IL “FANTASMA” DI MARX, QUESTO SCONOSCIUTO

ACS_Karl_Marx_render_promozionaleL’articolo di Carlo Lottieri sul «fantasma di Marx» è l’ennesima inconfutabile prova di come si possa parlare del comunista di Treviri ignorandone completamente gli scritti. Viceversa, se ciò non dovesse corrispondere a verità, ne dovrei desumere che molti critici di Marx non siano in grado di capire – non dico di condividere, che ovviamente è tutt’altra cosa – ciò che leggono, nonostante la prosa marxiana sia tutt’altro che ostica. Ma veniamo brevemente al merito della questione.

Secondo Lottieri personaggi come Jeremy Corbyn e Bernie Sanders e movimenti politici come Podemos e Syriza hanno poco o nulla a che fare con Marx quanto a dottrina e a visione politica, anche perché il mondo conosciuto e criticato a suo tempo dal Tedesco non ha niente a che fare con il Capitale del XXI secolo preso in esame da Thomas Piketty, con relativo successo editoriale. «La nuova sinistra è lontana mille miglia dalle tesi del filosofo di Treviri: che non avrebbe mai accettato quel miscuglio di ecologismo, pauperismo e terzomondismo che domina i movimenti antagonisti e le nuove leadership politiche ed economiche». Sulla siderale distanza che corre fra «la nuova sinistra» e le «tesi del filosofo di Treviri» concordo naturalmente con Lottieri; ma egli non coglie l’essenziale, ossia la radice teorica e politica di quella abissale distanza, che non sta semplicemente e superficialmente nel «miscuglio» concettuale che individua.

Necessariamente questa inadeguata lettura lo porta a una conclusione davvero risibile, oltre che del tutto infondata: «Il riferimento a Marx continua a essere importante poiché egli simboleggia il rigetto dei pilastri fondamentali della società liberale: proprietà privata, ordine economico non regolato, diritto contrattuale. Se ci si riferisce al marxismo è perché in tale tradizione si rinviene quell’insieme di ossessioni anticapitalistiche che dominano la mente e il cuore di tanti: specialmente nelle classi dirigenti e nel mondo intellettuale. Qualche anno fa è capitato più volte di sentire l’allora ministro Giulio Tremonti citare Marx con ammirazione, ma oggi è la vuota retorica dell’attuale pontefice che incarna al meglio il declino di quella civiltà di tradizione europea che, pur tra tanti errori, ha cercato di valorizzare la libertà degli individui e ha provato a difendere al massimo la loro dignità. […] Mentre tra la gente comune è talora possibile riconoscere una qualche affezione per i valori liberali, non è così tra gli intellettuali e ai piani alti della società. E in questo senso è utile osservare l’interazione tra un potere politico (con forti ramificazioni nell’economia) che si dilata sempre più e un universo antagonista che comunque è eternamente insoddisfatto, teso a denunciare l’immaginario “liberismo selvaggio” di regimi che in verità tassano a più non posso, regolano tutto, perseguono logiche ridistributive. Queste tesi hanno successo perché l’Occidente disprezza la libertà: specie nelle sue classi dirigenti. La modestia delle analisi sviluppate da un Piketty non avrebbe suscitato tanto interesse se lo sfondo non fosse quello di una società che nega le propria fondamenta e fa tutto il possibile per eliminare ogni spazio di mercato, concorrenza, responsabilità. E che vede un’alleanza sempre più solida tra lo statalismo (parassitario) delle élite e le spinte rivoluzionarie dei gruppi antagonisti». Alla fine il tutto si riduce alla solita balla speculativa concettuale (che prendo in considerazione solo per tenere caldo, per così dire, un tema che mi sta molto a cuore): Marx è il padre di tutti gli statalisti e dirigisti appartenenti alle diverse correnti politiche*. L’assoluta falsità di questa tesi è facilmente verificabile leggendo non un singolo passo marxiano scelto ad hoc, ma la sua intera opera, a partire dal Capitale. Tutt’altro discorso si deve fare con gli epigoni di Marx, con i cosiddetti marxisti, la maggior parte dei quali in effetti vanno rubricati nella escrementizia categoria degli statalisti. Ma qui allora il padre da tirare in ballo non è l’incolpevole Marx: è al «socialismo di Stato» a suo tempo randellato criticamente proprio dal «filosofo di Treviri» che bisogna rifarsi.

«Oggi», lamenta Lottieri, «perfino l’Unione sovietica è qualcosa di remoto e più di un quarto di secolo ci separa dal crollo del muro di Berlino. Eppure il marxismo è più vivo che mai». Magari! No, più viva che mai, semmai, è l’odiosa associazione tra Russia stalinista (o Cina maoista) e comunismo marxiano, un luogo comune che ovviamente la classe dominante ha tutto l’interesse di coltivare. Sulla natura capitalistica e imperialistica del cosiddetto «socialismo reale» che tanto piacque soprattutto agli stalinisti italiani (vedi PCI) rimando ai miei numerosi scritti dedicati all’argomento. Il miserabile fallimento dell’Unione Sovietica, lungi dal dimostrare l’impossibilità del socialismo e del comunismo (inesistenti in Russia anche ai tempi di Lenin), attesta piuttosto la catastrofe di uno specifico modello di sviluppo capitalistico fortemente orientato in senso imperialista, come peraltro richiedeva lo stesso retaggio storico del Paese, la sua collocazione geopolitica e così via. Il crollo del Muro di Berlino è insomma qualcosa che può far piangere solo gli stalinisti di antico e di nuovo conio, oltre che i cultori di geopolitica nostalgici della Guerra Fredda, la quale si prestava a facili interpretazioni.

Lottieri forse appartiene a quella scuola di critici di Marx che hanno letto solo le opere dei “marxisti”, specialmente quelli di matrice stalinista e maoista, e che poi mettono nella metaforica bocca dell’uomo con la barba le reazionarie tesi dei suoi epigoni più improbabili. Solo così si spiegano certe sciocchezze scritte sul conto di Marx, il quale non solo non fu mai un nemico della libertà dell’uomo, come pensa e scrive Lottieri, ma ne fu piuttosto un coerente propugnatore: di qui la sua critica della falsa libertà promessa dalla borghesia sulla base della struttura classista della società. Dove insiste la divisione classista degli individui deve necessariamente esistere un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, e su questa base materiale parlare di libertà, di diritti inalienabili dell’uomo e di uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge significa fare una cinica apologia della menzogna.  La «società liberale» che tanto piace al nostro critico di Marx (questo sconosciuto!) nega in radice ogni autentica libertà umana, e, infatti, la totalità sociale (economia, scienza, tecnologia, politica, ecc.) ci si dà come qualcosa che ci controlla e ci determina, e che noi non riusciamo, nell’essenza, a padroneggiare né con le mani né con la testa. Solo il punto di vista umano permette di cogliere l’inadeguatezza e la miseria della nostra cosiddetta libertà, e al tempo stesso di intravedere chiaramente la possibilità dell’autentica libertà.

Scriveva Marx: «Nella storia fino ad oggi trascorsa è certo un fatto empirico che i singoli individui, con l’allargarsi dell’attività sul piano storico universale, sono stati sempre asserviti a un potere a loro estraneo (oppressione che essi si sono rappresentati come un dispetto del mondo), a un potere del cosiddetto spirito che è diventato sempre più smisurato e che in ultima istanza si rivela come mercato mondiale. Ma è altrettanto empiricamente dimostrato che col rovesciamento dello stato attuale della società attraverso la rivoluzione comunista questo potere così smisurato per i teorici tedeschi verrà liquidato, e allora verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo» (L’ideologia tedesca). Di ogni singolo individuo. Ebbene, il «mercato mondiale» di cui parla Marx non ha nulla a che vedere con il «liberismo selvaggio» di cui cianciano gli statalisti/sovranisti in guisa “marxista”: il comunista Tedesco prende in considerazione i rapporti sociali capitalistici in quanto tali, non una forma particolarmente brutta, sporca e cattiva di Capitalismo, come invece erano soliti fare i «socialisti piccolo-borghesi» del suo tempo, e per questo da lui infilzati criticamente senza alcuna pietà. Certo, se uno non legge i suoi scritti come fa a saperlo! Perciò mi permetto di suggerire al «fantasma di Marx» di perdonare cristianamente Lottieri, perché egli non sa cio di cui parla.

Naturalmente nessuno è costretto a sorbirsi il ponderoso lavoro teorico marxiano, ma allora non si cerchi la facile, quanto scivolosa, scorciatoia della conoscenza di seconda e di terza mano. È solo un consiglio, si capisce.

Veniamo alla conclusione dell’articolo qui incriminato: «Intervistato nel 2006 dal New York Times, il finanziere Warren Buffett disse: “Siamo nel mezzo di una lotta di classe, senza dubbio, ma è la mia classe, i ricchi, che sta facendo la guerra e che la sta vincendo”. Buffett impiegò questo linguaggio esplicitamente marxiano [anche lui!]. E poiché non si può credere che questo importante businessman fosse ignaro di quanto diceva, usando quella terminologia egli in qualche modo riconosceva che i nemici del mercato hanno ragione. Perché parlare di lotta di classe tra ricchi e poveri, capitalisti e no, significa pensare che nei rapporti di lavoro è in atto una relazione di dominio, alienazione, sfruttamento». E le cose stanno esattamente in questi termini, come il cinico linguaggio di Buffett non mancò di suggerire. Ma può accettare una simile cinica realtà dei vigenti «rapporti di lavoro» chi vede nel Capitalismo (e non nel generico “mercato” o nel mitologico “liberismo selvaggio” dei sinistrorsi) il migliore dei modi possibili e immaginabili di produrre e distribuire la ricchezza sociale? Certo che no!

Un solo consiglio mi sento di poter dare a Lottieri, pur dalla mia modesta postazione di “semplice” proletario (che almeno si sforza di capire i testi marxiani studiandoli): nella sua legittima e comprensibile lotta contro il parassitismo statalista («Oggi i capitalisti dovrebbero battersi per una riduzione dell’intervento pubblico e, di conseguenza, per una cancellazione dei vantaggi che traggono da spesa pubblica e regolazione») non tiri in ballo, come abbiamo visto del tutto a sproposito («Non sorprende che i capitalisti guardino più a Marx che ad Adam Smith»), l’animaccia del noto Tedesco, il quale niente a che fare ha con la tanto – e giustamente – stigmatizzata «nefasta alleanza tra idee sbagliate e interessi parassitari». Accetterà questo consiglio uno degli ultimi difensori di «quel che resta della società libera»?

* «Nazionalizzare le ferrovie, riaprire le miniere, imbrigliare banche, finanza e mercati, cantare Bandiera rossa, fare una dieta vegetariana, portare calze medio-basse con i bermuda, andare in bicicletta, tifare contro la Nato e per i palestinesi e finanche per Hamas» (Il Foglio, 15 settembre 2015). Questo programmino old style basta ad esempio a Giuliano Ferrara, e a gran parte dell’intellighentia occidentale di “destra” e di “sinistra”, per fare di Jeremy Corbyn l’ennesimo nipotino di successo di Marx. Che poi il politico britannico si definisca «un socialista e marxista senza complessi», ebbene questa è una barzelletta che solo l’intellighentia borghese, di “destra” e di “sinistra”, può prendere sul serio.

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