SALVARE IL PIANETA! MA DA QUALE CATASTROFE ESATTAMENTE?

start-up-sole-672-291Alla vigilia del vertice parigino sulla «crisi del clima», Le Monde scrisse che il futuro del pianeta è legato all’esito di quel summit mondiale. Ho subito pensato che si trattasse di un velato suggerimento offerto a chi può permettersi il lusso di un viaggio interstellare alla ricerca di un nuovo pianeta da colonizzare, peraltro secondo gli auspici di Stephen Hawking. Si salvi chi può! E chi non può? Si arrangi! Cioè a dire continui come se nulla fosse, esattamente come ha fatto fin qui. Mi correggo: chi rimane su questo acciaccato, sbrindellato e saccheggiato pianeta è pregato di incrementare i propri consumi, perché anche la crisi dell’economia, e non solo quella dell’ecologia, reclama i propri diritti. Soprattutto in tempi di deflazione. Come nei confronti del terrorismo di matrice islamica non bisogna avere paura e occorre rivendicare e praticare il nostro stupendo e insuperabile “stile di vita”, analogamente non dobbiamo deprimerci più di tanto riflettendo sullo stato catastrofico in cui il pianeta versa, soprattutto in alcune sue regioni particolarmente sfortunate.

Detto in altri termini, oggi non è nelle nostre mani il potere di cambiare la situazione climatica, né alcun’altra situazione che riguardi le grandi questioni del nostro vivere quotidiano. Si tratta di un’assoluta impotenza? Non possiamo in alcun modo ribaltare ciò che il destino cinico e baro ci ha serbato in sorte? E poi, «nelle nostre mani» in che senso? Esattamente «nelle mani» di chi? Mi spiego meglio. Insomma, ci provo.

«Uno dei nemici da combattere è il cinismo, vale a dire la retorica secondo cui non possiamo fare niente contro i cambiamenti climatici»: così scriveva Barack Obama nel suo messaggio alla Conferenza mondiale sul clima di Parigi. Ora, che cosa possiamo fare contro i cambiamenti climatici? Ma “fare” chi? Chi dovrebbe “fare” qualcosa? Le imprese? Gli Stati, i singoli consumatori? Chi è o dovrebbe essere il soggetto della sempre più urgente “rivoluzione ambientale”? Ma davvero il mondo si divide, sul terreno del cosiddetto rispetto ambientale, fra buoni e cattivi, fra chi vuole salvare la Terra (da quale nemico?) e chi vuole invece continuare a distruggerlo seguendo l’imperativo categorico del profitto? Tendo a escluderlo. “Buoni” e “cattivi” condividono infatti la stessa “filosofia” di fondo: il Capitalismo è il solo mondo possibile. Certo, un po’ per tutti si pone poi il problema di come renderlo «meno imperfetto», «meno ingiusto», «meno disumano», «meno distruttivo», «meno violento», in una sola oscena parola: «più umano». E chi non desidera di vivere in un mondo «più a misura d’uomo», e quindi anche più rispettoso dell’ambiente? E in questo lodevole sforzo le ricette abbondano, come le scuole di pensiero: diversamente sviluppiste, decisamente decresciste, neomalthusiane, negazioniste («niente prova il rapporto tra i cambiamenti climatici e l’attività umana») e così via. C’è una merce ideologica buona per ogni palato, per ogni tendenza culturale, per ogni stile di vita.

Scrive Naomi Klein, star dell’ecologismo “radicale” e sotterranea ispiratrice di Papa Francesco in materia di “teologia ecologica”: «Il cambiamento climatico è una crisi morale perché ogni volta che governi di nazioni ricche non agiscono, è trasmesso il messaggio che noi del Nord globale stiamo mettendo la nostra comodità immediata e la nostra sicurezza economica davanti alla sofferenza e alla sopravvivenza dei più poveri e più vulnerabili del pianeta. È per questo che ho aderito al movimento per la giustizia climatica. Perché quando i governi e le imprese non agiscono in un modo che rifletta il valore di tutta la vita sul pianeta, devono essere contestati» (1). Pare che la Cina e l’India siano riluttanti, per così dire, dinanzi alla richiesta fatta loro soprattutto dai ricchi Paesi del Nord (soprattutto europei), di ridurre drasticamente l’uso del carbone come fonte energetica industriale primaria: anche questi due giganti geosociali fanno dunque parte del «Nord globale»? Io parlerei di Capitalismo mondiale, e basta. Lo so, la cosa può suonare un po’ retrò e semplicistico ai sofisticati padiglioni auricolari degli intellettuali, e tuttavia! In attesa che «i governi e le imprese» agiscano «in un modo che rifletta il valore di tutta la vita sul pianeta» (ma si può essere così ingenui e politicamente sprovveduti?), io mi tengo le mie vetuste categorie politico-sociologiche.

«Com’è difficile avere delle opinioni senza che queste si trasformino nel fare il tifo per una parte o per l’altra perdendo in realtà la capacità di discernere e di cambiare idea. Questo incarnirsi dei giudizi per me rallenta il progresso intellettuale». Sante parole! Ma con chi ce l’ha, nella fattispecie, Michele Governatori, economista esperto in fonti energetiche? Se la prende con la tifoseria anti-profit: «Un articolo di Maria Rita D’Orsogna sul Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2015 parla di terremoti causati da attività di estrazione del gas nella regione di Groningen in Olanda, e racconta come in più casi le società d’estrazione abbiano accettato di rimborsare i danni e di come gli abitanti della zona abbiano vinto a settembre una class action che comporterà rimborsi enormi. Non ho studiato i fatti di cui parla la D’Orsogna, ma non ho motivo di ritenere che le cose non stiano così. Però mi dispiace che la D’Orsogna nello stesso articolo si autoghettizzi chiarendo da che parte sta ideologicamente, quando sintetizza che il (o un) problema dei petrolieri è che pensano solo a “massimizzare gli introiti”. Ma che vuol dire? Sarebbero più gradevoli i terremoti con dei petrolieri che guadagnassero un po’ meno o trivellassero per passione? Ma dove sta scritto che se vuoi la tutela dell’ambiente devi anche avercela col profitto? E se io pensassi che i petrolieri fanno benissimo a cercare di massimizzare gli introiti ma che i Governi e le agenzie indipendenti di controllo debbano lottare per porre tutti i vincoli che lo stato dell’arte delle conoscenze gli suggeriscano come appropriati? Il problema non è la ricerca del profitto dei petrolieri, ma la capacità degli attori istituzionali di far emergere e quantificare correttamente gli interessi opposti, senza commistioni di interessi. Il problema è la forza delle istituzioni e la trasparenza della loro dialettica. Mi chiedo, in conclusione: se uno stigmatizza il profitto, come pensa di migliorare il mondo, facendo l’elettroshock alla gente che naturalmente lo persegue? Se uno invece accetta e incoraggia il profitto può aspirare a uno Stato forte, ma non paternalista, che non fa un’inutile morale alla gente, ma ne difende i diritti massimizzando nel contempo le risorse per farlo». Così parla il liberista socialmente responsabile! Il liberista che ovviamente difende l’“umana” ricerca del massimo profitto, senza tuttavia dimenticare l’esistenza di compatibilità generali, sociali e ambientali, che vanno tenute in seria considerazione, certo, anche da parte di «uno Stato forte, ma non paternalista». Lo statalista incallito, viceversa, sogna di massimizzare l’intervento del Moloch in ogni aspetto della prassi sociale, anche se ciò dovesse calpestare gli interessi di qualche riccone; per lui anche l’inquinamento “pubblico” è da preferirsi senz’altro a quello “privato”.

Un altro esempio di liberismo “con la testa sulle spalle” ci è offerto da un editoriale pubblicato sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, una vera e propria fucina di pensiero liberale/liberista: «Come negli anni precedenti, anche questa volta è l’ultima occasione per salvare il mondo; e, come nel passato, i paesi aderenti si presentano uniti nelle promesse ma divisi negli impegni concreti. […] Ammesso che sia effettivamente necessario uno sforzo coordinato per tagliare le emissioni, la pretesa di guidare tale processo rischia di determinare – come è già stato nel passato – enormi sperperi di denaro pubblico, e al tempo stesso di rallentare o impedire l’innovazione. Lo dicono i fatti: a dispetto delle decine di miliardi di euro che sono state spese su base annuale per i sussidi alle fonti rinnovabili, il maggiore contributo al loro contenimento, a livello globale, è arrivato da una direzione nella quale nessuno guardava: un po’ dalla rivoluzione dello shale gas, un po’ dalla diffusione delle tecnologie digitali. È la distruzione creatrice del mercato, e non la solerzia burocratica, che sta dando il maggior sostegno alla sostenibilità ambientale. Tutto questo dovrebbe suggerirci che, se vogliamo davvero perseguire la decarbonizzazione di lungo termine dell’economia, allora dobbiamo lasciare che siano gli “spiriti animali” della concorrenza, del progresso e dell’innovazione tecnologica a lavorare per noi. Finché continueremo a pensare che, per salvare il mondo, dobbiamo affidarci all’intervento pubblico nell’economia, è improbabile che riusciremo a sconfiggere il riscaldamento globale. In compenso, è sicuro che affonderemo la libertà economica». Solo la libera iniziativa capitalistica è in grado di risolvere efficacemente le magagne che essa stessa crea sempre di nuovo: un classico del pensiero liberale. Come stanno le cose per chi scrive?

Più che rispondere all’impegnativa domanda mi limito a una secca considerazione, che certo non sorprenderà chi conosce la mia bizzarra “concezione del mondo”. Al netto di (oggi improbabili) sconvolgimenti rivoluzionari la situazione si pone ai miei occhi in questi semplici, e spero non troppo semplicistici, termini: tutto è nelle mani del vigente sistema di potere mondiale, ossia nella capacità/possibilità /interesse delle classi dominanti del pianeta di coniugare la sacra legge del profitto, il solo principio che, in ultima analisi, informa la prassi economica e che impregna di sé le stesse relazioni fra gli individui, con la “sostenibilità” sociale e ambientale del pianeta. Punto. E basta? La miopia non mi permette di guardare più lontano!

Una volta Marx disse che la bestia capitalistica, se lasciata a se stessa, se messa nelle condizioni di portare fino alle estreme conseguenze i suoi istinti sociali (“animali”) più genuini, nell’arco di un periodo relativamente breve avrebbe provocato l’estinzione (per supersfruttamento, per consunzione materiale e “spirituale”) di quella classe che pure le permette tutti i giorni di nutrirsi. Di qui, soprattutto, quella legislazione sul lavoro che lo Stato borghese è stato costretto (anche sotto la sferza delle lotte operaie: eterogenesi dei fini o maligna dialettica del Dominio?) a introdurre proprio per tutelare il vitale “capitale umano”, il cui sfruttamento realizza appunto il fondamento del rapporto sociale capitalistico (2). In questo senso lo Stato difende gli interessi generali della classe dominante, la quale assume l’aspetto e la realtà di una compatta e unitaria soggettività sociale solo nei momenti eccezionali: in primis in tempi di guerra e di rivoluzioni. Il conflitto interno a quella classe in vista  della spartizione del bottino o per questioni di potere politico (leggi, anche, geopolitica) è la regola, e in questo senso Hegel parlò della «società civile» come la dimensione degli interessi materiali, una realtà molto affine al mondo hobbesiano. La dialettica con cui il Leviatano (il cosiddetto decisore politico) è chiamato a confrontarsi è quella che ha come suoi poli in tensione l’interesse immediato delle varie fazioni che compongono la classe dominante, da una parte; e l’interesse generale e strategico di quella stessa classe, dall’altra.  Questa dialettica fra interessi immediati e interessi strategici di lungo respiro va vista anche in una dimensione globale e mondiale, e non a caso prima evocavo, en passant, la geopolitica. Ciò che Marx osservava a proposito della risorsa “umana” vale, mutatis mutandis, per la risorsa “natura”.

Com’è noto, i capitalisti sfruttano il “capitale umano” non per inquinare la terra, l’aria, il cielo, i mari, i fiumi ma per ottenere un profitto: se essi riuscissero nella misericordiosa impresa di smungere plusvalore alla vacca salariata senza produrre nocive emissioni di gas, senza generare velenosi scarti industriali e senza adoperare materie prime inquinanti (anche durante la loro estrazione: vedi il petrolio), o che distruggono preziose risorse alimentari (vedi il biogas), tanto di guadagnato! Tutti sogniamo uno sfruttamento del “capitale umano” a impatto ambientale zero! Il Sole può dunque sorridere, oltre che ai militanti green, anche al saggio del profitto? È una questione puramente economica, una questione di “costi relativi”. Marx direbbe (forse): «Si tratta di vedere come la composizione organica (la dialettica fra tecnologica e forza lavoro) del capitale impatta sul saggio del profitto». Ciò che oggi si mostra essere antieconomico (sempre dal punto di vista dell’investimento capitalistico, perché di questo stiamo parlando), domani può rivelarsi economicamente sostenibile. All’origine c’è sempre la sostenibilità economica delle scelte. Se il Sole ride, anche il Capitale (se la) ride! Inquinante o pulita che sia, l’importante è che la produzione acchiappi il profitto!

Senza contare che l’obiettivo della Qualità Totale (del prodotto, dei materiali, delle tecnologie, delle energie, dell’organizzazione del lavoro e della distribuzione) è oggi al centro della competizione capitalistica mondiale, almeno nei segmenti più avanzati del mercato (a tal riguardo la vicenda Volkswagen dovrebbe dirci qualcosa); al centro del processo di concentrazione delle attività industriali. La Qualità Totale è uno standard capitalistico che fa – e soprattutto farà nel prossimo futuro – molte vittime. Ne beneficerà anche il clima terrestre? Può darsi, ma solo come effetto collaterale. Scrive Dario Fabbri su Limes: «La conferenza sul cambiamento climatico in corso a Parigi (Cop21) probabilmente non produrrà un accordo soddisfacente, ma paleserà l’accresciuta consapevolezza dei governi internazionali in materia di inquinamento e di qualità della vita». Lettore di poca fede ambientalista o di orientamento schiettamente catastrofista, ti pare poco? Ancora Fabbri: «Non solo. Il progresso tecnologico ha reso la cosiddetta energia pulita nettamente più accessibile. Dal 2008 il costo di un pannello solare è diminuito dell’80%, al punto che il Bangladesh spera di diventare entro il 2020 la prima nazione “solarizzata” del mondo». Quanto mi piace il Capitalismo solarizzato!

«Nell’aprile del 2001, di fronte allo Science Committee della Camera dei deputati degli Stati Uniti, Frank Ingriselli, manager della Texaco, tracciò un collegamento fra i cambiamenti in corso sia nell’economia globale sia nella società e l’avvento dell’era dell’idrogeno, osservando che “il movimento ambientalista, l’innovazione e le forze del mercato stanno modellando il futuro del nostro settore, spingendoci inevitabilmente verso l’energia dell’idrogeno”, e avvertendo che “chi non seguirà questa tendenza, sarà destinato a pentirsene”» (3). Nelle parole del manager della Texaco si coglie molta fiducia nella dinamica «società civile» americana. Poi venne la devastante crisi del 2007 e negli Stati Uniti la «rivoluzione dell’idrogeno» passò di moda, mentre si moltiplicarono gli sforzi per sviluppare una più economicamente efficiente tecnologia estrattiva in grado di produrre petrolio cosiddetto non convenzionale trattando le sabbie bituminose, le materie prime vegetali (biocarburante) e le rocce porose sedimentarie (si tratta del micidiale fracking, frantumazione idraulica delle rocce). (Nel 2008 il prezzo/barile del greggio toccò il picco massimo di 147 dollari). Ma nulla (salvo il calcolo economico!) osta a che la rivoluzione energetica tanto auspicata da Rifkin riprenda nuovo vigore, più risoluto slancio.

«“Vorrei colonizzare Marte e anche salvare la Terra. Un obiettivo non esclude l’altro”, dice a bassa voce Elon Musk di fronte agli studenti della Sorbona. La sua società astronautica Space X fornisce i razzi alla Nasa e fa concorrenza all’Ariane europeo. Alla Sorbona, Musk chiede di accelerare la transizione dalle energie fossili (carbone, petrolio, gas) alle rinnovabili (solare, eolico, geotermico etc.). In che modo? “La carbon tax resta una buona idea, bisogna tassare le forme di energia che comportano l’immissione di carbonio nell’atmosfera. Le industrie fondate sull’energia fossile godono di un ingiusto vantaggio competitivo, hanno una specie di aiuto di Stato nascosto, perché lo Stato non fa pagare loro l’inquinamento. È come se i cittadini non pagassero la tassa comunale sui rifiuti”» (4). Voglio essere sincero fino alla brutalità e all’infrazione del Codice Etico: quando sento parlare di tasse in generale e della carbon tax in particolare, il mio tasso di antistatalismo congenito raggiunge livelli inarrivabili. I padroni più o meno tecnologicamente avanzati si fanno concorrenza sulla pelle della capacità di spesa del povero consumatore, chiamato a consumare di più, certo, ma con “responsabilità”, con una maggiore “sensibilità ecologica”, con un maggior rispetto per la “casa comune” chiamata Terra. Insomma, una truffa ideologica colossale. La richiesta di tasse intese a penalizzare il “consumo ecologicamente scorretto” («più inquini, più paghi!») è una di quelle cose che induce a pensare, soprattutto da parte degli strati sociali economicamente “più disagiati”, che l’ideologia ecologista sia in realtà un lusso e una moda per chi non ha problemi di spesa.

I Paesi cosiddetti in via di sviluppo non ci stanno a recitare la parte dei nemici del pianeta e delle future generazioni: «Il premier indiano, Narendra Modi, ha puntato il dito contro le nazioni ricche che devono assumersi più responsabilità nella lotta ai cambiamenti climatici e, pur riconoscendo la necessità di affrontare la problematica del global warming, ha avvertito: “Il cambiamento climatico non l’abbiamo prodotto noi. E i Paesi poveri hanno il diritto di continuare a usare il carbone se questo serve a far crescere le loro economie. Sarebbe eticamente sbagliato scaricare il peso di ridurre le emissioni sui Paesi in via di sviluppo come l’India. Gli stili di vita di pochi non devono eliminare le opportunità dei tanti ancora ai primi passi della scala dello sviluppo”. Il timore dei Paesi in via di sviluppo che la lotta al degrado ambientale globale possa compromettere le proprie possibilità di crescita economica e di raggiungimento di più elevati standard di vita per le proprie popolazioni, timore che ha accompagnato anche le altre conferenze mondiali relative a questioni ambientali svoltesi nel corso degli anni, costituisce un ostacolo importante nell’ambito del raggiungimento di un accordo globale sul clima, accordo assolutamente indispensabile se si vuole evitare la distruzione del nostro pianeta» (5). Qualcuno nei «Paesi in via di sviluppo» parla apertamente di imperialismo ecologico, e accusa il «movimento per la giustizia climatica» di fare solo gli interessi dei Paesi che hanno da tempo conseguito una condizione di benessere generalizzato anche grazie allo sfruttamento coloniale di uomini e risorse naturali da loro perpetrato nei secoli passati ai danni del Sud del mondo. L’ecologismo è un lusso che i cosiddetti PVS (o «emergenti») non possono permettersi?

Forse il Generale Fabio Mini ha ragione: «Il conflitto fra chi aspira al benessere e chi difende il proprio è il paradigma di questo secolo. La manipolazione dell’ambiente ne è il fronte centrale. Da Cartagine all’Iraq, via Vietnam, si distrugge la natura per annientare il nemico. E se stessi» (Limes). Mentre ci apprestiamo agli scongiuri di rito, e culliamo l’idea che in ogni caso la catastrofe definitiva non ci riguarda, qui ci pare proprio il caso di scomodare due vecchie categorie marxiste ancora in grado di dirci qualcosa di essenziale: competizione capitalistica mondiale e sviluppo ineguale del Capitalismo. Dal proprio capitalistico punto di vista, non c’è singolo capitalista, non c’è singolo Paese e non c’è agglomerato continentale che non abbia ragione, magari contro la ragione altrettanto capitalisticamente legittima della concorrenza. Ci si muove insomma dentro un circolo vizioso? Più che vizioso, il circolo mi sembra innanzitutto capitalistico, appunto. I decisori politici sono chiamati a operare nel quadro di questo circolo segnato dalla disumanità dei vigenti rapporti sociali. Ci muoviamo all’interno di uno spazio che limita fortemente le nostre scelte, la nostra autonomia decisionale, la quale è largamente e sostanzialmente predeterminata da una prassi sociale che non controlliamo e che, viceversa, ci controlla e ci determina almeno per ciò che riguarda l’essenziale. È un invito al suicidio? No, è un invito alla riflessione. («Appunto!»).

Sette miliardi di persone, un solo pianeta (troppo poco per l’insaziabile fame del Moloch?), un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (quello capitalistico, c’è bisogno di dirlo?): è questa la complessa equazione sociale che oggi ci troviamo dinanzi.

Chi scrive ha la soluzione in tasca? Magari! Concorrerei volentieri al Premio Nobel per la pace! Rifletto, ecco tutto, cerco di capire come stanno davvero (alla radice) le cose, soprattutto per evitare di rimanere vittima della propaganda mainstream, di “destra” o di “sinistra” che sia, su ogni aspetto della nostra esistenza, e di lasciarmi intruppare in certi movimenti «per la giustizia climatica» che si compiacciono della loro funzione di ”utile stimolo”, di “efficace pungolo” nei confronti dei «leader mondiali». Cerco di opporre una qualche resistenza alla Grande Corrente che tutti – ho detto tutti – ci trascina. Lo so, è poco, dovrei impegnarmi di più, ma dopotutto non si vive di sola rivoluzione sociale. Primo: non farsi dominare la testa dal nemico. È la mia idea di realpolitik.

Insomma, al netto della rivoluzione sociale anticapitalistica, oggi sempre più necessaria e, al contempo, sempre più fantascientifica (quasi quanto lo è l’idea di un viaggio umano interstellare!), le sorti del pianeta sono nelle mani del Capitale. E fare gli scongiuri non serve a niente. (Qui con «Capitale» ho inteso sintetizzare una complessa dialettica sociale, di respiro mondiale, che investe anche la cosiddetta sovrastruttura politica).

«Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, da lui ben conosciuto, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà» (6). Oggi l’homo economicus, «l’uomo che non è ancora un essere umano» (Marx) non controlla più con la propria testa e con le proprie mani il Moloch che pure esso stesso crea sempre di nuovo, peraltro con l’ausilio di mezzi tecnici e organizzativi sempre più razionali, scientifici – a dimostrazione che nella società classista l’intelligenza deve piegarsi sempre e puntualmente alle necessità dell’economia e del potere: vedi le carneficine belliche del XX secolo. Di qui, per riprendere la citazione marxiana, la necessità di umanizzare scopo (vendere merci e servizi per realizzare un profitto o esclusivamente per soddisfare i molteplici bisogni umani?), modo di operare (nella produzione come nella distribuzione dei prodotti del lavoro) e volontà. Scriveva Simone Weil: «Tutti i problemi della tecnica e dell’economia debbono essere formulati in funzione di una concezione generale circa le migliori condizioni possibili del lavoro. Una tale concezione è la prima norma; tutta la società dev’essere anzitutto costituita in modo che il lavoro non tenda a degradare coloro che lo compiono. Non basta evitare le loro sofferenze, bisognerebbe volere la loro gioia» (7). È precisamente di questa volontà che parlo. Una volontà sociale incompatibile con il regime capitalistico. Questo, beninteso, se si desidera (se si vuole) una comunità umanamente sostenibile, ossia un’esistenza affrancata dalla disumana necessità di far quadrare i conti al Capitale, pubblico o privato che sia. Tutto il resto è amministrazione capitalistica degli individui e della natura, comprese le manifestazioni degli amici della Terra tese a ricordare «ai leader mondiali», questi padri cattivi, che abbiamo un solo pianeta (basterà?) e che ci rimane pochissimo tempo per evitare la catastrofe ecologica. Credere che la politica del “male minore” («almeno quella!») sia nella nostra (“decisori politici” compresi) disponibilità è una pia illusione che bene illustra la nostra condizione di assoluta impotenza sociale.

Ecco come Pascal Acot tratteggiava la distinzione tra il pensiero tradizione circa i problemi dell’ambiente e delle risorse naturali e il punto di vista ecologista: il primo «suggerisce l’opportunità di tentare di gestire la natura in funzione dei bisogni di sviluppo dell’uomo, e di tendere, quindi, al dominio scientifico dell’ambiente, considerando così la natura come “mezzo”, e non come “fine in se stesso”; l’ideologia ecologista, nel suo insieme, esprimerà l’idea di una subordinazione inversa. Si tratterà dunque di adattare le attività umane alle esigenze “oggettive” dell’ordine naturale, piuttosto che di piegare questo ordine ai bisogni umani» (8). Come si vede, tanto il pensiero tradizionale quanto l’ideologia ecologista sorvolano completamente sulla natura sociale delle «attività umane» e degli stessi «bisogni umani», mancando quindi il punto essenziale della questione. La cosa risulta più grave per l’ideologia ecologista, che si vuole (e si crede) “critica” nei confronti del pensiero antropocentrico. Senza il controllo umano (non scientifico!) delle attività chiamate a produrre “beni e servizi” ogni esito della vicenda umana è possibile, compreso quello più infausto. Solo l’uomo umanizzato, l’uomo autenticamente libero perché in grado di padroneggiare la propria esistenza, l’«uomo in quanto uomo» della migliore filosofia mondiale (religioni comprese): solo l’uomo, dicevo, può fare dell’Astronave Terra, come si diceva negli anni Settanta, un luogo in grado di armonizzare la presenza umana con i bisogni delle altre creature. «L’inconveniente d’una situazione di schiavitù è quello di essere tentati di considerare come realmente esistenti esseri umani che sono una pallida ombra nella caverna» (9). Si tratta di uscire dalla metaforica caverna. «Come?». Si pretende troppo da me!

Una volta il “mitico” Henry Kissinger disse: «Chi controlla il cibo controlla le popolazioni; chi controlla l’energia controlla le nazioni; chi controlla i soldi controlla il mondo». In questo raffinatissimo ragionamento l’uomo dov’è? Non c’è: appunto!

(1) N. Klein, Sinistrainrete.
(2) È qui appena il caso di osservare che la legislazione tesa a tutelare il lavoro salariato da uno sfruttamento distruttivo non è una conquista definitiva, come dimostrano anche le “riforme strutturali” in materia “lavoristica” che sono all’ordine del giorno in tutti i Paesi occidentali.
(3) J. Rifkin, Economia all’idrogeno, pp. 216-217, Mondadori, 2002.
(4) Il Corriere della sera, 4 dicembre 2015.
(5) V. D’Onofrio, Notizie Geopolitiche, 3 dicembre 2015.
(6) K. Marx, Il Capitale, I, p. 213, Editori Riuniti, 1980.
(7) S. Weil, La condizione operaia, pp., 293-294, SE, 1994. Anche grazie al pessimo esempio offerto dalla Russia stalinista degli anni Trenta, Paese a Capitalismo di Stato che praticava e santificava lo sfruttamento intensivo dei lavoratori (vedi lo stacanovismo), l’intellettuale francese spezzò lo stretto e profondo legame che stringe insieme le forme tecno-scientifiche della produzione e il rapporto sociale capitalistico. Come altri intellettuali umanamente sensibili del suo tempo, anche profondamente influenzati dagli scritti di Marx (in qualche modo da essi coinvolto nel disastro “comunista”), Simone Weil elaborò un concetto di Civiltà industriale (o sistema autoritario delle macchine e dell’organizzazione del lavoro) che prescindeva dalla – supposta – divisione del mondo in Paesi capitalisti e Paesi socialisti. «Una fabbrica è esattamente fatta per produrre. Gli uomini son là per aiutare le macchine a far nascere ogni giorno il più gran numero possibile di prodotti ben fatti e a buon mercato. Ma d’altra parte, quegli uomini sono uomini; hanno bisogni, aspirazioni da soddisfare che non coincidono necessariamente con le necessità della produzione e anzi, in realtà, quasi sempre non vi coincidono affatto. È questa una contraddizione che il mutamento di regime non eliminerebbe. Ma noi non possiamo ammettere che la vita degli uomini sia sacrificata alla fabbricazione dei prodotti. Se domani i padroni saranno cacciati, se si collettivizzassero [qui l’allusione all’Unione Sovietica è abbastanza esplicita] le fabbriche, ciò non muterà in nulla questo problema fondamentale» (p. 233); «Che il direttore di Rosières [si tratta di officine meccaniche] sia agli ordini di un amministratore delegato o agli ordini di un “trust di Stato” sedicente [brava!] socialista, la sola differenza consisterà in questo: che nel primo caso la fabbrica, la polizia, l’esercito, la prigione, ecc. saranno in mani diverse, e, nel secondo caso, nelle medesime mani. L’ineguaglianza nei rapporti di forza non sarebbe quindi diminuita, bensì accentuata» (p. 159). Spero di ritornare su questo importante tema.
(8) P. Acot, Storia dell’ecologia, p. 192, Lucarini, 1989.
(9) S. Weil, La condizione operaia, p. 70.

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4 thoughts on “SALVARE IL PIANETA! MA DA QUALE CATASTROFE ESATTAMENTE?

  1. Commenti da Facebook:

    G. S:
    Mi trovo d’accordo sostanzialmente con il post. Un solo appunto: cosa intendi per uomo? Si può distinguere l’uomo dal suo far parte di un ecosistema?
    L’ecologia si interessa proprio di ciò che, apparentemente non umano, è basilare affinché ci sia ‘uomo’. La prima alienazione è proprio nella separazione dal nostro essere animali (secondo Horkheimer e Adorno, “il fondo inalienabile dell’antropologia occidentale”). Volevo solo dire che nell’ecologia l’uomo c’è, considerato però a partire dal suo essere animale, quindi legato all’ambiente.
    P. M:
    D’accordo sul versante antropologico/ecologico, ma… non penso fosse questa l’accezione in cui Sebastiano Isaia intendeva l’espressione uomo.
    Sebastiano Isaia:
    Ciao G. Come suggeriva Pascal parlo di “uomo” in un’accezione storica-sociale-filosofica che non nega affatto la profonda e vitale relazione uomo-natura; essa nega piuttosto alla società classista in particolare, e alla vigente società classista in particolare la possibilità di una vita autenticamente umana. Per mutuare Adorno («Non si dà vera vita nella falsa»), non ci può essere vera umanità in una società disumana. In questo senso il post di cui si parla riformula il problema ecologico in termini essenzialmente storico-sociali, e non genericamente antropologici. Ti ringrazio per l’attenzione e per la riflessione. Ciao!

  2. Sei sempre esauriente, e nella catastrofe prevedibile dimostri una pacata saggezza.Forse l’umana redenzione possiamo trovarla solo nella francescana letizia. Ti leggo sempre con cordialissima simpatia, BUON NATALE

  3. Pingback: APPESI ALLE OPPOSTE “EVIDENZE SCIENTIFICHE”. Una questione di metodo a proposito di global warming. | Sebastiano Isaia

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