LA STRINGENTE DIALETTICA STORICA DI LUCIANO CANFORA

democraziaLa breve nota che segue è stata scritta il 27 giugno scorso su Facebook, in risposta alla seguente sollecitazione di un lettore:  «Tu, Sebastiano, che ne pensi di questa analisi, seppure di lunghissima gittata e fatta a partire da prospettive epocali? A me sembra pacificamente attendibile, direi “parretica”. In tal senso anche questa riforma della scuola sembra proprio rientrare nel quadro tracciato».

Letto! Che dire? È il solito Luciano Canfora. Ossia l’intellettuale da sempre “organico” alla storia del cosiddetto comunismo italiano, le cui radici, com’è noto, affondano nello stalinismo, nei confronti del quale il Nostro non nasconde una certa (diciamo certa!) nostalgia: «è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto e anche con la convinzione che si è trattato di un periodo eroico della storia umana». Se lo dice lui, che è «uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrente che il panorama italiano può vantare», forse sarà vero. D’altra parte, chi sono io per mettere in questione le tesi di un professorone dell’italica Università!

«Il liquidatore definitivo del comunismo italiano è già arrivato»: purtroppo Canfora si riferisce a Renzi, non al sottoscritto! Sui luoghi comuni sinistrorsi intorno al «piano di Gelli di Rinascita democratica», ripetuti un miliardo di volte da Craxi in poi, è meglio stendere un velo pietoso.

Insomma, il «classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana», nonché  “materialista-storico” di chiara fama, versa copiose lacrime su una storia ideologica e politica nei confronti della quale ho sempre sparato, come si dice, a palle incatenate. Anche perché uno si rompe le metaforiche palle leggendo cose tipo l’Unione Sovietica come «gloriosa esperienza», «piano di Gelli di Rinascita democratica» e altre perle.

Domanda di Vittorio Bonanni che riscalda il cuore stretto nella morsa del ghiaccio liberista: «L’esperienza del socialismo reale, con tutti i suoi enormi limiti, può essere però rivista come un tentativo per porre un argine a questo predominio del denaro?». Risposta di Canfora che riconcilia con la coscienza di classe: «Io lo direi senza tante esitazioni». A questo punto non esito a farmi due crasse e financo triviali risate: mica sono un professorone! E nemmeno un professorino, se è per questo…

«Con gli occhi di oggi, noi possiamo fare la seguente constatazione: l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo: l’ex impero russo e la Cina. Trascinandole fuori da una situazione semi feudale, comunque paleo e proto capitalistica, e ha creato le premesse, crollando sul piano politico, per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello». Giusto! Ma allora, perché parlare di «socialismo reale»? Lo so, qui fa capolino la mia nota indigenza dialettica, la quale non mi permette di vedere quel che invece osserva Canfora: «Io vedo dei nuclei intellettuali che hanno un referente: il magma gigantesco del mondo della scuola. Perché per fortuna tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scadente, ma diffusissima e con un inevitabile bisogno di capire. Quindi tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di diffondere chiarezza, di fare controegemonia». Auguri!

Scherzi a parte, il titolo dell’intervista-colloquio è intrigante (anche perché proprio in questi giorni sto interrogando per l’ennesima volta il mangia crauti di Treviri e altri personaggi sulla scottante questione del denaro); il contenuto un po’ meno, se debbo essere sincero. Ovviamente su singoli aspetti del discorso di Canfora posso pure convenire, ma è l’impostazione concettuale e politica di fondo dell’analisi che non condivido, neanche un po’, proprio perché informata, a mio parere, dal vecchio “comunismo” italiano e internazionale. Ovviamente rispetto chi la pensa in modo diverso. È, questa, una ovvietà che non è male ribadire quando se ne ha l’occasione. Ciao!

***

Post Scriptum (29 giugno 2015)

Sulla Repubblica di ieri Luciano Canfora, «che ha indagato da studioso del mondo classico le origini e i cambiamenti delle nostre democrazie» (con i risultati che ognuno può apprezzare, soprattutto quanto a puntualità – o dialettica – storica), scriveva a proposito del Referendum greco del 5 luglio ciò che segue: «Il referendum è lo strumento della sovranità popolare, che veniva utilizzato nell’età antica. Chi lo critica si mette dalla parte degli oligarchi». Io non solo lo critico, ma lo combatto con tutte le mie modeste forze in quanto falsa alternativa posta dal Dominio dinanzi alle classi subalterne, chiamate dai governanti di turno a “scegliere” l’albero dei sacrifici a cui impiccarsi: «Vuoi tu, oh popolo sovrano [sic!], versare lacrime sull’altare dell’integrazione europea [sotto l’egemonia tedesca: è la logica capitalistica dei rapporti di forza, emerito professore!] oppure su quello della [peraltro chimerica] sovranità nazionale?». Che il noto studioso del mondo classico mi possa rubricare per quanto appena scritto fra gli amici “oggettivi” degli oligarchi, ebbene la cosa non mi turba neanche un po’.

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