MORTO UN (RIDICOLO) MITO SE NE INVENTA UN ALTRO!

7862538873441967Luca Mastrantonio definisce «socialismo magico» il regime chavista che si radicò in Venezuela dopo le elezioni del 2007 e che sembra essere morto con le elezioni del 2015. In effetti, il “socialismo del XXI secolo” in salsa chavista aveva qualcosa di magico, nel senso che solo in virtù di categorie mutuate dal pensiero magico è possibile definire “socialista” il regime che prese il nome del defunto caudillo, nonché ex militare golpista, di Caracas. E giusto degli intellettuali “marxisti”, avvezzi a definire socialista qualsiasi misura economico-sociale statalista e qualsiasi personaggio che si definisce appunto “socialista” e che è in grado di balbettare i sacri nomi di Marx, di Lenin e (udite, udite!) di Trotsky (ma anche quelli di Mao e di Gramsci); dicevo solo personaggi di tal infido conio oggi possono piagnucolare sulla disfatta elettorale di Maduro. Vedremo tra poco qualche spassoso esempio.

Interessante è la definizione che Mastrantonio ci offre del chavismo: «Un mix di marxismo post coloniale e di culto della personalità, quella carismatica di Chávez. Un “socialismo magico” che ha mantenuto poco di quello che aveva promesso, soprattutto rispetto alle risorse che aveva a disposizione (giacimenti petroliferi, consenso ben organizzato), e che ha potuto contare sulla facile demagogia anti-nordamericana (dalla Russia all’Iran). Non a caso, i più accaniti e ciechi sostenitori del chavismo non erano gli intellettuali e gli scrittori sudamericani. No. Il chavismo spopolava fuori dal Sudamerica, tra i radical Usa come Noam Chomsky e Oliver Stone. In Italia, per esempio, piaceva ad Antonio Negri e Gianni Vattimo (ma pure alla destra nazionalista, e a vaste aree dell’antipolitica Cinque Stelle). Per loro, orfani di una Cuba scesa a miti consigli con Washington, il Venezuela era l’ultima nave battente bandiera rossa. Ma era una nave crociera, per nostalgici della rivoluzione. Che c’è stata, e ha fallito». Mi permetto di dissentire su quest’ultimo punto: in Venezuela la «rivoluzione» non ha avuto modo di fallire semplicemente perché essa non ha messo i piedi sul suolo venezuelano. Evocando l’uomo coi baffi che, più o meno segretamente, piace assai agli intellettuali “marxisti” e ai socialnazionalisti, la rivoluzione sociale in Venezuela (e peraltro ovunque nel mondo) Addavenì! Si spera! Certo, si può sempre inventarne una ogni venti o trenta anni, che problema c’è? Morta una “originale esperienza rivoluzionaria” se ne inventa un’altra!

Stessa cosa vale, ovviamente, per ciò che viene venduto all’opinione pubblica per “socialismo”. Ma è, questa, un’ovvietà che non ha alcun peso presso gli intellettuali, “marxisti” o “antimarxisti” che siano, che scrivono sui “giornaloni”, che sono saggisti di successo (che invidia!), che parlano dai pulpiti televisivi, che orientano politicamente e ideologicamente la cosiddetta opinione pubblica. Leggiamo cosa diceva ad esempio Toni Negri nel 2007: «Per me è molto interessante vedere come si sviluppa questo processo rivoluzionario, che dà il potere al popolo. Il nemico si può sconfiggere solo con la lotta di classe. Voi lo chiamate socialismo, io lo definirei comunismo». L’intellettuale padovano è sempre un passo avanti agli altri! In direzione di clamorosi errori? Non importa: comunque sia egli è sempre all’avanguardia, sempre pronto a regalare alle classi subalterne del pianeta qualche perla di saggezza rivoluzionaria. Anche Slavoj Žižek, che pure nutriva qualche dubbio sulla politica estera chavista («La sua politica estera è in qualche misura una catastrofe. Il suo approccio verso l’Iran e la Bielorussia è folle»), teneva in gran considerazione il caudillo venezuelano come credibile alternativa alla «Terza Via di Blair e Zapatero». Se le cose non stanno così, diceva l’intellettuale sloveno, «Fukuyama, quell’idiota che ha pensato che la storia fosse già finita, avrebbe avuto ragione». E noi non vogliamo darla vinta a Fukuyama, nevvero? Certo, l’alternativa concepita da Žižek mi va un po’ stretta ma posso sempre dar fondo al mio proverbiale realismo politico pur di non darla vinta alla storiografia degli idioti. Si tratta a questo punto di capire da quale parte stia la stupidità. Il lettore sta forse pensando a me? Questo non l’avevo mica previsto!

Scriveva Pino Buongiorno all’apice del successo chavista: «Questa corsa di tanti intellettuali a vedere in Chávez l’ultimo eroe se non addirittura il profeta della sinistra antimperialista, invece che un despota, lascia letteralmente senza parole uno dei filosofi più stimati in Venezuela, Massimo Desiato, già docente all’Università cattolica Andres Bello e firma domenicale di spicco del quotidiano El Nacional.”Ho cambiato il mio giudizio su Vattimo e su molti altri pensatori europei che appoggiano Chávez senza poi pagare sulla propria pelle le conseguenze del suo modo di governare. Chávez si trasforma per Vattimo, Negri e tanti altri in un simbolo e in un sintomo. Il simbolo della rivoluzione perenne e il sintomo della vecchiaia di questi intellettuali”» (Panorama). Sapete, i sicofanti della borghesia odiano a morte il «processo rivoluzionario che dà il potere al popolo». E poi chi è Massimo Desiato per giudicare il turismo antimperialista di certi attempati rivoluzionari?

È relativamente facile mandare avanti il «socialismo petrolifero» quando il prezzo del petrolio garantisce al regime una rendita annua assai cospicua (oltre metà delle entrate statali sono dati dalle attività petrolifere); le cose cambiano drammaticamente quando il prezzo/barile tocca i 40 dollari e rischia di precipitare ancora più in basso. Scrivevo un anno fa: «Anche altri Paesi produttori di petrolio masticano amaro dopo la rapida discesa del prezzo/barile, che nel 2008 ha toccato il picco massimo di 147 dollari, una vera pacchia per i regimi che usano la rendita petrolifera soprattutto in chiave di stabilità politico-sociale: vedi il “socialismo petrolifero” di marca venezuelana tanto decantato anche dal sinistrismo italiano, il quale evidentemente simpatizza per l’assistenzialismo clientelare di massa con caratteristiche latino-americane. Il bilancio statale del Venezuela fissa una soglia di 60 dollari/barile per la mera sopravvivenza della popolazione, mentre per implementare un serio programma di investimenti tesi al miglioramento delle infrastrutture e dei servizi sociali non si può scendere sotto ai 100 dollari/barile. L’uso (produttivo/improduttivo) della rendita petrolifera è forse il maggior nodo gordiano che la classe dominante venezuelana è chiamata a tagliare quanto prima per salvare il Paese dal disastro economico» (Il punto dal fronte petrolifero)*.

C’è anche chi “da sinistra” rimprovera al Comandante Eterno «l’errore politico» di non aver voluto costruire il «vero socialismo», quello «scientificamente fondato da Marx»: come se Chávez avesse mai avuto, in questa o in un’altra vita, una seppur vaga idea del «socialismo scientifico» di Marx! Il lettore potrebbe a questo punto obiettarmi le letture chaviste delle opere di Vattimo e di Negri. Appunto!

Quei rimproveri naturalmente la dicono lunga non sulla debolezza del pensiero “socialista” del defunto Comandante, o sulle sue supposte intenzioni (il più delle volte mere proiezioni di altrui illusioni), ma sulla qualità del «socialismo scientifico» dei suoi critici. «Il presidente Nicolas  Maduro, sembra inoltre non aver nemmeno compreso la gravità di questo trionfo terribile della borghesia sul proletariato, infatti ha dichiarato che: “in Venezuela ha vinto la democrazia e la costituzione”. Questo denota una totale incomprensione della lotta di classe» (Red Militant). Insomma, i socialisti rigorosamente scientifici rimproverano a due personaggi che con il socialismo e con la lotta di classe rivoluzionaria non hanno mai avuto nulla a che spartire di non aver voluto [sic!] o saputo [strasic!] fare né il socialismo né la lotta di classe: cose dell’altro mondo! Mi correggo: cose di questo escrementizio mondo. Le aspettative e le pretese dei socialisti rigorosamente scientifici spesse volte precipitano nel ridicolo.

C’è poi il solito filosofo “marxista” di successo (avete già capito: trattasi di Diego Fusaro) che producendosi in un «elogio del chavismo» cerca, per l’ennesima volta, di sdoganare il proprio socialsovranismo (coda di paglia?): «Il chavismo ha svolto una funzione benemerita, mostrando la via anche all’Europa alla mercé delle banche e della monarchia del dollaro: ha insegnato a tutti noi la necessità di coniugare nazione e democrazia, falsificando in atto l’equazione che identifica la nazione con la destra e con il fascismo. La nazione, nel tempo dell’internazionale finanziaria e liberista, può e deve costituire il vettore della democrazia e dell’emancipazione, garantendo, per mezzo dello Stato, diritti sociali e civili inaccessibili per le leggi del do ut des mercatistico. Il superamento degli Stati nazionali – qualcuno ancora non l’ha capito? [Eccomi!] – non sta portando al sol dell’avvenire [davvero?], ma al dominio monocratico del sistema internazionale delle banche e del capitale finanziario. Chavez l’aveva pienamente capito: e aveva capito che il solo modo per continuare oggi nella lotta che fu di Marx contro il classismo planetario e contro l’alienazione che esso secerne consiste nel difendere la potenza dello Stato nazionale come fonte del primato della politica sull’economia, come forza in grado di disciplinare e regolare l’economico, come potenza capace di tutelare gli interessi dei più deboli e di garantire diritti sociali altrimenti destinati a sparire in nome della “competitività internazionale”, il dogma preferito della teologia neoliberista». In un post di qualche settimana fa avevo scherzato sull’abilità fusariana di cucinare Lenin in salsa sovranista sostanzialmente per sostenere l’imperialismo russo: «Io non sto con i buoni. Io sto con i cattivi. Io non sto con gli Stati Uniti di Obama ma con la Russia di Putin, e anche l’Europa dovrebbe stare con il “cattivo” Putin. Il mondo ha bisogno di una Russia geopoliticamente forte e militarmente autonoma». Oggi mi tocca sghignazzare su come l’intellettualone cerca di cucinare l’ubriacone di Treviri in salsa chavista (aggiungendo forse anche un pizzico di Massimo Recalcati): «Il chavismo ha insegnato, a noi europei obnubilati dall’individualismo estremo e dalle lotte iperindividuali sempre e solo per i diritti civili dell’io isolato (nel completo oblio del sociale e del tema del lavoro), la necessità di difendere i lavoratori e i diritti sociali contro la “sacra fames” del capitale finanziario globalizzato. Chavez ha continuato, a suo modo, nella lotta che fu di Marx, schierandosi in modo fermo e onesto dalla parte del lavoro e dei lavoratori». Personalmente consiglio sempre chi è in difetto di autostima di leggere le perle politico-dottrinali di Diego Fusaro. No, decisamente la lotta che fu di Chávez  «contro il classismo planetario e contro l’alienazione che esso secerne» non è una merce che potrei comprare, in questa e i nessun’altra vita. Mi pare di capire che certi intellettuali nostrani sensibili al tema della decadenza dei valori occidentali e della crisi identitaria dei giovani vedano in figure forti (virili) e carismatiche come Chávez e Putin una valida alternativa al Califfato Nero e alle ideologie dell’estrema destra populista**. «Dopo sedici anni di dominio incontrastato, il governo socialista ha registrato una pesantissima sconfitta elettorale. Diciamolo pure apertamente, senza giri di parole: è una tragedia». Può darsi. Ma tragedia esattamente per chi? Certamente non per chi scrive. Per le classi subalterne del Venezuela e del pianeta? Diciamo che nutro qualche dubbio a tal proposito.

C’è anche la sinistra rigorosamente di classe (come no!) che rimprovera al “socialismo” con caratteristiche venezuelane di non essere stato abbastanza stalinista (o fascista, o autoritario in una qualsiasi forma politico-istituzionale borghese), di essere insomma caduto nella trappola della democrazia borghese. Leggiamo e facciamoci, anche qui, quattro crasse risate: «In questo senso, a Cuba (ma non solo, c’è tutta una storia del socialismo realizzato a cui attingere) hanno sperimentato con relativo successo modelli di rappresentanza e di partecipazione alternativi alla democrazia borghese simboleggiata dalle elezioni nazionali. […].Una testa un voto è un assioma liberale che non può essere recepito tout court dal socialismo, perché non rappresenta il livello massimo di democratizzazione ma, all’inverso, è alla base del potere economico su quello politico. Insomma, per concludere questo punto, una volta avviata la strada verso il socialismo non si torna indietro, non la si certifica attraverso un passaggio elettorale basato sulle scelte dell’opinione pubblica, perché questa non è libera di formarsi ma è piuttosto il prodotto di un rapporto di forza economico» (Militant). Quando i sostenitori del «socialismo realizzato» (dalla Russia di Stalin alla Cina di Mao, dalla Jugoslavia di Tito alla Corea del Nord dei Cari e Immortali Leader, e schifezze “comuniste” di analogo conio) alludono alla «dittatura rivoluzionaria del proletariato», ancorché declinata in termini adeguati ai nostri tempi, non posso non impugnare la metaforica rivoltella e gridare, un po’ istericamente: «Stalinisti (o fascisti), non avrete il mio scalpo!». Poi penso che la cosa “classista” non è seria ma abbastanza ridicola e mi rilasso.

Questi stessi sinistri di classe oggi rimproverano al chavismo i limiti di un «progetto socialista» incentrato sulla rendita petrolifera e sul culto della personalità, e forse iniziano financo a sospettare che l’internazionalismo petrolifero venezuelano non sia stato che un onesto, anche se probabilmente un pochino velleitario, tentativo del Paese bolivariano di giocare le sue carte sul tavolo dei rapporti di forza interimperialistici, soprattutto pensando alla sua area di competenza geopolitica. Leggo: «È vero che il Venezuela ha sperimentato con l’Alba una forma di cooperazione economica con altri Stati antimperialisti [ah, ah, ah!], ma rimane una forma di relazione in cui il Venezuela ha una centralità economica derivante dal petrolio che non è stata attenuata e anzi ha reso paradossalmente gli altri paesi dipendenti dallo stesso Venezuela». Commento: ma va? Grande scoperta, non c’è che dire. Il problema, ovviamente, non sta nei “limiti” e negli “errori” del chavismo ma in chi ha dato credito al “socialismo” e all’antimperialismo di Chávez e compagni.

In tempi di devastante crisi economica le classi subalterne, la cui esistenza materiale è in gioco tutti i giorni, sono disposte a seguire ciecamente la bandiera della “rivoluzione”, rossa (vedi anche statalismo caraibico) o nera (vedi anche “islamismo radicale”) che sia, cioè a dire a mettersi nelle mani di chiunque offra loro la maligna speranza di un lavoro sicuro (o di un sussidio statale sicuro) e di una ritrovata dignità nazionale (che poi è, come sempre, la dignità dei servi): è in questo potente fatto che risiede la forza delle classi dominanti, le quali pescano sempre dal mazzo la carta vincente da giocare, almeno per un periodo di tempo. Mentre la sinistra rigorosamente di classe (come no!) piange sul chavismo versato ed è già alla ricerca della prossima «originale esperienza rivoluzionaria» (come no!), chi si sforza di elaborare un’autentica posizione critico-radicale sul capitalistico mondo che ci ospita, non può non fare i conti con la maligna dialettica del Dominio appena evocata. La cosa induce al pessimismo, me ne rendo conto; ma chiudere gli occhi dinanzi alla tragedia non serve a niente. L’ottimismo della volontà “rivoluzionaria” bisogna lasciarlo alla cosiddetta «sinistra di classe».

Concludendo (si fa per dire)! I “marxisti” occidentali hanno voluto vedere nella «democrazia partecipativa e protagonista» del regime chavista una forma originale di democrazia  “dal basso”, mentre essa corrispondeva alle esigenze di mobilitazione e di controllo sociale degli strati sociali più poveri del Paese da parte del regime. E analogamente essi hanno voluto vedere nelle mitiche Missioni create dal governo venezuelano nel 2003 il segno tangibile di una svolta radicale in senso “socialista” del Paese, mentre si trattava del modo in cui lo Stato cercava di distribuire le briciole della rendita petrolifera per mantenere e rafforzare il suo controllo sociale, da una parte, e del modo in cui Chávez cercava di consolidarsi al potere contro una mai domata opposizione politica e sociale, dall’altra. Insomma, quei personaggi per anni hanno venduto in Occidente il populismo, la demagogia, lo statalismo petrolifero e l’ambiziosa geopolitica (basata sempre sul petrolio) del Patriota di Caracas come una nuova, originale e inedita esperienza “socialista”, per il legittimo godimento di Luca Mastrantonio e degli altri avversari della “rivoluzione chavista”. Che non c’è stata.

* Scrivono Daniele Benzi e Ximena Zapata Mafla, che non nascondono le loro simpatie per «un progetto radicale di rifondazione e sperimentazione sociale con un orizzonte anticapitalista»: «Un progetto che, tuttavia, lungi dall’avere raggiunto i suoi principali obiettivi programmatici, per differenti ragioni si è impantanato, sino al paradosso di avere in effetti accentuato le differenti facce del modello rentier. […] In termini politici, si configura sostanzialmente come un modello di relazioni clientelari che si nutre e sostenta della rendita (in spagnolo appunto “renta”) che uno Stato capta dal mercato mondiale. Un modello spesso accompagnato da pratiche assistenzialiste e paternaliste che si sposano bene con stili e metodi di governo populisti o autoritari. Semplificando, questa dinamica perversa e potenzialmente distruttiva è generata dal potere e dall’apparente libertà che la rendita petrolifera, essendo un’entrata economica legata a un bene estratto e non prodotto il cui valore commerciale è fissato dal mercato mondiale, dà allo Stato per distribuirla senza esigere contropartite particolarmente onerose. La dimensione della rendita e la capacità di distribuzione rappresenterebbero quindi i limiti più importanti che affrontano i suoi gestori. Lo “Stato magico” nasce in queste condizioni, e così le sue qualità miracolose e l’ipertrofica corte burocratica con il conseguente centralismo, corruzione, verticalismo, improvvisazione, clientelismo e inefficienza. È qui che il ruolo dello Stato venezuelano prende storicamente forma «come elemento istituzionale chiave nel controllo della rendita petrolifera» (Petrolio e petrodollari nella politica estera del Venezuela, Visioni LatinoAmericane, numero 11, Luglio 2014).

** Scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Marine denuncia “un’indecente campagna di calunnie, concepita nelle stanze del potere ed eseguita servilmente”. E spiega quale sarà la tattica dei prossimi diciotto mesi: il Front National sarà l’unica opposizione; la partita alle Presidenziali non sarà tra destra e sinistra, ma “tra mondialisti e patrioti”, tra coloro che intendono sciogliere la Francia “nel grande magma globale” e coloro che vogliono difendere la nazione come “spazio protettivo per i francesi”. Da una parte “la Francia eterna e fraterna”, dall’altra un’alleanza mostruosa tra vecchio establishment, politici ladri, banchieri usurai, imprenditori che delocalizzano, migranti di ogni fede ma soprattutto musulmani». Un bel programmino sovranista, non c’è che dire. Peccato per quella scivolata sui migranti musulmani! Ma per raggiungere l’obiettivo primario si può sempre chiudere un occhio; come insegna il chavismo la lotta di classe prevede compromessi e una sapienza dialettica inarrivabile agli amanti della purezza dottrinaria.

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3 thoughts on “MORTO UN (RIDICOLO) MITO SE NE INVENTA UN ALTRO!

  1. Commenti da Facebook

    G. D. R.:
    Hummm….qualcosa c’è pur stato e quel qualcosa ora non c’è più, strano ma non mi sento meglio.

    P. M.:
    O anche più semplicemente, visto che da questa parte del globo possiamo permetterci di essere vaghi ed approssimativi quando le cose riguardano altre realtá, ad una sinistra europea in crisi e ormai orfana di un qualsiasi modello di socialismo reale in piedi in tutto il pianeta, faceva comodo far credere agli avversari che da qualche parte del mondo ci fosse un regime ancora vagamente socialista. Magari sarò semplicistico….

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