IL POTERE IN TASCA

800px-GoldCalfAppunti di studio sulla teoria marxiana del denaro

Con il denaro posso portare in giro con me, in tasca,
il potere sociale universale, la connessione sociale
generale e la sostanza della società (K. Marx).

Nelle pagine che il lettore ha sotto gli occhi ho messo insieme alla meglio (cioè male!) gli appunti di studio (l’ennesimo: come diceva il filosofo, «So di non sapere!») sulla teoria marxiana del denaro. In altri termini, ho cercato di dare un minimo sindacale di forma a un qualcosa di informe e di caotico in modo da renderlo disponibile a chi ne fosse eventualmente interessato. Non sono riuscito tuttavia a eliminare ripetizioni e strafalcioni formali e sostanziali d’ogni genere, così come non sono riuscito a separare l’”economico” dal “filosofico”. Di queste non piccole pecche mi scuso con chi avrà la curiosità, e financo la bontà, di leggere il più che modesto lavoro che offro all’attenzione. (Lo so, il self marketing (1) non è il mio forte).

Scriveva il filosofo Pier Aldo Rovatti all’alba del nuovo millennio: «Occorre criticare il bisogno “feticista” dell’uomo di avere e costruirsi una “divinità”, un “dio denaro”, piuttosto che il “denaro” in sé» (2). A me pare che sia del tutto illusorio e ingenuo, oltre che infondato tanto sul piano economico quanto su quello filosofico, separare il denaro «in sé» dalla sua ricezione feticistica da parte dell’uomo. In altri termini, il «bisogno “feticista”» evocato dal filosofo a me pare necessariamente connesso alla natura sociale del denaro «in sé»; penso che il Denaro come divinità sia una cosa sola con il Denaro come potenza sociale.  Detto altrimenti, è la cosa stessa che si dà come feticcio. Ancora Rovatti: «L’economia mondiale si regge su un rapporto tra “ricchezza” e “povertà”, venendo meno il quale non si sa bene cosa potrà accadere. Ciò produce e in parte giustifica una serie di “resistenze” da parte dei Paesi “ricchi”. Credo che sia importante sottolineare che il “denaro” é anche causa delle “guerre”. Occorre allora smontare la “cultura attuale del denaro”, quella stessa cultura che vuole il “denaro” “onnipotente”». Si tratta allora, sempre secondo Rovatti, di «destrutturare» l’idea stessa si denaro, riconducendo quest’ultimo ai sui termini funzionali, così che il prodotto cessi di ergersi contro il suo produttore. Ora, a me pare che il denaro sia onnipotente in primo luogo nella realtà della prassi sociale, nella vita quotidiana di ogni individuo, ed è per questo che esso diventa onnipotente anche nella nostra testa. Più che di una cultura dovremmo piuttosto liberarci di un rapporto sociale!

Nelle pagine che seguono cercherò dunque di criticare il denaro in sé, con accluso «bisogno feticista», il quale si mostra ai miei occhi in guisa di parte organica della cosa, e non come una sua mera superfetazione ideologica. L’ideologia è, semmai, tutta dalla parte del filosofo citato, i cui scritti peraltro non mancano, in genere e a parere di chi scrive, di un certo interesse.

Attribuire alle cose qualità (proprietà, funzioni) che derivano loro soltanto in virtù di peculiari rapporti sociali: è la mistificazione ideologica che più spesso sorge sulla base della merce e del denaro – due determinazioni storico-sociali che, come vedremo, non possono essere separate l’una dall’altra né sul piano concettuale né sul piano della prassi economico-sociale. Marx concettualizzò questa mistificazione profondamente radicata nella realtà capitalistica col termine feticismo, un concetto che non a caso ricorre spesso nella storia delle religioni e nella psicoanalisi. Ed è proprio mutuando quest’ultima che mi piace parlare della marxiana critica dell’economia politica nei termini di un’analisi del profondo, a significare che lo psicanalista della merce nato a Treviri si sforzò di cogliere la natura del Capitalismo nella sua intima essenza, spezzandone la compatta superficie fenomenologica e orientando lo sguardo critico appunto verso le oscure profondità di quel modo storico di produrre e distribuire la ricchezza sociale.

Il denaro non crea valore, ma lo presuppone come proprio fondamento reale e concettuale; solo sul fondamento del valore il denaro può dunque esistere e svilupparsi sempre di nuovo nelle sue molteplici forme per assecondare ed esprimere nel modo più adeguato le trasformazioni che continuamente rivoluzionano la struttura economico-sociale del Capitalismo – qui pensato come totalità storico-sociale e non solo in quanto modo di produzione. «Il denaro», scriveva Marx, «non è che la forma in cui il valore delle merci appare nel processo di circolazione» (3). Il denaro rappresenta certamente «lo sviluppo autonomo del valore di scambio» (4); esso è senz’altro valore di scambio resosi autonomo dal mondo delle merci (qui è appena il caso di ricordare che nel Capitalismo tutti i prodotti del lavoro, materiali o immateriali che siano, assumono la forma e la sostanza della merce); ma la genesi e i limiti di questa autonomizzazione non possono essere compresi nella loro essenza se non a partire dalla produzione e dalla circolazione delle merci. È questo il filo rosso che invito il lettore a seguire per non perdersi nel labirinto abitato dal Moloch-Denaro – e da tutti noi!

Un esempio di mistificazione ideologica sul denaro ci è offerto anche da Pierangelo Dacrema, teorico del superamento del denaro a rapporti sociali capitalistici immutati: «Il denaro può rivestire i rapporti economici e sociali, ma non ne è la sostanza. Ciò significa che il denaro, anche se può influenzarli, non è alla radice di questi rapporti. Pensiamo a una buona cena, anche in assenza di denaro io sentirei la necessità di questo piatto di pasta o di questo bicchiere di vino o avrei, più prosaicamente, bisogno di un artigiano per un lavoro. Il denaro, semmai, è una modalità di movimento dell’economia, il ritmo del suo funzionamento, la sua velocità. […] Il sistema-denaro non è la qualità del fare, ma la quantità, il metro di giudizio. Ma l’economia, l’abbiamo detto, è l’attività propria di un animale che pensa, che agisce e che vuole, e che chiamiamo “uomo” proprio per questo. L’economia è fatta di gesti, non di numeri. Eppure, in ragione della nostra scarsa capacità di comprendere – demonizzando o adorando, a secondo dei casi – il denaro e la sua concretizzazione, la moneta, in questo scorcio di nuovo millennio ci ritroviamo schiacciati da numeri e cifre di ogni tipo, senza forze e senza tempo, e ci dimentichiamo che l’aritmetica più importante era e rimane quella della nostra esistenza. Dovremmo tornare alle cose, per riprendere l’immagine di Paul Auster, tornare al gesto, liberandolo. Fare economia, non numeri» (5). Uscire dalla dimensione dell’economia monetaria significa necessariamente superare la dimensione capitalistica, a cominciare dalla magagna suprema: il lavoro salariato, che poi è un altro modo di chiamare il Capitale: è questa la tesi che sosterrò nelle pagine che seguono. Andare alle cose stesse, per dirla anch’io in termini filosofici, non può avere altro significato che quello di andare oltre il Capitalismo, andare verso l’«uomo in quanto uomo».

In seguito vedremo come la logica formale e la logica economica non sempre né necessariamente coincidono, tutt’altro: analizzando criticamente la prassi economica in regime capitalistico si comprende, infatti, come la razionalità economica si dia necessaria mente in guisa di assoluta irrazionalità esistenziale, perché le relazioni umane, i prodotti del lavoro e così via tendono immancabilmente a rendersi autonomi dagli individui, al punto da oggettivarsi alla stregua di impalpabili «potenze estranee e ostili» agli stessi individui che pure realizzano con le proprie mani e con la propria testa ogni genere di cose e di rapporti. «Gli individui sono sussunti sotto la produzione sociale, la quale esiste come una fatalità esterna ad essi. […] Nulla può quindi essere più sbagliato e assurdo che presupporre, sulla base del valore di scambio, del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione complessiva» (6). A mio avviso ciò basta e avanza, come si dice dalle mie parti, per negare in radice la stessa possibilità di un’autentica esistenza umana e di una vera libertà: parlare di libero arbitrio e di etica della responsabilità individuale nella società borghese significa fare dell’ideologia apologetica (7). Solo riconoscendo questa disumana realtà; solo guardando in faccia il Moloch senza infingimenti e senza nutrire pietose illusioni rubricabili come “male minore” si conquista quel poco di libertà intellettuale e psicologica possibile all’interno della società vigente. È, questa, la sola etica che riesco a concepire al tempo del dominio totalitario del Capitale.

Quando il potere sociale sta nella tasca degli individui significa dunque che essi non hanno alcun potere reale su ciò che davvero conta e fa la differenza nella società capitalistica. E, si badi bene, anche chi ha molto denaro in tasca, per rimanere nella metafora marxiana, non ha il pieno controllo sulle proprie azioni e decisioni: è forse libero il capitalista, nella sua qualità di «capitale personificato», di fare ciò che vuole del suo denaro (qui considerato appunto nella forma di capitale)? Dipende forse dal suo libero arbitrio la decisione di assumere, licenziare, comprare un nuovo robot, cambiare fornitori, organizzare in modo diverso la produzione nella sua fabbrica, scegliere un mercato per i suoi prodotti e via dicendo? Anche il capitalista deve, in ultima analisi (a volte anche in primissima!), ubbidire a una logica superiore che sostanzialmente non è in suo potere determinare o semplicemente controllare: la nota (il Misericordioso Papa Francesco ne parla continuamente!) logica del profitto. Naturalmente lascio di buon grado al cosiddetto libero imprenditore la pia illusione di credersi davvero tale, ossia libero: contento lui…

Insomma, il denaro in tasca di cui parliamo qui va colto in tutta la sua vasta e complessa (rizomatica?) dimensione esistenziale e nella sua radicale determinazione storico-sociale. Ecco, questi pochi passi valgono come introduzione alla scottante questione che non smette di intrigare il mio debole pensiero. Chissà perché, poi! Certo è che posso dire con il noto barbuto di Germania che «Non credo che mai nessuno abbia scritto sul denaro con una tale assenza di denaro». Ma non è il momento di piangersi addosso!

Continua (forse).

(1) A proposito di autopromozione! Nel 2013 Lorenzo Cavalieri ha pubblicato un libro dedicato appunto alla «promozione di se stessi» il cui titolo è, come si dice, tutto un programma: Mi vendo (bene) ma non sono in vendita (Vallardi). E no: nel Capitalismo siamo tutti in vendita e l’autore del libro ha fatto benissimo a darci consigli su come venderci al meglio delle nostre capacità. Chapeau!

(2) P. A. Rovatti, L’ideologia del denaro, Rai educational, 31 maggio 2000.

(3) K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 179, Einaudi, 1958.

(4) K. Marx, Per la critica dell’economia politica, 1859, p. 168, Newton Editori, 1981.

(5) P. Dacrema, L’economia del gesto, Vita, n. 39, 7 ottobre 2011. Nel suo Marx & Keynes. Un romanzo economico (Jaca Book, 2014), Dacrema mette in bocca al povero Marx le tristi parole che seguono: «Non riconosco più le ragioni per cui ho demonizzato il capitale. Il mostro che fagocita tutto? Il Leviatano che succhia l’anima e il sangue dei lavoratori? Sconfesso quest’analisi. Il capitale è fatto dagli uomini, dalla loro intelligenza, dalla loro fantasia, dalle loro fatiche; è il risultato del lavoro, è ciò che gli uomini hanno fatto, è quanto di buono ci circonda e ci aiuta ad abitare il pianeta, a dominare una natura spesso ostile. Perciò è bene che chi ne è il detentore lo possa stabilmente possedere e ne tragga il giusto frutto» (p. 238). Un Marx così se lo sognano tutti i progressisti del mondo, evidentemente a disagio davanti alla genialità rivoluzionaria del comunista di Treviri.

(6) K. Marx, Scritti inediti di economia politica, p. 90, Editori Riuniti, 1963. Quando Marx parlava di produzione sociale e di produzione complessiva egli non si riferiva solo alla produzione specificamente materiale, alla produzione di «beni e servizi», con tutto quello che questa attività economica stricto sensu implica: egli intendeva riferirsi, a volte esplicitamente altre implicitamente, anche alla produzione dell’intera esistenza degli individui, alla produzione, per rimanere sempre nel gergo economico, di relazioni, di rapporti, di intelligenze, di emozioni e di tutto ciò che può venir rubricato sotto il titolo, filosoficamente pregnante (e forse per me compromettente…), di esistenza.

(7) Di qui il concetto di non-ancora-uomo, concetto che non ha niente a che vedere con le utopie antropologiche intorno alla possibilità di un uomo “perfetto”. Ne La questione ebraica Marx parlava, a proposito dell’individuo capitalistico, «dell’uomo nella sua esistenza accidentale, […] dell’uomo come si è ridotto sotto l’impero di rapporti ed elementi non umani: in una parola, dell’uomo che non è ancora un essere umano» (K. Marx, La Questione ebraica,1843, p. 73, Newton, 1975).

3 pensieri su “IL POTERE IN TASCA

  1. ciao Sebastiano, spero tu stia bene, è un pò che non ci si sente, volevo dire che per me quello che scrivi, la prospettiva da cui guardi le cose, è importante e mi è di esempio. buonadomenica

    • Ciao Dario. Tutto bene, grazie. Soprattutto ti ringrazio per le belle parole, che certamente non merito ma che incasso molto volentieri perché anche l’autostima vuole la sua parte. Davvero grazie! Eccellente domenica anche a te. Ciao!

  2. Pingback: IL POTERE IN TASCA (II) | Sebastiano Isaia

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