I COSIDDETTI “BENI COMUNI” OLTRE I LUOGHI COMUNI

Aria fritta?

Aria fritta?

Tra i luoghi comuni più antipatici, almeno all’avviso di chi scrive, che si aggrovigliano intorno all’ambiguo e politicamente correttissimo concetto di beni comuni c’è senz’altro quello che associa quell’idea alla moda presso l’intellighentia progressista al comunismo, quantomeno a una sua versione più o meno intelligente e più o meno postmoderna. Questa infondata e odiosa associazione è stata resa possibile da un altrettanto odioso – e vecchio – luogo comune, quello che accomuna senz’altro il comunismo allo statalismo integrale, ossia alla proprietà statale (o pubblica) di beni, servizi e attività. Ovviamente non c’è nulla di più falso che presentare il comunismo di Marx in guisa di statalismo, come sa benissimo chi ha avuto modo di leggere anche solo qualche testo marxiano (io consiglio sempre la lettura della Critica al programma di Gotha, per la chiarezza e la densità dei concetti esposti e per la brevità del testo). Comunismo = Statalismo: dobbiamo questa bella perla “dottrinaria” e politica allo stalinismo, il quale a sua volta riprese proprio quelle tendenze stataliste interne al socialismo europeo che a suo tempo l’antistatalista di Treviri aveva bastonato a sangue (vedi Lassalle); si trattava per i leader sovietici che alla fine degli anni Venti si trovarono a dover gestire la controrivoluzione in Russia (e, cosa ancor più grave, nei partiti comunisti occidentali) di presentare lo sviluppo capitalistico a tappe forzate in quel Paese socialmente arretrato (e storicamente assai vocato dal punto di vista imperialista) sotto le sembianze del «socialismo in un solo Paese». La vicenda è nota, anche se non è compresa nella sua verità, perché come diceva Quello, «Ciò che è noto non è per ciò stesso conosciuto, e può persino destare insofferenza il doversi ancora occupare di ciò che è noto». Quant’è vero!

Lungi dall’andare oltre la tradizionale bipartizione economica e giuridica pubblico-privato, il benicomunismo si muove interamente, vuoi in modo immediato vuoi in modo mediato, nella dimensione statale, e in ogni caso esso non mette in alcun modo in discussione gli odierni rapporti sociali. Come scrivevo su un post del 28 marzo 2011dedicato al referendum sull’acqua, «L’ideologia del Bene Comune non è che il vecchio statalismo sotto mentite spoglie. Anche in questo caso si può ben dire che l’ideologia fa acqua da tutte le parti». Nei miei articoli dedicati al tema, ho cercato di portare «quest’acqua qua» al mulino della tesi secondo la quale il benicomunismo non è «una sorta di comunismo à la carte da realizzare attraverso la mobilitazione di pretese avanguardie, di forme di democrazia diretta ad uso esclusivo delle stesse, e di pronunciamenti giudiziari», come scrive Eugenio Somaini nell’introduzione al libro Il benicomunismo e i suoi derivati. I beni comuni oltre i luoghi comuni (IBL libri, 2015), ma, sempre per dirla con lo stesso autore, «un modo per riproporre in modo riverniciato (e nemmeno tanto) vecchie dottrine». Vecchie dottrine stataliste, mi permetto di aggiungere per pura pignoleria dottrinaria. Lo stesso Somaini ha scritto diverso tempo fa che l’ideologia dei beni comuni, semmai, è debitrice più di «Proudhon che di Marx. Anzi, “la proprietà è un furto” sarebbe il suo slogan, se non lo avesse inventato già Proudhon quasi due secoli fa oramai». E tutti sanno quante legnate critiche ricevette a suo tempo il filosofo della miseria dal Teutonico comunista.   Condivido anche l’idea di Massimiliano Trovato, contenuta nel libro summenzionato, secondo la quale nella dottrina dei beni comuni «quel che c’è di nuovo [personalmente stento a individuarlo] non sia particolarmente utile e quel che c’è di utile [per la società capitalistica!] non sia affatto nuovo».

Qui è appena il caso di ricordare che per Marx la peculiare forma di proprietà capitalistica si dà non come mero possesso di cose mobili o immobili, ma come potere sul lavoro altrui, e che «la ricchezza odierna poggia sul furto del tempo di lavoro altrui» – notare l’ironico rimando alla celebre tesi proudhoniana. Che questo potere sociale e questo furto di tempo commesso ai danni del lavoratore nullatenente abbiano una natura privata o pubblica quanto al diritto (borghese), la sostanza delle due cose non muta di un solo atomo. Insomma, per Marx la proprietà capitalistica è in primo luogo un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento.
Ciò sommariamente ricordato, ecco una breve rassegna di luoghi comuni di stampo liberale intorno al benicomunismo considerato appunto come una sorta di comunismo mascherato. Inutile dire, da questo pulpito, che questi luoghi comuni superano, e di molto, quanto a intelligenza e a conoscenza del mondo in cui viviamo quelli di stampo benicomunista, i quali possono tuttavia contare sull’istintiva simpatia dell’opinione pubblica, assai sensibile ai discorsi di populisti e demagoghi – salvo poi eventualmente pagare insieme al servizio ricevuto anche le inefficienze dell’azienda pubblica (è il caso del “bene comune-acqua”): è il «socialismo municipale» all’italiana, bellezza! (D’altra parte i costi dell’italico «socialismo municipale» non sono facilmente rintracciabili sulla bolletta).

«I nuovi socialisti ora puntano sui “beni comuni”. Attorno alla questione stanno cercando la propria riscossa quanti sono eredi della tradizione socialista e del suo fallimento storico. […] Gli eterni innamorati di ogni regime variamente collettivista sembrano avere una loro rivincita, ma tale modo d’impostare la discussione lascia alquanto perplessi. Se infatti si inquadra correttamente il problema, la proprietà può uscire solo rafforzata, e non già indebolita, da una valorizzazione dei beni comuni. In effetti essi non sono un’alternativa al capitalismo di mercato, ma un loro pilastro fondamentale: e lo sono da secoli. Gli stessi studi della Ostrom insegnano che la proprietà individuale è indispensabile in tanti ambiti (dai cibi ai vestiti), ma in altri casi è assai più ragionevole che i titoli proprietari siano condivisi» (C. Lottieri, Il Giornale, 13 maggio 2013).
«L’ideologia dei beni comuni è la solita minestra statalista e dirigista che ha nutrito per oltre un secolo sia la sinistra socialdemocratica che quella comunista» (P. Battista, Corriere della sera, 23 luglio 2015).
«La neolingua dei beni comuni si sovrappone al vecchio linguaggio della proprietà e della gestione pubblica, lucidando di nuovo i ferri vecchi delle società pubbliche. Dietro la neolingua del benecomunismo sembra celarsi l’antico dissidio pubblico/privato, di cui proprio l’aggettivo “comune” vorrebbe rappresentarne il superamento. La nuova poesia del mondo e dell’uomo, di cui narrano gli aggettivi che sottendono all’idea di beni comuni come terza via rispetto a proprietà pubblica e privata, collassa nella prosa di una impossibilità fattuale di una gestione autenticamente collettiva di questi beni e nel ripiegarsi, come nel caso del referendum italiano sull’acqua, in una campagna per la gestione pubblica di un bene già indisponibile al patrimonio sia pubblico che privato» (S. Sileoni, Il Foglio, 9 luglio 2015).
«Quando l’universo è definito [nell’Enciclica francescana Laudato Si’] “la nostra casa comune”, la formula in parte è ovvia (dato che tutti abitiamo il medesimo mondo) ma il senso che essa assume è molto più forte e gravido di conseguenze. Da qui, infatti, è fatta derivare la tesi che la proprietà privata è un’istituzione essenzialmente ingiusta e che la soluzione a ogni problema proviene dall’intervento pubblico. Nell’enciclica il privato è male, poiché le relazioni di mercato implicherebbero la negazione dell’altro. … In tale linguaggio marxisteggiante la demonizzazione degli scambi mette in discussione la centralità dell’autonomia e della responsabilità individuali, poiché il mercato è il luogo in cui, nel rispetto dei titoli altrui, si sottoscrivono contratti» (C. Lottieri, Il Foglio, 25 luglio 2015).
«Più interessante è però notare che la dottrina [dei beni comuni] finisce per fungere, in maniera più o meno intenzionale, come un derivato o surrogato adatto ai nostri tempi dell’ideologia comunista: o comunque dell’idea della nazionalizzazione delle attività produttive ed economiche e del forte interventismo statale. Piuttosto che individuare una terza possibilità fra pubblico e privato, si cerca di restituire al primo buona parte delle funzioni che col tempo era andato perdendo. La pretesa di affiancare i beni comuni a quelli pubblici e privati si riduce pertanto ad una riproposizione di politiche fallimentari. […] Tanto che si può dire che la dottrina dei beni comuni sia una delle ultime vesti assunte dalla mai morta o sopita ideologia dell’anticapitalismo» (C. Ocone Mondoperaio, n. 1/2016).
«Le nozioni di beni comuni e di costituzionalismo dei bisogni evocano immediatamente quella di comunismo, nella formulazione classica datane da Marx nella Critica al programma di Gotha, che citiamo per esteso: “ in una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto tra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro è divenuto non soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico bor­ghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”. Come è noto, e come risulta chiaramente dal passo che abbiamo citato, Marx associa il co­munismo a una condizione di non-scarsità, condizione che abbiamo visto essere realizzata dai beni che abbiamo chiamato naturalmente comuni e che Rodotà sembra implicitamente estendere a tutti quelli che dichiara comuni in base al principio del costituzionalismo dei bisogni. In Marx la condizione di non-scarsità faceva riferimento a una società radicalmente tra­sformata e implicava certamente un notevole sviluppo delle forze produttive e un’abbon­dante disponibilità di risorse (materiali e immateriali), ma non l’avvento di quella generale condizione di sazietà che gli economisti associano alla non-scarsità, e si fondava invece sull’idea che il lavoro sarebbe passato dalla sfera dei mezzi a quella dei fini, trasformandosi da strumento per la realizzazione di fini (desideri) che gli sono estranei in espressione di un bisogno di autorealizzazione. Il progetto di Rodotà non contempla i drammatici passaggi che Marx prevedeva e che hanno trovato tragica espressione nei tentativi di realizzare il tipo di società che egli aveva prospettato: al posto della rivoluzione e della dittatura del proletariato abbiamo l’idea di una graduale (e pacifica) trasformazione della società ispirata al modello della Costituzione (o più precisamente, come si è visto, di una particolare interpretazione di essa) e sull’azione combinata di movimenti di lotta e di forme di mobilitazione partecipativa e di giudici che, sottoponendo gli obiettivi dei primi al vaglio della rispondenza alla Costituzione, svolgono un’azione complementare che favorisce o sancisce la realizzazione di quegli obiettivi. L’idea marxiana della trasformazione del lavoro da mezzo in fine era certamente utopica, ma aveva il pregio di formulare esplicitamente i termini del superamento della scarsità, questione che Rodotà non considera affatto e della cui esistenza e rilevanza sembra sem­plicemente non rendersi conto» (E. Somaini, Proprietà e beni comuni. Una critica alle tesi di Rodotà).

Ora, solo nella testa di chi non ha compreso né la natura del comunismo marxiano (la citazione di Somaini tratta dalla Critica al programma di Gotha conferma in pieno la tesi di Hegel: «Ciò che è noto non è per ciò stesso conosciuto») né la natura sociale (capitalistica al 100 per cento) del cosiddetto socialismo reale; solo  date queste premesse concettuali «Le nozioni di beni comuni e di costituzionalismo dei bisogni evocano immediatamente quella di comunismo, nella formulazione classica datane da Marx nella Critica al programma di Gotha». Somaini dà per scontato il carattere radicale delle trasformazioni sociali proposte dal comunista tedesco, ma ragionando sulla scorta del fasullo «comunismo reale» di stampo russo e cinese, il quale naturalmente lasciava in vita tutte le categorie economiche indagate dall’economia politica (capitale, merce, mercato, denaro, lavoro salariato, ecc.), non capisce che le «tre classi fondamentali»* di beni comuni che egli mette al centro della sua – peraltro interessante – critica del luogocomunismo di Rodotà e compagni non hanno alcun senso nella dimensione postcapitalistica, ancorché ancora gravata dal diritto borghese della divisione dei beni secondo il lavoro erogato e non secondo i bisogni umani **, prospettata da Marx. Se nella discussione intorno ai cosiddetti beni comuni, come essi si danno oggi, non si parte dalla natura necessariamente capitalistica (mercificata) dei prodotti del lavoro, materiali (“beni”) o immateriali (“servizi”) che siano, e, innanzitutto, dello stesso lavoro (salariato) ci si avvita in una diatriba ideologica incapace di toccare i reali termini del problema. Termini che prim’ancora di inerire alla sfera del giuridico chiamano in causa direttamente un discorso sulla struttura di classe della vigente società mondiale, perché, sempre come diceva l’uomo con la barba, le categorie economiche esprimono un peculiare rapporto sociale. Scrive Somaini: «Da un punto di vista giuridico (e più in generale umano) i beni rappresentano un comples­so di possibili usi tra loro correlati, nel senso che la possibilità di un certo uso implica anche quella di un insieme di altri usi: da questa circostanza deriva che la proprietà deve essere intesa non come un diritto singolo, ma come di un fascio di diritti distinti e spesso separabi­li e che uno stesso bene può essere soggetto a diversi regimi di proprietà». E in tutto questo bel discorso il “triviale” valore di scambio, con tutto quello che esso presuppone e pone sempre di nuovo (il dominio del Capitale), dove è andato a finire? Mistero della Scienza Sociale!

Mi rendo conto che sarebbe eccessivo, e francamente poco serio, pretendere dalla scienza sociale borghese una simile preoccupazione “dottrinaria”.

* «Riteniamo opportuno raggruppare la varietà dei casi che si prospettano in tre classi fonda­mentali, che possiamo chiamare rispettivamente dei beni che sono per loro stessa natura comuni, o “beni naturalmente comuni” (BNC), dei “beni artificialmente comuni” (BAC), che per loro natura sarebbero privati ma che possono acquisire un carattere comune attraver­so disposizioni normative e misure tecniche specificamente destinate a conferirglielo, e dei “beni imperfettamente comuni” (BIC), una categoria intermedia che combina aspetti delle prime due» (E. Somaini, Proprietà e beni comuni.).

** «Malgrado questo progresso, questo ugual diritto continua a recare un limite borghese. […] Questo diritto uguale è diritto diseguale per lavoro diseguale. Esso non riconosce distinzioni di classe, perché ognuno è soltanto operaio come chiunque altro, ma riconosce tacitamente la ineguale attitudine individuale e pertanto la capacità di rendimento degli operai come privilegi naturali. Esso è perciò – per il suo contenuto – un diritto della diseguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per la natura che gli è propria, nell’uso di una uguale misura; ma individui dissimili (e non sarebbero individui diversi se non fossero dissimili) sono misurabili con ugual misura solo in quanto li si sottomette a un ugual punto di vista, in quanto vengono considerati da un lato ben preciso; per esempio, nel caso dato, vengono trattati soltanto come operai e in loro non si veda che questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre, un operaio è sposato e l’altro no; uno ha più figli dell’altro. Con uguale produttività e quindi con uguale partecipazione al fondo comune sociale, l’uno riceve, dunque, più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro, e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto dovrebbe essere, invece che uguale, ancora più disuguale» (Critica al programma di Gotha, Savelli, 1975). «La parola “comunismo” può essere anche qui usata nella misura in cui i mezzi di produzione divengono proprietà comune [nota per gli statalisti: qui comune non equivale a Stato], purché non si dimentichi che non è un comunismo completo. […] Nella sua prima fase, nel suo primo grado, il comunismo non può essere, dal punto di vista economico, completamente maturo, completamente libero dalle tradizioni e dalle vestigia del capitalismo. Di qui un fenomeno interessante come il mantenimento dell’”angusto orizzonte giuridico borghese” nella prima fase del regime comunista. Certo, il diritto borghese, per quel che concerne la distribuzione dei beni di consumo [non delle merci, dei valori di scambio], suppone pure necessariamente uno Stato borghese, poiché il diritto è nulla senza un apparato capace di costringere all’osservanza delle sue norme. Ne consegue che in regime comunista sussistono, per un certo tempo, non solo il diritto borghese ma anche lo stato borghese, senza borghesia! Ciò può sembrare un paradosso o un gioco dialettico del pensiero e questo rimprovero è stato spesso mosso al marxismo da gente che non si è mai data la minima pena di studiarne la sostanza estremamente profonda» (Lenin, Stato e rivoluzione, Opere, XXV, Editori Riuniti, 1967). Su tutti questi temi vedi anche il post Stato di diritto e democrazia tra mito e realtà.

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