BREXIT, THE DAY AFTER. Il punto sulla guerra in Europa.

soqueen102Il brusco sommovimento politico che si è prodotto al centro dell’Unione Europea dopo l’esito pro-Brexit del referendum del 23 giugno non è che l’ultimo atto di una crisi sistemica che ormai si trascina da anni, e che si è andata approfondendo via via che il processo di globalizzazione capitalistica e la crisi economica internazionale deflagrata circa otto anni fa hanno reso evidenti tutti i limiti, tutte le contraddizioni e tutte le ambiguità interne al progetto “europeista” fin dalle sue origini. Quando, nel gennaio del 1973, la Gran Bretagna entrò a far parte, insieme alla Danimarca e all’Irlanda, della Comunità Europea essa mostrava tutti i segni della vecchia Potenza declinante ormai da almeno sette decenni, non potendo più nascondere dietro un orgoglioso retaggio storico gli acciacchi e le ferite di un Paese alle prese con gravi problemi economici e sociali – gli stessi che da lì a poco avrebbero generato la cosiddetta «controrivoluzione thatcheriana», un tentativo abbastanza riuscito di ristrutturazione/modernizzazione del Capitalismo d’Oltremanica. Già alla fine della Seconda guerra mondiale a Winston Churchill apparve chiaro come solo nel contesto di un’Europa in qualche modo unificata il Regno Unito avrebbe potuto recitare ancora un ruolo di respiro internazionale, comunque tale da consentirgli di non subire in modo schiacciante la leadership degli Stati Uniti, la Potenza di gran lunga più forte sul versante occidentale, la sola che insieme all’altro imperialismo pro tempore alleato, quello Russo, poteva davvero dichiararsi vincitrice – non solo ai danni del Giappone, della Germania e dell’Italia, ma anche ai danni della Francia e della stessa Gran Bretagna, nazioni ormai surclassate in quanto centri imperialistici di rango mondiale. Churchill fu allora il solo statista europeo a evocare gli «Stati Uniti d’Europa» come la sola via da imboccare per portare le nazioni europee fuori dalla tradizionale e sanguinosa competizione nazionalistica.

Fin da subito però la prospettiva “europeista” dello statista inglese venne a scontrarsi non solo con gli interessi delle fazioni borghesi del suo Paese legate finanziariamente agli Stati Uniti, ma anche con la posizione protezionista e statalista che faceva capo soprattutto al Partito Laburista e ai sindacati, i quali temevano la situazione che si sarebbe creata in Gran Bretagna in seguito a una sua maggiore integrazione nel progetto europeo messo in campo dalla Francia e dalla Germania. A partire dagli anni Sessanta Londra guardò con crescente preoccupazione la rapida ascesa economica della Germania pur dimezzata (la RFT), la cui forza sistemica l’aveva ben presto posta nuovamente al centro del processo di unificazione europea, cosa che, come scriveva il generale Carlo Jean, «ha indotto non pochi commentatori ad affermare – spesso malevolmente – che il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali sia stata la Germania. Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Manuale di geopolitica). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere, secondo Jean, il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca e nella dissoluzione dell’Unione Sovietica, eventi che solo qualche anno (o mese) prima quasi nessun politico o geopolitico del pianeta riteneva possibili, quantomeno a breve/medio termine, e certamente non auspicabili.

Come ho scritto altre volte, il cosiddetto “sogno europeo” nasce sulle ceneri di un’Europa distrutta da cinque anni di guerra totale, in parte come tentativo degli Stati Uniti di rafforzare le proprie posizioni imperialistiche nel Vecchio Continente, soprattutto in funzione antisovietica; e in parte come tentativo posto in essere dalle nazioni del Vecchio Continente inserite nella “sfera di influenza” americana avente come obiettivo la creazione di un polo economico-politico in grado di smarcarsi dagli interessi americani che non si armonizzavano con i loro, e nelle condizioni di competere con i maggiori agglomerati capitalistici del pianeta. Massimo Fini esprime bene questa esigenza: «Io direi che [la Brexit] sarà un vantaggio per l’Europa. Ammettiamolo: l’Inghilterra non è mai stata europea, semmai è sempre stata legata a doppio filo agli Stati Uniti, che sono un alleato torbido che ci ha trascinato nelle situazioni peggiori. Gli inglesi, nel disegno dell’Europa unita, erano un corpo estraneo. Ce ne siamo sbarazzati. Noi e la Francia saremo quelli che dalla Brexit trarremmo vantaggi più degli altri. Soprattutto economicamente. Adenauer e gli altri avevano perfino pensato ad un esercito europeo, ma Washington bloccò tutto. Eppure, oggi, per evitare di essere stritolata da Cina, India, America, l’Europa occorre che sia unita. Il problema vero non è l’Europa, sono le istituzioni europee» (Libero Quotidiano). «Il problema vero non è l’Europa, sono le istituzioni europee» (variante: «il problema non è l’Europa ma questa Europa»): è il mantra oggi più ripetuto a “destra” come a “sinistra”. Vediamo come declina il concetto Yanis Varoufakis, l’ex eroe della “sinistra radicale” europea: «Il ceto medio e la classe lavoratrice sono andati a votare contro l’ormai ex premier Cameron perché sono i più danneggiati dal progressivo taglio dello stato sociale e dall’aumento delle tasse, in linea con i diktat di Bruxelles. Non hanno rigettato l’Europa ma le modalità dell’eurocrazia. Se le cose non cambiano, vedremo il trionfo dei nazionalismi. Per questo un populista come Donald Trump festeggia» (Il Fatto Quotidiano). Traduco in termini “volgari”: i maltrattati dalla crisi e dalla ristrutturazione capitalistica non hanno rigettato il Capitalismo tout court (e questo lo avevo capito anch’io) ma una sua variante particolarmente brutta, sporca e cattiva, il cui successo è da ricercarsi in un establishment europeo asservito agli interessi del liberismo selvaggio e della Germania. «In questi mesi», continua l’infaticabile Yanis, «sono stato spesso nel Regno Unito a fare campagna a favore del Remain nelle zone più disagiate e ho faticato molto a convincere gli abitanti che non bisogna distruggere ma cambiare l’Europa perché uniti si è più forti e si pesa di più. [Occorre] fortificare l’Europa, facendola diventare una federazione e indebolendo l’establishment». Si tratta della necessità dell’imperialismo unitario europeo declinata, per così dire, da “sinistra”. Ritorniamo adesso a “destra” dello schieramento borghese.

L’antiamericano Fini non crede, e ciò può forse sorprendere chi conosce l’impianto passatista delle sue idee, che la chiusura nazionalista/sovranista sia la risposta adeguata alla globalizzazione: «Magari. In linea teorica e anche storica sarei d’accordo. Ma in questo momento storico [la chiusura nazionalista/sovranista è] un’utopia. Da soli verremmo schiacciati, lo ripeto. Oggi dobbiamo comunque fare un pacchetto di mischia». La metafora rugbista rende particolarmente bene l’idea. D’altra parte, non bisogna avere necessariamente un’intelligenza superiore alla media per capire la natura dello scontro interimperialistico in atto ai nostri tempi. Eppure, non sono pochi gli intellettuali, di “destra” e di “sinistra”, che credono nella possibilità del Capitalismo in un solo Paese – meglio se «di Stato», magari spacciato ai gonzi come «Socialismo del XXI secolo». Misteri della fede! Forse conviene chiedere lumi a Giuliano Ferrara, uno fra i più lucidi e intelligenti apologeti del «Capitalismo reale»: «Brexit vuol dire votare contro l’insicurezza del capitalismo mondializzato. Malgrado la cura liberista degli anni Ottanta benedetti, che ha ridotto la povertà nel mondo ma ha squilibrato la distribuzione della ricchezza e della mobilità sociale mettendo sotto pressione la classe media d’occidente, viviamo in questa parte del globo in un protettivo mezzo benessere diffuso che la sregolatezza programmata del capitalismo di mercato minaccia fin dentro la vita quotidiana di grandi masse, grandi numeri di forte impatto elettorale. […] Ma i cinesi, gli indiani, gli africani, i russi per la loro parte (ambigua e ancipite come sempre), insieme con i giovanotti e le giovanotte nati alla fine del secolo scorso, sono tuttora un partito del capitalismo o dei suoi spiriti animali difficile da sventrare, da far rientrare nei ranghi con una bella reazione occidentalistica, cioè neonazionalistica, regionalistica, piccole patrie. Bè, staremo a vedere. Comunque il caso della Brexit sta nella storia accidentata del capitalismo dopo la fine della storia, sta lì, non altrove» (Il Foglio). Non è che rimettere dentro il tubetto il dentifricio versato accidentalmente appare un’impresa titanica, se non impossibile: si tratta piuttosto della naturale dimensione planetaria del Capitalismo, le cui potenti linee di forza ridisegnano continuamente il profilo del mondo, e ciò accade sulla macro-scala come sulla micro-scala, riguarda le nazioni come le più piccole aree regionali*, le classi sociali come i singoli individui, le strutture economiche come le infrastrutture politico-istituzionali. Sotto il Capitalismo la società mondiale è terremotata in modo permanente, ed è ovvio che gli effetti più macroscopici di questa precaria condizione si registrano là dove momentaneamente si accumulano le maggiori contraddizioni – economiche, sociali, demografiche, etniche, culturali, politiche, ecc. Per questo leggere la Brexit nei termini di un anacronistico ritorno indietro è, a mio avviso, sbagliato e forviante, perché non si coglie la natura del magma sociale che si è contingentemente manifestato appunto come «voto contro l’insicurezza del capitalismo mondializzato». Ricordo a me stesso che la chiusura protezionistica degli anni Trenta precipitò il mondo nell’abisso del massacro indiscriminato scientificamente organizzato ed eseguito, certo, ma lo aprì anche a una nuova e più accelerata espansione dei rapporti sociali capitalistici – vedi alla voce “globalizzazione”. Quanto al «capitalismo dopo la fine della storia» di cui parla Ferrara, si tratta di una vecchia polemica interna all’intellighenzia occidentale, una disputa tra i detrattori e i sostenitori («al netto di tutti gli errori e di tutti gli orrori») del cosiddetto «Socialismo reale»**. Mi scuso per le divagazioni e riprendo il filo del discorso. Quantomeno ci provo.

Non bisogna dimenticare un nodo centrale dell’intricata matassa: la mai sopita Questione Tedesca. Scrive ad esempio Manlio Graziano: «L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea costringe la Francia a cercare nuovi antidoti per bilanciare l’egemonia riluttante della Germania: il nazionalismo e gli Usa» (Limes). È ritornata la Questione Tedesca, scrive Graziano; per come la vedo io, quella vecchia Questione non ha mai lasciato la scena della storia europea e mondiale.

Come limitare, controllare da vicino e, all’occorrenza, sfruttare la “naturale” potenza sistemica tedesca? La politica estera europea degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna in larga parte si spiega alla luce del dilemma Tedesco, e la cosa è apparsa evidente ai tempi dell’Ostpolitik***, della politica tedesca di penetrazione economica (commerciale e finanziaria) nell’Europa Orientale spalleggiata dall’Unione Sovietica e vista come il fumo negli occhi appunto da Washington, Londra e Parigi.

Alla fine degli anni Ottanta l’ex Cancelliere tedesco Helmut Schmidt dichiarò che «l’unico vero leader [europeo] è Margaret Thatcher», per aggiungere subito dopo: «Ma lei ha scarso interesse per l’Europa». Era il tempo in cui la Germania e la Francia spingevano, sulla base di interessi nazionali non sempre convergenti, verso una maggiore integrazione del mercato unico europeo e promuovevano con rinnovato vigore il progetto di una Banca Centrale Europea (centrata, quantomeno agli inizi, sulla Bundesbank) e di una moneta unica (egemonizzata dal forte e austero “spirito” del marco tedesco). La Francia cercò di moderare quanto e come le fu possibile quel processo che in larga misura essa subiva; il Paese d’Oltralpe si sforzò di marciare accanto alla locomotiva tedesca per frenarne il naturale espansionismo nel cuore stesso del Vecchio continente e per accreditarsi, in concorrenza con il Regno Unito, come centro politico-militare di prima grandezza nell’Unione Europea in formazione. Alla Germania la condizione di gigante economico e di nano politico-militare andava benissimo, tanto più alla luce della recente Unificazione, ottenuta senza l’impiego di un solo Panzer, di un solo cacciabombardiere, di un solo soldato. Nasce così il mito della «Potenza riluttante», del Paese politicamente egemone suo malgrado, controvoglia. Alla vigilia della Riunificazione Helmut Kohl disse che bisognava creare subito una forte Unione Europea affinché non prendesse corpo lo spettro di un’Europa a egemonia tedesca; la dichiarazione non rasserenò certo gli “alleati”, e soprattutto a Londra e a Washington le parole del Cancelliere tedesco forse suonarono evocative in modo davvero inquietante, se non addirittura minacciose.

La Gran Bretagna ha sempre cercato di giocare al meglio tanto la carta della sua “relazione speciale” con gli Stati Uniti, quanto quella che le deriva dalla sua collocazione geopolitica immediata, cioè dall’essere – checché ne pensi Jean-Claude Juncker! – un Paese europeo, e non raramente essa si è servita della carta europea per colpire gli interessi politici e finanziari americani tutte le volte che questi interessi sono entrati in rotta di collisione con i suoi. Ma a differenza di Parigi e di Roma, Londra non ha mai civettato con il cosiddetto “sogno europeo”, e non ha mai smesso di attaccare gli ideologi del superamento dello Stato nazionale foraggiati da Bruxelles, ed è per questo che nel fatidico 1989 Jacques Delors arrivò ad accusare la Lady di Ferro di voler ingannare i sudditi di Sua Maestà «sull’importanza reale dello Stato-nazione oggi», non mancando di aggiungere la seguente velenosa, ma non del tutto infondata, annotazione: «Lo sciovinismo può essere un bel paravento per nascondere venti anni di declino». Detto en passant, quanto a sciovinismo e a declino la Francia, almeno negli ultimi tre decenni, non ha avuto rivali.

Come si vede, mutatis mutandis i Paesi europei si trovano oggi alle prese con i problemi di sempre (tipo: è possibile europeizzare la Germania? è possibile usare la sua forza economica per creare un forte polo imperialistico europeo?), aggravati naturalmente da quanto è successo negli ultimi vent’anni nel mondo, a cominciare dalla tumultuosa ascesa capitalistica della Cina e dal nuovo dinamismo politico-ideologico-militare della Russia di Putin.

Scrive Slavoj Žižek commentando a caldo l’esito, per lui infausto, del referendum britannico: «Il referendum sulla Brexit è la prova definitiva che l’ideologia (nel buon vecchio senso marxista di “falsa coscienza”) è viva e vegeta nelle nostre società» (Newsweek). Non c’è dubbio. Peccato che l’intellettuale sloveno veda l’ideologia che alberga nelle posizioni politiche dei suoi avversari (i sostenitori della Brexit e i sovranisti-nazionalisti attivi in tutta l’Europa per distruggere la Comunità Europea), mentre non ha la minima contezza dell’ideologia che informa la sua posizione europeista, reazionaria almeno quanto lo è quella che egli avversa. Un solo esempio: «Guardate gli strani compagni di letto che si sono trovati insieme nel campo Brexit: destra “patriota”, nazionalisti, populisti che alimentano la paura degli immigrati, mescolati con la classe operaia arrabbiata e disperata. Una tale miscela di razzismo patriottico e di rabbia non è il terreno ideale per una nuova forma di fascismo?». Concordo. Ma i «compagni di letto» che si sono trovati insieme nel campo opposto, il campo europeista e “internazionalista” (sic!), dovrebbero forse ispirare una maggiore simpatia presso chi si batte per l’emancipazione dell’umanità dalla dittatura capitalistica mondiale? A quanto pare per Žižek la risposta non può che essere un grande . E a questo punto, diventato evangelico per dispetto, sentenzio: Chi non ha peccati ideologici che pesano come macigni sulla propria coscienza, scagli la prima pietra! Ma anche: Perché guardi la pagliuzza ideologica nell’occhio del vicino, mentre non badi alla trave che dimora nel tuo occhio?

«La Brexit potrebbe infondere nuova vita alla sinistra politica?», si chiede lo sloveno, per rispondere abbastanza sconsolato che «la sinistra esistente è ben nota per la sua capacità mozzafiato di non perdere l’occasione di perdere l’occasione». Come ben sanno i miei lettori, io non ho nulla a che fare con «la sinistra esistente», né ho mai avuto qualcosa da spartire con «la sinistra» che l’ha preceduta, quella per intenderci che nel fatidico 1989 rimase sotto le macerie del noto Muro – e che non poté schivare gli schizzi di sangue provenienti da Piazza Tienanmen. Quello che esibisco forse non è un titolo di merito, ma è certamente un fatto, forse significativo solo per chi scrive. Pazienza! Questo semplicemente per dire che non mi sento nemmeno sfiorato dall’ironia di Žižek. Ma «occasione», poi, per fare cosa? Forse per superare i vigenti rapporti sociali capitalistici attraverso una rivoluzione e in vista della Comunità umana mondiale? Non sia mai detto! Questa è minestra riscaldata forse buona per utopisti appiccicati come patelle allo scoglio delle vecchie “ideologie novecentesche”. Ci vuole ben’altro! E allora? Allora leggiamo i consigli autenticamente “rivoluzionari” dello sloveno: «Ricordiamo il vecchio motto di Mao Ze Dong: “Tutto sotto il cielo è nel caos più totale; la situazione è eccellente”. Una crisi è da prendere sul serio, senza illusioni, ma anche come possibilità da sfruttare appieno. Anche se le crisi sono dolorose e pericolose, sono il terreno su cui le battaglie devono essere combattute e vinte. Vi è la necessità di un nuovo progetto pan-europeo che affronti le vere sfide con cui l’umanità deve oggi confrontarsi». «Un nuovo progetto pan-europeo»: si tratta forse di una Comunità Europea “dal volto umano”, o quantomeno – e più realisticamente? – in grado «di combattere “accordi” commerciali e di investimento come il TTIP, che presentano una vera e propria minaccia per la sovranità popolare, e in grado di affrontare catastrofi ecologiche e gli squilibri economici che allevano nuove povertà e le migrazioni»? Decisamente la prospettiva “mozzafiato” delineata da Žižek mi attrae poco, diciamo; egli non vuole ignorare «il disperato bisogno di cambiamento che il voto [sulla Brexit] ha reso palpabile», e denuncia «la confusione che sta alla base del referendum e che non si limita all’Europa», essendo «parte di un processo molto più ampio della crisi della “fabbrica del consenso democratico” nelle nostre società»; denuncia «il crescente divario tra istituzioni politiche e la rabbia popolare, la rabbia che ha dato alla luce Trump nonché Sanders negli Stati Uniti». Žižek, come Varoufakis, ci avverte insomma che la casa occidentale sta andando a pezzi e che occorre inventarsi qualcosa per salvarla: auguri! Diciamo…

soqueenLeggi anche: BREXIT OR NOT BREXIT? MA È POI QUESTO IL PROBLEMA?

* Non a caso il Professor Miglio, cosiddetto teorico della Lega, teorizzò agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso le Macroregioni europee, assemblate secondo affinità economico-sociali (omogeneità sistemica), senza alcun riguardo per i vecchi e ormai obsoleti confini statuali/nazionali. La stessa Unione Europea, considerata da una prospettiva mondiale, appare come una macroregione.

** A proposito di «fine della storia», ecco cosa scrive Ottone Ovidi, sostenitore del recupero della riflessione storica come momento essenziale della lotta di classe: «Venuta meno l’esperienza dell’Unione Sovietica, che al di là del giudizio storico o politico che la può accompagnare rappresentava per milioni di persone nel mondo la possibilità stessa di una società diversa [gran bella diversità, non c’è che dire…], la società contemporanea sembra galleggiare in un eterno presente, un eterno da “fine della storia”, dove l’umanità avrebbe trovato finalmente la quadra per vivere e prosperare. La storia è una componente essenziale della creatività storica ed ideologica. […] Se privassimo la storia del suo contenuto ideologico, segnico, non rimarrebbe assolutamente niente» (Sinistrainrete). Inutile dire al lettore che conosce come la penso circa l’esperienza dell’Unione Sovietica quanto il «contenuto ideologico, segnico» di cui parla Ovidi mi sia oltremodo disgustoso. Alla memoria storica di Ovidi preferisco di gran lunga un sereno oblio, magari cullato dal dolce vino di Treviri.

*** È appena il caso di ricordare che la Ostpolitik, la politica di “apertura” verso l’Est, fu varata dal socialdemocratico Willy Brandt, ex borgomastro di Berlino diventato Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca nel 1969. Con l’Ostpolitik la penetrazione mercantile e finanziaria della Germania Ovest assume una più adeguata fisionomia politico-ideologica e una maggiore efficacia. Il Partito liberale tedesco, espressione di non pochi importanti gruppi industriali e finanziari molto interessati ai mercati “socialisti” e alle materie prime dell’Est, fu forse il più tenace assertore della nuova politica estera “distensiva”, la quale accelerò quel processo di attrazione sistemica lungo l’asse Bonn-Berlino che culminerà vent’anni dopo nella Riunificazione. Stati Uniti, Francia e Inghilterra dovettero fare buon viso a cattivo gioco dinanzi a una strategia che di fatto essi osteggiarono, per evidenti motivi concorrenziali, nei limiti delle loro possibilità. Per la già boccheggiante Unione Sovietica, militarmente forte ma economicamente già assai debole (in un modo allora non ancora sospettato dai più), l’Ostpolitik rappresentò invece una boccata d’ossigeno, probabilmente l’ultima prima del lungo rantolo finale. Insomma, con l’Ostpolitik ci troviamo dinanzi a una formula di straordinario successo dell’imperialismo tedesco.

 

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