MARX E LA SHARING ECONOMY

Karl_Marx_and_Ms__Universe_by_selfregionLa scorsa settimana mi è capitato di ascoltare su Radio Radicale una interessante rubrica, A che punto è la notte, curata da Roberto Sommella, “Direttore Relazioni Esterne e Ricerca dell’Istituto Autorità Antitrust”. La puntata del giorno era dedicata alla cosiddetta economia della condivisione, meglio conosciuta come sharing economy (1). Ho trascritto l’intera puntata a beneficio di chi ne fosse eventualmente interessato. Il tema non è affatto nuovo, e già da alcuni anni si parla, soprattutto nel mondo anglosassone, di «socialismo digitale», di «rivincita di Marx» a proposito dell’Open Source. Perfino Bill Gates tempo fa parlò dei teorici dell’Open Source come dei «moderni comunisti» (la cosa può far sorridere ma, a mio modesto avviso, è sempre meglio che associare il comunismo marxiano allo statalismo e al socialsovranismo!). Ho trovato particolarmente interessante e sfizioso, per così dire, l’approccio al tema tentato da Sommella, il quale, fra l’altro, mostra molta ingenuità nei confronti dello scarso “tasso di marxismo” che rimprovera a certi sinistri italiani. Cercherò di ritornare in un prossimo futuro sul tema. Mi scuso per le imprecisioni presenti nella trascrizione. Buona lettura!

nep_newsocialism_fBuongiorno e benvenuti. Buongiorno da Roberto Sommella. Mi ha colpito molto che Sinistra Italiana, il nuovo partito Di Stefano Fassina e di altri fuoriusciti dal Partito Democratico, abbia scelto come Guru spirituale ed economico il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra l’altro celebre per i suoi scritti sull’ampliamento delle diseguaglianze. Nulla da dire sulla levatura e sull’autorevolezza del personaggio, ma forse da un partito che a questo punto si pone a sinistra del Partito Democratico, e visto come sta andando il mondo, visto come sta andando l’economia, visto in particolare come sta andando l’economia digitale che sempre più è la vera economia del pianeta, almeno da questa faccia del pianeta, sarebbe stato forse più utile utilizzare una diversa ideologia, diverse chiavi di lettura che possono arrivare a capire meglio, a mio modo di vedere, quello che hanno capito personaggi come Jeremy Rifkin, per intendersi quello della marginalità a costo zero, ovvero dell’impatto dell’innovazione tecnologica sui ricavi (2), o, perché no e sottolineo tre volte perché, come Karl Marx.

Vorrei inquadrare un attimo il momento che attraversiamo, che evidentemente è, come titola questa rubrica, abbastanza buio, soprattutto per l’incapacità degli economisti di individuare i percorsi giusti. Nell’ultimo decennio il fenomeno del costo marginale zero ha in effetti seminato lo scompiglio negli USA nel settore dei prodotti di informazione; ad esempio milioni di consumatori si sono trasformati in prosumers, un neologismo molto in voga di questi tempi negli Stati Uniti, ossia in produttori e consumatori che producono e condividono musica attraverso i servizi di file sharing, video attraverso YouTube, sapere attraverso i social media come Wikipedia, Ebook gratuiti attraverso il web,  persino la propria casa attraverso community di viaggiatori come Airbnb, ecc. Il fenomeno tanto decantato del costo marginale zero, che andrebbe studiato da Jeremy Rifkin, ha quindi messo in ginocchio l’industria discografica, estromesso dal mercato molti giornali e molte riviste, indebolito l’intera editoria libraria e chissà che non metta in difficoltà anche il mondo del credito e le banche molto prima di quanto non si pensi, dopo aver creato problemi al turismo, ai trasporti e ad una amplissima fetta di industria  – tra virgolette –  tradizionale.

Anche negli USA, che di solito sono abbastanza avanti e che possono vantare un cinque per cento soltanto di disoccupazione, non si era prevista una tale ondata di innovazione. Secondo le previsioni della Cisco System nel 2022, quindi proprio tra pochi anni, l’internet immateriale della share economy genererà risparmi ed entrate per 14.400 miliardi di dollari, una montagna di danaro. Uno studio della General Electric, che guarda caso e il fato è stata appena superata da Facebook come capitalizzazione di borsa, sostiene invece che nel 2025, a questo punto tra dieci anni, quindi dietro l’angolo, i guadagni di efficienza e produttività resi possibili da una struttura internet industriale intelligente potrebbero interessare tutti i settori economici investendo circa metà dell’economia globale.

Per Rifkin, e questo evidentemente potrebbe interessare un soggetto che si dice di sinistra e desideroso di cambiare le cose non solo nella politica ma anche nell’economia; per Rifkin, dicevo, questi fenomeni cambieranno completamente il ruolo delle multinazionali e renderanno il mercato più democratico.  C’è da chiedersi però con quale impatto sull’occupazione.  Io più volte me lo chiedo, anche attraverso questa rubrica. È un problema che si impone come un brand di successo nella convegnistica: non c’è giorno che passi senza due o tre convegni sul tema in giro per l’Italia e in Europa. La nuova economia sta creando o sta distruggendo lavoro? È la domanda che ci dobbiamo porre e che io personalmente ho provato a pormi anche nel saggio Sboom(3).

Qualche cifra sull’economia amata da chi vuole la condivisione può aiutare: […] Le imprese innovative digitali (come le prime dieci della Silicon Valley) valgono complessivamente oltre 80 miliardi di dollari e occupano non più di 10.000 addetti (4). Insomma, molto capitale e poco, davvero poco lavoro. È la sharing economy bellezza!

Karl Marx, molto prima dell’economista di Denver e del premio Nobel Stiglitz, e molto prima di un altro premio Nobel: Paul Krugman, aveva già a suo tempo trovato una definizione perfetta per questa rivoluzione digitale. Sentite un po’: «La possibilità di fare oggi una tale cosa e domani un’altra, di cacciare al mattino e di pescare nel pomeriggio, di praticare l’allevamento la sera e di fare della critica dopo i pasti, tutto a proprio piacimento senza essere pescatore, cacciatore o critico». Era la definizione della società comunista fatta dal celebre filosofo nel 1846 in alcuni scritti poi raccolti nella sua opera L’ideologia tedesca (5).

Questi passi fanno impressione, non c’è dubbio, eppure sembrano pensati oggi per definire il pianeta delle condivisioni, dove il capitalismo sembra ammantarsi di libertà nell’attimo stesso in cui genera immensi profitti e un miliardo di utenti in un solo giorno si connettono a Facebook che gli regala sogni, desideri e identità; l’economia collaborativa che si è materializzata decenni dopo la caduta del Muro e che sembra, e sottolineo di nuovo sembra, avere creato spazi inimmaginabili per i consumatori e per la creazione di plusvalore a quel capitale che continua comunque a dividere (non c’è altro da fare e bisogna rassegnarsi) i fattori della produzione (chi insomma detiene macchine e applicazioni) da chi li impiega. Quindi Rifkin ma anche Stiglitz, insomma a mio modo di vedere le teorie economiche contemporanee che cercano di osservare la realtà mentre già mutata non aiutano a prevedere cosa accadrebbe se i fattori della produzione restassero sempre in mano ai padroni della Rete, da Mark Zuckerberg agli altri miliardari della Rete, lasciando quindi solo un’illusione di benessere ai condivisori. Il caro vecchio Marx, verrebbe proprio da dire, insieme all’altro caro vecchio Friedrich Engels, ha scritto e previsto nel Manifesto del Partito comunista proprio quello che sta accadendo oggi, e forse, lo dico senza alcuna polemica, andrebbe riletto soprattutto da chi ha fatto nascere il partito della sinistra italiana, perché nel Manifesto del Partito comunista si legge che «Il continuo sconvolgimento della produzione comporta la dissoluzione di tutti i rapporti stabili e irrigiditi con il loro seguito. Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione e con le comunicazioni rese infinitamente più agevoli la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni anche le più barbare, costringe tutte le nazioni ad adottare il suo sistema di produzione se non vogliono andare in rovina, in una parola», scrivono ancora Marx ed Engels nel Manifesto del Partito comunista, «la borghesia si crea un mondo a propria immagine e somiglianza e lo impone a tutti» (6).

Ebbene questa ideologia marxista sembra avere quegli elementi visionari e anche attuali che, a mio modo di vedere, ma sbaglierò, spiegano molto meglio di tante altre teorie dei premi Nobel sull’Uber-capitalismo di oggi, il turbo capitalismo della rete che forse alla fine non è altro che il risultato finale derivante dalla sottrazione del ruolo dello Stato padrone all’utopia comunista.

(1) «Ma benvenuti nel mondo della sharing economy, quella classe di attività economiche che fanno leva sulla tecnologica informatica al fine di costruire mercati virtuali in cui lo scambio di informazioni permette lo sfruttamento di beni e risorse sottoutilizzate. Uno dei primi sistemi digitali di “consumo collaborativo” a entrare nell’utilizzo comune è stato Ebay, che ha condotto a piena commercializzazione l’intuizione libertaria di cui siti come Craiglist e Napster si erano fatti pionieri, quella cioè di una collaborazione diffusa, e per questo fondamentalmente incontrollabile, delle reti sociali virtuali volta a una creazione diretta di valore, sotto la forma di una condivisione di beni e servizi, capace di tagliare fuori gli intermediari tradizionali, annullandone i guadagni. Negli ultimi anni, è però l’ascesa irrefrenabile di aziende come Uber, che sulla sua piattaforma fornisce trasporto automobilistico privato, e Airbnb, che offre l’affitto di case e appartamenti, a essere diventata il simbolo di ciò che è considerato il chiaro segnale di una tecnologia economica destinata a essere disruptive, a rompere cioè i vecchi modelli di produzione e offerta di servizi in determinati settori. La reputazione è meritata. Uber ha 160mila autisti ma solo 550 dipendenti. Airbnb ha poco più di 600 dipendenti con un milione di stanze. E il lavoro non ha orari né regole precise. […]  Come le patacche senza valore di Mao, che i lavoratori potevano appuntarsi orgogliosamente al petto ma non riempivano il piatto, anche il Turco Meccanico [Mechanical Turk, una piattaforma digitale usata da diverse imprese informatiche] distribuisce certificati di eccellenza. Dopo averne ricevuti tre e aver portato a termine oltre 100mila Hit [è l’acronimo di Human intelligence task], Rachael Jones, casalinga del Minnesota, è riuscita a guadagnare “ben” 8 dollari l’ora. A fine 2014, dopo aver svolto 830 mila Hit per una media di 20 centesimo l’uno, la 35enne canadese Kristy Milland ha scritto una email al Ceo di Amazon, Jeff Bezos: “Sono un essere umano, non un algoritmo”, si è lamentata, senza ricevere risposta. È il rovescio della medaglia del capitalismo cognitivo. “Dobbiamo capire in che cosa gli umani sono insostituibili”, ha detto di recente il Ceo di Google Eric Schmidt. Creatività, immaginazione, intelligenza emotiva sono le caratteristiche umane che i robot non possono replicare, e che fondano l’innovazione e la creazione di valore nel nuovo regime economico. Dietro la patina dell’innovazione tecnologica si nascondono dunque una serie di rapporti che si possono studiare con categorie antiche: un mix di alienazione, sfruttamento del lavoro, sistematica elusione delle regole. In quanto tale, la sharing economy va normata e riconciliata con un principio di interesse pubblico, al di là delle difese corporative che, per la logica dello sviluppo tecnologico, sono altrimenti destinate a mostrare la corda»  (Nicolò Cavalli, Left numero 24 agosto 2015).

Nel mio studio Dacci oggi il nostro pane quotidiano si trova il mio punto di vista sul cosiddetto Capitalismo cognitivo. Cito alcuni passi dello scritto che riguardano proprio la sharing economy:

Dal possesso alla condivisione? Ma di cosa esattamente? […] Un’analoga concezione capovolta del mondo la troviamo in Jeremy Rifkin. Nel suo ultimo capolavoro il geniale socio­logo americano torna a pestare i suoi soliti concetti postcapi­talistici. Nei nuovi spazi distributivi e collaborativi disegnati dalla terza rivoluzione industriale l’accumulazione del capitale sociale acquisisce un’importanza e un valore pari all’accumu­lazione del capitale finanziario (J. Rifkin, La terza rivoluzione industriale, pp. 250-251, Mondadori, 2011). Per «capitale sociale» egli in­tende il patrimonio di conoscenze, di tecnologie e di pratiche che danno sostanza al cosiddetto «mondo immateriale», fatto di relazioni sociali, di transazioni economiche ultrarapide, di intrattenimento, di studio e quant’altro. Insomma, parliamo della «Net economy». Ma non solo. Mentre nel «vecchio Capi­talismo» dominava il capitale industriale e il possesso dei beni, nel «nuovo Capitalismo», sempre più veloce e immateriale, si fanno largo il capitale sociale e la condivisione dei beni. La ri­voluzione nelle comunicazioni e nel comparto energetico crea un mondo sempre più connesso, democratico, leggero, pulito e a basso costo, con il prezzo delle merci che tende allo zero. Tende… Insomma, un suicidio in piena regola: davvero astuta, la storia!

In effetti, Rifkin non fa che ripetere i concetti già espressi in un suo saggio del 2000: «Nel processo economico, la pro­prietà del capitale fisso – un tempo fondamento della civiltà industriale – diventa sempre meno rilevante … nella nuova era, la mente domina la materia. Prodotti più leggeri, minia­turizzazione, contrazione degli spazi di lavoro, scorte just-in-time, leasing e outsourcing sono prove della svalutazione di una visione del mondo che ha posto l’accento sulla fisicità … il capitalismo si sta allontanando dalle proprie origini mate­riali, per diventare sempre più una questione di tempo» (J. Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, pp. 7-76, Mondadori, 2000). Ma è proprio l’autore che fonda la sua concezione sulla fisicità del mondo che lo circonda, sebbene per porre l’enfasi sulla sua rapida smaterializzazione, e questa concezione «triviale» non gli permette di capire che il Capitalismo è sempre stato una questione di tempo, per l’esattezza di tempo di lavoro. La proprietà del capitale fisso era ed è lo strumento che consente al Capitale di trasformare il tempo di lavoro in una miniera di valore, vero fondamento della Civiltà Capitalistica.

Per questo tutto il gran parlare intorno alla cosiddetta «eco­nomia della condivisione» mi fa un po’ sorridere, perché osser­vo i sociologi e gli economisti più alla moda scoprire la famosa acqua calda (ad esempio, la condivisione o «interazione siner­gica» fra diversi capitali di un determinato settore dei fattori oggettivi e soggettivi del lavoro: macchine, stabilimenti, mate­rie prime, servizi e lavoro), e presentarla all’opinione pubblica pagante come se fosse la più grande delle scoperte scientifiche. Il carattere feticistico del pensiero sociale ed economico «post­moderno» non consente allo Scienziato Sociale che lo incarna di capire che lo «sforzo sinergico» di cui sopra, teso ovviamente a razionalizzare ed economizzare l’impiego dei fattori oggettivi e soggettivi della produzione, e quindi ad esaltare la produttività del lavoro, la razionalizzazione del processo industriale e, dulcis in fundo, il saggio del profitto; che questo necessario processo non indebolisce ma piuttosto rafforza la peculiare for­ma storica della proprietà borghese, che si dà, appunto, come appropriazione di lavoro altrui non retribuito. È sul fondamen­to di questa appropriazione del fattore immateriale per eccel­lenza (l’impalpabile e filosofico tempo) che riposa la proprietà in ogni sua possibile declinazione, compresa quella «triviale» e vetusta ancorata al vile corpo delle cose.

Il pensiero rovesciato di Rifkin – ma egli è in questo in buo­na compagnia – non gli consente di capire che non solo il «capitale sociale» (o il General Intellect, come piace chiamarlo ai «postmarxisti») non si dà come antitesi rispetto al Capitale, finanziario o meno; ma come ne sia piuttosto una tipica fe­nomenologia nel contesto del Capitalismo mondiale del XXI secolo. La scienza, la tecnologia e la conoscenza sono, nell’e­poca della sussunzione totale dell’esistenza sotto il Capitale, esse stesse Capitale all’ennesima potenza, e lo stesso concetto di «capitale umano» la dice lunga su come stanno realmente le cose.

Fine della lunga citazione. Mi scuso. Il General Intellect secondo Marx: «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il con­trollo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale forma le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale» (K. Marx, Lineamenti, II, p. 403, La nuova Italia, 1978).

Nella sharing economy chi è il capitalista? Chi si pone questa domanda deve sapere che il Capitale è in primo luogo un rapporto sociale e deve fare i conti con la natura immateriale (astratta ossia eminentemente sociale) della proprietà al tempo del Capitalismo.

(2) «Gli effetti della dematerializzazione di molti processi industriali negli Stati Uniti e la nuova era di internet che rende possibile la marginalità a costo zero –  tanto decantata da Jeremy Rifkin – alla fine rischiano di mettere ancora più a rischio i poveri aumentando invece la solidità dei più ricchi. E oggi è già domani, almeno in America. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni sessanta General Motors – all’epoca la più grande azienda del mondo come oggi è la mela di Steve Jobs – raggiungeva i 7 miliardi di dollari di ricavi dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. Questa è la prova che il capitale si sostituisce sempre più al lavoro e che per produrre ricchezza il denaro ha sempre meno bisogno di individui» (Huffington Post, 8 aprile 2015).

Copertina Sommella(3) «Sboom (Giovanni Fioriti Editore, 2015), più capitale meno lavoro: è il nuovo libro di Sommella. Nel libro, che affronta anche alcuni capitoli ancora oscuri della costruzione europea, come la caduta del governo Berlusconi e gli effetti paradossali del Quantitative Easing della Bce, vengono ricordati alcuni dati inediti che spiegano bene la rivoluzione che stiamo vivendo. Se si considera la capitalizzazione di borsa e il numero di clienti, i dati personali valgono 405 dollari ciascuno per Google e 194 dollari per Facebook. Forse anche per questo si spiegano l’acquisizione di WhatsApp e i piani telefonici di Facebook, i progetti bancari di Apple, la scelta di Google di diventare operatore tlc. E’ in atto una generale ritirata dei vecchi processi, che colpisce tutto, anche la società. Ci si accorge del cambiamento solo quando è troppo tardi» (Economia Finanza, Il Messaggero).

(4) «C’è chi dice che la “sharing economy” valga 110 miliardi di dollari ma sembrano stime troppo prudenti: se Uber, la piattaforma online per i taxi facilita 2 milioni di corse al giorno, se Airbnb, il sito che affitta camere e appartamenti, dice di avere già avuto più di 40 milioni di “ospiti” e LinkedIn, dove i professionisti vanno a trovare lavoro, ha 380 milioni di membri, allora hanno ragione i cervelloni del McKinsey Global Institute quando predicono che questa nuova era di Internet potrebbe creare 72 milioni di nuovi posti di lavoro e aggiungere più del 2 per cento al Pil mondiale nei prossimi dieci anni. […] La spinta dei lavoratori, la domanda dei consumatori e il potere della tecnologia rende la marcia della sharing economy inesorabile. Non la si potrà sradicare, solo regolare, dirigere, plasmare?» (F. Guerrera, La Stampa, 23 agosto 2015). Bisogna chiederlo a sua Maestà il Capitale: tutto dipende dalla profittabilità delle sue pratiche economiche e delle sue tecnologie. Il velo tecnologico mostra come «potere della tecnologia» ciò che in realtà è il potere sociale del Capitale.

(5) K. Marx, L’ideologia tedesca, 1845-1846, p. 33, Opere Marx ed Engels, V, Editori Riuniti, 1972. «Questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda. […] Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in “una volta”  e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che esso comunismo implica» (p. 34). Decisamente Marx non fu mai né un sovranista né un teorico del comunismo in un solo Paese, concezione che anzi egli ridicolizzò ai danni dei «comunisti rozzi e volgari» del suo tempo. Molti teorici della decrescita più o meno felice, soprattutto di  matrice ambientalista, hanno rinfacciato al comunista di Treviri una concezione sviluppista del progresso, senza considerare il fatto che al tempo in cui egli scriveva la sua critica anticapitalistica solo pochi Paesi potevano vantare un discreto sviluppo economico. Senza contare le sue velenose accuse soprattutto al Capitalismo e al colonialismo inglese, al sistema di dominio, cioè, più avanzato del suo tempo. «La profonda ipocrisia e l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno davanti senza veli quando dalla madre patria, dove assumono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove essa vanno nude. […] Gli effetti devastatori dell’industria inglese, se vengono considerati in rapporto all’India, un paese vasto quanto l’Europa, sono palpabili e sconcertanti. Ma non dobbiamo dimenticare che essi sono soltanto i risultati organici dell’intero sistema di produzione come è costituito oggi. […] Quando una grande rivoluzione sociale si sarà impadronita delle conquiste dell’epoca borghese, dei mercati mondiali e dei moderni mezzi di produzione e li avrà assoggettati al controllo collettivo dei popoli più progrediti, soltanto allora il progresso umano cesserà di assomigliare a quell’orrendo idolo pagano che voleva bere il nettare soltanto dai crani degli uccisi» (K. Marx, I risultati futuri della dominazione britannica in India, New-York Daily Tribune, 8 agosto 1853, in India, pp. 73-74, Editori Riuniti, 1993). Nel XXI secolo, nell’epoca del dominio totale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici le condizioni materiali su cui fondare il marxiano Regno della Libertà più che mature sono a dir poco senescenti! Ci sarà spazio per la “decrescita felice” dopo la «grande rivoluzione sociale», eccome!

Ma lasciamo la mia più che modesta ideologia e ritorniamo all’Ideologia tedesca! «La concentrazione esclusiva del talento artistico in alcuni individui e il suo soffocamento nella grande massa, che ad esso è connesso, è conseguenza della divisione del lavoro. […] In un’organizzazione comunista della società in ogni caso cessa la sussunzione dell’artista sotto la ristrettezza locale e nazionale, che deriva unicamente dalla divisione del lavoro, e la sussunzione dell’individuo sotto questa arte determinata, per cui egli è esclusivamente un pittore, uno scultore, ecc.: nomi che già esprimono a sufficienza la limitatezza del suo sviluppo professionale e la sua dipendenza dalla divisione del lavoro. In una società comunista non esistono pittori, ma tutt’al più uomini che, tra l’altro, dipingono anche» (pp. 407-408). Inutile dire che il sottoscritto non sarà mai né un «uomo in quanto uomo» né un pittore – e di questo l’umanità non ha motivo di dolersi, diciamo.

(6) K. Marx, Manifesto del partito comunista, pp. 489-490, Opere Marx ed Engels, VI, Editori Riuniti, 1973. Dedico i passi che seguono ai sovranisti del XXI secolo: «Con gran dispiacere dei reazionari, la borghesia ha tolto all’industria la base nazionale. […] Ne è risultata come conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, quasi appena collegati tra loro da vincoli federali, province con interessi, leggi, governi e dogane diversi, sono state strette in una sola nazione, con un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, un solo confine doganale» (pp. 490-491). Si tratta della Nazione del Capitale, i cui confini oggi abbracciano davvero l’intero pianeta, e dove le singole nazioni, poste al servizio del capitale nazionale e internazionale (distinzione peraltro sempre più labile),  non sono che nodi della fitta rete del Dominio capitalistico, e dove i singoli Stati non sono che cani da guardia posti a difesa dei rapporti sociali che rendono possibile la divisione dei “soggetti sociali” in sfruttati e sfruttatori, salariati e capitalisti, padroni della Rete e… prosumers.

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6 thoughts on “MARX E LA SHARING ECONOMY

  1. Commento da Facebook

    V. G.:
    Insomma mi sembra che si parli della questione, già trattata e discussa altre volte, che pone l’accento sulla cosiddetta immaterialità del lavoro la quale, secondo i teorici che la problematizzano, si porrebbe in contrasto con il lavoro materiale e, così facendo, genererebbe una falla nel sistema capitalistico. Si parte dal presupposto che essendo il lavoro immateriale, il saggio di profitto sarebbe inconsistente in quanto il lavoratore dal quale questo saggio dovrebbe essere munto, si smarcherebbe dal padrone in quanto sarebbe capace di creare lavoro senza capitale. La rete e i vari contenitori virtuali in essa contenuti sarebbero quindi il luogo fisico entro il quale le persone potrebbero lavorare senza generare un profitto per il capitalista. Quindi la rete sarebbe un luogo di proprietà di nessuno, secondo loro. La qual cosa contrasta con la situazione attuale, l’accesso alla rete, infatti, si paga e la rete ed i suoi contenitori sono controllati da persone fisiche che detengono il potere su di essa, quindi si pone il problema della proprietà dei mezzi di produzione. Oltre a questo problema, però, esiste il problema del rapporto sociale che a quello della proprietà è intimamente connesso. Infatti i prodotti che io scambio con denaro sono prodotti che rappresentano la possibilità che io ho avuto di capitalizzarli, e il loro scambio tramite denaro rappresenta il rapporto sociale tramite il quale io metto a profitto il mio tempo per fare altro profitto. Ossia, al fine di sopravvivere e poter acquistare altre merci, io dovrò vendere un tot di merci in un tempo adeguato alla possibilità di poter acquistare altre merci offerte dal mercato che, nel frattempo, continuerebbe ad esistere. La produzione, infatti, di beni che mi consentano di vivere deve necessariamente passare per quella fetta di mercato basata sull’accaparramento delle materie prime, quindi sulla colonizzazione di luoghi che le posseggono; inoltre il denaro risponde a particolari leggi di valore. E’ un’entità astratta che risponde a leggi le quali rappresentano, a loro volta, i rapporti di forza tra capitalisti, rapporti mediati dagli Stati, ma che possono anche smarcarsi da essi. Quante cazzate sarò stata capace di condensare in poche righe?

    Sebastiano Isaia:
    Quanto a economia di cazzate io ti batto sicuramente! Scherzo!! Penso invece che hai reso molto bene la natura complessa e labirintica della cosa. Leggerò ancora meglio dopo. Ciao!

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