UN CONTRIBUTO ALLA CRITICA DI SLAVOJ ŽIŽEK COME POLITICO “RADICALE”

cappella-sistina-giudizio-universale-dettaglio-angeli-tubiciniPiccola premessa: come sempre polemizzo con una posizione (politica, filosofica e quant’altro) soprattutto per cercare di elaborare e “socializzare” meglio la mia posizione, e non certo per dare addosso a qualcuno che, il più delle volte (come nel caso di specie), vive per così dire su un altro pianeta rispetto a chi scrive. Veniamo al merito!

«Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha detto in un’intervista che “il pensiero è il coraggio della disperazione” – un’intuizione pertinente in modo particolare al nostro momento storico, quando di solito anche la diagnosi più pessimista tende a finire con un cenno ottimista a qualche versione della proverbiale luce alla fine del tunnel. Il vero coraggio non sta nell’immaginare un’alternativa, ma nell’accettare le conseguenze del fatto che un’alternativa chiaramente discernibile non c’è: il sogno di un’alternativa indica codardia teorica, funziona come un feticcio, che ci evita di pensare fino in fondo l’impasse delle nostre situazioni di difficoltà. In breve, il vero coraggio consiste nell’ammettere che la luce alla fine del tunnel è molto probabilmente il faro di un altro treno che ci si avvicina dalla direzione opposta. Del bisogno di un tale coraggio non c’è migliore esempio della Grecia, oggi». Così scrive Slavoj Žižek commentando le vicende greche post referendarie. Potrei sottoscrivere ogni parola dei passi citati, se essi non rimandassero a una concezione politica e sociale del conflitto interamente prigioniera del dominio sociale capitalistico. Questo, come sempre quando ci si occupa della cosiddetta sinistra radicale, al netto di una fraseologia che può ingannare chi non fosse avvezzo a ragionare in termini autenticamente anticapitalistici, cosa che, all’avviso di chi scrive, implica l’estraneità più assoluta nei confronti della tradizione “marxista-leninista” (leggi: stalinista, maoista, guevagista, ecc.) che informa la sinistra radicale cui Žižek fa riferimento.

Questa sinistra oggi si trova divisa in due correnti principali: la corrente alter-europeista («Un’altra Europa è possibile») e quella sovranista: il recupero della dimensione nazionale come leva tattica [sic!] per scardinare la globalizzazione neoliberista, e per questa via lavorare per soluzioni politico-sociali «più avanzate»: «esiste una tradizione marxista, in effetti antica, che ha indicato che le lotte per la trasformazione della società possono essere combattute solo nel quadro di uno Stato sovrano» (Jacques Sapir).

Secondo Sapir, che sostiene la rottura con l’europeismo d’ogni colore politico, «per la sinistra radicale l’ora della scelta è arrivata; deve porsi in rottura, o condannarsi a perire». Un aut-aut che non mi riguarda. Forse perché sono politicamente già morto? Può darsi. In ogni caso il mio cadavere non condividerebbe lo scenario politico-ideologico calcato dall’intellettuale francese. E a me, vivo o morto che sia, questa idea mi piace e mi rincuora.

Le due opzioni appena considerate insistono, non saprei dire con quanto realismo, sul terreno dello status quo sociale. L’intellettuale sloveno che oggi rivendica «il coraggio della disperazione» milita nella scuola di pensiero alter-europeista, come si evince dai passi che seguono: «A un livello più profondo, però, non si può evitare il sospetto che il vero obiettivo [dell’UE e della Troika] non sia quello di dare una possibilità alla Grecia, ma di trasformarla in un semi-stato economicamente colonizzato, mantenuto in condizioni permanenti di povertà e dipendenza come avvertimento per gli altri. Ma a un livello ancora più profondo, troviamo di nuovo un fallimento — non della Grecia, ma dell’Europa stessa, dell’anima emancipatrice dell’eredità europea». Come ho scritto altre volte, evocare l’«anima emancipatrice dell’eredità europea» a partire dalla Società-Mondo del XXI secolo, nell’epoca del dominio capitalistico totalitario del pianeta mi sembra quantomeno anacronistico, diciamo. Certo è che, a differenza del celebre intellettuale, chi scrive non si sognerebbe mai di piagnucolare sulla democrazia (borghese!) tradita (al tavolo delle trattative tra il governo greco e i “poteri forti” del neoliberismo europeo e mondiale e nelle urne referendarie) e di perorare la causa di «un aumento della trasparenza democratica dei nostri meccanismi di potere». L’inganno democratico veicolato dal feticcio della «vera democrazia» (“dal basso”? “partecipata”? “trasparente”? “referendaria”?) lo lascio volentieri ai sostenitori del Capitalismo dal volto umano – o quantomeno umanamente più sostenibile: chi troppo vuole…

L’analisi offerta da Žižek della questione greca, che, forse non è ozioso ripeterlo, è parte organica della questione europea (con al centro l’”eterna” Questione Tedesca), è naturalmente informata da quel tipo di lettura ideologica (falsa, capovolta, concentrata più sul cattivo sogno degli «eurocrati» che sugli interessi capitalistici in gioco su scala nazionale, continentale e globale) della guerra sistemica oggi in corso nel Vecchio Continente nel contesto della più generale guerra sistemica che coinvolge l’intero pianeta e la cui posta in gioco è sempre la stessa: il potere globale (economico, militare, scientifico, ideologico) sul mondo. Bisogna certamente denunciare l’esercizio del potere politico nazionale e sovranazionale come si dà oggi («I nostri apparati di stato democraticamente eletti sono sempre più duplicati – di fatto sostituiti – da una spessa rete di “accordi” e di organismi “esperti” non eletti che detengono il reale potere economico – e militare»); ma non certo per gonfiare a nostra volta balle speculative intorno alla possibilità di «una vera democrazia», e così partecipare “dal basso” – o “da sinistra” – all’opera di mistificazione ideologica del potere sociale capitalistico. Ovviamente Žižek non può comprendere i termini di questo discorso, e non per mancanza di intelligenza, che ovviamente in lui abbonda fino a straripare, ma piuttosto per mancanza di autentica radicalità di pensiero critico, per il suo essere organicamente collocato in una dimensione (in una prospettiva) politico-concettuale borghese; è a partire da questa collocazione che egli costruisce i suoi concetti di “rivoluzione”, “reazione”, “lotta di classe” e così via. Ad esempio, per lui Syriza è quanto di più rivoluzionario oggi possa offrire il mercato politico europeo («L’eroismo di Syriza è stato che, dopo aver vinto la battaglia politica democratica, ha rischiato un passo ulteriore nell’andare a perturbare il fluido corso del Capitale»: nientemeno!), così come il No del referendum greco del 5 luglio è stato l’atto più sovversivo concepibile ai nostri cattivi tempi, un «grande atto etico-politico, un autentico gesto di libertà e di autonomia». Io ho rubricato quel referendum come classica scelta dell’albero a cui impiccarsi, almeno dal punto di vista delle classi subalterne, mentre dal punto di vista del «popolo greco» (ossia dalla prospettiva della continuità del dominio sociale in quel Paese capitalisticamente disastrato) sono possibili diverse interpretazioni, come quelle offerte ad esempio da Tsipras, da Varoufakis e dallo stesso Žižek.

A riprova della natura ultrareazionaria della concezione politica dello sloveno cito quanto segue: «Syriza dovrebbe flirtare senza vergogna con la Russia e con la Cina, giocando con l’idea di concedere un’isola alla Russia come base militare nel Mediterraneo, solo per provocare la strizza (scare the shit out) degli strateghi NATO. Per parafrasare Dostoevskij, ora che Dio-UE ha fallito, ogni cosa è permessa». Ogni cosa è permessa, scrive Žižek; salvo, a quanto pare, conquistare un punto di vista autenticamente rivoluzionario, anticapitalista e antimperialista “a 360 gradi”. «C’è poi riprovazione per il fatto che la Grecia cerchi l’aiuto di Russia e Cina – come se non fosse la stessa Europa a spingere la Grecia in quella direzione con la sua pressione umiliante». Egli si muove insomma dentro la logica della lotta politica interna agli interessi capitalistici, sul piano nazionale («L’auto-organizzazione di base non può rimpiazzare lo Stato, e la questione è come riorganizzare l’apparato dello Stato per farlo funzionare diversamente») come su quello internazionale.

Peraltro la posizione di Žižek sulla sponda “tattica” russo-cinese mi sembra un po’ in contraddizione con quanto da egli stesso affermato qualche mese fa in una intervista rilasciata alla rivista tedesca Der Spiegel: «Io sono convinto che abbiamo bisogno più che mai di Europa. Immaginate un mondo senza Europa: rimarrebbero due poli. Da un lato, gli Stati Uniti con il loro neoliberismo selvaggio; dall’altro, il cosiddetto capitalismo asiatico con le sue strutture politiche autoritarie. Al centro, la Russia di Putin che vuole costruire un impero. Senza l’Europa, perderemmo la parte più preziosa del nostro patrimonio, all’interno del quale la democrazia è un compromesso con la libertà d’azione collettiva, in caso contrario l’uguaglianza e la giustizia non sarebbero garantite». Il «coraggio della disperazione» fa brutti scherzi? Quantomeno fa sembrare meno brutte, sporche e cattive la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping.

«C’è poi», scrive ancora Žižek (che, almeno per adesso, non vuole dismettere i panni dell’avvocato d’ufficio di Tsipras), «chi sostiene che fenomeni come Syriza dimostrano come la tradizionale dicotomia destra/sinistra sia superata. Syriza in Grecia è considerata estrema sinistra e Marine le Pen in Francia estrema destra, ma questi due partiti hanno effettivamente molto in comune: entrambi lottano per la sovranità, contro le multinazionali». Ma ciò che accomuna entrambi i soggetti politici è in primo luogo la loro natura politico-sociale (borghese), e difatti sono entrambi soggetti al servizio degli interessi capitalistici – nazionali o sovranazionali poco importa dal punto di vista dei salariati, i quali prima si liberano del veleno nazionalistico comunque declinato (in modo destrorso o sinistrorso), e prima possono sperare di costruire una reale resistenza al Moloch capitalistico. «È perciò del tutto logico», continua il Nostro, «che nella stessa Grecia, Syriza si trovi in coalizione con un piccolo partito di destra pro-sovranità. Il 22 aprile 2015, François Hollande ha detto in TV che Marine le Pen oggi ricorda George Marchais (un leader comunista francese) negli anni ’70 – la stessa patriottica difesa della gente comune francese sfruttata dal capitale internazionale – non c’è meraviglia che Marine le Pen sostenga Syriza… una bizzarra posizione, questa, che non dice molto più del vecchio adagio liberale che anche il fascismo è un tipo di socialismo». Altro che bizzarria, come piace pensare al progressista “radicale” che forse avverte un qualche imbarazzo! Diciamo pure che il fascismo è un tipo di «socialismo di Stato» (quello sbeffeggiato a suo tempo dall’internazionalista di Treviri), nonché di stalinismo, il quale, sempre a giudizio modesto di chi scrive, rappresentò la negazione più assoluta di ogni speranza e di ogni prassi emancipatrici. E qui giungiamo al mio precedente post su Žižek.

Forse la disperazione andrebbe sostenuta da una più coraggiosa (cioè e dire davvero radicale) visione del mondo. Questa visione è forse già nella mia tasca? Magari! Diciamo che mi sforzo di conquistarla sulla base di quel poco che ho già “portato a casa” in termini di comprensione della vigenza del dominio sociale capitalistico e della possibilità, oggi sempre più negata, della liberazione universale. Mi piace chiamarlo punto di vista umano.

6 pensieri su “UN CONTRIBUTO ALLA CRITICA DI SLAVOJ ŽIŽEK COME POLITICO “RADICALE”

  1. Commenti da Facebook

    A. R.: Mi piace, è una riflessione di ampio respiro. Ora cerco di seguire questi ragionamenti non da solo e cerco nei miei vecchi compagni di far conoscere questo lavoro. Per me da tanti anni comunista, ho trovato delle critiche che mi hanno fatto capire dove stavano gli errori, anche se li avevo intuiti ma non ne avevo la certezza. Dagli anni ottanta che mi chiedevo e mi chiedo come organizzare una forza coerente, è difficile, tuttavia, se non si hanno le idee chiare, sarà impossibile. Grazie.

    S. S.: Forse dovrebbe studiare un po’ meglio Zizek e non limitarsi agli articoli apparsi sui giornali. Così, per sfizio ☺.

    Sebastiano Isaia: Sempre per sfizio la informo che qualche saggio di Žižek l’ho pure letto: il primo, un paio di anni fa, Il soggetto scabroso, l’ultimo Evento. E le dico pure che trovo molto interessante la riflessione filosofica e psicanalitica dell’intellettuale sloveno, né misconosco la sua capacità di penetrare la fenomenologia del dominio a partire dalla vita quotidiana degli individui (moda, sesso, “esperienze culturali” e via di seguito). Ma qui si tratta di criticare l’impostazione politica di Žižek a partire da un evento reale di grande significato: la crisi greca, con tutte le sue implicazioni sociali, politiche e geopolitiche. Tuttavia accolgo volentieri il suo consiglio di «studiare un po’ meglio» le opere del simpatico – sì, lo trovo pure simpatico! – sloveno. Saluti.

    M. L.: Condivido. Da fan sfegatato della prima ora del tourettiano sloveno, devo ammettere che l’impostazione politica di Slavoj Žižek è spesso di una banalità imbarazzante. Per non parlare della sua familiarità con l’economia politica…

    S. S.: Mi spiace per la risposta in ritardo ma ero fuori città e non mi pareva davvero il caso di abbozzare una risposta adeguata come meriti con la tastiera del cellulare.
    Chiedo scusa se il mio intervento è suonato in qualche modo brutale, non era certamente mia intenzione. Rimane ferma però la mia obiezione ,confermata, a quanto pare, dalla tua risposta che indica come già letti e archiviati due dei testi di Zizek.
    Già dal headline il lettore può dedurre “UN CONTRIBUTO ALLA CRITICA DI SLAVOJ ŽIŽEK”. Una critica dunque ad un psicanalista di formazione lacaniana e, contemporaneamente, ad un filosofo di formazione hegelo-marxista, il che implica una analisi dell’ontologia di Zizek, con particolare attenzione alla categoria di essere, soggetto ed evento. Io non vedo nulla di tutto ciò nel tuo articolo che, non solo si ferma ad una particolarità (il caso Tsipras) facendola assumere a generalità (il pensiero di Zizek nella sua totalità) e quindi prende la parte per il tutto (si chiama totalitarismo) ma anche nella analisi della particolarità procede per assunzioni senza mai dimostrare ciò che aprioristicamente afferma.
    Ma procediamo con ordine (premetto che alcuni dei testi di Zizek non li ho con me e quindi limiterò le mie citazioni a quello che ho a portata di mano).
    Esordisci con: “Questo, come sempre quando ci si occupa della cosiddetta sinistra radicale, al netto di una fraseologia che può ingannare chi non fosse avvezzo a ragionare in termini autenticamente anticapitalistici, cosa che, all’avviso di chi scrive, implica l’estraneità più assoluta nei confronti della tradizione “marxista-leninista” (leggi: stalinista, maoista, guevarista, ecc.) che informa la sinistra radicale cui Žižek fa riferimento.” Questo esordio ci dice di autenticità e altre belle figure della profondità borghese ma non ci dici perché occorre prendere distanza dalla tradizione marxista-leninista (maoista e poi ci metti anche stalin dentro non so manco perché…).
    Possiamo dedurre che Zizek per te appartiene ad una tradizione non *autentica* di critica anticapitalista che fa capo a un non meglio identificato guazzabuglio che mette insieme Lenin e Stalin. In cosa consisterà questa tradizione?
    “Questa sinistra oggi si trova divisa in due correnti principali: la corrente alter-europeista («Un’altra Europa è possibile») e quella sovranista… L’intellettuale sloveno che oggi rivendica «il coraggio della disperazione» milita nella scuola di pensiero alter-europeista, come si evince dai passi che seguono.”
    Quindi per te Zizek, e di conseguenza la tradizione marxista-leninista, consiste nello slogan alteroeuropeista che fa il paio con la tradizione alteromondista. Uno dei massimi maoisti e filosofi contemporanei, Alian Badiou, ha più volte ribadito lo spirito conservatore dello slogan alteromondista per un piccolo ma rilevante motivo che risiede nel concetto di evento che egli stesso propone e, in parte, mutua da da Lacan e dalla matematica (Dedekind e Cantor). L’evento opera un taglio (Dedekind) riconfigurando il possibile. In altri termini, la pratica emancipatrice non ha a che fare con il Mondo o l’Europa possibile ma con l’impossibile (logicamente e matematicamente impossibile, come insisteva Wittgenstein nel Big Typescript e nel Tractatus).
    Ma, sentiamo Zizek: “Solo un gesto radicale che sembra “impossibile” all’interno delle coordinate esistenti raggiungerà l’obiettivo” (Zizek, La violenza invisibile).
    Insomma, nelle parole di un altro marxista: ““L’attività di un rivoluzionario non presuppone la fede nel progresso ma l’azione qui ed ora per abbattere delle ingiustizie presenti.” (Benjamin, Passagenwerk). Nessuna previsione o predizione o assicurazione o contratto. Alea, puro e semplice caos.
    Dovremmo concludere che dal guazzabuglio altereuropeista-maoista-marxista-leninista dovremo togliere Badiou che è maoista e marxista e leninista ma non alteromondista e altereuropeista, ma anche Zizek… oppure rivedere le tue categorie.
    Ciò che scatena le tue ire è un passaggio particolare nel quale viene tirata in ballo “l’anima emancipatrice dell’eredità europea”. Nell’articolo cui tu fai riferimento non c’è nessuna allusione a ciò che tu, ma non Zizek, identifichi con “anima emancipatrice dell’eredità europea” e cioè: “chi scrive non si sognerebbe mai di piagnucolare sulla democrazia (borghese!) tradita (al tavolo delle trattative tra il governo greco e i “poteri forti” del neoliberismo europeo e mondiale e nelle urne referendarie) e di perorare la causa di «un aumento della trasparenza democratica dei nostri meccanismi di potere». L’inganno democratico veicolato dal feticcio della «vera democrazia» (“dal basso”? “partecipata”? “trasparente”? “referendaria”?) lo lascio volentieri ai sostenitori del Capitalismo dal volto umano – o quantomeno umanamente più sostenibile”. Di tutto ciò non vi è ombra né nell’articolo né nell’opera di Zizek dove però, aprendo a caso, trovo:
    “La democrazia è oggi il principale feticcio politico, il ripudio degli elementari antagonismi sociali: in un contesto elettorale la gerarchia sociale viene momentaneamente sospesa, il corpo sociale ridotto a pura moltitudine che pu essere conteggiata, e l’antagonismo viene messo tra parentesi” (Zizek, Benvenuti nel deserto del reale).
    Oppure “Non c’è democrazia che presupponga un qualche elitarismo nascosto. La democrazia, per definizione, non è “globale” ma deve fondarsi su valori o verità che non si possono scegliere “democraticamente”. In democrazia di può combattere per la verità ma non decidere cosa è la verità…come già Hegel sapeva, la “democrazia assoluta” si può attualizzare solo nella forma della sua determinazione oppositiva, e cioè come terrore.” (Zizek, Organi senza corpo).
    Quest’ultimo passo è fondamentale in quanto il nostro usa il secondo teorema di Godel, mettendo in crisi l’intero edificio autoreferenziale e la presunta trasparenza della “democrazia”.
    Divertenti sono ancora i “dieci comandamenti del comunista liberale” dove Zizek strapazza proprio quelli che tu identifichi con lui (ne riporto alcuni):
    “1 – Distribuisci tutto gratis, fai pagare soltanto servizi aggiuntivi che ti renderanno ancora più ricco.
    3 – Sii premuroso, partecipe e conscio delle responsabilità sociali.
    4 – Dì tutto: non devono esserci segreti. Sostieni e pratica il culto della trasparenza. Il libero flusso delle informazioni; l’umanità intera dovrebbe collaborare e interagire.
    etc etc” (Zizek, La violenza invisibile).
    Ci sono decine di passaggi simili in tutte le sue opera contro la democrazia tout court che non a caso viene definita feticcio (e non in senso marxista ma lacaniano).
    Insomma, nulla di più lontano da Zizek che questa presunzione di trasparenza (uno psicanalista lacaniano che propugna la trasparenza è una contraddizione in termini; l’inconscio è opaco e parassitario, poco altro da aggiungere) o esaltazione per la democrazia pacificata.
    E non potrebbe essere diversamente perché il soggetto in Zizek ha questa formulazione: “Abbiamo di fatto un soggetto vuoto non sostanziale – precisamente in quanto tale, però, deve essere sostenuto da un minimo di macchia contingente oggettuale patologica, l’object petit a. Questo oggetto è il paradossale sostituto del Vuoto di soggettività, è il soggetto stesso nel suo altro [otherness]” (Zizek, Vivere alla fine dei tempi).
    “Il soggetto non solo è sotto la minaccia di separazione, è effetto della separazione. ” (Zizek, Vivere alla fine dei tempi). “Oggi va di moda ricercare il proprio “vero se” – la risposta di Lacan è che ogni soggetto è diviso tra *due* “veri sé”. Da un lato, c’è il Significante-Padrone che delinea i contorni dell’Io-Ideale del soggetto, dall’altra c’è l’avanzo/spazzatura escrementizio del processo simbolico, un qualche dettagliato tratto ridicolo che sostiene il plusgodere del soggetto” ( Zizek, La fragilità dell’assoluto).
    Inutile aggiungere che il soggetto in Zizek è una elaborazione del soggetto che troviamo in Lacan, insomma resto inassimilabile al Tutto, scarto. Ma innanzitutto, e qui è Hegel che precede tutti, *diviso* (il trieb freudiano).
    Cosa ha a che fare con questo soggetto che, a conti fatti non è ma avviene, con l’io borghese? Cosa ha a che fare la spinta mortifera del “vivi senza Idea” (Badiou che riecheggia il Superego “Godi!”) con questo soggetto barrato che non potrebbe credere alla trasparenza perché è barrato e perché “non esiste metalinguaggio” (Lacan), come non esiste essenza a cui partecipare, dal basso o da sinistra, poco importa?
    Cosa ha a che fare questo soggetto con “Questa società atomizzata, in cui abbiamo contatti con gli altri senza entrare in relazione con essi, è il presupposto del liberalismo” (Zizek, Zizek, Vivere alla fine dei tempi).
    Diciamola tutta, se “La merda della terra è il soggetto universale” (Zizek, Vivere alla fine dei tempi), allora un bel nulla. Ontologicamente, che è quanto qui è da decidere riguardo Zizek filosofo. Nulla.
    Ma tu incalzi: “Egli si muove insomma dentro la logica della lotta politica interna agli interessi capitalistici, sul piano nazionale («L’auto- organizzazione di base non può rimpiazzare lo Stato, e la questione è come riorganizzare l’apparato dello Stato per farlo funzionare diversamente») come su quello internazionale”. Qui obiettivo polemico è, ovviamente, il toninegrismo (e certa derivazione deleuziana che confonde la disciplina di Deleuze-Spinoza con lo spontaneo del “famolo strano”). Chiunque abbia dimestichezza con l’opera di Zizek riconosce l’obiettivo cui ha dedicato un libro intero (Organi senza corpo). Ma ti riassumo la cosa così: nessun movimento autorganizzato “di base” che converga con altri movimenti disparati diventerà solo per questa convergenza un Soggetto (traduzione da Badiou, Theory of Subject). Nessuno spontaneismo, inoltre, perché lo spontaneo è il “discorso del Padrone” (Lacan). Qui Stato sta per master-signifier. Pessimo termine quello di Stato, concordo assolutamente.
    Ma lasciamo parlare il nostro: “non si può semplicemente contrapporre la moltitudine immanente sovversiva al Potere Statale centralizzatore trascendente: all’origine fu proprio l’istituzionalizzazione di un potere centralizzato nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo a creare lo spazio per la della moltitudine politica moderna”. (Zizek, Organi senza corpi). Ovvio il riferimento alla ricerche di Foucault qui (spero che non vorrai buttare nel calderone marixista-leninista-maoista anche Foucault ora). Ma credo che la chiosa migliore sia: “È vero che oggi non c’è fuori del capitalismo, ma questo non deve essere usato per nascondere il fatto che il capitalismo stesso è antagonistico, che si basa su munire contraddittorie per rimanere praticabile – e questi antagonismi immanenti aprono lo spazio per l’azione radicale” (Zizek, Vivere alla fine dei tempi).
    Vedi, il punto debole di Zizek, il fatto che ripeta sempre le stesse cose, è anche il suo punto forte: fa di tutto per impedire la sovrainterpretazione. Spero che le mie due note servano a farti ripensare ad alcune delle tue conclusioni.
    P.S. giusto per curiosità, quale sarebbe questa posizione di critica autentica al capitalismo?

    Sebastiano Isaia: Ho preso visione della cosa solo adesso. Leggerò con cura!

    S. S.: Spero troveremo un terreno comune o anche, di questi tempi non è poco, un sano disaccordo ☺.

    Sebastiano Isaia: Nessuno ci costringe a mandarci reciprocamente a quel paese (il solito), in ogni caso.

    S. S.: Assolutamente no! Prendi dunque, come ho scritto, il tutto col tono ironico ma non brutale col quale ho velocemente raccolto le osservazioni. Nessuna pretesa di completezza, ovvio. Come tu non ne hai avuta nell’articolo in oggetto.

    G. C. O.: Sono un neofita, anzi, diciamo pure ignorante in materia, ma vi seguo, eh … attendo sviluppi.

    F. S.: Sineddoche, e non totalitarismo, si chiama – dico, prendere la parte per il tutto.

    S. S.: I know it. man.

    F. S.: Peggio mi suona.

    V. G: Che depressione. Si cerca sempre di stare con le mani in pasta proprio per non perdere il filo della realtà e cercare così di spingere in avanti, sempre più avanti, una possibile rivoluzione dello stato di cose e ci si trova a discettare di amene ed astruse filosofie, di accenni colti a quello, a quell’altro e tutto per? Fare critica accademica che, anche se agita in ambienti pseudo-rivoluzionari, rimane pur sempre tale…

    Caro S. Semiotica, lungi dalle mie intenzioni criticare «il pensiero di Žižek nella sua totalità», come si ricava peraltro anche dalla mia precedente breve “risposta”. Magari scriverò a breve un “contributo alla critica di Žižek come filosofo” (ne dubito: conosco fin troppo bene i miei limiti) o, perché no?, “come psicanalista di scuola lacaniana” (ma non contarci molto…). Se vuoi (ma non ti faccio così masochista e perditempo!) puoi farti un’idea della mia abborracciata “concezione filosofica” leggendo ad esempio Bisogno ontologico e punto di vista umano, o altri testi più lunghi (vedi come cerco di scoraggiarti?) scaricabili in PDF dal mio blog (ad esempio Il mondo come prassi sociale umana e Eutanasia del Dominio). Qualche critica di Žižek
    in quanto “economista” (il Capitale, ha scritto lo sloveno – probabilmente anche sulla scia di Vercellone e di Negri – nell’articolo da me criticato, «in ultima analisi» come «una finzione»,) la puoi trovare a p. 236 di Dacci oggi il mostro pane quotidiano. Sempre nei testi scaricabili.
    Ribadisco: ho preso di mira la posizione politica di Žižek su una questione di portata eccezionale: la guerra sistemica europea come parte della guerra sistemica planetaria, o conflitto interimperialistico che dir si voglia. «Syriza dovrebbe flirtare senza vergogna con la Russia e con la Cina, giocando con l’idea di concedere un’isola alla Russia come base militare nel Mediterraneo, solo per provocare la strizza (scare the shit out) degli strateghi NATO». A mio avviso chi esprime una posizione simile si pone positivamente (non criticamente) sul terreno di quel conflitto: sostiene un governo borghese (quello di Tsipras) contro altri governi (ad esempio quello tedesco), dà suggerimenti alle classi dominanti (che esistono anche in Grecia, sebbene taluni mistifichino la cosa usando il concetto di Popolo: «sosteniamo il popolo greco!»), valuta i pro e i contro di certe strategie capitalistiche, e via di seguito. Questa io la chiamo politica borghese e in questo peculiare senso parlo di una posizione ultrareazionaria. Il punto di vista che si oppone a questa posizione io (e sottolineo che parlo a titolo puramente personale) lo definisco autenticamente critico-radicale (o rivoluzionario, per usare “vecchie” ma non decrepite terminologie), o meglio passibile di una maturazione in quel senso. Mi chiedi, per una legittima curiosità, «quale sarebbe questa posizione di critica autentica al capitalismo?» Quella che hai visto – o, in questo caso, non visto – all’opera nel post su Žižek che hai criticato, e che puoi vedere – o non vedere – in tutti i miei post: è lì che cerco di esercitare quel poco di autentico pensiero critico-radicale che penso di avere portato a casa. Insomma, non mi va di impelagarmi in astratte definizioni che possono dire tutto oppure niente. Sulla natura politica del governo Tsipras e di Syriza ti rinvio ai miei post recenti sulla Grecia.
    La violenza invisibile, che tu citi, è un altro libro di Žižek che ho avuto il piacere di leggere. Ebbene, la ricaduta pratica della teoria politica che informa quel saggio è quella che vediamo a proposito della vicenda greca? Scrivevo nel 2012 (scusami!): La questione europea è la questione tedesca, e chi, come Žižek, si muove all’interno della dimensione europeista, sebbene da una prospettiva “di sinistra radicale”, non può fare a meno di confrontarsi con questa realtà. È la dimensione del conflitto sistemico fra i paesi europei che va recuperata in tutta la sua radicalità sociale e storica, e mi mette un po’ in imbarazzo doverlo “ricordare” all’autore de La violenza invisibile. Syriza non rappresenta affatto “una nuova eresia”, come crede il filosofo sloveno, quanto piuttosto una strada percorribile dalla classe dominante greca, o da alcune sue fazioni, nelle odierne critiche circostanze: è una delle diverse opzione in campo, tutte egualmente pregne di lacrime e sangue per le classi dominate, schiacciate nella falsa alternativa tra europeismo e sovranismo. «La nostra libertà di scelta in effetti funge da mero atto formale di consenso alla nostra oppressione e al nostro sfruttamento» (Slavoj Žižek, La violenza invisibile, p. 150, Rizzoli, 2008). Anche con Syriza, il KKE e tutti gli altri raggruppamenti ellenici di sinistra e di estrema sinistra ci troviamo al centro della dimensione totalitaria illuminata dallo sloveno; essi, infatti, basano la loro azione politica a partire dai “veri interessi del Paese”, o del “Popolo”, ossia, tradotto in concetti non ideologici e al netto di ogni rognosa fraseologia pseudomarxista (il KKE propone “il potere popolare, il disimpegno dall’Unione europea e la socializzazione dei mezzi di produzione”: il socialismo in un solo Paese?), sulla base degli “autentici interessi nazionali”. E dove c’è Nazione c’è Capitale, più o meno “di Stato” o “liberista-selvaggio”. […] D’altra parte, cosa abbia in testa Žižek quando parla di rivoluzione lo si evince da quanto segue: “Permettetemi ora di finire con una nota personale. Odio la sinistra tradizionale, intellettuale, che ama la rivoluzione, ma la rivoluzione che avviene in qualche luogo lontano. Era così quando ero giovane: più lontano è, meglio è, Vietnam, Cuba, ancora oggi, Venezuela”. Lasciamo stare, qui, il Vietnam e Cuba, anche per rispettare la speranzosa gioventù del filosofo; ma farsi ancora delle illusioni persino sul Venezuela di Chávez! È proprio vero: per trasformare il mondo occorre prima capirlo. Ma anche: First as Tragedy, Then As Farce» (Slavoj Žižek e la sindrome della mosca cocchiera).
    La prassi come cartina al tornasole, come prova del nove di una concezione politica? Non c’è dubbio. Non ho bisogno di leggere tutti o i più importanti libri filosofici e psicanalitici di Žižek, del cui interesse sono il primo a testimoniare, per giudicare ultrareazionaria la sua posizione sulla questione europea, con incorporata vicenda greca. Su questo punto, il solo che volevo toccare, non mi pare di aver commesso un errore di «sovrainterpretazione», anche perché è dal 2012 che seguo il rapporto tra lo sloveno e Syriza. Ma anche su questo non metterei la metaforica mano sul fuoco!
    Scrivi: «Non ci dici perché occorre prendere distanza dalla tradizione marxista-leninista (maoista e poi ci metti anche Stalin dentro non so manco perché…). E dire che qualcuno mi muove l’obiezione esattamente contraria: non perdi occasione per sparare a palle incatenate contro lo stalinismo! Perché quando parlo di marxismo-leninismo intendo riferirmi appunto allo stalinismo internazionale, il quale ai miei occhi ha avuto il merito, per così dire, di gettare tanta popò sulla stessa idea di un’emancipazione universale degli individui: «Se quello è il Comunismo, meglio tenersi il Capitalismo!». Già Marx si trovò a che fare col «socialismo di Stato», ossia con il Capitalismo di Stato concepito appunto come socialismo, una mistificazione che entrava quasi spontaneamente in sintonia con la coscienza immediata dei lavoratori (la «coscienza tradunionista», per dirla con il Lenin di Che fare?), e che proprio per questo l’ubriacone di Treviri combatté sempre e accanitamente: bisogna lottare contro il lavoro salariato, con quello che esso presuppone e pone sempre di nuovo, non per averlo sempre garantito dallo Stato borghese (magari autodefinitosi “Socialista” e sventolante la bandiera rossa), il Moloch messo a guardia dei rapporti sociali capitalistici. Questo diceva Marx – certo, con la mia mediazione… Con lo stalinismo («Socialismo in solo Paese», «Via nazionale al Socialismo», «Socialismo con caratteristiche…»: fate un po’ voi!) quella mistificazione conquista vette politiche e ideologiche inimmaginabili, parossistiche per certi versi, e difatti praticamente tutti oggi assimilano il socialismo al Capitalismo di Stato. Questa mistificazione, il cui risvolto politico-sociale forse sottovaluti, accomuna Mao a Stalin. Questo naturalmente sempre a mio avviso. Sul mio blog puoi trovare i PDF riguardanti la mia lettura della Rivoluzione d’Ottobre (Lo scoglio e il mare) e della Cina maoista (Tutto sotto il cielo – del Capitalismo).
    Per afferrare il senso delle tue citazioni intorno a Žižek, Lacan e Badiou mi impegno fin d’ora a studiarli meglio. Per adesso ti saluto.

    S. S.: Sebastiano, sgombriamo il campo da questa cosa che ti sta a cuore. Su quanto accaduto in Grecia, io credo possiamo senza timor di dubbio affermare che sia stata una forclusione. In breve, il partito Syriza è sempre stato eterogeneo e la sua campagna elettorale si è sempre incentrata su temi che possiamo definire riformisti e, quindi, pienamente conservatori. Quanto accaduto col referendum, invece, è un evento. Ma, bada bene, non in quanto referendum bensì perché ha ostentato la farsa democratica della sovranità popolare e della messa in scena elettiva. Un evento “negativo”, per così dire. Cose che noi sappiamo da tempo ma che così oscenamente non erano state recentemente esplicitate. Che poi i popoli (europei e non) abbiamo agito in senso reazionario, è un dato di fatto ed è senza mezzi termini una chiusura. Quindi, riepilogando, il partito Syriza e Tsipras non hanno agito all’interno di un frame “comunista” ma “riformista” e quindi reazionario.
    Questo è quanto credo. Zizek, non è d’accordo? Non fa nulla. Per quanto riguarda il concetto di lavoro, non vi è bisogno qui di ribadire ancora ed ancora ed ancora che è proprio l’appiattimento dell’azione sul lavoro (e su i suoi derivati, hobbies, lavoratori della conoscenza, cognitariati e altre amenità), insomma l’elegia del lavoro come produttività che è da evitare come la peste.
    Su questi due punti che tanto ti stanno a cuore, credo che un minimo di terreno comune lo abbiamo ma, ribadisco, non comprendo come si possa estrapolare un frammento estemporaneo e sentenziare su tutta una procedura discorsiva complessa come quella di Zizek.
    E, lo ribadisco in quanto mi pare tu non abbia risposto alla mia domanda fondamentale, il soggetto, la comunità insomma di sto cavolo di comunismo, che Zizek enuncia non ha nulla a che fare con il soggetto borghese. Comm a gir e comm avuote (traduco dal napoletano, come la metti la metti). Poco da fare.
    Inoltre, se il maoismo tesse le lodi del lavoro ma, usa un concetto di costituente che mi permette di immaginare una comunità che non diventi un monolite, ben venga.
    Se qualcuno interessato mi chiedesse di fare un “Deleuze for dummies”, io sarei costretto a elencare almeno una ventina di concetti fondamentali per articolare la complessità di uno dei massimi pensatori del ventesimo secolo. Ora, a quanto pare, per te, se in un articolo o un singolo passaggio di 1 solo libro su 30 di Deleuze, noi dovessimo trovare una “caduta” che riteniamo conservatrice ecco che dovremmo gettare nel cesso tutto il resto.
    Ad esempio, non potrei gioire della letteratura di Celine e del suo bucare la lingua nazionale francese con il meticciato dialettale del popolo, solo perché in “Bagattelle per un massacro” si lancia a testa bassa in una tirata antisemita. Nel cesso tutto Il Viaggio al termine della notte, Morte a credito, Rigordorn e tutta l’opera. Tiriamo lo scarico e amen.
    Se amici che mi circondano, i miei genitori, la donna che amo a cena mi esce con qualche enunciato conservatore ecco che io dovrei cacciarli dalla mia vita. Ti chiedo, ma tutti coloro che ti circondano sono *totalmente* a te speculari? Io avrei terrore di una siffatta compagnia.
    Sempre Deleuze scriveva una cosa simpatica: i concetti sono una cassetta degli attrezzi. Bisogna farci qualcosa. Ecco, questa è un’attitudine che mi piace.
    Quindi, tiriamo le somme. A mio avviso sulla faccenda Syriza e la faccenda “Lavoro” siamo concordi (come e perché sarebbe interessante da scoprire, magari davanti una birra ). Sul resto, rimango della mia idea che Zizek ci interessa in quanto mette in corto circuito tanta ideologia multiculturalista riformista e fornisce a coloro che non sono avvezzi a Lacan, e quanto pare sono molti e molte, un concetto di soggetto adeguato ad uscire fuori dalla impasse postmoderna. Il Maoismo, nelle vesti di un Badiou, ci fornisce una attrezzatura ontologica di tutto rilievo.
    Per inciso, a me Zizek sta simpatico e mi fa anche ridere dover scrivere tutta sta pappardella per “difenderlo” in quanto non è manco tra i miei preferiti ☺.
    P. S. Considera una cosa, Sebastiano. Questa faccenda di Zizek può far comodo anche con personalità quali la tua conoscente attivista “con le mani in pasta”(sue parole) qui sopra. Se dovessi fermarmi a quanto enuncia, dovrei concludere che solo perché si parla di matematica, filosofia e psicanalisi siamo nell’accademismo (non sono nell’accademia, sono da 20 anni un precario e faccio il grafico 2D, 3D e l’artigiano – legno e altri materiali. Certo sono filosofo di formazione e studio di notte e dovunque abbia tempo, cesso compreso). Ora, volendo essere completamente parziale con lei come lo sei stato tu con Zizek, dovrei dire che la nostra è una isterica (chiaro l’accenno alle mani in pasta degli attivisti che “tutto fanno perché nulla cambi”) in cerca di un Padrone e che la sua società ideale non contempla che si possa discorrere di matematica, filosofia e psicanalisi. Insomma, tipica isterica che va a finire diritta diritta nello stalinismo. Ora, dico, io a costei non lo conosco, non so chi cazzo sia e da dove venga. So solo che ha sparato due cazzate piccolo borghesi di chi vuole menare le mani e poco pensare. Se è tua amica, volendo essere coerente, dovresti scrivere una lettera di critica sul suo essere conservatrice. A meno che…non sia anche altro da quanto si possa evincere da una superficiale risposta su un social network del cazzo. E allora ci sta pure questa risposta, non credi?
    P.S. 2, la vendetta. Grazie della chiacchierata. Davvero.

    G. D. O.: Bello seguire questo dialogo a distanza.

    B: Mia nonna mi ripeteva sempre, “Don’t swear, don’t golly, don’t darn, not even on the inside”, e la cosa non è facile da mettere in pratica. Lascia che la descriva in questo modo. Il mio più caro amico mi confida i suoi problemi coniugali. In risposta, io scrivo una elegia con parole di conforto e di incoraggiamento degne del grande Bardo. Molto bello. Lui si rallegra e ne trae ispirazione. Poi però mi sorprende a flirtare (sic!) proprio con sua moglie. Bene, io lo mando a rileggersi i miei versi, perché forse non li ha capiti bene. Concludendo, ciò che vedo in certi intellettuali del nostro tempo — Zizek intendo, non il tuo critico — è una certa nostalgia per i bei tempi in cui il Leviatano sapeva come gestire le cose e tutto sommato cavarsela facendo quasi tutti contenti. Tuttavia, visto che qualcuno ha offerto una più completa e autentica lettura del marxista Sloveno, dico, “Grandioso. Ora sappiamo cosa dire agli operai e ai disoccupati brutalizzati dal dominio sociale!” Il loro dramma, infatti, consiste nella mancanza di significante nel linguaggio di cui loro stessi ne sono il risultato. E se qualcuno di loro dovesse dubitare della genuinità rivoluzionaria della proposta di cambiare padrone, anche solo per spaventare quello attuale (sic!), si può sempre rispondere che non hanno capito [un c… ] niente!!

    M. L. No, l’errore di Žižek origina da un’istanza che tuttavia è corretta: il soggetto rivoluzionario deve darsi una struttura. Non si tratta, come in Recalcati, di nostalgia per i bei tempi in cui ancora il Padre/Stato non era “evaporato”, ovvero il “Discorso del Padrone” non aveva ancora abdicato in favore del “Discorso del Capitalista”. Lì Telemaco (il Soggetto) ridiventa civile col ritorno di Ulisse, allo stesso modo in cui la piccola comunità matriarcale del noto musical “Mamma Mia” (non a caso ambientato in un’isola greca) ritrova coesione col matrimonio della riluttante capostipite. Quello che Žižek dice è che il nuovo soggetto rivoluzionario non può fare a meno di darsi una struttura, ma deve farlo essendo consapevole del fatto che sta dandosi una struttura. Qui sta la forza e la novità del contributo dello sloveno: la critica dell’ideologia non consiste nel riconoscere il velo che nasconde una realtà disumana e che in quanto tale va strappato, ma nel prendere atto che senza un impianto strutturale non si da nessuna realtà. A suo dire però – e qui sta la magagna – questa consapevolezza consentirebbe al soggetto rivoluzionario, sic et simpliciter, di cavalcare ogni contingenza storica, creando “scompiglio” negli assetti che il capitalismo altrimenti si darebbe se fosse, per così dire, “lasciato in pace”, muovendo l’umanità in direzione dell’abbattimento del modo di produzione vigente. Vecchia storia. Infatti è per via di quest’ottimismo rivoluzionario entrista, che Negri definisce, a ragione, Žižek “più o meno trotzkista” (non dimentichiamo che il suo esordio in politica avviene durante le prime elezioni libere in Slovenia nel 1990, in cui si candida come presidente per il Partito Liberal Democratico). Quest’ottimismo gli permette, erroneamente, di disegnare il soggetto rivoluzionario come un “undead”, o come il coyote dei cartoni animati, capace di risvegliarsi continuamente dalla morte incarnandosi in qualsiasi movimento (anche il più reazionario come quello sovranista) che si ribella allo stato delle cose. Si tratta chiaramente di una sottovalutazione del potere del frame, che noi sappiamo crescere con ogni fallimento del suo rovesciamento, in cui è racchiusa l’azione del soggetto, che allo sloveno deriva da una trasposizione indebita del tema dell’”attraversamento del fantasma” dal percorso analitico individuale al piano dell’azione politica. È su questo punto, a mio avviso, che la posizione di Žižek andrebbe criticata.

  2. Salve Sebastiano. Altro post esemplare e acuto. Se mi concedi, vorrei rispondere al sommo Zizek con il refrain della Ballata dei Dominati.
    I am Capital the raster / I am your king and master
    I’m on the hunt for fun / I will never let you run
    The things you find out there / Are just a vicious ugly snare
    I bend the whole damn world /‘Cos I am your God and Lord
    Capital’s my name / The Thing you cannot tame
    No matter how hard you try / In my hands you’re gonna die
    There’s nothing I can’t change / All you fools I make derange
    You vile support my rule / I own your mind, you’re but my stool.

    Con buona pace dei suoi ammiratori, dei sinistrorsi, e di tutti i malati di sovranismo, se così si dice.
    Buona “dominata” Domenica.

  3. praticamente tutti oggi assimilano il socialismo al Capitalismo di Stato.
    sicuramente tutti gli intellettuali di regime borghese. I Comunisti la pensano diversamente, e si ricordano che i partigiani gridavano il nome di Stalin quando venivano fucilati dai nazifascisti. Senza i due gosplan del maledetto Stalin capitalista di stato, lei e io oggi marceremmo al passo dell’oca.

    • Le ricordo, solo en passant, che se il camerata Hitler non si fosse messo in testa di “tradire” il compagno Stalin e di avviare la famigerata Operazione Barbarossa, l’altrettanto famigerato patto Molotov-Ribbentrop sarebbe rimasto operativo per la soddisfazione di entrambi i dittatori, degni rappresentanti di due imperialismi con i controfiocchi. Le ricordo la mia posizione sulla Resistenza: si trattò per l’Italia sconfitta dagli anglo-americani della continuazione della guerra imperialista con altri mezzi nelle mutate condizioni interne e internazionali. Per questo non vado in visibilio, tutt’altro!, quando penso ai partigiani che venivano fucilati mentre «gridavano il nome di Stalin». Passo dell’oca, passo dell’orso, passo dell’aquila: sempre di passo dell’Imperialismo si tratta. Dalla Cina agli Stati Uniti, dalla Russia all’Italia, dal Giappone alla Germania: oggi tutto il pianeta marcia al passo dell’Imperialismo – o, per dirla con Vladimiro, del Capitalismo nella sua fase imperialista. Saluti rigorosamente non-comunisti – almeno nel senso del suo “comunismo”.

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