ANCORA DUE PAROLE SULLA GRECIA

grexit-678176Su cortese segnalazione di un mio amico ho appena finito di leggere un post rigorosamente socialsovranista a firma Daniela Di Marco, il cui titolo (Se questa è Syriza siamo messi male) lascia trasparire abbastanza chiaramente una certa delusione da parte dell’autrice intorno alla reale portata sociale e politica dell’esperimento tentato dall’attuale governo greco. Un governo che, sia detto en passant, chi scrive giudica alla stessa stregua di quelli che l’hanno preceduto, e nei confronti del quale l’anticapitalista autentico non ha alcun motivo per nutrire illusioni di sorta, e contro il quale, quindi, egli non potrebbe lanciare accuse di “alto tradimento” senza sprofondare nel ridicolo. Naturalmente le cose stanno in modo affatto diverso per il “progressista radicale” (vedi, ad esempio, il “quotidiano comunista” Il Manifesto) e per il sovranista, soprattutto se di “sinistra”.

Il post qui richiamato dà conto del «Sesto incontro di economia dal titolo Che succede in Grecia?» che ha avuto luogo a Casale Alba 2  «(periferia est di Roma)» il 7 giugno scorso. La Di Marco non ha apprezzato né l’atteggiamento («estremamente spocchioso, settario, maleducato a tratti») di Argyrios Argiris Panagopoulos, un rappresentante di Syriza, né, tanto meno, le sue posizioni politiche circa la sostenibilità sociale dell’euro e dell’eurozona. «Con fare sprezzante, invece di rispondere alle domande e alle obiezioni, ha accusato i compagni no-euro di “essere dei visionari, di proporre salti nel buio, di giocare sulla pelle dei greci, degli illusi che pensano ancora di fare il socialismo e di issare la bandiera rossa sulla Bce… Noi non abbiamo né un Piano B, né C, né D, resteremo nell’Unione europea e porremo fine all’austerità”. Sorvoliamo per carità di patria sugli epiteti che ha usato verso quelle forze di sinistra che in Grecia sono per uscire dalla gabbia europea…». Posso sbagliarmi, ma a me pare che il “compagno” Panagopoulos ce l’ha con la variegata galassia post-stalinista, sulla cui concezione “socialista” (in realtà si tratta di un nazionalismo economico che cerca di mettere insieme, in maniera più o meno abborracciata, statalismo e keynesismo, con ciò che ne segue sul piano delle scelte politico-istituzionali) qui preferisco stendere un velo abbastanza pietoso. Insomma, gli epiteti del “compagno” Panagopoulos non sfiorano la mia modestissima persona. E di questi sconsolati tempi è già qualcosa.

Adesso arriviamo rapidamente al passo che intendo porre all’attenzione del lettore, soprattutto per chiarire la mia posizione sulla questione greca: «Ormai è chiaro che questa Unione Europea è irriformabile, che l’unica alternativa è uscirne, abbandonare l’euro, e, se sacrifici debbono essere fatti, che il popolo li faccia per se stesso, per riconquistare sovranità, democrazia e diritti, tornare a scegliere del proprio futuro». In primo luogo «questa» Unione Europea ancorché «irriformabile» è soprattutto un’entità sociale capitalistica, e come tale essa va considerata se si vuole comprendere la reale portata della posta in gioco e la natura dello scontro interborghese che interessa non solo l’Europa – e non a caso Tsipras strizza l’occhio alla Russia e alla Cina, sapendo di mettere di pessimo umore gli Stati Uniti, che difatti a loro volta premono sul Fondo Monetario Internazionale e sulla Germania in vista di «soluzioni equilibrate e sostenibili per tutti i partner».

In secondo luogo, e in strettissima connessione con l’assunto di cui sopra, si fa della politica ultrareazionaria quando si chiama «il «popolo» (concetto squisitamente borghese chiamato a cancellare la natura classista della società) a sacrificarsi per i supposti superiori interessi nazionali. I proletari non hanno Patria, né quando si tratta di prendere le armi contro «lo straniero»*, né quando si tratta di salvare l’economia nazionale dal disastro.  Come ho scritto in altri post, il discorso apologetico intorno alla sovranità nazionale, alla democrazia e ai diritti suonava falso (ideologico, apologetico)all’anticapitalista occidentale ai tempi di Lenin, figuriamoci come esso debba suonare all’orecchio dell’anticapitalista attivo (si spera!) nel XXI secolo, in questa epoca storica dominata totalitariamente e sempre più scientificamente e capillarmente dalla “bronzea legge” del profitto.

Altro che «se sacrifici debbono essere fatti»! La parola d’ordine autenticamente classista – o critico-radicale – è invece questa: Non accettare alcun sacrificio! E ancora: Organizziamoci in modo autonomo contro gli interessi del capitale (“nazionale” e internazionale)! Non cediamo alle sirene elettorali/referendarie che intendono legarci sempre più strettamente al carro del Dominio! Rifiutiamo tutte le opzioni capitalistiche: europeiste, sovraniste, liberiste, stataliste (ecc., ecc., ecc..)

Oggi tutti (anche il cattivo Wolfgang Schäuble) vogliono portare «il popolo greco» al patibolo elettorale, affinché esso possa “scegliere liberamente” a quale causa immolarsi: a quella della (sempre più chimerica) “sovranità nazionale” o a quella dell’Unione Europea (necessariamente a trazione e a guida tedesca: i rapporti di forza capitalistici non sono un’opinione)**. Un’alternativa del Dominio che va respinta al mittente, qualunque esso sia (di “destra”, di “sinistra”, di “sinistra radicale”), e che la cosa oggi appaia, e sia in realtà, impresa quasi impossibile da tentare, ebbene ciò non la rende meno adeguata alla situazione. Viviamo infatti in tempi disperati, sotto ogni rispetto.

Chi pensa che l’uscita dall’Unione Europea possa facilitare l’uscita dal Capitalismo («o quantomeno dal Finanzcapitalismo!») è, nel migliore dei casi, un povero illuso. Per come la vedo io, l’alternativa anticapitalista non è euro sì/euro no, UE sì/Ue no: un’alternativa, questa, tutta interna allo scontro interborghese, nazionale e internazionale; l’alternativa si pone piuttosto in questi termini: o lavoriamo politicamente per l’autonomia di classe oppure come classe subalterna non verremo mai fuori dal buco nero dell’impotenza politica, concettuale, psicologica, esistenziale.

 

* A proposito! Continua l’ossessione di Krugman per la guerra: «Un’uscita forzata della Grecia dall’euro provocherebbe enormi rischi a livello economico e politico. Eppure, l’Europa sembra incamminata come una sonnambula proprio verso quel risultato. Sì, ammetto che la mia allusione al recente ottimo libro di Christopher Clark sulle origini della Prima guerra mondiale intitolato “The Sleepwalkers” (I sonnambuli) è intenzionale. In quello che sta accadendo si avverte una sensazione che ricorda da vicino e chiaramente il 1914, la sensazione che arroganza, risentimento e mero errore di calcolo stiano conducendo l’Europa verso un baratro dal quale avrebbe potuto e dovuto tenersi lontana» (La Repubblica, 8 giugno 2015). A Krugman, come a molti altri scienziati sociali progressisti, manca il concetto fondamentale per capire lo scontro intercapitalistico che sovente “sbocca” nella carneficina: Imperialismo.

** «Posso pure ristrutturare il tuo debito, posso accordarti un grosso sconto sugli interessi che maturano dal tuo debito, posso perfino cancellarlo, ma tu in cambio devi piegarti alla mia politica economica. Insomma, io ti consento ancora di galleggiare ma tu devi iniziare a nuotare. Insomma, fa con diligenza i compiti a casa e vedrai che col tempo tutto si aggiusta». È questo, in estrema e brutale sintesi, il discorso che Angela Merkel apparecchia ormai da molti anni al governo greco, di qualunque coloro politico esso sia. Tsipras, «un conservatore un po’ incendiario» secondo la non infondata definizione di Giuliano Ferrara, e Varoufakis si ostinano a ripetere in guisa di mantra che «il problema non è economico, ma politico». Infatti! Come non smette di ricordare, nei termini che la sua funzione gli consente, anche Mario Draghi: «Occorre governance sulle riforme strutturali», perché «le riforme strutturali svolgono un ruolo cruciale nell’eurozona e i loro risultati non sono solo nell’interesse di un Paese, ma in quello dell’Unione nel suo complesso. Le riforme hanno bisogno di una forte titolarità nazionale e di accordi sociali profondi, ma devono prevedere pure un organismo sovranazionale che renda più facile inquadrare i dibattiti nazionali. La persistenza delle differenze crea il rischio di squilibri permanenti, così da giustificare il fatto che le riforme siano disciplinate a livello comunitario». In questi termini si esprimeva il Presidente della BCE il 9 luglio 2014.
Smentendo la Bild, che dava ormai come cosa certa la Grexit, la Cancelliera di Ferro ha dichiarato che «Dove c’è la volontà c’è la strada ma la volontà deve venire da tutte le parti, quindi è importante continuare a parlarci». Non c’è dubbio: come dicono da mesi Tsipras e Varoufakis è tutta una questione di volontà politica…

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2 thoughts on “ANCORA DUE PAROLE SULLA GRECIA

  1. Commenti da Facebook

    P. M.: Ciao Sebastiano Isaia, avrei bisogno di un chiarimento. E scusami se magari però prima metto le mani avanti. Dalle mie parole tu potresti pensare infatti ad una richiesta di chiarificazione di tipo ironico, invece ti assicuro che sbagleresti. Dunque, eccomi. Tu dici “l’alternativa si pone piuttosto in questi termini: o lavoriamo politicamente per l’autonomia di classe oppure come classe subalterna non verremo mai fuori dal buco nero dell’impotenza politica, concettuale, psicologica, esistenziale” Ora io ti chiedo, visto che personalmente di autonomia di classe mi ci sono nutrito – vista l’età- perlomeno a partire (militanza effettiva,PRATICA E RIVOLUZIONARIA) dagli anni ’77 (Convegno di Bologna) a metà degli anni ’80, sulla base di quale analisi sociologica puoi tu nutrire,OGGI, la convinzione – per me , ahimè, illusoria – che possa davvero esistere, una “classe subalterna”, ovvero un soggetto politico e sociale dotato di un minimo di identità e portatrice di interessi di classe….Ma forse oggi sono solo diventato un vecchio e odioso disfattista…..

    R. I.: L’autonomia di classe passa anche per distruggere l’UE e l’eurozona. Se sul piatto non si mette qualcosa di concreto, la formula dell’autonomia di classe diventa solo un alibi semantico per nascondere la mancanza di un percorso politico praticabile.

    L. B.: Il pezzo finale, è da incorniciare:”Chi pensa che l’uscita dall’Unione Europea possa facilitare l’uscita dal Capitalismo («o quantomeno dal Finanzcapitalismo!») è, nel migliore dei casi, un povero illuso. Per come la vedo io, l’alternativa anticapitalista non è euro sì/euro no, UE sì/Ue no: un’alternativa, questa, tutta interna allo scontro interborghese, nazionale e internazionale; l’alternativa si pone piuttosto in questi termini: o lavoriamo politicamente per l’autonomia di classe oppure come classe subalterna non verremo mai fuori dal buco nero dell’impotenza politica, concettuale, psicologica, esistenziale”. Saluti.

    P. M.: Infatti. Lo incornici e lo metti in una teca nel corridoio di un museo. Sarà la digestione, boh, o che voglio farmi male da me….ma parlare di una progettualità tesa ad un’alternativa – che MATERIALMENTE ORA non vedo possibile, se non epifenomenicamente come serie di puri momenti che mettano magari in crisi il sistema più simbolicamente, ma mai sostanzialmente – fissata cosi ” a futuris” , mi fa addirittura, e perfino, rabbia.

    G. M.: Pascal ha ragione. È sano, è attaccato alla realtà, non è né patologicamente rassegnato, né patologicamente cinico.
    Soffre. Come noi. Sicuramente come me. La nostra vita va chiudendosi, e i sacrifici, le fatiche, gli ideali per cui ci siamo impegnati e cui ci siamo dedicati sono destituiti di qualunque dignità, non lasciano eredi, non hanno continuità né futuro. Con noi muore la nostra razza, e quindi il lutto per noi stessi è totalizzante, non consolato da una proiezione: nulla ci sopravvivrà. Poi certo, si può razionalizzare e cerchiamo di farlo, ma…

    Sebastiano Isaia: Ciao Pascal! Per «autonomia di classe» intendo quella teorizzata e praticata da Marx,Lenin e dai comunisti antistalinisti (ammesso che si possa solo concepire un “comunismo” stalinista), tanto per fare un esempio che conosciamo entrambi. Insomma, non mi riferisco all’Autonomia Operaia di stampo negriano – anche se nel ’77, da quindicenne, qualche corteo “Contro la repressione” l’ho fatto anch’io. Questo per chiarire il mio punto di partenza concettuale e politico. Oggi, a mio modesto avviso, non esiste nulla che possa ispirarci sentimenti positivi circa l’autonomia di classe, la lotta di classe, il soggetto di classe e via di seguito. Disfattista non sei tu, carissimo, ma la realtà, né la cosa deve sorprendere dopo secoli di capitalismo trionfante e decenni di ipnosi democratica, di riformismo e di stalinismo. La sofferenza di cui parla Giovanni mi appartiene. Poi uno reagisce alla cattiva realtà come meglio crede, come può, magari illudendosi che qualcuno possa raccogliere i messaggi chiusi nelle bottiglie che si ha cura di gettare nel mare delle contraddizioni capitalistiche, della disumanità e delle straordinarie possibilità. Tutto qui.

    P. M.: Beh, mi consola allora quantomeno il fatto che non sia un limite mio nell’analisi della cose… a sto punto si può tranquillamente tornare al problema Grecia… questione questa che guardo come una partita di Champions… con sufficienza e senza tifo …. dato che personalmente credo che ANCHE questo problema – come tutti i più cruciali – non mi sembra suscettibile di alcuna REALE soluzione. Insomma, mi gusto la pantomima.

    R. G. D.: Oh ragazzi…vi è scattata l’ora del de profundis?

    Sebastiano Isaia: No, è tutta tattica…

    F. T.: L’umanità procede per errori, a cominciare da quella fatidica mela. Perché non dovrei fare anch’io la mia parte di cazzate?

    Sebastiano Isaia: Allora io mi pongo all’avanguardia! In fatto di cazzate, intendo.

    F. T.: Purché non finisca con la solita gara machista a chi ce l’ha più lungo Emoticon smile A parte gli scherzi, noto molto spesso nei figlioli del famoso assalto al cielo una sorta di ansia da prestazione, che poi, per quel che mi riguarda, credo sia un borghesemente individualistico tutto è cominciato con me e tutto finisce con me. Il mio peculiare individualismo borghese mi spinge a dire: lasciatemi sbagliare, grazie. ☺. Su euro sì, euro no, la penso in modo sbagliato come te. Anzi, come ebbi a dire a suo tempo: da quando si voleva abolire la moneta a quando si rivuole la liretta, che bella fine ‘e merda ha fatto la sinistra radicale!

  2. Che Tsipras sia per il capitalismo, si scopre l’acqua calda. Tra l’altro spende quasi il 4 % del PIL per spese militari quando mancano le siringhe negli ospedali.
    Ma a parte ciò non ha attivato nessuna strategia di uscita dall’economia capitalista, e neanche lo ha pensato. Cerca solo di ricavare il massimo vantaggio dalle pieghe(contraddizioni intercapitaliste.
    In alte parole sbraita contro la finanza, ma gli unici provvedimenti importanti sono solo nel settore finanziario, nella guerra finanziaria.
    NON HANNO MESSO SU NEPPURA UNA INDUSTRIA/ATTIVITA’ SOCIALE non capitalista o Statale.
    Sono una bufala.

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