IL POTERE IN TASCA (III)

new-drachma-goldcoreAppunti di studio sulla teoria marxiana del denaro

Il capitalista sa che tutte le merci, per quanto
possano avere aspetto miserabile o per quanto
possano avere cattivo odore, sono in fede e
in verità denaro (1).

Per Pierangelo Dacrema, il nemico giurato dell’economia monetaria nonché teorico dell’«economia del dono» che abbiamo incontrato nella precedente puntata, «Il denaro è solo velocità, nulla di più. Qualsiasi definizione che tenti di spiegarlo al di là di questo dato rischia di essere verbosa, oltre che di perdersi in aspetti del tutto secondari della moneta». Dalla teoria del valore alla teoria della velocità? George Orwell aveva dunque ragione quando osservava che «Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo»? A giudicare dalla tesi, peraltro tutt’altro che originale, appena esposta direi proprio di sì, e in ogni caso personalmente preferisco di gran lunga correre il rischio di essere verboso e di perdermi «in aspetti del tutto secondari della moneta» che accontentarmi di sintetiche definizioni che, a parere sindacabile di chi scrive, non definiscono  un bel nulla, e men che meno un peso massimo delle categorie economiche com’è indubbiamente il denaro. Ma riprendiamo l’interessante citazione bruscamente interrotta a causa di un trabocco di volontà polemica: «È con il denaro che ottengo immediatamente le sigarette dal tabaccaio, è con il denaro che modifico in un attimo le mie intenzioni di uomo [diciamo pure di consumatore]. […] Dire che il denaro è uno strumento di trasmissione del valore non aggiunge nulla al quadro [il valore? Quisquilie, pinzillacchere, robetta insomma]. Il punto centrale rimane la velocità. Si può immaginare che sarei comunque entrato in possesso di ciò che desideravo senza denaro, in virtù di qualche baratto o di chissà quali promesse [o minacce, perché no?]. Ma in ogni caso si presume che l’operazione sarebbe stata più lenta e farraginosa [in effetti, come scriveva Marx nel Capitalismo contano solo gli «acquirenti in grado di pagare», altrimenti detti, appunto, «consumatori»]. Né serve ricordare che il denaro è il mezzo principale di quantificazione del valore, e che si tratta perciò dell’elemento in forza del quale disponiamo dello strumento dei prezzi e della loro applicabilità sul piano pratico. Anche in tema di quantificazione, infatti, la variabile cruciale non cessa di essere la velocità [e perché mai? Mistero!]. Attenzione! Il denaro non è lo scambio, né potrà mai averne la forza concettuale e la potenza fattuale. Scambio e denaro continueranno a essere distinti, a esercitare la loro autonomia. Comunque lo si guardi, del denaro resta la nuda velocità» (2). Più leggo i riformatori (di “destra” o di “sinistra”) del capitalismo, e più mi convinco che la sindrome di Proudhon è sempre in agguato, anche perché è la stessa fenomenologia dell’economia fondata sullo sfruttamento del “capitale umano” che genera quel tipo di sindrome, la quale nell’essenza non si è di molto modificata dai tempi in cui il noto filosofo della miseria donava al mondo le sue «acciarpature monetarie». Adesso tocca al cane morto di Treviri subire la bastonatura critica, sempre per mano di Dacrema. Eccola!

«Marx ha sopravvalutato una parola, il capitale, dandole la dignità di un concetto, e ha sottovalutato un concetto, il lavoro, riducendolo a una parola. Quanti inconvenienti ne siano sorti è noto a tutti». Ogni riferimento alla lotta di classe qui è puramente voluto. Ovviamente contro Marx Dacrema fa pure valere i «Risultati fallimentari del marxismo applicato» nei Paesi del cosiddetto «Socialismo reale», i quali, come non mi stanco di ripetere fino alla noia (soprattutto a uso di nuovi lettori, mi auguro!), di reale avevano solo il Capitalismo (più o meno di Stato), un regime politico particolarmente oppressivo, l’Imperialismo (spacciato per “internazionalismo proletario”: e non pochi abboccavano!) e, dulcis in fundo, la negazione più brutale e volgare di quanto Marx ha scritto, detto e fatto nel corso della sua tribolata esistenza. «In realtà, l’unico nemico è il denaro, essendo il capitalista soltanto un uomo e il capitalismo nulla di più di una sovrastruttura culturale [sento che il mio granitico “materialismo storico” vacilla al cospetto di cotanta profondità economico-filosofica!]. Perché è un esercizio pericoloso quello che porta alla santificazione [sic!] degli sfruttati e all’esecrazione degli sfruttatori [risic! Occhio che adesso si ride]. Anche il più umile e il più onesto [!] dei lavoratori cederebbe alle lusinghe del denaro [ma va?]. Non basta la coscienza di classe a placare l’appetito scatenato del denaro [su questo, come si dice, non ci piove!]. Di fronte al quale gli uomini sono uguali, tutti ugualmente colpevoli, cioè tutti ugualmente innocenti [diciamo pure tutti in qualche modo posti al servizio del Moloch: Sua Maestà il Capitale]. È vano lanciare strali contro il capitalismo [d’accordissimo!]. […] Del capitalismo non è protagonista negativo il capitale, bensì il denaro. Dell’imperialismo economico non è generico fondamento il capitalismo, bensì il denaro» (pp. 70-73). Ora, ha un pur minimamente senso storico e sociale volere il capitale ma non il denaro? volere il Capitalismo ma non l’«imperialismo economico»? Rimango perplesso, diciamo.

Adesso arriva la Profezia lanciata contro lo sterco del Demonio: «Addio, denaro. La tua morte è inevitabile [come no!]. Nuovi valori e più moderne forme di contabilizzazione della ricchezza ci attendono» (p. 228). Speriamo! Tuttavia, vagliando i presupposti concettuali appena sviscerati mi viene il sospetto che l’auspicata «economia del dono» non sia che un altro modo di chiamare il Capitalismo. Comunque sia, più che per «moderne forme di contabilizzazione della ricchezza» chi scrive si batte (che parola grossa!) per la fuoriuscita dell’umanità dalla dimensione capitalistica della ricchezza, la quale trova nel denaro “solo” la sua più autentica e potente espressione. «L’unico nemico» non è il denaro, né è la brama di denaro che ossessiona necessariamente tutti: il nostro nemico si chiama rapporto sociale capitalistico – o Nessuno, per dirla con il noto racconto omerico.

«Il lavoro è il concetto centrale», scrive sempre Dacrema: come non essere d’accordo su questo punto? Ma subito il sospetto incalza: di che lavoro stiamo parlando? Marx, ad esempio, parla del lavoro salariato, ossia della capacità lavorativa che rappresenta il valore d’uso della merce-lavoratore, il cui valore di scambio è espresso nel prezzo di quella bio-merce davvero speciale, ossia nel salario. Per Dacrema le cose non stanno affatto così: per lui il lavoro ha una dimensione metastorica e metasociale (non è forse lavoro anche quello di chi sfrutta i lavoratori salariati?), e semmai chi rovina tanto i capitalisti quanto gli operai sono i cattivoni della finanza, veri sanguisuga che prosperano sulla pelle della buona e onesta società civile. Siamo all’ultrareazionaria ideologia dell’alleanza fra i «ceti produttivi», così cara al cattocomunismo dei vecchi tempi? Non c’è dubbio, e sempre con la clausola – di stile, il più delle volte – mutatis mutandis.

A distanza di quasi un secolo e mezzo dalla morte di Marx, il più modesto degli epigoni si vede costretto a sentirsi un genio del pensiero sociale al cospetto di chi vuole riformare radicalmente la sfera della circolazione (delle merci, del denaro, dei capitali, della ricchezza) conservando la produzione capitalistica. L’importante è non morire proudhoniani!

Tuttavia, il fatto stesso che in un libro dedicato al denaro l’autore senta il bisogno di parlare di lavoro e di criticare la teoria marxiana del plusvalore, pur non avendola compresa nei suoi termini essenziali, ebbene ciò conferma che non si può riflettere seriamente sul denaro senza quantomeno evocarne la filiera genetica: lavoro salariatovalorevalore di scambiodenaro. Avremo modo di riparlare di questa “strana” filiera. Questa incursione nel futuro degli appunti di studio qui sottoposti alla cortese attenzione del lettore mi permette di anticipare la fondamentale considerazione che segue.  La marxiana teoria della moneta è a tutti gli effetti parte organica della teoria generale del plusvalore elaborata da Marx come critica dell’economia politica; essa è una teoria particolare che può essere compresa solo alla luce della teoria generale dello sfruttamento della capacità lavorativa attraverso lo scambio ineguale Capitale-Lavoro. (Anche da ciò si capisce come sia del tutto infondato parlare del comunista tedesco nei termini di un continuatore, più o meno originale, dell’economia classica). Insomma, è impossibile parlare del denaro in termini marxiani senza in qualche modo riscrivere sinteticamente l’intero Capitale.

«Con metodo cartesiano», incalza Dacrema, «distinguiamo la res cogitans dalla res extensa, il pensiero, tipico degli uomini, dalla materia, ciò con cui essi sono tenuti a dialogare. […] Il metodo del denaro ha prevalso sul ragionamento cartesiano» (p. 221). Le cose stanno altrimenti, anche al netto del noto dualismo filosofico cartesiano: è il metodo del Capitale che ha prevalso su ogni aspetto della nostra vita, anche se noi facciamo tutti i giorni i conti con la sua più appariscente e potente incarnazione, con la sua più estrema e tagliente manifestazione. Il problema non è, in radice, il denaro ma ciò che storicamente e socialmente lo presuppone e lo crea sempre di nuovo a immagine e somiglianza della vigente società capitalistica. Se non vuoi il denaro, non devi innanzitutto volere la prassi sociale, oggi dalle dimensioni planetarie, che con assoluta necessità ne fa una tremenda Potenza. «Il sistema» non «è fondato sul denaro», come pensa Dacrema, ma sullo sfruttamento delle capacità lavorative da parte del Capitale. Anche se l’illusione monetaria ci suggerisce il contrario, il gigantesco e sempre più stratosferici edificio della finanza (trilioni di miliardi di capitale più o meno fittizio che alimenta quotidianamente il circuito finanziario, anche quello più speculativo) si regge sulla ristretta base del lavoro capitalisticamente produttivo, ossia sul lavoro dei salariati sfruttati in ogni angolo del pianeta. La «coscienza di classe», almeno per come la concepisco io, non serve a «placare l’appetito scatenato del denaro»: non siamo mica dei cattocomunisti, e le sempre più stucchevoli prediche pauperiste è meglio lasciarle nella bocca del Santissimo Padre, peraltro tutti i giorni alle prese con le insidie del Demonio; il punto di vista umano, per esprimermi a modo mio, “serve” per un verso a mettere i nullatenenti e gli umanamente sensibili d’ogni estrazione sociale nelle condizioni di capire per un verso che il Capitalismo non può che essere disumano, sempre più disumano e disumanizzante, sotto ogni rispetto e a prescindere dalla buona o dalla cattiva volontà degli individui (capitalisti compresi), e per altro verso che una comunità semplicemente umana (e quindi libera dal Capitale in ogni sua espressione: lavoro salariato, merce, denaro, ecc.) è – materialisticamente parlando – più possibile ora che ai tempi di Marx. Il fatto che a causa di diverse ragioni che adesso sarebbe eccessivo discutere, tale prospettiva appaia assurda, più che utopistica, ciò realizza la condizione tragica (la tragedia dei nostri tempi) che provo a tematizzare in questo modesto Blog.

Secondo Georg Simmel «il denaro risulta essere l’espressione adeguata del rapporto dell’uomo col mondo» (3). Condivido in pieno questa tesi, e mi limito a completarla come segue: del mondo capitalistico in particolare e del mondo che conosce il dominio e lo sfruttamento in generale, guardando cioè la cosa da una prospettiva storica che abbraccia lo sviluppo delle società classiste. Riscrivo dunque come segue quella tesi: il denaro risulta essere l’espressione adeguata del rapporto dell’uomo «che non è ancora un essere umano» (4) col mondo del Dominio. Per mutuare indegnamente Voltaire, si tratta di bruciare (magari dando fuoco  alla cartamoneta!) i nostri attuali rapporti sociali disumani e di crearne di nuovi, interamente umani. Tutto il resto è pia – e il più delle volte reazionaria – illusione.

Chi crea merci, crea – almeno in potenza – denaro. E, com’è ovvio, a sua volta la creazione di denaro spinge in avanti la produzione industriale e ogni altra attività economica: basti pensare al credito offerto alle industrie e al credito offerto al consumo da parte delle diverse istituzioni finanziarie. Creazione di merci e creazione di denaro realizzano quel circolo virtuoso che imprenditori, economisti, uomini politici e opinione pubblica guardano con tanta simpatia durante le fasi di prosperità economica, salvo parlarne nei termini di un demoniaco circolo vizioso quando sull’economia cala l’ombra della recessione (5). Ecco perché il dibattito intorno agli “eccessi” e agli “errori” del sistema economico che puntualmente si apre nel circolo politico-mediatico a ogni sussulto del ciclo economico è da considerarsi, perlopiù, alla stregua di una patetica farsa, una robaccia da scaraventare senz’altro nella pattumiera.

Sistemato, si fa per dire, un nemico del denaro passiamo adesso a considerare le riflessioni di un apologeta del denaro. Il tutto, beninteso, come introduzione al vero e proprio merito della questione.

Gli-adulatori-638x425Nell’aprile del 2007, alla vigilia della crisi finanziaria internazionale che, com’è noto, ebbe come suo epicentro gli Stati Uniti d’America, Carlo Lottieri si chiedeva: «Ma da dove proviene il denaro? Qual è la sua vera natura? Che funzione svolge? A lungo occupati a demonizzare la libertà di mercato e con essa il profitto, ipnotizzati dalle politiche di piano e da ogni forma di collettivismo, gli occidentali sembrano spesso aver perduto la capacità stessa di comprendere il denaro. Impegnati a imbrigliarlo e manipolarlo, a imputargli ogni nequizia e a vedere in esso la sorgente irrazionale di un dinamismo fuori controllo, abbiamo così finito per impedirci di avere con esso un rapporto fecondo. Mentre è importante ricordare che il denaro è un’invenzione umana, la quale non accompagna da sempre la vita dell’uomo. Al contrario, esso è uno dei momenti cruciali della costruzione della civiltà: un po’ come la scrittura o lo sviluppo della scienza» (6). Viene da chiedersi se l’autore avrebbe svolto il tema allo stesso modo qualora avesse scritto l’articolo in questione solo qualche mese dopo, nel momento in cui le «bolle di sapone di capitale monetario nominale» (Marx) iniziarono a scoppiare. Per rendersi conto dell’alto – e completamente falso – concetto che Lottieri ha del denaro è sufficiente leggere i passi che chiudono l’articolo: «Il denaro è un sofisticato artificio che tanto contribuisce a fare umano l’uomo. Cerchiamo di averne cura». La tesi di chi scrive è, invece, esattamente opposta: il denaro è l’espressione più adeguata della vigente società che nega sempre di nuovo tutto ciò che ha a che fare con una vita autenticamente umana. Attenzione: espressione, non causa! Soprattutto il denaro, prim’ancora di essere «un sofisticato artificio», è in primo luogo l’espressione sintetica di peculiari rapporti sociali. Non si insisterà mai a sufficienza su questo punto.

«Già nel diciassettesimo secolo», prosegue Lottieri, «John Locke (7) ebbe a rilevare come solo grazie all’introduzione della moneta sia diventata possibile un’occupazione illimitata delle terre vergini. Perché ci sia vera ricchezza, insomma, c’è bisogno dell’oro, perché è solo grazie alla moneta che i ricchi diventano davvero tali: e con piena legittimità. Mancando il denaro, chi avesse preteso di appropriarsi di molti ettari di campi anonimi non avrebbe avuto alcuna possibilità di lavorarli e, soprattutto, non sarebbe stato in grado di accumulare i frutti ottenuti. Nel Secondo trattato sul governo Locke evoca proprio la frutta di innumerevoli alberi, destinata a marcire inutilmente qualora – mancante il denaro – un solo individuo fosse proprietario di sterminate aree. Ma grazie all’avvento di un’economia monetaria diventa possibile assumere lavoratori al proprio servizio e anche trasformare in risorse durature i beni deperibili maturati nei campi. In questo senso, per sua natura e fin dall’inizio, il denaro è Capitale: qualcosa destinato a durare, a produrre risultati che permangono, a moltiplicare la nostra capacità d’incidere sul mondo». Nel racconto apologetico e ideologico («a testa in giù»!) di Lottieri la civiltà borghese inizia con «l’invenzione del denaro»; il secolare svolgimento storico-sociale che ha reso possibile l’apparizione e poi la diffusione in forma stabile dell’economia monetaria è semplicemente cancellato, non per motivi di sintesi ma a causa di un grave vizio concettuale, caratteristico di chi appunto capovolge il rapporto di causa ed effetto e vede all’opera solo la libera volontà di individui perfettamente razionali – cioè borghesi. Il Capitalismo come sistema di idee e di valori etici: su questo punto Dacrema e Lottieri concordano.

Ecco adesso l’avvento della moderna civiltà borghese considerata da un punto di vista critico-radicale: «Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l’operaio salariato quanto il capitalista, è stata la servitù del lavoratore. La sua continuazione è consistita in un cambiamento di forma di tale asservimento, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico. […] Nella storia dell’accumulazione originaria fanno epoca dal punto di vista storico tutti i rivolgimenti che servono di leva alla classe dei capitalisti in formazione; ma soprattutto i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono staccate improvvisamente e con la forza dai loro mezzi di sussistenza e gettate sul mercato del lavoro come proletariato eslege. L’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo. […] Quel che chiedeva il sistema capitalistico era una condizione servile della massa del popolo; la trasformazione di questa in mercenari, e la trasformazione dei suoi mezzi di lavoro in capitale» (8). In effetti «la cosiddetta accumulazione originaria» raccontata dal comunista di Treviri non assomiglia neanche un po’ a un idillio; essa suggerisce piuttosto l’idea di un inferno precipitato sulla Terra, di una sanguinosa guerra sociale dichiarata e condotta dai nuovi ceti sociali in ascesa contro le vecchie classi dominanti e contro le classi dominate in ogni tempo perché sprovviste di qualsivoglia potere economico.

Il punto di partenza dello svolgimento storico-sociale che portò alla moderna società borghese non è rappresentato dal denaro, dalla sua rivoluzionaria immissione in un ambiente economico altrimenti destinato a rimanere inchiodato a secolari prassi e tradizioni, ma dall’allontanamento violento dei produttori immediati (contadini e artigiani, in primis) dalla proprietà dei presupposti oggettivi della loro produzione e, dunque, dalla proprietà del loro prodotto: questa doppia proprietà, che realizza i nuovi rapporti sociali borghesi, si concentra nelle mani dei capitalisti.  Il lavoro salariato è l’attività lavorativa che si trova in una condizione di totale separazione tanto dai presupposti oggettivi della creazione della ricchezza sociale (mezzi di produzione, materie prime, ecc.) quanto dai risultati di questa produzione, ossia dal prodotto del lavoro: si tratta di una condizione sociale di pura alienazione, di puro asservimento nei confronti del Capitale.

La funzione di capitale del denaro è insomma un risultato storico, e non una qualità immanente al concetto di denaro, come forse crede Lottieri. Partire dal capitale, cioè a dire dall’ultima e più sviluppata forma del denaro, significa mettersi nelle condizioni di non comprenderne l’essenza storica e sociale, nonché l’intima dialettica che fa del denaro il Moloch che conosciamo. Naturalmente tutto questo discorso ha un senso solo per chi è in grado di apprezzare nel suo corretto significato la distinzione tra le diverse funzioni del denaro colto appunto nella sua dinamica storico-sociale: misura ideale del valore, mezzo di circolazione, mezzo di pagamento, moneta creditizia, moneta nazionale, moneta mondiale, capitale. Stabilire sul piano storico un rapporto di identità tra denaro e capitale, come se ci si trovasse dinanzi a due diversi nomi per la stessa cosa, significa commettere un errore teorico davvero… capitale!

Come si è già capito, contrariamente all’apologeta del denaro io penso, ed è una delle poche certezze che sento di poter difendere con assoluta convinzione, che dove è presente il denaro (e tutto ciò che lo presuppone) deve necessariamente mancare la presenza «dell’uomo in quanto uomo». Se vuoi l’uomo (non l’uomo perfetto, ma l’uomo senza alcun’altra aggettivazione), non puoi volere allo stesso tempo il denaro. Ma il denaro, come si diceva prima, non è una cosa (una tecnologia, uno strumento), e nemmeno una mera convenzione: il denaro è, in radice, «Un rapporto sociale di produzione [che] si manifesta dunque nella forma di un oggetto che esiste al di fuori degli individui, così come le determinate relazioni che essi hanno contratto nel processo di produzione della loro vita sociale si presentano come proprietà specifiche di una cosa, e questo è un rovesciamento, una mistificazione non immaginaria, bensì prosaicamente reale, che caratterizza tutte le forme sociali del lavoro produttore di valore di scambio. Solo che nel denaro il fenomeno appare in modo più vistoso che nella merce» (9). Quando un rapporto sociale prende l’aspetto di una cosa («prodotto dell’alienazione generale») che ci domina dall’esterno come una potenza sovraumana («I denari solo fanno i miracoli. Ahi, noialtri poveretti!»), l’essenza ontologica dell’uomo nel suo più alto e autentico concetto è negata in radice: su questo punto sono disposto a sfidare financo l’esistenzialismo di Heidegger! Mi sono lasciato prendere la mano. Mi scuso.

Inutile dire che Lottieri è lontano anni luce dalla mia concezione, come si vede benissimo dai passi che seguono: «Contrariamente a quello che credeva Karl Marx, il denaro è però ben lungi dall’essere “anonimo”. Non è una forza cieca, ma è invece un mezzo in mani umane. È soprattutto un servitore fedele, perché in definitiva è accumulabile solo grazie ad un progetto che ne posticipa il consumo (il risparmio) e diventa in grado di investire il mondo solo in virtù di un’iniziativa che immagina l’avvenire e specula intorno ad esso (l’investimento). La forza del denaro è nel suo incamerare lavoro: essere una potenza pura, ma sempre pronta a farsi attuale, costruendo fabbriche e cattedrali, fino a portare i sogni dal cielo in terra». Così Lottieri, il poeta del denaro.

Per Lottieri il presupposto della circolazione delle merci è il denaro; come abbiamo visto, e come vedremo meglio in seguito, per Marx il «presupposto della circolazione monetaria è la circolazione delle merci» (10): mentre per il Tedesco il denaro è il risultato della prassi sociale che rende possibile la creazione e la circolazione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, per l’Italiano è il denaro che crea in origine questa prassi, e che poi la rende possibile sempre di nuovo. L’ingenuità e l’indigenza storica di una simile concezione si può apprezzare anche dai passi che seguono: «Uno dei più acuti teorici liberali, Benjamin Constant, ha opposto nettamente le logiche del denaro (e della pace) a quelle dello stato (e della guerra). Nel suo saggio sullo spirito di conquista e sull’usurpazione, del 1814, egli sottolinea come quando si cede denaro per avere un bene ciò che si afferma è il diritto stesso, che trionfa sulla forza. Così, quando si pone mano al portafoglio si cerca in fondo “di ottenere per mutuo accordo ciò che non si spera più di conquistare grazie alla violenza”. La pacificazione che accompagna l’avvento del denaro è tutt’uno con l’irrompere di un’economia finanziaria che finisce per intersecare e meticciare le differenti società, togliendo spazio alle pretese di controllo avanzate dal ceto politico-burocratico». Dopo una simile lettura, se chi scrive fosse un militante antiglobal e un nemico del «Capitalismo selvaggio/neoliberista/finanziario/debitocratico», e non un anticapitalista nudo e crudo, come si dice dalle mie parti, già avrebbe la pelle piena di pustole sovraniste, identitarie e politiciste («come la mettiamo con il primato della Politica?»). A prescindere da ogni altra considerazione, si comprende bene come all’autore sfugga completamente il rapporto causale che lega lo sviluppo del Capitale finanziario, che già alla fine del XIX secolo finisce per dominare tutte le sfere della prassi economica capitalistica, e la politica imperialista degli Stati chiamati a supportare le gigantesche esigenze dell’accumulazione capitalistica giunta a un alto grado di “maturazione”. Lottieri non comprende la natura eminentemente economica del moderno Imperialismo («Fase suprema del capitalismo»), cosa che invece apparve sufficientemente chiara, ad esempio, a John Atkinson Hobson, che pure scrisse il suo classico saggio oltre un secolo fa: «Fu chiaramente questa improvvisa domanda di mercati esteri per le merci e per gli investimenti la responsabile dell’adozione dell’imperialismo come politica e come pratica. […] Essi [gli imprenditori] avevano bisogno dell’imperialismo perché volevano usare le risorse nazionali del loro paese per trovare un utilizzo conveniente per il loro capitale che altrimenti sarebbe risultato superfluo. […] È ammesso da tutti gli uomini d’affari che la crescita della capacità produttiva nei loro paesi eccede l’aumento dei consumi che si possono vendere ad un prezzo profittevole, che esiste  più capitale di quanto può trovare un investimento remunerativo. È questa situazione che rappresenta la radice economica dell’imperialismo» (11).

Dai tempi di Constant il denaro (e tutto ciò che lo rende necessario e vitale) ne ha percorsa di strada!

denaro-390x233Nel precedente post ho aggrovigliato intorno al mio oggetto di riflessione (il denaro) fin troppi nodi concettuali; si tratta adesso, non dico di venire a capo dell’intera matassa, ma almeno di incominciare a sciogliere alcuni di quei nodi, quantomeno quelli più importanti fra i tanti finiti nel pettine. Avverto il lettore che userò il “metodo”, non so dire quanto efficace e “scientificamente” corretto, dell’andare avanti e indietro, sempre di nuovo. Tra poco si capirà – si spera! – il significato di questo “originale” modo di approcciare e sviscerare il problema, il quale si è in pratica imposto da sé, “oggettivamente”, mentre cercavo di dare una forma minimamente intelligibile ai caotici appunti di studio che stanno alla base di questo scritto senza  tuttavia impegnarmi in un più lungo e laborioso lavoro di revisione. Il lettore avrà modo di verificare la bontà di questa autentica economia di pensiero – e qui è proprio il caso di dirlo, in tutti i sensi! Basta cincischiare con questioni “metodologiche” e veniamo al merito della questione!

Consideriamo la forma Ma – Mb, scambio di merce (a) contro merce (b): si tratta del ben noto baratto, una vecchia e gloriosa prassi economica che trova nuovi sostenitori tutte le volte che il demoniaco denaro sembra mandare a scatafascio l’intero edificio economico: «Basta con l’economia monetaria! Il denaro è impazzito! Ritorniamo al vecchio e caro baratto!». La prassi economica, qui genericamente considerata, ci presenta come perfettamente razionale una semplice equazione che presa in sé non supererebbe l’esame della logica formale: 1 chilogrammo di prodotto X = 1 metro di prodotto Y. Ha un significato porre l’eguaglianza tra due oggetti di genere diverso?

Com’è noto nell’economia del baratto è possibile scambiare fra loro prodotti del lavoro (e questa locuzione non appaia banale né casuale al lettore) aventi un diverso valore d’uso: ad esempio un tavolo di legno con del formaggio. Tuttavia il presupposto economico (razionale) di questa transazione non sta nel valore d’uso degli oggetti scambiati, ma piuttosto nelle quantità di prodotto scambiato. Le quantità dei prodotti scambiati (ad esempio: un tot di grano contro un tot di zucchero, un tot di vino contro un tot di seta) nell’economia che fa a meno del denaro non sono mai, in linea generale (e sempre al netto della stupidità di alcuni e della furbizia di altri), arbitrarie, ma ubbidiscono invece a precise regole, senza le quali gli scambi sarebbero impossibili, o si risolverebbero appunto in truffe o in furti, con tanto di morti e feriti: non si scherza con i prodotti del lavoro! Invece la storia dell’economia ci dice che, salvo le immancabili eccezioni (e gli imbecilli di cui sopra), le transazioni non mediate dal denaro si sono svolte per un lungo tempo con regolarità e con la piena soddisfazione di tutti gli “scambisti”. La stretta di mano, la pacca sulla spalla e la bicchierata tra “amici” dopo un affare concluso sono gesti che hanno fatto giustamente epoca nella storia dell’economia non monetaria.

Che cosa rendeva dunque possibile scambiare, ad esempio (ovviamente qui si tratta di un esempio del tutto campato in aria), cento chili di farina con settanta litri di vino? Cosa garantiva agli scambisti che proprio quelle, e non altre, erano le giuste quantità di prodotto da mettere in reciproca relazione?  Ha una logica dire che un quintale di ferro è uguale a cento quintali di plastica? Intanto osserviamo che quando diciamo «è uguale» in realtà intendiamo dire ha lo stesso valore. Ebbene, di che valore si tratta? Che cosa hanno in comune il ferro e la plastica?

Continua (è probabile).

(1) K. Marx, Il Capitale, I, p. 187, Editori Riuniti, 1980.
(2) P. Dacrema, La morte del denaro, pp. 11-13, Christan Marinotti, 2003.
(3) G. Simmel, Filosofia del denaro, 1900, seconda versione ampliata del 1907, p. 194, UTET, 1984.
(4) K. Marx, La Questione ebraica, 1843, p. 73, Newton, 1975.
(5) «Non li abbiamo mica costretti noi ad accumulare mutui su mutui per la casa, la macchina e la barca, si giustificavano nel 2008 i maghi di Wall Street» (D. Giglioli, Tutti ai piedi del dio Denaro, Il Corriere della Sera, 11 settembre 2012). In Italia «Valgono 348 miliardi di euro i prestiti bancari non rimborsati da famiglie e imprese. […]I finanziamenti non rimborsati dalle imprese sono pari a oltre 288 miliardi, quelli dalle famiglie a quasi 60 miliardi» (Agi, 10 novembre 2015).
(6) C. Lottieri, Il denaro è una virtù. Apologia dello sterco del demonio, Il Foglio, 6 aprile 2007.
(7) «John Locke, il quale sosteneva la nuova borghesia in tutte le sue forme, gli industriali contro la classe operaia e i poveri, i commercianti contro gli usurai di vecchio stile, l’aristocrazia finanziaria contro i debitori di Stato, e che in una sua opera dimostrò perfino che l’intelligenza umana normale è quella della borghesia» (K. Marx, Per la critica dell’economia politica, 1859, p. 94,  Newton Compton editori, 1981).
(8) K. Marx, Il Capitale, I, pp. 779-784.
(9) K. Marx, Per la critica…,  p. 62.
(10) Ibidem, p. 123. «La circolazione essuda continuamente denaro» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 145).
(11) J. A. Hobson, L’imperialismo, 1902, pp. 109-111, Newton,1996. «Per il vecchio capitalismo [… ] era caratteristica l’esportazione di merci; per il più recente capitalismo […] è diventata caratteristica l’esportazione di capitale» (Lenin, L’imperialismo, 1916, Opere, XXII, p. 241, ER, 1966).

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3 thoughts on “IL POTERE IN TASCA (III)

  1. Eccellente lavoro!! Continua. Stai per toccare i nervi scoperti della questione. La pura alienazione dai mezzi e risultati della produzione non è pane per denti piccolo borghesi come ben sai. Spero che in molti possano leggere questo tuo studio, con i miasmi insopportabili che salgono dalle fogne reazionarie dei borghesi ethically correct [disgusting!!], è bello vedere che finalmente qualcuno ha capito come funziona questo disumano mondo e sa come comunicarlo. Serve a sentirsi meno soli e dannati!

  2. Pingback: IL POTERE IN TASCA (IV) | Sebastiano Isaia

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