CRISI GRECA. PIÙ CHE PATHOS, PETHOS…

tsipras-merkel-schaeuble-688232Più che di Pathos, come titola oggi Il Manifesto a proposito della crisi greca, forse si dovrebbe parlare di Pethos, con rispetto parlando. Pare infatti che il piano fatto ingoiare stanotte dal Premier compagno Alexis Tsipras al Parlamento greco sia ancora più duro e “austerico” di quello rifiutato a fine giugno e allora giudicato inaccettabile dal «popolo greco». Secondo molti economisti liberisti-selvaggi il piano-Tsipras è talmente pesante sul versante fiscale, che qualora fosse accettato dai “poteri forti” europei e poi effettivamente implementato dal governo greco esso assicurerebbe alla Grecia anni di depressione economica. Mai prestare orecchio ai liberisti-selvaggi!

Come sempre il premio per la comicità involontaria tocca ai tifosi dell’attuale regime greco che militano nel noto “giornale comunista”: «Tsipras serra i ranghi di Syriza e nella notte chiede il sì del parlamento greco alla sua proposta prima dell’Eurogruppo di oggi. Atene resta con il fiato sospeso, la palla ora torna nel campo europeo, dove la mediazione di Hollande costringerà la Germania e i falchi a calare le carte sul debito». Già immagino Frau Merkel e il Kattiven Wolfgang Schäuble tremare al tavolo verde della trattativa. Molti sottovalutano la teutonica ironia del Super Ministro tedesco: Il ministro delle finanze tedesco, il falco Wolfgang Schäuble, non apprezza le ingerenze statunitensi e i consigli a stelle e strisce su come ristrutturare il debito greco. In una conferenza a cui prendeva parte anche il ministro francese delle finanze Michel Sapin, il tedesco ha gelato la platea con un intervento fra il serio e il faceto: “Ho detto al ministro delle finanze statunitense che noi accoglieremo nell’euro Portorico se loro accetteranno la Grecia nel sistema dollaro. Lui ha creduto che stessi scherzando”» (Euronews, 9 luglio 2015). Perché, non stava scherzando?

Riassumiamo: il «popolo greco» domenica ha votato No per produrre, con la sapiente mediazione del compagno Tsipras, gli effetti del Sì. Un successone per il «popolo greco» e per la sinistra mondiale – alla quale chi scrive è sempre stato estraneo, sia oltremodo chiaro! Insomma, per dirla con molti analisti politici, «tanto referendum per nulla». Per Federico Fubini l’orizzonte strategico (si fa per dire) del Premier greco è davvero striminzito: «Se non altro il suo obiettivo ormai è chiaro: quando arriva lunedì, essere ancora nell’euro. A che prezzo, e per quanto tempo, si vedrà» (Corriere della Sera). Martedì è un altro giorno, per mutuare la celebre battuta di un film-icona.

A proposito di «calare le carte»! Per Giuliano Ferrara si tratta di una “calata” di ben altro genere. «Non Podemos», gongola l’Elefantino dal Foglio; «no we can’t»: «Exit baby pensioni, exit iva speciale, exit mostruosa presenza dello stato nell’economia. L’esito forse fausto del negoziato sulla linea Grexit si chiama calata di brache per Tsipras. Cercasi uscita dignitosa per la brigata Kalimera». Sarà vero? sarà falso? Non saprei dire. D’altra parte Il Foglio ragiona, esattamente come Il Manifesto e gran parte della pubblicistica di estrema sinistra, con la logica delle opposte tifoserie, e chi ha la ventura di non parteggiare per una delle squadre capitalistiche che si contendono la vittoria (la Grexit? più Europa? l’euro? la dracma?, le statalizzazioni? le liberalizzazioni? l’alleanza con la Russia e la Cina? una più stretta collaborazione con gli Stati Uniti?) passa per un elitario che non vuole sporcarsi le mani con la «politica concreta» e che, «oggettivamente», fa il gioco della squadra avversaria.

Per mandare giù il rospo, Dimitri Deliolanes  fa oggi professione di moroteismo democristiano: «È giunta per Ale­xis Tsi­pras l’ora della poli­tica di governo, delle mano­vre non lineari allo scopo di por­tare la Gre­cia fuori dalla camera a gas a cui l’hanno con­dan­nata, per due set­ti­mane almeno, Schäu­ble e Dijs­sel­bloem. Il pre­mier mano­vra avendo il  soste­gno di un paese vivace e orgo­glioso, consapevole della sua forza ma anche dei suoi limiti. Per risol­vere il pro­blema subito, da lunedì» (Il Manifesto). Le «manovre non lineari» di Deliolanes suonano un po’ come le «convergenze parallele» di Aldo Moro. Vedremo fino a che punto resisterà la dottrina delle «manovre non lineari»; d’altra parte, la sinistra europea solo dopo decenni capisce (se lo capisce!) di aver detto e scritto assolute castronerie politiche su diverse e non secondarie questioni.

Detto per inciso, anche la sinistra di Syriza per adesso mostra di accettare, sebbene obtorto collo, la dottrina delle «manovre non lineari»; vedremo se martedì la fronda interna cavalcherà una nuova dottrina. «Abbiamo detto ad Alexis», dice  Stathis Kouvelakis, uno dei leader della Piattaforma di Sinistra, «che non possiamo accettare quello che di fatto è un terzo memorandum della Troika. Non siamo i socialisti e neppure Samaras. Non è giusto rinunciare ai punti fermi dell’accordo che firmammo a Salonicco prima delle elezioni» (Corriere della Sera). Certo, dopo tutto quel parlare di insuperabili «linee rosse»…  Le linee rosse si sono alla fine rotte o si sono fatte semplicemente «non lineari»? Mistero della Dea Dialettica!

Scrive Matteo Faini: «Quale che sia la nostra opinione sulla bontà delle proposte politiche del premier greco, in quanto a capacità negoziale questi si è rivelato un dilettante allo sbaraglio. Il primo ministro greco ha sbagliato tutto. Indire il referendum senza prima minacciare di farlo gli ha precluso la possibilità di ottenere un’offerta migliore dai creditori internazionali. A meno che non si trovi una soluzione all’ultimo minuto, a pagare le conseguenze della sua insipienza sarà in prima misura il popolo greco, in seconda battuta il resto d’Europa» (Limes, 9 luglio 2015). Dilettante allo sbaraglio o cinico genio della realpolitik («Tra una solu­zione brutta e una catastro­fica, biso­gna sce­gliere la prima»: ma va?), Yanis Varoufakis o Euclide Tsakalotos, “marxista irregolare” e cool o “marxista realista” che «porta le giacche di velluto stazzonate e i jeans tipici della sinistra» (ho sempre odiato il look ricercatamente scialbo della sinistra!), governo di “sinistra” o governo di “destra”: in ogni caso il «popolo greco» è chiamato dalle classi dominanti nazionali e internazionali a versare lacrime e sangue sull’altare della necessaria modernizzazione capitalistica del Paese.

L’ho sostenuto fino alla nausea: occorre uscire dallo schema borghese della scelta democratica dell’albero a cui impiccarsi. Come? Rifiutando l’orizzonte del cosiddetto bene comune nazionale (o sovranazionale: la Patria Europea di Jürgen Habermas e compagni, tanto per capirci), svegliandoci dall’ipnosi patriottica e democratica, passando dalle illusioni e dalle frustrazioni (nonché da un certo vittimismo meridionalista che personalmente, in quanto cittadino della Magna Grecia, conosco benissimo) a una più adeguata interpretazione dei fatti, con quel che ne segue, o potrebbe sperabilmente seguirne, sul piano politico. Ovviamente si tratta solo di un difficile inizio; ma se non iniziamo mai…

Gli “anticapitalisti” del genere di quelli che augurano alla Grecia un futuro chavista (sic!) o comunque socialsovranista (risic!) da decenni non fanno che portare acqua al mulino di questa o quella fazione borghese nazionale e mondiale. Per molti “rivoluzionari” sviluppare una mentalità da mosca cocchiera è un’assoluta priorità esistenziale, prima ancora che politica. Contenti loro! D’altra parte, chi sono io per, ecc., ecc., ecc.

Scrive Jacques Sapir: «Diciamo subito, c’è una cosa che terrorizza totalmente i leader europei: che la Grecia possa dimostrare che c’è vita fuori dell’Euro». Non c’è dubbio: fuori dell’Euro e dell’Unione Europea c’è vita, vita capitalistica. Per trovare vita umana bisogna invece uscire dal capitalismo. Vasto programma, come no!

Per adesso metto un punto. Domani è un altro giorno, si vedrà!

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6 thoughts on “CRISI GRECA. PIÙ CHE PATHOS, PETHOS…

  1. Commenti da Facebook

    P. M. «Il “popolo greco” domenica ha votato No per produrre, con la sapiente mediazione del compagno Tsipras, gli effetti del Sì». Questo il succo. Un buon metodo per perdere pur sentendosi un po’ vincitori (“Quante me n’hanno date (di mazzate), ma quante gliene ho dette”). E specularmente, dall’altra parte, un buon metodo per vincere apparendo un po’ vinti, nel senso di concilianti e comprensivi.

    G. M.: Complimenti per il post, ottimo come sempre. Allego:
    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-07-10/l-esito-vero-referendum-072024.shtml?uuid=ACRVZEP

    F. T: Ora sento prevalere la categoria del tradimento. Per i soliti illusi, Tsipras avrebbe tradito il popolo. A prescindere dai moventi etici di Alexis, inconoscibili e irrilevanti, quello che sfugge è che, muovendosi nell’ambito delle compatibilità capitalistiche, non c’è scampo, finirà sempre e inevitabilmente in tragedia greca

    P. R.: Domanda: Sebastiano, come “uscire dal Capitalismo”?

    Sebastiano: caro P., non si fanno certe domande a pochi minuti dal pranzo!

    P. R.: Hai tutto il tempo che ti è necessario. E la domanda non è provocatoria. Leggo sempre con attenzione e stima le tue analisi politiche. Potresti non avere la risposta a ‘come uscire…’ e questo non toglierebbe valore alcuno a ciò che scrivi. Se invece una risposta c’è sono interessato a conoscerla. O ri-conoscerla.

    Sebastiano: Naturalmente volevo essere solo ironico. Mi piace come hai testé impostato il problema. Il tempo non ci manca! Ciao P!

    G. D. R.: E’ diversa dalla proposta della troika bocciata dai Greci con il NO, mancano i tagli orizzontali sui salari e le pensioni e resta il tema del debito e della sua ristrutturazione. La Grecia ha la pistola puntata alla testa, è sotto ricatto e lo sarebbe qualunque altro governo più o meno rivoluzionario. Ma il punto non è questo, credo che la proposta del Governo, che non è affatto detto venga accettata dalla UE, comunque non si giustifica! O meglio, si giustifica solo dal punto di vista strategico secondo il ragionamento : Intanto Syriza non è e mai si è posta in termini rivoluzionari, Intanto il tema del debito resta sul tavolo, Intanto i Greci mangiano, , intanto gli accordi potranno sempre essere violati in futuro dai Greci, intanto prendo prima i soldi per tamponare l’emergenza mentre gli effetti dell’accordo saranno successivi e non immediati… finalizzando il tutto alle elezioni Spagnole ed alla probabile vittoria di Podemos per aprire un altro fronte di lotta.

    P. D. P.: È la situazione che è interessante, non tanto i tentativi di salvare il salvabile all’interno del sistema. A Syriza era inutile chiedere altro perché dal capitalismo non vogliono uscire per loro stessa ammissione. Non è che possiamo andare dietro agli stupidi che li accusano di essere comunisti.

  2. Ciao! Condivido l’analsisi del tuo saggio. Mi chiedo cosa ne pensi di quest’analisi di origine trotzkista: http://www.marxist.com/greece-a-humiliating-capitulation-which-will-not-work.htm

    Vengono risparmiate categorie come “tradimento”, Quarto Reich ecc. Anche la sovranità nazionale non appare come fine a se stesso. Credo che tu condividi tutte queste critiche… Ma leggi tu stesso…

    Specialmente questa parte del testo:

    Clearly, Germany has not made any concessions. Tsipras has been made to sign up to everything he had previously denounced. Many have asked, how is this possible? How could Tsipras sign such a bad deal, particularly after having called and won the referendum? It is impossible to know what goes on inside Tsipras’ head. One thing is clear, however. The whole basis of the political strategy of Tsipras and the leading group in Syriza has been proven to be completely bankrupt in practice. Their strategy was based on the idea that it was possible to convince the Troika to reach a deal which would allow Syriza to pursue a non-austerity policy, which in turn would lead eventually to economic growth and then would allow debt repayment. Nothing of the sort has happened.

    When he called the referendum, Tsipras insisted that a NO vote would give him a stronger negotiating hand and allow for a better deal to be arrived at. The opposite has been the case.

    Furthermore, his insistence that remaining within the eurozone was the only possible option disarmed him in the negotiations, forcing him to make ever greater concessions, leading finally to this humiliating capitulation. He seems to have learnt nothing from it and has become a willing signatory to his own execution order.

    The worst part of this capitulation is that it will not work. The impact it will have on the Greek economy will be disastrous. The uncertainty of the negotiations and ultimatums from the Troika have already cancelled a very sluggish recovery sending the country into recession, again. Now the two weeks of bank closures and capital controls (the latter forecast to last for months), have sent it tailspinning into a deep depression, with most economic activity grinding to a halt.

    Add to this another package of cuts and austerity Memorandum, and the result is easy to foresee. These policies have already been implemented in Greece for the last five years and they have failed miserably. They have failed even in its stated aim of reducing the debt to GDP ratio. It now stands at over 170%. With these new measures it will immediately jump to over 200% making it even less sustainable.

    The most likely scenario is that this latest “deal” (or rather, imposition) will only be a stopgap on the road towards a new crisis which will eventually lead to a default and Grexit.

    From a political point of view, the deal means the political suicide of the current government and Syriza itself. Already leading figures in Tsipras’ group are demanding the heads of the ministers and MPs who oppose this capitulation. The current government cannot last as it will certainly lose its majority over the next 48 hours. Different options are being discussed, including a temporary technocratic government headed by an “independent” (possibly the governor of the Bank of Greece), a coalition government with To Potami, etc.

    Whatever the specific form it may take, what we are talking about, in effect, is a government of national unity to carry out brutal austerity. This would close the circle, with the party which was propelled by the masses to power in order to end austerity, ending up allying with the parties which were defeated, in order to carry out the program of the vanquished.

    The pressure within Syriza is such, that it is unlikely that Tsipras will call a meeting of the Central Committee as he is not sure he would be able to hold the line. First of all he needs to pass these measures in Parliament and for that he needs a de facto alliance with the bourgeois parties.

    Was there an alternative?

    Yes, but, what was the alternative? In its criticism of the government proposals last week, Syriza’s Left Platform outlined its views. They argue for a return to the national currency, but remaining within the EU (“an option which is already well advanced in countries such as Sweden and Denmark”) in order to implement a program which can only be described as national capitalism. This would be based on exports, national production, state investment in the economy and “a new and productive relationship between the public and private sectors to enter a path to sustainable development”.

    In reality, such a plan is as utopian as Tsipras’s. While there can be no alternative to austerity within the EU, it is foolish to think that an independent crisis-ridden capitalist Greece can compete its way out of the crisis, faced with much more powerful capitalist nations. It would seem that the comrades subscribe to the idea that austerity is somehow “ideological”, i.e. the choice of nasty German bankers and capitalists, rather than an inevitable consequence of the crisis of the system. Austerity is an attempt to make workers pay the price for the crisis of capitalism. That will remain the case inside or outside of the euro.

    This mistaken political approach is one of the main weaknesses of the Left Platform. Working people in Greece are rightly fearful of the catastrophic economic consequences of Grexit. Their justified fears cannot be countered with the false argument that “things would be bad for a while, but then we can devalue our way out and build a strong national capitalism”. It doesn’t solve the problem of a weak, less productive industrial apparatus, incapable of competing with the advanced, highly productive industry of countries like Germany. In or out of the EU or the euro this problem remains. And the idea of exporting their way out of the crisis is utterly utopian, considering the wider worldwide crisis, in which the weaker economies will be the first to fall.

    The only alternative is “socialist rupture”. That is, to repudiate the debt (which an official parliamentary inquiry has already found “illegitimate, illegal and odious”), nationalise the banks and seize the assets of Greek capitalists. At no other time has the “realism” of the reformist leaders of Syriza been more exposed as completely Utopian. At no other time has the case for socialism been easier to explain, as it coincides with the practical experience of hundreds of thousands, millions of Greek working people over the last five years.

    Only the radical reorganisation of society on the basis of the common ownership of the means of production could offer a way forward. Even that would not be possible within the limits of Greece, a small peripheral economy in Europe. But it would send out a powerful message to working people across Europe, starting in Spain, Portugal and Ireland.

    • Ho letto tutto il documento, che ho trovato molto interessante. Sul piano dell’analisi dello scontro interimperialistico europeo e mondiale mi sembra che molte valutazioni lì espresse coincidano con le mie. Anche sulla interpretazione del famigerato Memorandum concordo, anche perché il testo è talmente chiaro, soprattutto nelle sue implicazioni politiche, che difficilmente esso si presta a equivoci, se non sul terreno della propaganda, come in questi giorni ha cercato di fare penosamente Tsipras per vendere in patria una pessima merce. Ovviamente più penoso del Premier greco c’è solo il suo fan italiano che cerca di difenderlo “a prescindere”. Certo, anche quelli che volevano usare Tsipras come un Cavallo di Troia antieuropeo e adesso lo accusano di essere diventato un Cavallo di Troika al servizio di Berlino e Bruxelles non scherzano quanto a penosità, se così posso esprimermi.
      Non c’è dubbio che la Germania ha approfittato dell’azzardo tentato dall’ex strana coppia Tsipras-Varoufakis (per conseguire obiettivi politici di natura interna e internazionale) per prodursi nel più classico dei contropiedi, per usare il gergo calcistico.
      Mi pare però che questo gruppo politico si faccia delle illusioni su Syriza, o quantomeno sulla sua ala sinistra (Piattaforma): «La pressione all’interno di Syriza è tale, che è poco probabile che Tsipras convocherà una riunione del Comitato centrale, perché non è sicuro di riuscire a imporre la sua linea politica. Prima di tutto egli deve fare approvare queste misure dal Parlamento, e per questo ha bisogno di un’alleanza di fatto con i partiti borghesi». Come sai, per me anche Syriza è un partito “organicamente” borghese. Oggi il simpatico Massimo D’Alema dichiara che quel partito ha «una matrice eurocomunista»: cosa che avvalora la mia tesi. E «eurocomunista» (leggi: eurostalinista) è soprattutto la parte maggioritaria di Piattaforma di sinistra. «Se i leader della piattaforma di sinistra riuscissero ad adottare un vero e proprio programma socialista e a offrire una chiara opposizione al Memorandum, non solo a parole e nelle dichiarazione, ma con le azioni, essi sarebbero in grado di mobilitare la crescente opposizione». La vedo dura, diciamo…
      «Solo la riorganizzazione radicale della società sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione potrebbe rappresentare un passo avanti. Anche questo non sarebbe tuttavia possibile entro i limiti della Grecia, una piccola economia periferica in Europa. Ma potrebbe lanciare un messaggio forte per le persone che lavorano in tutta Europa, a partire da Spagna, Portogallo e Irlanda». È lo schema dell’anello debole di leniniana memoria? Ma a parte ogni altra considerazione circa la maturità della rivoluzione sociale in Grecia, bisognerebbe scendere nel merito dei concetti: cosa si intende, ad esempio, per «riorganizzazione radicale della società sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione»? Parlare di «riorganizzazione radicale della società» e, al contempo, strizzare l’occhio alla sinistra di Syriza, sono cose che mi lasciano perplesso. Diciamo! Ma approfondirò la cosa!

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