli asset. E così in Europa tra il 1945 e il 1975 abbiamo avuto trent’anni di crescita». Questo sempre a proposito della svalutazione e distruzione accelerata e radicale di tutti i valori come balsamo spalmato su un saggio del profitto sofferente e come poderoso ricostituente dei fattori di profittabilità capitalistica. Di qui, la nota ossessione di Krugman.

* Nella foto le Trümmerfrauen, le donne (tedesche) delle macerie. Scriveva Lotta Lundberg lo scorso 8 maggio su Svenska Dagbladet (Stoccolma):

«Questo fine settimana si commemorerà la fine della guerra. Moralmente e materialmente nel 1945 il mondo era devastato. Non c’era nessuno che non si fosse sporcato le mani di sangue. Per l’Europa era scoccata l’ora zero.

A pochi piace ricordare di aver fatto compromessi in relazione ai valori nei quali credevano. Penso alle Trümmerfrauen. Mi riferisco alle donne che, al termine della guerra, andarono sui cumuli di macerie e ceneri e ripulirono le rovine. Le donne che a mani nude separavano le pietre in secchi diversi, che sollevavano le macerie , pulirono, dragarono, strapparono. No, non c’erano le ruspe: quelle arrivarono soltanto all’inizio degli anni Cinquanta. No, non c’erano gli uomini: quelli o erano morti o erano prigionieri di guerra, mutilati, alcolizzati, traumatizzati. […]

Che cosa sono dunque le Trümmerfrauen: vincitrici, vittime o eroine? Una cosa è certa: furono prede. Quando arrivarono i liberatori, ogni cosa divenne proprietà delle potenze occupanti. Tutta Berlino fu trasformata in un bordello a cielo aperto. Il libro Quando vennero i soldati di Miriam Gebhardt, pubblicato di recente, toglie qualsiasi illusione in merito: i soldati russi stuprarono. L’orgoglio tedesco doveva essere estirpato da tutte le donne tedesche con l’arma più patriarcale che esista: la violenza sessuale».

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4 thoughts on “L’OSSESSIONE DI KRUGMAN PER LA GUERRA

  1. Da Facebook

    B. F.: Finalmente un nuovo articolo, lo aspettavo come il pane! Pretendo troppo se chiedo la “spiegazione” di questo passo? “e 2) la svalorizzazione della capacità lavorativa (ottenuta anche grazie alla continua espansione del mercato del lavoro mondiale) non possono superare strutturalmente le magagne che si sono cristallizzate intorno al nucleo centrale dell’accumulazione capitalistica “allargata”, costituito dai meccanismi che rendono possibile la produzione di plusvalore nelle imprese industriali (materia prima di ogni forma di profitto e di rendite, comprese quelle finanziarie e speculative).” Per chiarire la mia domanda, le magagne come si sono cristallizzate, cosa è l’accumulazione capitalistica allargata? E tutta quella parte tra parentesi. Se non chiedo troppo, altrimenti cercherò di capire diversamente…

    G.G.: La solita minestra della caduta tendenziale del saggio del profitto, del socialismo di stato produttore di merci pertanto capitalista, dei sinistrorsi inutili anzi dannosi, di krugman almeno una volta intelligente (qualità riservata evidentemente solo a te). Una novità, il tuo idolo questa volta lo hai definito “mangiatore di crauti” piuttosto che bevitore, trovo che sia una trovata piuttosto originale…ma non ti sei stancato di ripetere sempre la stessa solfa? Sebastiano Isaia, dicci cosa dobbiamo fare, passa sul piano operativo, abbiamo fame!

    Sebastiano Isaia: B. F. ti ringrazio per l’attenzione. Ho sintetizzando in malo modo alcuni concetti fondamentali. In primo luogo ti rimando a Marx in generale e alla Terza sezione cap. tredicesimo del Terzo libro del Capitale in particolare: Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto.
    Per venire a cose meno serie ti rinvio al mio PDF Dacci oggi il nostro pane quotidiano: https://sebastianoisaia.files.wordpress.com/…/dacci…
    Continuo: Marx notò che al crescere di quella che chiamò composizione organica del capitale, data dal rapporto in valore tra i mezzi di produzione (MDP → C) e il lavoro (L → V), il saggio del profitto tende a diminuire. In effetti, l’andamento dell’accumulazione è strettamente connesso alle tre grandezze qui considerate, e solo empiricamente è possibile verificare quando il delicato equilibrio fra produttività del lavoro (saggio del plusvalore: pv : V), produttività del capitale totale investito (pv : [C + V]) e struttura tecnologica dell’impresa (MDP: L, ossia, in valore, C : V) viene meno. Quando ciò avviene, l’impresa reagisce innescando quei processi di razionalizzazione e di ristrutturazione organizzativa/tecnologica che costituiscono la fisiologia del processo di valorizzazione. Ovviamente la “messa in libertà” della forza-lavoro risultata eccedente grazie all’aumentata produttività del lavoro è parte integrante e fondamentale di questa fisiologia, e solo i teorici del “capitalismo dal volto umano” (una contraddizione in termini e una miseria ideologica) possono affermare il contrario, creando con ciò stesso illusioni che indeboliscono la capacità di resistenza dei lavoratori e, soprattutto, il loro potenziale rivoluzionario. Ecco perché al politicamente corretto dei “riformatori” preferisco di gran lunga il cinico linguaggio dei difensori dichiarati del Capitale. Per gli avversari del dominio sociale capitalistico è diventato un vero problema il fatto che i “cattivisti” siano in netta minoranza rispetto ai “buonisti”.
    Una tendenza storica fondamentale in atto nel capitalismo già ai tempi di Marx (e infatti essa si trova problematizzata e spiegata almeno nelle linee essenziali nel Capitale) va nel senso di una sempre crescente produttività del lavoro, che si ottiene inserendo nel processo produttivo tecnologie in grado di espandere la parte della giornata lavorativa durante la quale il lavoratore crea plusvalore (lavora gratuitamente), e di contrarre quella parte che invece risulta remunerata dal salario. Questo senza mutare la lunghezza della giornata lavorativa (ad esempio, 7 ore di lavoro), e al limite anche accorciandola (da 7 a 6 ore). Si tratta dell’estorsione di quello che Marx definì plusvalore relativo, per distinguerlo da quello assoluto legato a un capitalismo ancora scarsamente sviluppato dal punto di vista tecno-scientifico che tendeva ad allargare in termini assoluti la giornata lavorativa per estrarre più plusvalore a parità d’ogni altra condizione. Il passaggio dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo segna anche il passaggio definitivo dalla sussunzione formale del lavoro al capitale alla sussunzione reale del primo al secondo. Formale, si badi bene, nel senso che la sussunzione del lavoro al capitale «è la forma generale di ogni processo di produzione capitalistico», ossia nel senso che «il rapporto capitalistico è un rapporto di coercizione. […] Chiamo sottomissione formale del lavoro al capitale la forma che poggia sul plusvalore assoluto, perché essa si distingue solo formalmente dai modi di produzione più antichi » (K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, pp. 47-49-53, Newton, 1976).
    Ancora: La peculiarità del modo di produzione capitalistico appare infatti in tutta la sua rivoluzionaria evidenza (in tutta la sua realtà) nel momento in cui le forze produttive sociali del lavoro usano la tecnica e la scienza come forze produttive del capitale.
    Quando non si poté più allargare in termini assoluti la giornata lavorativa, il capitale si servì dunque della scienza e della tecnica per prolungare in termini relativi la parte della giornata lavorativa dedicata al pluslavoro, ossia al lavoro gratuito erogato inconsapevolmente dal lavoratore. Ma rendere più produttivo il lavoro significa anche abbassare il prezzo di ogni singola merce, e si comprende bene cosa ciò significhi dal punto di vista concorrenziale. E siccome il profitto che il capitalista industriale attivo in un determinato settore produttivo incamera vendendo la sua merce si forma attraverso la media sociale dei profitti basati sull’estorsione di plusvalore in quel particolare ramo d’industria, si realizza la condizione per cui l’impresa tecnologicamente più avanzata, e perciò più produttiva, può intascare anche una parte del plusvalore prodotto nelle imprese tecnologicamente meno avanzate. Addirittura questa impresa capitalisticamente virtuosa può incamerare un sovrapprofitto anche vendendo la propria merce a un prezzo inferiore rispetto alla media di mercato, spiazzando totalmente la concorrenza. Nel capitalismo tutto è relativo, tranne la bronzea legge del massimo profitto, la quale invece si dà (deve darsi, posto il vigente regime sociale) con assoluta necessità.
    A questo punto è forse buona cosa affermare che la marxiana legge della caduta tendenziale del saggio del profitto va recepita non in termini dogmatici, e va integrata sulla scorta dei fenomeni economici che sempre di nuovo il Capitale ha generato nella sua insaziabile bramosia di profitto dai tempi di Marx fino ai nostri giorni. Questi fenomeni (ad esempio l’irrigidimento dei prezzi nell’epoca del capitalismo monopolistico e, in generale, tutto ciò che è legato al passaggio dalla forma ottocentesca di concorrenza a quella del XX e XXI secolo) in parte sembrano confermare e in parte sembrano smentire quella legge, la quale peraltro ha un carattere tendenziale (non assoluto) e altamente contraddittorio, e non a caso Marx parlò di tendenze e controtendenze. In ogni caso, a me pare che il problema posto a suo tempo da Marx continui a essere il migliore punto di partenza per impostare una corretta analisi del Capitale nel XXI secolo.
    Da questo abborracciato argomentare forse emerge l’essenziale, e cioè il ruolo fondamentale che gioca la tecno-scienza nel processo di valorizzazione del capitale. Ma il processo volto a forzare sempre di nuovo i limiti oggettivi che si parano dinanzi al capitale è costoso, e non sempre i successi che si ottengono in termini di accresciuta massa del plusvalore riescono a compensare i costi affrontati per ottenerli. Anche perché la rivoluzione tecnologica è un gioco a cui tutti i concorrenti vogliono partecipare, e la corsa al rialzo non si arresta mai: chi si ferma è perduto! Basta riflettere su ciò che accade nell’industria siderurgica, o nel settore automobilistico o in altre attività industriali cosiddette “mature”, per comprendere di cosa stiamo parlando. Qui i giganteschi processi di concentrazione capitalistica, attraverso fallimenti, fusioni e alleanze, ci mostrano la realtà del capitale nella sua radicale tensione dialettica: il massimo dello sfruttamento può sempre capovolgersi in una catastrofe in termini di redditività. Teniamo sempre in mente la formula elementare che ci dà il rendimento del capitale investito: pv : (C + V). Storicamente siamo passati, come paradigma industriale, dall’industria labour intensive all’industria che risparmia lavoro, ossia che moltiplica la produttività dello stesso lavoro mediante l’introduzione di nuove tecnologiche: ciò che ieri veniva prodotto da 10 lavoratori oggi è prodotto da 5 lavoratori. «Ogni nuova invenzione che permetta di produrre in un’ora ciò che finora si produce in due ore, deprezza tutti i prodotti dello stesso genere che si trovino sul mercato. […] Servendo di misura al valore di scambio, il tempo di lavoro diviene in tal modo la legge di un deprezzamento continuo del lavoro. Diciamo di più. Si avrà un deprezzamento non solo per le merci portate sul mercato, ma anche per gli strumenti di produzione e per la fabbrica, in tutto il suo complesso» (K. Marx, Miseria della filosofia, p. 57, Editori Riuniti, 1969) .
    La svalutazione del capitale a mezzo innovazione tecnologica è un fenomeno di grande importanza, e il fatto che Marx lo abbia colto già nel 1847, testimonia certo della sua genialità, ma significa soprattutto che questo fenomeno è immanente al concetto stesso di capitale, la cui essenza è altamente contraddittoria. Difatti, tanti capitali spesi in ricerca e sviluppo alla fine sortiscono l’effetto di una relativa svalorizzazione dell’impresa: com’è possibile? Ciò è dovuto alla natura capitalistica della produzione, ossia al fatto che il tempo di lavoro costituisce la misura del valore di scambio.
    L’estorsione di plusvalore dalla capacità lavorativa nella giusta quantità (impossibile da determinare), ossia tale da contrastare la tendenza a cadere del saggio del profitto, incontra limiti oggettivi all’interno del meccanismo produttivo (per Marx «Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso»); limiti che il capitale cerca di superare sempre di nuovo, anche per mezzo della crisi. L’esportazione di capitali, la speculazione, la svalorizzazione e la distruzione di valori già creati (merci e forza-lavoro) e di capitali resi pletorici dal basso rendimento dell’investimento (è il marxiano concetto di sovraccumulazione): tutti questi fenomeni «scaturiscono da una radice comune», come abbiamo visto sopra, e ci parlano della vera natura del capitalismo.
    La guerra 1940-45 realizzò una caduta della composizione organica anche perché invece di introdurre su larga scala nuovi mezzi di produzione, il capitale industriale americano riattivò perlopiù le macchine che durante la depressione erano rimaste ferme. Fu su questa vecchia base tecnica che si realizzò in larga misura la riconversione industriale da civile a militare. La svalorizzazione (o «logorio morale», per usare la delicata prosa marxiana) di questi mezzi di produzione naturalmente non ne aveva intaccato per l’essenziale il valore d’uso, che poté esercitarsi su una massa operaia che non aspettava altro che di essere spremuta a dovere dopo anni di disoccupazione e di precarietà. Questa è una fra le più importanti condizioni che permettono all’accumulazione capitalistica di invertire la curva discendente. Anche l’«esercito industriale di riserva» trovò dunque un impiego produttivo, e la disoccupazione tornò praticamente a livelli fisiologici. I maggiori salari che derivarono dal pieno impiego della forza-lavoro non ebbero però modo di ampliare più di tanto il paniere dei beni-salario, visto che la produzione di “beni militari” superava di gran lunga quella di “beni civili”, e ciò contribuì a non innescare problematici fenomeni inflattivi sul versante delle merci di largo consumo. Parte del risparmio forzato dei lavoratori venne drenato dallo Stato attraverso tasse e vendita di titoli di guerra – reclamizzati come merce altamente patriottica dai più celebri artisti americani dell’epoca.
    Per quanto riguarda il plusvalore come «materia prima»: In effetti, ciò che realizza la differenza tra i lavori genericamente produttivi, nonché naturalmente con i lavori improduttivi di qualsiasi genere, e il lavoro produttivo stricto sensu, è che a differenza dei primi quest’ultimo crea la filiera del valore pluslavoro-plusprodotto-plusvalore: solo questa filiera della valorizzazione, che presuppone e crea sempre di nuovo l’accumulazione capitalistica, riesce a creare la magia del valore assolutamente nuovo, «un valore che non esisteva prima nella società neppure come equivalente», per dirla col «pedante Garnier», il quale, da buon fisiocrate, attribuiva questa magia non al lavoro, ma alla terra, così come i «sicofanti del capitale» la attribuiscono al capitale. «È produttivo – scrive Marx – quel lavoro che conserva e accresce nel suo valore il lavoro oggettivo reso indipendente rispetto alla forza lavoro». Ma attenzione: qui non insiste alcun oggettivismo, ma semplicemente il limite oggettivo della società fondata sul valore di scambio, e difatti «La materializzazione del lavoro non va tuttavia concepita nel senso in cui la concepisce Smith. Quando noi parliamo della merce come lavoro materializzato – nel senso del suo valore di scambio – non intendiamo se non un modo di esistenza che ha luogo nella rappresentazione, cioè puramente sociale, che non ha niente a che fare con la sua realtà fisica … L’illusione deriva qui dal fatto che un rapporto sociale si presenta sotto forma di una cosa». La merce come rappresentazione: roba da Schopenhauer!
    Per Smith, invece, «il lavoro scambiato contro capitale è sempre produttivo e crea sempre ricchezza materiale». Per Marx, all’opposto, la ricchezza materiale diviene ricchezza sociale, ricchezza reale, solo se nel suo «sostrato materiale» pulsa plusvalore, e quando questo plusvalore congelato nella forma oggettiva di plusprodotto si scioglie nella forma liquida e astratta (sociale) del denaro, vero e assoluto punto d’arrivo della filiera del valore. È precisamente questa complessa dia-lettica del valore che rende difficile afferrare il bandolo della matassa.
    In che senso si deve allora parlare di lavoro produttivo? Smith non era riuscito a trovare una connessione intima e coerente fra le sue due «classiche» definizioni: 1. è produttivo il lavoro che si scambia con capitale e non con reddito, 2. è produttivo il lavoro che crea prodotti materiali, tangibili, merci dure e pure. È chiaro che mentre la prima definizione può essere estesa illimitatamente, la seconda è molto più ristretta. Come abbiamo visto Marx risolve la contraddizione sul piano della storia e della società: a differenza di Smith egli concepisce il Capitale non come materia (merci, mezzi di produzione, materie prime, forza-lavoro), ma come rapporto sociale, il rapporto sociale tipico dell’epoca borghese. Questa connessione che lega le due specificazioni smithiane è alla base del plusvalore primario, sorgente di ogni tipologia di profitto (industriale, commerciale e finanziario), di rendite e di ogni altro reddito diverso dai salari dei lavoratori produttivi. Nella distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo per Marx la «caratteristica determinante» è rappresentata dal rapporto sociale Capitale-Lavoro, mentre la materialità della ricchezza sociale costituisce la «determinazione secondaria»: è dal “combinato disposto” di questi due momenti che vengono fuori, al contempo, la base vitale (il plusvalore primario) e la contraddizione fondamentale (il limite storico) del Capitalismo, quella che realizza le condizioni della crisi economica peculiare di questo modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale. In che senso peculiare?
    Il modo di produzione capitalistico non solo crea ogni sorta di squilibri, di disarmonie e di contraddizioni: nel mercato delle merci e della forza-lavoro, fra i diversi settori produttivi, fra questi e la sfera finanziaria, fra produzione e consumo, fra consumo produttivo e improduttivo, ecc., ma questa situazione disarmonica è allo stesso tempo la premessa del suo sviluppo. A questo proposito ritorna alla mente quanto disse Lenin agli inizi del secolo scorso criticando «il signor Bulgakov», il quale contrapponeva l’esistenza materiale del plusvalore alla sua esistenza come concetto: «Innanzi tutto il plusvalore non è una cosa materiale, ma un concetto che serve ad esprimere un determinato rapporto della produzione sociale» (Lenin, La questione agraria e i «critici di Marx», in Teoria della questione agraria, p. 85, Editori Riuniti, 1972).
    Questa situazione per il Capitalismo non è un accidente che ogni tanto si manifesta attraverso la crisi economica, ma è piuttosto una sua conseguenza e una sua premessa, è la sua condizione naturale, e il precipitare di questi squilibri, contraddizioni, ecc. in crisi del ciclo economico e della società nel suo complesso dipende, come già detto, dalla salute del saggio del profitto, dal livello di redditività del capitale investito nella produzione delle merci. Quando quel “saggio” gode di buna salute le molteplici disarmonie capitalistiche sembrano non esistere, e le crisi che di tanto in tanto fanno la loro comparsa in qualche settore economico, in una particolare sfera produttiva, ecc., non destano molta apprensione, e vengono superate agevolmente attraverso i normali processi di ristrutturazione e di razionalizzazione.
    Viceversa, nel caso della crisi capitalistica “tipica”, peculiare, ossia nel caso in cui la redditività del capitale industriale entra in uno stato di grave sofferenza, investendo a catena tutta la “filiera” economica, ecco che basta un piccolo raffreddore per scatenare una terribile malattia, per trasformare in fattori di arresto del processo economico allargato le normali disarmonie. Ricordo che per Marx la crisi economica è certamente un momento di necessario risanamento, attraverso la distruzione di valori, la riorganizzazione del processo produttivo, le ristrutturazioni tecnologiche, ecc., del capitale affamato di investimenti redditizi; ma è pure il momento in cui la crisi economica può innescare una dirompente crisi politica e sociale che può anche sfociare in una guerra mondiale o in una rivoluzione. Appunto: può. L’«inevitabile e imminente» crollo del Capitalismo non è di questo mondo, e sicuramente tale idea non appartiene alla concezione del Capitalismo di Marx (di molti suoi epigoni sì). Ma ritornerò su questi concetti negli ultimi due capitoli di questa terza sezione.

    B. F.: Grazie! Non speravo in una risposta così puntuale e precisa! Ora mi studio tutto. G. G., altro che solita minestra, Sebastiano Isaia è una delle voci più intelligenti ed acute in questa landa desolata! Non “sterili” spiegazioni, ma possibilità di comprendere alla radice le questioni grazie, chiaramente, all’approccio materialistico dialettico, non inteso nella sua accezione “triviale”, come in genere viene proposto/esposto!

    Sebastiano Isaia: In estrema sintesi! 1. Per svalorizzazione del lavoro intendo soprattutto il declino del valore della capacità lavorativa ottenuta mettendo in concorrenza tutti i lavoratori del pianeta, in una gara al ribasso che rende attualissima, ma difficilissima al limite dell’impossibile, l’unione internazionale del proletariato di cui parlava l’ubriacone di Treviri. 2. Non sempre l’investimento capitalistico in tecnologie ecc. vale la famosa candela: si investe tanto per ricavare un profitto troppo piccolo. Tanto vale, per chi ha capitali (beato lui!), darsi alla speculazione finanziaria. È questa la suprema magagna capitalistica. Mi scuso per la lunghezza della “risposta” e rimango a disposizione. Ciao!!

    B. F. Grazie di nuovo, mi leggo tutto per bene…!

  2. Ciao Sebastiano, il commento del lettore che da facebook lamenta una maggiore chiarezza sul “cosa fare” mi stimola ad esprimere alcune considerazioni. Mi scuso se non sarò brevissimo.
    Premettendo che la complessità dei concetti economici non è qualcosa di neutrale ma è data dalle strutture ideologiche capitalistiche, e riconoscendo che Marx non è così semplice e scorrevole da leggere, credo che il tuo modo di esporre offra un punto di vista chiaro e comprensibile. Condividerlo poi è un altro discorso. Io lo condivido perché guarda caso ho lo stesso approccio nei confronti di Sua Maestà il Capitale. Non ravviso niente di fumoso o inconcludente in ciò che scrivi, potrei invece elencare innumerevoli saggi e interventi di molti dei miei amici e maestri di economia che sono quantomeno nebulosi e incomprensibili.
    Ora, accostandoci alla Cosa, nella stessa affermazione che il Capitale è un rapporto sociale di dominio è contenuta la risposta sul “cosa fare”, è invece assente la risposta sul “come fare”, è da qui che forse il lettore intendeva partire. D’altra parte, il mondo della Libera Comunità Umana non è qualcosa che si costruisce nel giro di una notte e purtroppo non è né una necessità storica né un’esigenza della natura. Detto questo, non per abbreviare una storia lunga, e non per essere semplicistici, mi sembra ovvio che la risposta alle contraddizioni del Capitale non può che essere indirizzata verso una soluzione che preveda la sua eliminazione totale, almeno per chi vive sul versante delle vittime e non su quello dei carnefici. Insomma, come si ravvisa dai tuoi scritti, non è la crescita sostenibile, l’osservanza dell’etica negli affari e nella politica, la produzione rispettosa dell’ecologia e della condizione umana, che può eliminare le discrasie del Capitalismo lasciando però in piedi quello stesso rapporto sociale di dominio. In tal caso, lo stato morboso persisterebbe, infatti. Il pregio (sic!) del Capitalismo, rispetto ad altri modi di produzione avutisi nella storia umana—o forse meglio dire nella storia del dominio—è che ha saputo magistralmente complicare la matassa del potere rendendo i rapporti sociali dominati sempre più complessi ed articolati, organizzandoli in una rete di richiami ai principi della sovrastruttura che gliene garantisce la continuità e la coazione a ripetersi. Il velo ideologico dell’etica, religione, diritto e istituzioni borghesi non è solo spesso e tenebroso, è anche colloso al punto da avere unito, e perciò reso indistinguibili, struttura e sovrastruttura. Giusto alcuni esempi pratici si ricavano dalle norme che regolamentano il gioco d’azzardo, o quelle che in materia di transazioni finanziarie, a seguito delle bolle speculative del 2008, impongono agli operatori finanziari di agire nell’interesse del cliente poiché ledere la fiducia degli investitori e minare l’integrità dei mercati costituisce violazione dell’ordine pubblico. Ancora, quando lo Stato, in nome del Bene Comune (leggi accumulazione capitalistica) allarga la base imponibile di certe attività economiche per incamerare maggiore gettito fiscale, ed è ancora quello Stato che, in nome della stessa Cosa, taglia il bilancio della spesa pubblica per liberare maggiori risorse finanziare necessarie allo sviluppo (leggi ancora processo di accumulazione capitalistica). Cosa non si fa per placare la fame di profitto della Bestia!! Perciò, è questo l’abisso esistenziale in cui le nostre vite si consumano, non vivono, e combattono per uno spazio che più che vitale è cruciale. Se hai la fortuna di nascere in una regione del Regno Capitalista dove si produce meglio secondo gli schemi della democrazia avanzata (e non è detto che questa condizione sia duratura), molte cose ti sono permesse ma non quella di essere finalmente umano.
    Alla fine, considerato che il sistema non può cambiare dal suo interno, sappiamo di dover smettere di alimentare la Bestia perché la Bestia smetta di alimentarsi di noi ma è possibile dare luogo alla trasformazione sociale che porta alla Libera Comunità Umana senza violenza e coercizione? Vorrei tanto poter dare una risposta conclusiva, senza che questo supposto superamento della produzione Capitalista si impantani nelle sabbie mobili delle rivoluzioni borghesi del passato. Siamo forse intrappolati dalla maledizione della transizione? Se è chiaro ciò che intendo dire. Lost in transition??
    P.S.: Riguardo l’articolo, complimenti, very insightful!!

    • Complimenti a te, piuttosto! Hai sintetizzato meglio di quanto non sappia fare io ciò che mi sforzo di elaborare, argomentare e comunicare (lo ammetto, non sempre in modo adeguato…) con i miei modesti scritti. Il fatto che non riusciamo a trovare e a dare «una risposta conclusiva» penso che non dipenda solo da un nostro difetto teorico-politico, ma anche, forse soprattutto, da una contingenza materialistica: la strapotenza del Capitale (fra crisi e riprese più o meno irresistibili, certo) e l’estrema debolezza dei dominati, la quale si protrae ormai da tempo. Personalmente “vivo” le mie magagne teoriche e politiche anche come espressioni di un fatto storicamente determinato. Cerco di portare l’acqua del “materialismo storico” al mulino della mia indigenza dottrinaria e politica? Anche! Che l’Analista di Treviri (e quello di Freiburg…) mi perdoni!
      Di nuovo grazie, Bob! Ti auguro un eccellente weekend!!

  3. Pingback: ANCORA DUE PAROLE SULLA GRECIA | Sebastiano Isaia

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