VENDOLA, TOBIA E «IL VALORE DI SCAMBIO ELEVATO AL CUBO»

bor6Il direttore di Avvenire Marco Tarquinio ha avuto la bella idea, e lo dico senza alcuna ironia, di far scendere in campo il noto comunista di Treviri contro Nichi Narrazione Vendola a proposito della sempre più scottante questione dell’utero oggetto di transazione mercantile. «Stavo per ricorrere a un’immagine di papa Francesco o di Benedetto XVI, ma poi ho pensato che a Nichi Vendola era meglio dedicare una citazione di Karl Marx, quella che pubblichiamo qui sotto. Il triste mercato dell’umano cresce, e ha ingressi di destra e di sinistra. Si smetta di chiamarli “diritti”» (1). Qui mi limito a osservare che i “comunisti” alla Vendola o alla Bertinotti meritano invece proprio le perle luogocomuniste di un Papa Francesco, considerato che tali personaggi non hanno mai avuto nulla, e sottolineo nulla, a che fare con il comunismo marxiano. Questa considerazione naturalmente va estesa a quanti a vario titolo si richiamano alla tradizione del cosiddetto “comunismo italiano”, declinazione italica dello stalinismo internazionale. Ma non è di questo che intendo scrivere brevemente adesso.Veniamo al regalo che Tarquinio ha voluto consegnare al neo padre, nonché ideologo della “famiglia arcobaleno”, oggi al centro dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, sempre pronti a trovare occasioni utili a creare opposte tifoserie. Si tratta di uno splendido passo marxiano inteso a colpire la concezione robinsoniana (astorica, adialettica, idealistica, piccolo-borghese) di Proudhon circa la genesi dello scambio, il quale trovò infine la sua forma più sviluppata nella moderna società borghese, non a caso stilizzata da Marx come «una immane raccolta di merci» – e questo oltre un secolo e mezzo fa! Leggiamo:

«Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtú, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore» (2). È sufficiente compulsare anche solo superficialmente il testo marxiano per comprendere come nell’autore non vi sia neppure l’ombra di un atteggiamento moralistico nei confronti della cosa denunciata, mentre il moralismo è tutto dalla parte di Proudhon, nella cui invettiva “anticapitalista” «Non vi è più dialettica; tutt’al più c’è solo un po’ di morale allo stato puro». Come sempre la prosa marxiana è spassosissima.

Fin qui la citazione regalataci dal direttore di Avvenire. Ecco come invece prosegue la riflessione – acuta, pungente, ironica fino allo scherno – di San Marx: «Come spiegare ora questa nuova ed ultima fase dello scambio, il valore di scambio elevato al cubo? Proudhon avrebbe pronta una risposta. Potete supporre che una persona abbia “proposto ad altre persone, suoi collaboratori in funzioni diverse”, di fare della virtù, dell’amore, ecc. un valore venale, di elevare il valore di scambio alla sua terza potenza. Si vede bene: il “metodo storico e descrittivo” di Proudhon è buono a tutto, risponde a tutto, spiega tutto». Insomma, per Marx «il “metodo storico e descrittivo” di Proudhon» non spiega un bel niente circa la progressiva mercificazione dell’intera esistenza umana, e questo in primo luogo perché il filosofo della miseria aveva imboccato una strada che doveva portarlo necessariamente molto indietro rispetto alle feconde acquisizioni fatte da Adam Smith e da Ricardo sulla natura del valore di scambio delle merci. «La teoria dei valori di Ricardo è l’interpretazione scientifica della vita economica attuale, la teoria dei valori di Proudhon è l’interpretazione utopistica della teoria di Ricardo. […] Certo, il linguaggio di Ricardo è quanto mai cinico. Ma non gridiamo troppo al cinismo. Il cinismo è nei fatti e non nelle parole che esprimono i fatti. Scrittori francesi come i signori Droz, Blanqui, Rossi ed altri si concedono l’innocente soddisfazione di dimostrare la loro superiorità sugli economisti inglesi, cercando di rispettare l’etichetta di un linguaggio “umanitario”; se essi rimproverano a Ricardo e alla sua scuola un linguaggio cinico è perché non sopportano di vedere esposti i rapporti economici in tutta la loro crudezza, di vedere svelati i misteri della borghesia». E qual è, secondo Marx, il mistero borghese più inconfessabile perché metterebbe in piena luce la cinica realtà che sta a fondamento della civiltà borghese? Il lavoro venduto e comprato come una merce: «Riassumendo: il lavoro, essendo esso stesso una merce, come tale viene misurato in base al tempo necessario a produrre il lavoro-merce. E che cosa è necessario perché si produca il lavoro-merce? Esattamente quel tanto di tempo di lavoro necessario a produrre gli oggetti indispensabili al mantenimento costante del lavoro, ossia a far vivere il lavoratore e a metterlo in grado di riprodurre la sua specie. […] Così il valore misurato in base al tempo di lavoro è fatalmente la formula della schiavitù moderna dell’operaio» (3). Qui Marx sta parlando del lavoro salariato, ossia del lavoro che secondo Papa Francesco e i cultori dell’Art. 1 della Sacra Costituzione Italiana dovrebbe riempire di «umana dignità» l’esistenza di chi per vivere è costretto a vendere capacità lavorative di qualche tipo. Parlare «di un nuovo umanesimo del lavoro» sul fondamento del Capitalismo (comunque declinato: liberista-selvaggio, statalista, benicomunista, “socialista”, ecc.: come dice Bauman, ce n’è per tutti i gusti!) è cosa che può fare andare in visibilio personaggi come Nichi Vendola e Bertinotti, non certo chi ha compreso la natura necessariamente disumana della vigente società: «Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fondata sull’antagonismo delle classi» (4).

Marx dimostra come sulla base del rapporto sociale capitalistico la sempre più spinta mercificazione dell’intera esistenza umana sia una tendenza necessaria (non arbitraria, non basata sulla maligna volontà di qualcuno) e immanente al concetto stesso di capitale (legata cioè intimamente e indissolubilmente all’essenza della Cosa) e come quindi debba risultare illusoria – diciamo pure infantile, o tipica del «socialismo piccolo-borghese», sempre per citare il nostro mangia crauti – l’idea che si possa contrapporre un «lato buono» del Capitalismo a un suo «lato cattivo». Il lettore sta forse pensando a quelli che sostengono la “buona” «economia reale» contro la “cattiva” «economia finanziaria»? In questo caso avrebbe la mia approvazione, sempre per quel pochissimo che vale.

Come ho scritto sopra, non solo Marx non ha un atteggiamento moralistico nei confronti degli “istinti animali” dei capitalisti, ossessionati dalla ricerca del massimo profitto, ma sferza ogni atteggiamento di quel tipo in quanto rivelatore di un rapporto capovolto – idealistico, ideologico, falso – col mondo, il quale è sottomesso alla «bronzea legge del profitto» e al denaro quale potenza sociale che può comprare tutto, e che proprio per questo è diventato, e qui cito un interessante articolo di Giuliano Ferrara, «il mondo seriale della libertà riproduttiva, della scelta dei tempi e delle compatibilità di vita», il mondo nel cui seno «il neonato [è] fabbricato con l’onanismo e la tecnica bioingegneristica applicata a corpi di donna, in un quadro di commercializzazione della gravidanza» (5). Scrive Annalisa Chirico: «Vendola, che ha costruito una carriera politica sulla retorica pauperista, antiamericana e pseudofemminista, è volato in California e ha pagato l’utero di una donna. Non c’è scherno nelle mie parole. La fotografia di quello che è accaduto testimonia la drammaticità di certe scelte di vita. La vita è carogna. Eppure ci basta così poco per sputare sentenze inappellabili. Ci basta poco per rimuovere le nostre personali miserie, il carico di ridicolo che ci portiamo dietro, e sentirci invincibili al cospetto degli altri. Chi di voi non ha concepito un figlio per egoismo? Non c’è atto più egoistico del fare un figlio. Fai un figlio decidendo che lui deve venire al mondo, a questo mondo, ma non puoi interpellarlo. Lo fai perché tu vuoi un figlio» (6). Qui di notevole è soprattutto la precisazione apparentemente superflua: «a questo mondo», un mondo che somiglia molto, e sempre di più, a una lotteria, a una ruota della fortuna e a tutto ciò che rinvia a una condizione di essenziale illibertà e di feroce casualità, precarietà, insicurezza. «Insomma», continua la Chirico, «si viene al mondo in cento modi. E non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice. Ma che cos’è poi la felicità? Forse i figli della famiglia Barilla immaginaria (quella del Banderas infarinato con la gallina) non devono misurarsi con il grande guazzabuglio esistenziale?».

Ecco perché nel precedente post dedicato al tema (Partorirai con denaro!) invitavo i miei simili a «essere più indulgenti con le nostre e con le altrui magagne personali (contraddizioni, debolezze, paure, idiosincrasie, paranoie, angosce, scorrettezze d’ogni genere) e molto più severi nel giudicare la società che non ci permette di vivere secondo umanità». Illuderci di poter inchiodare le nostre labili ed evanescenti “certezze” a vecchie perle di saggezza (del tipo: mater semper certa est) tipiche di un mondo scomparso ormai da molto tempo la dice lunga sulla nostra impotenza esistenziale e concettuale, sulla nostra scarsissima comprensione circa i processi sociali che ci scuotono e ci percuotono nel corpo e nell’anima.

Annalisa Chirico è autrice di Siamo tutti puttane. Contro la dittatura del politicamente corretto (Marsilio, 2014), e quindi non stupisce la sua ironica presa in giro delle «pseudofemministe che ieri manifestavano per l’aborto (“l’utero è mio”) e oggi usano gli stessi argomenti degli antiabortisti»: «Quanto alle donne mercificate e vilipese, chiedete a loro. Interpellate la mamma indonesiana che ha partorito per soldi e che senza la “donazione” di Vendola&c. non avrebbe sostenuto la gravidanza. È la solita storia: le donne che parlano per conto delle donne. Io non lo farei, e dunque è impossibile che qualcuno sia disposto a farlo. Care le mie badesse, ci sono donne disposte a sopportare un pancione per nove mesi salvo incassare all’uscita. I soldi saranno pure lo sterco del demonio, ma fanno gola a tutti». A tutti, non c’è dubbio alcuno. A tutti. Anche alle ragazzine e ai ragazzini di ottima e tradizionalissima famiglia che si prostituiscono quando e dove possono  nel momento in cui avvertono l’irresistibile desiderio di comprare un nuovo capo d’abbigliamento o l’ultima diavoleria elettronica alla moda. Sto forse giustificando la prostituzione e la pedofilia? Il cretino di turno è ovviamente autorizzato a pensarlo. Comunque sia, per legittima difesa e per confortare Annalisa Chirico cerco sponde dalle parti del magnaccia di Treviri: «La prostituzione è soltanto un’espressione particolare della prostituzione generale dell’operaio, e siccome la prostituzione è un rapporto di tale natura che vi rientra non solo chi è prostituito ma anche chi prostituisce – la cui abiezione è ancor più grande – anche il capitalista, ecc., rientra in questa categoria» (7). Di qui, il concetto marxiano di prostituzione universale di tutto e di tutti. Cara Annalisa, arrivi tardi!

Il Capitalismo ha messo un codice a barra a ogni cosa, animata o inanimata, “naturale” o “artificiale”, e l’ha fatto con assoluta necessità, seguendo cioè la propria più intima natura, e non perché alla fine hanno vinto le “forze del male” su quelle “del bene”, come si raccontano a “destra” e a “sinistra” per razionalizzare qualcosa che sfugge alla loro comprensione. Siamo al cliché, da me usato spesso, rubricato È il Capitalismo, bellezza? Esatto, e sempre per come la vedo io a noi non rimane che una scelta che abbia un senso, un’etica, una concreta possibilità di successo in vista di un mondo autenticamente umano: una lotta quotidiana su tutti i fronti della società subordinata al conseguimento di un solo umanissimo obiettivo: la rivoluzione sociale anticapitalista. Tutto il resto è moralismo, inutile piagnisteo, amministrazione della cattiva condizione umana, vano tentativo di ridurre il danno – ad esempio appellandosi ai cani da guardia nazionali (gli Stati) e internazionali (ONU e altro) dei vigenti rapporti sociali affinché essi mettano al bando la pratica dell’utero in affitto. Lo sfruttamento delle menti e dei corpi (delle donne, degli uomini, degli operai, degli intellettuali, degli adulti, dei bambini) va combattuto creando solidarietà fra i dominati, accrescendone la forza politica e la coscienza, non certo facendo affidamento al buon cuore della classe dominante o tirando in ballo una generica “civiltà” che esiste solo nelle teste dei buoni di spirito. Naturalmente questa preoccupazione non può neanche lontanamente sfiorare chi agisce secondo la dottrina del male minore, del lento ma costante miglioramento della nostra condizione – salvo poi lamentare, decennio dopo decennio, «la crescente mercificazione dell’umano»!

Scrive Ritanna Armeni: «Mi colpisce l’assenza del limite: le coppie che ricorrono a questa pratica, in gran parte eterosessuali, vogliono avere tutto. Pretendono un figlio in un certo modo, di averlo senza perdere nove mesi di lavoro… naturalmente solo tra persone molto ricche. Sotto sotto c’è la stessa filosofia di vita per cui molte donne nella nostra società hanno adottato il cesareo: è più pratico. O per cui anche a 60 anni si pretende di diventare madri… Sarebbe bene generalmente che tutti avessimo forte in noi l’accettazione del limite, almeno quando le questioni sono così delicate» (8). Invocare l’etica del limite (e della responsabilità) nella società che per sopravvivere ha bisogno di superare sempre di nuovo ogni limite attesta una grave indigenza teorica e politica a carico di chi la invoca, il quale si mette senz’altro sul terreno di coloro che intendono raddrizzare le “cattive abitudini” dei cittadini con le buone o con le cattive, proibendo e punendo.  «Per troppo tempo», continua Armeni, «abbiamo adottato una mentalità per cui tutto è vendibile/comprabile e oggi ne raccogliamo i frutti. La maternità però non è semplicemente un utero che si noleggia, non compri un organo ma una relazione! Ci parlano tanto di quanto è importante fin dal primo momento il rapporto madre e figlio, poi quando fa comodo ignoriamo tutto?» Il discorso sembra non fare una grinza. Sembra. Infatti esso inciampa su un punto fondamentale, non compreso il quale il pensiero che vuole essere critico scade necessariamente al livello dell’impotente recriminazione moralistica: prim’ancora che una mentalità che si possa accettare/rifiutare la dimensione mercantile della compravendita è una realtà sociale che prende corpo a partire dalle prassi che rendono possibile la nostra esistenza in questa epoca storica. Noi raccogliamo gli avvelenati frutti non di una «mentalità» ma, in primo luogo, di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento: quello capitalistico. Ecco perché la salvezza dell’umano affidata a improbabili «rivoluzioni culturali» lascia il tempo che trova, per così dire.

Citando Marx, Tarquini ne ha fatto una sorta di profeta; in realtà in Marx non c’è un solo atomo di profezia: nel suo pensiero viene in luce piuttosto l’esatta comprensione della natura storico-sociale del Moloch capitalistico, la cui sopravvivenza è legata alla continua moltiplicazione delle occasioni di profittabilità per chi ha capitale da investire, cosa che genera quella rivoluzione sociale permanente che costituisce la differenza specifica del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza rispetto a quelli che lo hanno preceduto. Mentre nelle epoche precapitalistiche ogni cambiamento (anche piccoli, quasi insignificanti progressi tecnici e organizzativi) nella struttura economica della società rischiava di mettere in crisi l’ordine costituito, incapace di metabolizzare creativamente le novità, nella moderna società borghese il continuum del Dominio è all’opposto appeso al continuo e sempre più rapido cambiamento delle tecniche, delle forme organizzative, dei materiali, dei «beni e servizi» offerti ai cittadini, dei bisogni, dei desideri, dei modi di pensare (o “abiti mentali” che dir si voglia), con ciò che tutto questo deve necessariamente implicare su ogni aspetto della prassi sociale. L’immagine che a volte mi viene in mente riflettendo sul nostro mondo che corre a folle velocità (verso dove?) è il letto della piccola Regan, la protagonista de LEsorcista: «Regan giaceva supina, rigida, tesa come una gomena, il volto inondato di lacrime sconvolto dal terrore, aggrappata ai bordi del lettino. “Mamma, perché si scuote così?” Gridò. “Fallo smettere! Ho paura, ho paura! Fallo smettere!” Il materasso oscillava violentemente avanti e indietro». Quando il letto oscilla violentemente avanti e indietro, in alto e in basso ci si può forse meravigliare se tutto quello che vi sta sopra non può stare in piedi se non per pochissimo tempo? Lamentarsi, indignarsi, dire «che certe cose non si possono fare, anche se la scienza lo permette» serve solo come espediente esorcistico, come esercizio apotropaico, ma non è cosa che possa aiutare a comprendere la sostanza del problema, né, tanto meno, a risolverlo.

Per Marx la soluzione si trova andando oltre il Capitalismo, superandolo con una cavalcata rivoluzionaria in avanti, in direzione di un assetto semplicemente umano della Comunità, cosa che implica necessariamente la scomparsa della divisione classista degli individui e ogni forma di dominio e di sfruttamento. Non la teoria, ma la prassi degli ultimi due secoli mostra oltre ogni ragionevole dubbio come ogni tentativo di imbrigliare o di “umanizzare” (sic!) la bestia sia destinato a fallire miseramente. L’idea di poter mettere le braghe al mostro fa parte del repertorio delle utopie negative. Per questo i liberisti mostrano da sempre una consapevolezza superiore e un minor tasso di ideologismo rispetto ai loro colleghi statalisti e teorici del primato della politica sull’economia, la cui azione al massimo può appunto sortire l’effetto di rallentare processi e tendenze oggettive destinati comunque ad affermarsi in quanto iscritti nel “DNA” del Capitale. «Così, inesorabilmente, è posto il problema» (9).

(1) M., Tarquini, Avvenire, 1 marzo 2016.
(2) K. Marx, Miseria della Filosofia, Opere, VI, p. 111, Editori Riuniti, 1973.
(3) Ibidem, pp. 124-126.(4) Ibidem, p. 224.
Con una certa piacevole sorpresa ho visto che Carlo Lottieri, nella sua più che prevedibile – e legittima, dal punto di vista dei riformatori dell’italico Capitalismo – risposta al discorso francescano agli imprenditori del 27 febbraio, non ha tirato in ballo il fantasma del barbuto di Treviri. Nel suo articolo pubblicato su Il Giornale non c’è traccia né di “Marx” né di “marxismo”. Miracolo! Mi sono detto: «Vuoi vedere che Lottieri ha preso atto dei miei consigli esposti nel pezzo del 19 febbraio?» (Il “fantasma” di Marx, questo sconosciuto). Possibile? No, non mi pare possibile; tuttavia è con piacere che prendo atto dello sforzo di Lottieri a non mischiare, secondo un canone che va molto di moda, il sacro (San Karl Marx) con il profano (Papa Francesco), uno sforzo che solo pochissimi analisti politici ed economici oggi riescono a fare. Ma c’è di più! Guardi il lettore stesso: «In una società in cui la rapacità del ceto politico-burocratico aggredisce quasi senza limiti il diritto contrattuale e la proprietà privata (con una tassazione da rapina), nessuna libertà è più possibile. E su questo tema aveva scritto pagine formidabili, non a caso, il Pontefice “venuto da lontano”, che tanto direttamente aveva conosciuto le devastazioni dello statalismo: Giovanni Paolo II». Capite? Lottieri parla, con impeccabile terminologia scientifica, di «statalismo» e non di «socialismo», come purtroppo è d’uso fare in ogni ambiente della società da quando il Capitalismo di Stato di matrice stalinista si è affermato nel mondo nella sua falsa qualità di «socialismo reale». (Analogo discorso vale naturalmente per il Capitalismo di Stato di matrice maoista, o stalinismo con caratteristiche cinesi). Una falsità apprezzata soprattutto dagli anticomunisti dichiarati, ossia dai sostenitori del cosiddetto “mondo libero” o occidentale, i quali hanno potuto facilmente dimostrare alle classi subalterne di tutto il mondo che il tanto disprezzato Capitalismo non è poi così male, soprattutto se confrontato con la sua miserabile alternativa, il «socialismo reale», appunto. Di qui, il mio particolare disprezzo nei confronti degli anticomunisti di matrice stalinista/maoista, i quali hanno scritto pagine davvero ignobili nel grande Libro Nero del Capitalismo.
L’ex segretario di Rifondazione Statalista, Fratello Fausto Bertinotti, non ha invece detto nulla di nuovo: la verità si è rifugiata nel santo corpo di Francesco. «Nell’eclissi della democrazia che stiamo vivendo in Europa, sembra che la fede risulti l’ultimo luogo dell’autonomia. Autonomia di un pensiero non omologato. Al tempo del Concilio Vaticano II c’era Giovanni XXIII, ma dall’altra parte c’erano giganti, c’era Kruscev, Kennedy. Oggi l’attuale Pontefice parla in un deserto politico, anche per questo la sua voce risuona così forte. La sua è una profezia, ma opera anche come supplenza nei confronti di una politica che non esiste più». Evidentemente Bertinotti conosce un solo tipo di politica: quella del “bel tempo che fu”, quella che trovava legittimità, consenso e ragion d’essere in una configurazione capitalistica e in un assetto politico-istituzionale del Paese che sono entrati in crisi non a causa di una mitologica «controrivoluzione neoliberista» ma a motivo di dinamiche economiche, geopolitiche e sociali di respiro mondiale. D’altra parte, il partito dei nostalgici della Guerra Fredda, del mondo bipolare che precedette il crollo del Muro di Berlino, non fa che ingrossarsi via via che il “nuovo ordine mondiale” mostra tutta la sua instabilità e imprevedibilità. Che a un “comunista italiano” tipo Bertinotti Papa Francesco possa apparire quanto di meglio vi sia in circolazione in termini di “umanitarismo” è cosa che non può certo stupire chi non ha mai dato alcun credito al “comunismo” di certi personaggi.
(5) Il Foglio, 1 marzo 2016.
(6) Dagospia, 2 marzo 2016.
(7) K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844. p. 52, Mia, 2007.
(8) Avvenire, 9 dicembre 2015.
(9) G. Sand citato da Marx alla fine della Miseria.

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2 thoughts on “VENDOLA, TOBIA E «IL VALORE DI SCAMBIO ELEVATO AL CUBO»

  1. Complimenti per questo interessantissimo scritto (ricevuto da Dino) che tratta come vanno trattate le tante, troppe ipocrisie che ogni giorno ci sommergono e c’intorpidiscono il corpo e la mente, da destra, ma soprattutto da una pretesa sinistra piccolo/medio borghese, che vive delle consistenti briciole del grande banchetto, e ben consapevole di far parte del codazzo imperialista nostrano, utilizza ogni sua risorsa per cercar di tenere in piedi il “magnifico” sistema, che tutt’ora chiamano… democratico.
    Una curiosità personale: l’autore è colui che si dava da fare tra gli operai delle grandi aziende liguri negli anni settanta e che qualche rara volta ho avuto occasione di leggere? Se si tratta di detta persona, complimenti anche per il pregevole sviluppo teorico/politico e per non essersi fatto contaminare.

    • Ringrazio, anche per la riflessione. Alla fine degli anni Settanta da studente “medio” mi davo da fare nel cosiddetto Movimento Studentesco, ma non raramente facevo della propaganda politica tra gli operai della zona industriale di Catania e di Siracusa (Priolo, Augusta). In quelle occasioni ho fatto esperienza del servizio d’ordine dei “compagni” della Cgil e del Pci. Un caro saluto. Ciao!

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