UOMINI, CAPORALI E CAPPELLI

schiavi-caporalato1-487x325«Cos’è la mafia?». La mafia è la continuazione del Capitalismo con altri mezzi, mezzi violenti intendo. «Con altri mezzi? E la violenza sistemica cui il Capitalismo ci sottopone nei periodi di cosiddetta pace? Senza contare le guerre più o meno mondiali che ci stanno alle spalle e quelle che vivono nel presente allo stato latente. Perfino il Papa più amato dai progressisti e il Presidente Mattarella evocano continuamente il pericolo di una Terza guerra mondiale!». Mi correggo: la mafia è un modo come un altro (una modalità adeguata alle circostanze “oggettivamente date” in un luogo: ad esempio, il Mezzogiorno italiano) di organizzare la caccia al profitto. Insomma, la mafia è fatta della stessa escrementizia sostanza del Capitalismo. Va bene così? «Un po’ stiracchiata, ma diciamo che come risposta sintetica può andare bene». Dio, come sono diventato esigente ultimamente!

Questo improbabile – schizofrenico? – dialogo intende riferirsi a due concetti tornati in auge dopo le recenti morti sul fronte dello sfruttamento intensivo di “capitale umano” nelle campagne del Belpaese: agromafia e caporalato. Insomma, si scrive agromafia e caporalato ma si legge Capitalismo. Semplicemente. Il Capitalismo “reale”, come si dà in concreto nelle condizioni date. Ecco perché metto subito la mano alla rivoltella quando ascolto o leggo sciocchezze come quelle proferite da Cosimo Marchionna, segretario della Spi Ggil di Brindisi: «il caporalato va combattuto con la stessa intensità di come si combatte la mafia, perché i caporali sono dei delinquenti». Concetti ripresi dal Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina e dall’intero universo politico italiano, peraltro alle prese con la “scandalosa” vicenda romana. Ecco quanto dichiarava il citato Ministro qualche mese fa: «Dobbiamo creare in tutto il Paese le condizioni perché non si assista più allo sfruttamento di immigrati irregolari: non c’è giustificazione per le aziende che sfruttano la disperazione di chi lavora in nero per cercare margini nell’attività produttiva» (AgroNotizie, 17 febbraio 2015). Non c’è giustificazione? Forse su Marte…

Il sistema del caporalato è parte integrante di una peculiare organizzazione dello sfruttamento capitalistico in agricoltura. Personalmente l’ho sperimentato nel lontano 1980, quando con alcuni amici di scuola andammo a Pachino (50 chilometri da Siracusa) a raccogliere l’uva da vino per mettere in tasca qualche soldo prima che iniziasse il nuovo anno scolastico. Fu un’esperienza a dir poco devastante! Dormivamo nei vagoni vuoti dei treni merci fermi alla stazione. Niente acqua per pulirci! In compenso, l’odore del mosto si sentiva dappertutto. Il caporale ci veniva a prendere con un camioncino prima dell’alba nella piazza centrale del paese, portando secchi, coltelli e cappellini, e ci accompagnava in campagna. Lavoravamo circa dieci ore al giorno, sempre chini sull’uva, attenti a non lasciare a terra un solo acino: chi ci controllava ci faceva ritornare subito indietro. Alla fine della giornata ci voleva un po’ di tempo perché io e i miei amici riconquistassimo la posizione eretta: «Ma questi campagnoli ce l’hanno la schiena?». Ci sembrava impossibile avere una schiena e fare quel lavoro per più di un mese. La cosa che allora mi colpì maggiormente fu l’autosfruttamento che si infliggevano molti proprietari dei vigneti, i quali proprio per questo pretendevano da noi avventizi almeno un pari impegno: «Io ho fatto due filari e tu solo uno!», mi disse a un certo punto una vecchia incartapecorita vestita di nero dalla testa in giù. L’ho subito odiata. A mezzogiorno una breve sosta per il “pranzo”: pane, formaggio, mosto e vino, offerti simpaticamente dalla vecchia di cui sopra. Il vino era superbo, questo lo devo ammettere. Alla sera eravamo tutti ubriachi, di lavoro e di vino. In Francia usavano (e usano) il vino di Pachino per “tagliare” il loro prodotto. Chiudo la parentesi personale.

Il caporalato sembrava in via di estinzione, ma la crisi internazionale del 2008 non solo lo ha rianimato, ma lo ha introdotto anche in alcune filiere produttive del Nord, semplicemente perché tale sistema di organizzazione e di controllo si è dimostrato vincente, ossia adeguato alle esigente degli investitori nella produzione agricola. «Il caporalato è come se fosse una medaglia a due facce: da una parte esiste ancora il caporalato classico soprattutto per la frutta pregiata (si pensi alle donne che raccolgono le fragole) nel quale il caporale è quasi un mediatore e molti lavoratori riescono a guadagnare decentemente; dall’altra esistono lavori pesanti di produzione di massa di alcuni prodotti come il pomodoro, del quale il raccolto è veramente massacrante. Questo secondo tipo di caporalato ha incrementato lo schiavismo. Il libro prova a spiegare quale percezione ha il bracciante migrante del suo lavoro, del campo. A un livello più generale la riduzione in schiavitù si estende a un ambito lavorativo. E non è solo un discorso che riguarda i laboratori della Cina dove i bambini cuciono i palloni della Nike, cioè una schiavitù esterna all’Occidente, ma comincia a essere anche interna all’Occidente stesso» (Alessandro Leogrande, intervista rilasciata a Omero, 15 febbraio 2009).

Secondo Roberto Moncalvo, Presidente della Coldiretti, «Senza il quotidiano lavoro di 322mila migranti nelle campagne italiane non ci sarebbe il made in Italy a tavola, che ha permesso al nostro Paese di ottenere primati in tutto il mondo. C’è dunque la presenza di veri e propri distretti produttivi di eccellenza del made in Italy che possono sopravvivere solo grazie al lavoro di 322mila immigrati regolari, dalle stalle del nord dove si munge il latte per il Parmigiano Reggiano alla raccolta delle mele della Val di Non, dal pomodoro del meridione alle grandi uve del Piemonte» (La Presse, 18 luglio 2015). Senza il prezioso lavoro di migliaia di migranti molti settori dell’economia italiani sarebbero chiusi già da un pezzo, senza parlare del contributo che essi danno al nostro Welfare: è l’argomento che molti antirazzisti usano contro i «beceri leghisti» e i razzisti d’ogni tipo. Essi aggiungono anche che, dopo tutto, i migranti fanno i lavori che noi italiani perlopiù ci rifiutiamo di fare: sbaglia o è in malafede, dunque, chi dice che i migranti ci rubano il lavoro. Non c’è dubbio. Però – come scrivevo su un post del 2010 dedicato ai fatti di Rosarno – il discorso “equo e solidale” va completato in questi termini: molti proletari italiani si rifiutano di fare certi lavori particolarmente faticosi non in assoluto, ma a quel prezzo (a quel salario) e a quelle condizioni (orario di lavoro, sicurezza, igiene, tecnologie impiegate, ecc.).

image_1918«Lo sfruttamento del lavoro dei lavoratori migranti nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia in parecchie zone dell’Italia meridionale è diffuso. Essi ricevono paghe inferiori di circa il 40 per cento, a parità di lavoro, rispetto al salario italiano minimo concordato tra le parti sociali e lavorano un maggior numero di ore. Le vittime dello sfruttamento del lavoro sono migranti africani e asiatici e, in alcuni casi, cittadini dell’Unione europea (soprattutto bulgari e rumeni) e cittadini di paesi dell’Europa orientale che non fanno parte dell’Unione europea (tra cui gli albanesi). Lavoratori migranti indiani e africani, impiegati nelle zone di Latina e Caserta, hanno parlato con Amnesty International in condizioni di anonimato.[…] “Lavoro 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato, poi cinque ore la domenica mattina, per tre euro l’ora. Il datore di lavoro mi dovrebbe pagare 600-700 euro al mese; io contavo di mandare 500 euro al mese a mio padre in India. Negli ultimi sette mesi, però, il datore di lavoro non mi ha pagato il salario intero. Mi dà solo 100 euro al mese per le spese. Non posso andare alla polizia perché non ho documenti: mi prenderebbero le impronte e dovrei lasciare l’Italia” (Sunny)» (Rapporto di Amnesty International sullo sfruttamento di lavoratori migranti nell’agricoltura, 18 dicembre 2012). Capite bene che in queste condizioni per un disoccupato italiano non particolarmente qualificato (a bassa composizione tecnologica, per dirla con il campagnolo di Treviri) c’è poco da fare, è sconfitto in partenza, e difatti non sono pochi i disoccupati che hanno smesso di cercare un lavoro che in molti settori (dall’agricoltura all’edilizia, dalla metallurgia ai servizi di cura) sembra guardare solo dalla parte dei più disgraziati, degli ultimi fra gli ultimi. Di qui l’interesse per i nullatenenti d’ogni colore, lingua, religione e nazione di non farsi reciprocamente concorrenza su un mercato del lavoro sempre più concorrenziale (hobbesiano) perché esposto ai rigori della globalizzazione. Anticipo la legittima sentenza del lettore: è cosa più facile a scriversi e a leggersi che a farsi. Lo so. E lo sanno benissimo anche i lavoratori “in nero” (bianchi o “colorati” che siano) che obtorto collo si arrendono a paghe miserevoli e a condizioni di sfruttamento indicibili, i loro padroni che hanno facile gioco nella concorrenza al ribasso tra i braccianti e nel ricatto occupazionale, e i caporali eventualmente ingaggiati per organizzare il super sfruttamento del “capitale umano” – a volte il “normale” sfruttamento non consente all’impresa di rimanere sul mercato.

«Di caldo si muore davvero. La cronaca di quest’estate ci restituisce tredici morti sul lavoro che a causa delle temperature altissime si sono accasciati nei campi, nei cantieri e anche sui camion. C’è anche Arcangelo che da giorni lotta tra la vita e la morte dopo che un infarto lo ha colto nelle campagne di Andria» (Panorama). Di caldo? Ma mi faccia il piacere! Di Capitalismo, piuttosto. Secondo la deputata di Sel, Celeste Costantino che da anni segue le condizioni dei migranti impegnati nei campi del sud, «nell’anno dell’Expo è questa la realtà che ci circonda: molti dei prodotti che acquistiamo al supermercato provengono da una filiera sporca, fatta di sfruttamento nei campi e grandi guadagni per le multinazionali dell’agricoltura». Chi parla di «filiera sporca» mostra non solo di essere un apologeta del Capitalismo a «filiera pulita», ma di approcciare il problema di cui si parla da un punto di vista puramente ideologico, senza cioè fare i conti con il reale processo sociale, con la dinamica capitalistica come si dà in concreto, sulla base di condizioni generali di natura locale, nazionale e internazionale.

Sullo sfruttamento intensivo dei migranti in agricoltura segnalo un interessante studio di Domenico Perrotta (Ben oltre lo sfruttamento. Lavorare da migranti in agricoltura), dal quale cito alcuni illuminanti passi: «Lo scorso settembre, la tv francese France 2 ha mandato in onda un’inchiesta, dal titolo Les récoltes de la honte, sulle condizioni di lavoro e di vita dei braccianti stranieri impiegati in Puglia nella coltivazione e lavorazione di broccoli e pomodori venduti dalle catene di supermercati francesi, come Auchan, Carrefour e Leclerc. Gli autori del documentario – che ha approfondito le condizioni dei lavoratori anche in Camerun e Guinea Conakry – mostravano ai consumatori francesi che i prezzi bassi dei prodotti alimentari sono possibili grazie ai bassissimi salari corrisposti a quei lavoratori. Il caporalato e gli abusi sui raccoglitori di pomodori in Puglia sono stati oggetto di una campagna di denuncia anche sui media norvegesi, tanto da spingere sindacati e catene di supermercati di quel Paese a chiedere un incontro, tenutosi lo scorso ottobre, a sindacati e associazioni di produttori agricoli italiani, per promuovere “standard etici” [sic!] Queste inchieste descrivono una realtà fatta di sfruttamento lavorativo ai limiti della schiavitù, condizioni abitative drammatiche nei casolari abbandonati e nei “ghetti”, lavoro nero o grigio, caporalato, aziende agricole in difficoltà, strozzate dai prezzi imposti dalle catene della grande distribuzione. Questa è l’immagine dell’agricoltura italiana, soprattutto meridionale, che si sta diffondendo in Europa. Una situazione non certo sconosciuta in Italia».

Scriveva ieri Vittorio Feltri, felice di poter bastonare la concorrenza progressista sul terreno della solidarietà sociale: «Se la signora Clemente fosse stata, anziché una barese del contado, una siriana, una libanese o un’africana, il Paese si sarebbe commosso, avrebbe gridato all’iniquità sociale, alla mancanza di solidarietà. Ma per sua disgrazia era una terrona miserabile e disgraziata». Due disgrazie due misure? «Paola abitava nei dintorni di Bari, che non è in Nigeria, ciò nonostante manco un cane si è interessato alla sua condizione di schiava antica in questo mondo moderno» (Il Giornale). Il tentativo di contrapporre gli schiavi indigeni agli schiavi d’importazione mi sembra abbastanza evidente. Ma posso anche sbagliarmi. Di sicuro non è dal noto giornalista che mi aspetto una dimostrazione di autentico “internazionalismo proletario”…

«È un miracolo – continua Feltri – che finora sia andata al Creatore soltanto Paola. Numerose, però, sono le persone candidate a subire la medesima sorte». Come si legge in Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori, 2008), un libro-inchiesta del già citato Alessandro Leogrande, nei campi del Tavoliere delle Puglie «Non è raro che vengano ritrovati i corpi dei braccianti morti e abbandonati sul ciglio delle strade per simulare un incidente». Leogrande ha studiato soprattutto lo sfruttamento intensivo di manodopera bracciantile proveniente dall’Est e dai Balcani, dalla Polonia e dall’Albania in primis: «Ho avuto sin da subito chiaro che non era una questione di sfruttamento e basta, ma qualcosa di peggiore: ci sono dei morti ignoti e degli scomparsi avvolti da una nube invalicabile. C’è una vera e propria falla di morti sconosciuti e non spiegabili, e anche le statistiche sono difficili. Uno dei pochi dati certi è di 118 scomparsi polacchi di cui solo il 20% nella sola provincia di Foggia. La cosa impressionante è che, dopo anni di ricerca e inchieste, questo muro di gomma resta intatto e ancora se ne sa pochissimo». Una parte di quei braccianti è stata rimpiazzata dalla nuova ondata di migranti provenienti dall’Africa.

Ancora Feltri: «Nell’era delle tecnologie avanzate, l’agricoltura in Puglia, e non solo in Puglia, non è cambiata rispetto agli anni Cinquanta, quando i braccianti crepavano come mosche per una manciata di spiccioli, compenso misero elargito dal padrone del feudo in cambio di lavoro massacrante in campagna, nelle masserie e nelle vigne». Perrotta ci suggerisce una lettura più complessa del problema: «Attenzione, l’agricoltura che utilizza manodopera migrante non è povera e arretrata. Si tratta invece di produzioni e filiere profondamente inserite nei mercati nazionali e internazionali e diffuse nelle pianure costiere dell’Italia meridionale: il casertano e la Piana del Sele in Campania; le piane di Sibari e Gioia Tauro in Calabria; il siracusano, il ragusano e il trapanese in Sicilia; la Piana di Metaponto e la zona dell’Alto Bradano in Basilicata; la Capitanata, il Nord Barese e la zona di Nardò in Puglia. […] La presenza di un gran numero di lavoratori vulnerabili e disponibili a salari bassi, insomma, ha consentito a molte aziende di reggere alla crescente pressione sui prezzi dei prodotti agricoli operata da commercianti, industrie conserviere e catene della grande distribuzione organizzata, causata in definitiva dalla competizione internazionale dovuta alla liberalizzazione dei mercati dei prodotti agricoli». È la globalizzazione capitalistica, bellezza! Per molti aspetti gli immigrati hanno reso possibile la via italiana alla competizione capitalistica internazionale nei settori agricoli e manifatturieri più esposti alla concorrenza dei prodotti made in Cina piuttosto che a quelli made in Portogallo (o in Tunisia o in Marocco, Paesi nei quali, ad esempio, si è sviluppata una filiera di trasformazione del pescato davvero importante).

Dal punto di vista degli interessi capitalistici non c’è, in assoluto, un modo eticamente migliore o peggiore di far fronte alle necessità della produzione (che, come insegnava l’uomo con la barba, è in primo luogo produzione di plusvalore, ossia di valore non pagato ai lavoratori): su questo punto ogni capitalista si regola come può, avendo sempre come bussola la bronzea Legge del profitto. Lo so che questo discorso suona cinico all’orecchio del progressista e che molto dispiace al compagno Papa («Non ci si può regolare solo in base al profitto»: anche, ma non solo…), ma cinica è la realtà, non le parole che cercano di esprimerla rifuggendo da ogni insulso eufemismo. Gli esorcismi politicamente corretti non aiutano a comprendere i fenomeni sociali e sono un invito a nozze per i populisti d’ogni colore, specialisti nella strumentalizzazione del disagio sociale e della “lotta tra poveri”.

Secondo il Presidente di Confagricoltura Mario Guidi, «La piaga del lavoro nero si combatte non solo con le sanzioni, ma ricostruendo un’economia competitiva ed economicamente soddisfacente. Gli agricoltori devono puntare ai mercati aggregandosi per essere competitivi e le Regioni devono accompagnare questo processo con grandi interventi infrastrutturali e logistici, sfruttando i fondi europei e sostenendo gli investimenti agricoli. Tutti devono lavorare di più, velocemente, con soddisfazione reciproca delle aziende e dei lavoratori» (Agronotizie, 17 febbraio 2015). Musica per le orecchie dei sostenitori del capitalismo «a filiera pulita» e possibilmente anche corta. In attesa delle famose “riforme strutturali” e della costosa rivoluzione tecnologica capace di modernizzare l’agricoltura italiana, molti imprenditori del “settore primario” usano quel che passa il convento capitalistico accettando di correre qualche rischio, perché, come si dice, il gioco vale ancora la candela. «Ecco cosa stupisce e indigna: non c’è anima che combatta lo schiavismo, che tenti di stroncarlo assicurando alla giustizia coloro che lo praticano senza freni e senza pudore» (V. Feltri). Caro Vittorio, se mi posso permettere, il Capitalismo «è quest’acqua qua»: gli “eccessi” che tanto indignano gli uomini di buona volontà ci dicono tutto sulla vera natura di questa società, sulla sua fisiologia. Lo schiavismo praticato «senza freni e senza pudore» non è un dato patologico della realtà, tutt’altro. Patologico, dal punto di vista umano, è piuttosto il regime sociale capitalistico tout court, dalla Cina di Xi Jinping all’Italia di Renzi. Tranquillizzo il lettore: non cerco di convincere Feltri, non credo di possedere ancora capacità magiche; faccio della mera “retorica strumentale”.

A proposito di cinismo e di svalorizzazione della capacità lavorativa! Ecco cosa scriveva il super cinico David Ricardo nei sui Principi di economia politica (1817): «Diminuite le spese di fabbricazione dei cappelli e il loro prezzo finirà per precipitare al loro nuovo prezzo naturale. Diminuite le spese per il sostentamento degli uomini, diminuendo il prezzo naturale dell’alimentazione e del vestiario necessari all’esistenza, e vedrete che i salari finiranno con l’abbassarsi per quanto sia potuta aumentare anche la richiesta di mano d’opera». Ma qui si trasforma l’uomo in cappello! M’indigno! Suvvia, un po’ di rispetto per il capitale umano! L’ubriacone tedesco però la pensava diversamente: «Certo, il linguaggio di Ricardo è quanto mai cinico. Ma non gridiamo troppo al cinismo. Il cinismo è nei fatti», e i fatti ci dicono che «il lavoro, essendo esso stesso una merce, come tale viene misurato in base al tempo necessario a produrre gli oggetti indispensabili al mantenimento costante del lavoro, ossia a far vivere il lavoratore e a metterlo in grado di riprodurre la sua specie» (Miseria della filosofia). La cosa considerata attraverso la mediazione del denaro ci si manifesta attraverso i prezzi dei beni-salario. Paesi come la Cina e l’India, con le loro merci a basso costo che entrano nella formazione del prezzo del lavoro, hanno dato un grande contributo alla riduzione del «prezzo naturale dell’alimentazione e del vestiario necessari all’esistenza»; ma in molti settori produttivi del nostro Paese ciò non è stato sufficiente a garantire la dovuta competitività e gli adeguati livelli di profitto. La pressione sul salario e sulle condizioni di lavoro ha dunque agito direttamente e drammaticamente, con ogni mezzo necessario (“legale” e “illegale”), e ciò è stato possibile grazie appunto all’esistenza di un esercito di miserabili sempre più numeroso. Se non è possibile investire in Cina, in Albania o in Africa, occorre realizzare in Italia (o solo in alcune zone speciali del Paese) condizioni generali di lavoro almeno paragonabili a quelle che offrono quei Paesi. O supersfruttare o perire! Giustifico forse, anche solo “oggettivamente”, il supersfruttamento? Certo che no! Mi sforzo di capire il mondo nel quale ho la ventura di vivere. Tutto qui.

Per Papa Francesco «la chiave con la quale affrontare la questione dei migranti è la Misericordia»; per chi scrive la chiave per affrontare ogni fenomeno sociale e ogni contraddizione sociale è quella che mette insieme la presa d’atto della natura necessariamente disumana della nostra società e la consapevolezza circa la possibilità del suo superamento in direzione di rapporti sociali semplicemente umani. Più che una chiave interpretativa del processo sociale evoco un miracolo, mi rendo conto.

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5 thoughts on “UOMINI, CAPORALI E CAPPELLI

  1. dalle mie parti la difficoltà di creare plusvalore nelle vigne da vino e nell ortofrutta ha generato un ricambio tra avventizi rumeni e italiani sostituiti con “cooperative” con soci lavoratori cingalesi e amministratori italiani -con l’immancabile furgone trasporto persone- che procurano anche 20 lavoratori da un giorno con l’altro. E rilasciano fattura scaricabile.

  2. La sintesi del discorso di Isaia , se non leggo male, è che, in un mercato aperto, in cui il profitto è condizione di sopravvivenza dell’impresa , circostanze oggettivamente date del mezzogiorno come anche del Nord Italia, impongono come necessario lo sfruttamento schiavistico della manodopera. Il cinico discorso di Isaia ha, a me pare, il grande merito di provare a leggere laicamente i fenomeni sociali, sfidando quel totemismo giustizialista della dominante illuministica ipocrisia. La lezione che apprendiamo dal combinato disposto della cronaca e della disamina economica è che l’era moderna del capitalismo finanziario e industriale non ha sconfitto ma solo mascherato la schiavitù.
    Fisiocraticamente vorrei allora provocare il rivoluzionario Isaia. Come si deve semplicemente leggere Capitalismo, dove si scrive : agromafia e caporalato, così dove si scrive Capitalismo dovrebbe dovrebbe solo leggersi: denaro come fonte di ricchezza = illusione.
    Il capitalismo è l’albero della cuccagna sognato da Pinocchio che vi investe i suoi zecchini. Tutti abbiamo necessità degli zecchini. Senza moneta non avremmo di che vivere. Ma quella penitenza che si infligge la vecchia incartapecorita proprietaria di vigneto, che pretende dagli avventizi che la aiutano a raccogliere le uve almeno un pari impegno ( «Io ho fatto due filari e tu solo uno!») che Isaia ha personalmente conosciuto e di cui parla fa è quel lavoro primario della terra che secondo i fisiocrati è alla fonte della vera ricchezza.
    E Lapalissianamente, il lavoro è “autosfruttamento”. Quello improbo di Michelangelo nelle impalcature della Sistina non lo era da meno.
    La domanda che si impone dunque è se i costi affrontati per produrre e vendere quell’uva (Isaia parla di una terra di eccellenza e di uve da vino superbo usato da altri per “tagliare” il loro) siano ripagati dal prezzo ricavabile dalla vendita. E quale è allora sia il giusto prezzo di quel lavoro. Se il valore del lavoro risulta essere la prima incognita del sistema, tutte le elucubrazioni degli economisti classici da Riccardo e Marx fondate sul “ valore lavoro” perdono di significato. E di fronte al generale abbandono del lavoro della terra io sono indotto a sospettare che proprio il brand della «filiera pulita», propugnato dalle classi dirigenti (politici, magistrati, sindacalisti, pennivendoli) nasconda la realtà del nuovo schiavismo.
    Peraltro Marx scrivendo che il capitale produttivo d’interesse è denaro che crea più denaro, secondo la formula D-D’ (che supera quella capitalistica originaria: D-M-D’ in cui M è la merce venduta), esprime con una semiotica diversa la stessa filosofia del quasi coetaneo Carlo Lorenzini detto Collodi padre del nostro Pinocchio. A noi resta da osservare che mentre D (il danaro) nel tempo non si deteriora e tende anzi ad accumularsi, M(l’’uva) se non è raccolta in tempo e non è nel tempo giusto impiegata non solo perde valore ma diviene un disvalore, qualcosa da buttare, che richiede altro impiego di terra e di lavoro. Così è di ogni cosa, che ha necessità di custodia, di amministrazione e conservazione, e la cui responsabile proprietà implica un adeguato lavoro. Le cose implicano una servitù. E se oggi l’industrialismo diffuso aumenta le quantità dei beni prodotti aumenta anche la nostra schiavitù dai beni o dai servizi dai quali pensiamo di trarre utilità. Anche questo è un lavoro che al limite è parossistico e narcisistico autosfruttamento.
    Al dunque allora il motore del capitalismo industriale e finanziario, contro ogni ottimistica aspettativa, genera agli essere umani, con nuove forme di schiavitù, anche spoliazioni e forti esclusione sociale, ed alla terra piaghe terrificanti. I nostri economisti, e soprattutto i nostri classici, nemici della rendita fondiaria hanno in questa situazione il riscontro delle loro dottrine. Che non abbiano ben compreso e studiato le leggi che determinano la formazione della rendita fondiaria e la così detta servitù della gleba?
    I fisiocrati ci avrebbero forse risparmiato tante inutili stragi.

    • A mio avviso nel Capitalismo, anche in quello altamente sviluppato e “finanziarizzato” dei nostri miserabili tempi, non è il denaro la fonte originaria (primaria) della ricchezza sociale, mentre esso ne è piuttosto l’espressione più adeguata concettualmente e praticamente. Affermando questo naturalmente non faccio che ripetere le note tesi di Marx sul lavoro produttivo, che egli a sua volta elaborò riprendendo e superando criticamente – dialetticamente, sulla scia di Hegel – gli economisti classici, compresi quelli di orientamento fisiocratico. «Lavoro produttivo, nel senso della produzione capitalistica, è il lavoro salariato che, nello scambio con la parte variabile del capitale [leggi: somma dei salari], non solo riproduce questa parte del capitale, ma produce anche un plusvalore per il capitalista. […] È produttivo soltanto il lavoro salariato che produce capitale, quello che riproduce, accresciuta, la somma di valore in esso investita. Dunque è produttiva solo la forza-lavoro la cui valorizzazione [ossia la sua “messa a valore” nel vivo processo produttivo] è maggiore del suo valore. […] I fisiocratici, nella loro falsa concezione che soltanto il lavoro agricolo sia produttivo, giustamente mettevano in evidenza che, dal punto di vista capitalistico, è produttivo soltanto il lavoro che crea un plusvalore, e lo crea non per se stesso, ma per il proprietario dei mezzi di produzione» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, pp. 249-250, Einaudi, 1954). Nel caso dell’autosfruttamento sfruttato e proprietario dei mezzi di produzione coincidono: qui non va dimenticata la tesi centrale marxiana, che chi scrive condivide, secondo la quale i rapporti sociali capitalistici si danno in forma reificata e alienata, ossia in guisa di cose (capitale, merci, mezzi di produzione, ecc.) che assumono l’aspetto di potenze sociali estranee e ostili agli uomini. Lo stesso diritto borghese riconosce la natura sociale del capitale, e difatti stabilisce che un capitalista proprietario di un’impresa di qualsiasi genere deve amministrare con oculatezza le sue risorse finanziarie, e non può usarle in modo indiscriminato, “a capocchia”, così da mettere a repentaglio la vita dell’impresa. Usare razionalmente il capitale significa ovviamente investirlo bene, ossia renderlo produttivo di valore e di plusvalore.
      Il che ci riporta allo sfruttamento dei salariati, industriali e agricoli, anche se nel Capitalismo avanzato (vedi Stati Uniti, ad esempio) questa distinzione “ontologica” non regge più ormai da molto tempo, almeno dai tempi della meccanizzazione su vasta scala della produzione agricola associata all’impiego di “espedienti” chimici sempre più sofisticati idonei a incrementare quantità e qualità delle merci. Com’è noto il forte bevitore di Treviri (come avrebbe gradito il vino di Pachino! Altro che il vino del Reno che gli passava Engels!) definiva «schiavitù del salario» non solo quella relativa al supersfruttamento del lavoratore, ma anche quella afferente al “normale” e “legale” uso capitalistico della capacità lavorativa. L’umanità deve uscire dalla dittatura del Capitale, deve emanciparsi dall’imperativo categorico che schiaccia tutti: IL TEMPO È CAPITALE, sotto ogni rispetto. Il dominio totalitario del Denaro è la fenomenologia, ma non la causa, del Male.
      Sul denaro sto cercando di scrivere qualcosa elaborando i miei appunti di studio (l’ennesimo studio, perché come diceva quello, so di non sapere!) sul denaro. Titolo provvisorio della cosa: Il potere in tasca. Se può interessare cito alcuni passi:

      «La natura – scrive Marx – non produce denaro» (1). Verrebbe da dire: bella scoperta! Eppure la frase marxiana è tutt’altro che banale, e d’altra parte noi ci comportiamo con il denaro, e con tutto il variegato e complesso universo sociale che esso, al contempo, presuppone e pone sempre di nuovo esattamente come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di naturale che non necessita di tante spiegazioni, un po’ come quando qualcuno osserva, con tenera ingenuità, che senza ossigeno non possiamo vivere: bella scoperta! Un mondo senza denaro forse non riusciamo neanche a concepirlo, e se, dando fondo alla nostra capacità immaginativa, alla fine riusciamo a sfiorare quell’idea, quella possibilità, la nostra testa si riempie subito e immancabilmente di concetti che richiamano il concetto di miseria.
      Lungi dall’invitare il lettore di queste righe a un soprassalto etico intorno al suo rapporto con il denaro, chi scrive intende all’opposto suggerire l’idea che l’atteggiamento mentale appena considerato non ha nulla di sbagliato (sbagliata, cioè disumana, è piuttosto la società che rende possibile quell’atteggiamento), e ha un preciso fondamento sociale nelle relazioni e nei rapporti che intessono la nostra intera esistenza. Il denaro è, infatti, la forma universale che la ricchezza ha assunto storicamente nelle società classiste in generale, e in quella borghese in particolare: è nella società dominata dal Capitale che il denaro ha assunto una tale potenza, e difatti chi non ne è provvisto non ha alcun potere su nulla, nemmeno sulle sue più elementari e vitali necessità. Nelle società precapitalistiche una vita senza denaro era almeno concepibile e financo praticabile, sempre entro certi limiti; spazi sociali più o meno vasti si sottraevano ancora al dominio delle stringenti necessità economiche, e anche il più miserabile degli individui poteva arraffare qualcosa alla campagna senza incorrere necessariamente nei rigori della Legge. Oggi se non hai un soldo in tasca sei candidato alla morte, sociale e, presto o tardi, reale. Punto.
      L’individuo, osservava Marx nel remotissimo 1857, «porta con sé, in tasca, il proprio potere sociale, così come la sua connessione con la società» (2). E questo non è tanto più vero oggi? Com’è stato possibile quest’esito «fantasmagorico» della prassi sociale umana?
      Tuttavia, questo straordinario potere al denaro non deriva da qualche sua intrinseca qualità naturale, stavo per scrivere soprannaturale, considerata la smisuratezza di quel potere; il denaro è l’oggetto (ad esempio sotto forma di oro, per connetterci al tempo in cui Marx scriveva le sue analisi del profondo capitalistico) della brama universale non a causa delle sue intrinseche qualità ma in virtù di ben determinate condizioni sociali che hanno dato corpo al denaro come funzione sociale e come espressione di peculiari rapporti sociali. Le “demoniache” qualità del denaro si spiegano solo a partire dalle qualità disumane del Dominio, e non viceversa, come da sempre cercano di spiegare gli “umanisti” laici e religiosi soprattutto alle classi subalterne, le quali hanno in tasca poco denaro e zero potere e che proprio per questo sono da sempre le più esposte al messaggio demagogico sintetizzato nella ben nota sentenza: il denaro è lo sterco del Demonio – e a volte degli ebrei…
      Secondo il Marx del 1859 il processo sociale capitalistico colto nella sua totalità (produzione, distribuzione e consumo, industria, commercio e finanza) trova la propria incarnazione più adeguata nel denaro colto nella sua forma aurea, ossia in «un metallo nascosto nelle viscere della terra e da essa estraibile» (3). Tuttavia, il fondamento sociale del denaro, concepito nella sua pura essenza funzionale di equivalente generale, di misura del valore delle merci, è nascosto nelle viscere della società «e da essa estraibile». E con ciò ho introdotto di soppiatto diversi concetti fondamentali che cercherò di spiegare tra poco.
      Posso riassumere nel modo che segue la tesi di fondo che intendo argomentare: il denaro è in primo luogo e fondamentalmente (ossia in radice) la forma generale che il lavoro assume nella società dominata dal Capitale. Il fatto che la prassi sociale considerata nella sua totalità sembra contraddire in pieno questa tesi non solo non è per me motivo di sconforto, ma piuttosto conferma l’idea che mi sono fatta della società capitalistica sulla scorta della marxiana critica dell’economia politica. L’esistenza del denaro anche nella sua forma capitalistica più avanzata presuppone l’esistenza del lavoro salariato, ossia del lavoro sfruttato dal Capitale nel processo produttivo in vista di un profitto (valorizzazione del capitale investito in una qualsiasi attività). Posto il lavoro salariato, ossia il lavoratore (e non solo il suo lavoro, la sua prestazione professionale, il suo “capitale umano”, com’è di moda dire oggi con spregevole terminologia) venduto e acquistato come merce, si hanno necessariamente da un lato la forma merce del prodotto del lavoro, e dall’altro il denaro che della merce (più precisamente: del suo valore di scambio) è la più adeguata espressione sociale.
      Da Marx in poi, il moderno pensiero critico-radicale si trova a dover fare i conti con l’idea piccolo-borghese, e perciò diffusa in ogni ambiente della società, secondo la quale non esiste una necessaria correlazione tra merce e denaro, tra lavoro (salariato) e denaro, tra capitale e denaro; si tratta di quello che potremmo definire l’eterno proudhonisno, che anch’io, nel mio infinitamente piccolo, cerco di denunciare come concezione sommamente reazionaria tutte le volte che ne ho l’occasione – ad esempio criticando Antonio Negri, i benecomunisti, Thomas Piketty, Yanis Varoufakis e compagnia proudhonista cantante.

      Per Marx il denaro è fondamentalmente un rapporto sociale di produzione. Come vedremo in seguito, il termine produzione ha qui un’accezione che supera i ristretti significati riconducibili a una sua declinazione in termini puramente economici, per investire l’intera esistenza degli individui. Si tratta in poche parole della produzione della vita umana colta nella sua totalità, nella sua complessità e ricchezza di determinazioni materiali, spirituali, psicologici, in una sola parola “antropologici”. «Il denaro è quindi immediatamente la reale comunità, in quanto è la sostanza universale dell’esistenza per tutti, e nello stesso tempo il prodotto comune di tutti» (4). Penetrare i misteri che da sempre avvolgono come una spessa nuvola il concetto di denaro significa dunque fare un decisivo passo in avanti verso la comprensione della nostra «reale comunità». «Ciò che rende particolarmente difficile la comprensione del denaro nella sua piena determinazione di denaro è che qui un rapporto sociale, una determinata relazione degli individui tra loro, si presenta come un metallo, come una cosa puramente corporea fuori di essi» (5). Ed è precisamente in questa realtà sociale reificata che da sempre inciampa il punto di vista che difende le reali esigenze della produzione (capitalistica), concepita come attività naturale, contro la supremazia reale e concettuale del denaro, pensato appunto come cosa artificiale, come strumento posto al servizio dell’«economia reale». A questo punto di vista neanche sfiora l’idea che è proprio nella sfera della circolazione (delle merci e del denaro) che il prodotto del lavoro assume la sua compiuta determinazione sociale.
      Per quanto la cosa possa apparire strana, assurda e forse financo bizzarra, la marxiana critica dell’economia politica ci dice che nel concetto di denaro si riassume un intero mondo: il mondo della produzione e della distribuzione della ricchezza sociale nella sua attuale forma storica. Il denaro riassume in sé il concetto di lavoro sociale astratto, e per questa via in esso convergono, nelle forme mediate che l’analisi deve imparare a cogliere, i concetti (e le relative prassi) di tecnologia, di scienza, di scambio, di consumo e così via. Insomma, dici “denaro” ed evochi un intero universo di concetti e di attività sociali. È come se il solido mondo del Capitale si sciogliesse nel liquido denaro. Altro che Vita liquida, caro Zygmunt Bauman!
      Detto questo, nessuno può nutrire dubbi sull’oggettiva complessità del tema qui affrontato, e se chi scrive dicesse di averlo tutto perfettamente chiaro in testa, di padroneggiarlo almeno nelle sue parti fondamentali, probabilmente direbbe una millanteria, come d’altra parte il lettore stesso avrà modo di constatare.

      2.
      Per Marx non si può comprendere la natura sociale del denaro se non si passa attraverso l’analisi della merce: «La principale difficoltà che si presenta nell’analisi del denaro si può considerare superata una volta che si è compreso come esso abbia origine dalla merce stessa» (6). Il punto di partenza della nostra riflessione è dunque la merce. Marx riassume così la filiera che dalla merce porta necessariamente al denaro: «Il prodotto [e la stessa attività lavorativa] diventa merce. La merce diventa valore di scambio. Il valore di scambio della merce assume un’esistenza particolare accanto alla merce: è la merce come denaro», ossia «la forma comune in cui si trasformano tutte le merci in quanto valore di scambio» (7).
      L’analisi marxiana del denaro prende avvio dalla circolazione mercantile semplice, sintetizzata nella nota formula M-D-M: vendere (M-D) per acquistare (D-M). Qui il denaro si limita a mediare la transazione, mentre il movente di essa è da ricercarsi nel bisogno del possessore di merce che è, al contempo, un consumatore di merce. A questo livello l’arricchimento nella sua peculiare forma capitalistica non gioca alcun ruolo: il valore che compare alla fine della transazione è identico a quello che compare all’inizio. Ma già a questo grado assai elementare di sviluppo economico prende corpo la funzione regina del denaro: essere l’equivalente generale di tutte le merci, esserne la misura in termini di valore. Di che si tratta?

      (1) K. Marx, Per la critica dell’economia politica, 1859, p. 183, Newton Compton editori, 1981.
      (2) K. Marx, Lineamenti, I, p. 88, Einaudi, 1983.
      (3) K. Marx, Per la critica dell’economia politica, p. 183.
      (4) K. Marx, Lineamenti, I, p. 165.
      (5) Ibidem, p. 181. Qui Marx si riferisce alla sostanza aurea e argentea del denaro, ossia alla forma materiale in cui ai suoi tempi si presentava la moneta mondiale, che è poi la modalità (la funzione) del denaro che più delle altre si avvicina al concetto stesso di denaro come forma generale della ricchezza in epoca capitalistica.
      (6) K. Marx, Per la critica dell’economia politica, p. 79.
      (7) K. Marx, Lineamenti, I, p. 97, Einaudi, 1983.

  3. Se conveniamo nel dire che il danaro è solo la necessaria forma che assume la ricchezza sociale, quella che trova cioè nel mercato la sua valorizzazione e la sua misura di valore, non possiamo esimerci dal considerare quale ne sia la sostanza. da che cosa cioè provenga . E vi troviamo terra e lavoro: natura trasformata ed in trasformazione. A questa natura trasformata ed in trasformazione inserita nel processo produttivo sociale del mercato (finchè vi resta), noi diamo il nome di capitale, ed un corrispondente valore monetario, contabilizzato, con veridicità aleatoria, o sulla base dei costi sopportati o su quello dei prezzi scontati di un possibile realizzo. Il capitalismo è tutto qui nell’insieme delle attività imprenditoriali i cui esiti incerti, volti ad un aumento di valore monetario, ha come fondamento reale l’esistenza dei bisogni storicamente emersi o artificialmente inducibili da soddisfare.
    Condivido dunque ciò che tu marxianamente scrivi: è produttiva solo la forza-lavoro la cui valorizzazione [ossia la sua “messa a valore” nel vivo processo produttivo] è maggiore del suo valore . Ciò spiega perché, sono esclusi dal processo produttivo i lavoratori il cui costo è superiore alla loro resa e perché col fallimento delle aziende il loro capitale si azzeri.
    Paradossalmente però proprio il minusvalore del lavoro e l’azzeramento del capitale evidenzia il dominio della moneta.
    E che cosa è la moneta che non è più una merce e certo almeno a partire dall’età medicea non lo è mai stata ?
    E’ quella invenzione del diritto, quell’immateriale creazione sociale (multistatuale e globale) costituita come titolo di credito esclusivamente in funzione del mercato e quindi in funzione dei suoi più accreditati protagonisti e degli Stati e non anche in funzione del superiore valore di ogni essere umano, delle sue potenzialità virtuali e delle sue necessità. I principi dei diritti universali dell’uomo non sono mai entrati in banca.
    Buon lavoro e ciao

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