A CHE PUNTO È LA MITICA “RIPRESINA”? OVVERO: LE ETERNE “MAGAGNE” DEL CAPITALISMO ITALIANO

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Ieri mi sono casualmente imbattuto nella rubrica (Oikonomia) che il giornalista “economico” del Foglio Marco Valerio Lo Prete tiene tutti i lunedì su Radio Radicale. La puntata andata in onda il 15 agosto scorso mi è sembrata particolarmente interessante per i dati statistici sull’economia “reale” italiana che il giornalista offre agli ascoltatori; di qui, l’idea di trascriverla come traccia per miei eventuali futuri approfondimenti. La cosa può forse risultare di un qualche interesse anche per il lettore, e perciò “socializzo” con piacere la cosa, scusandomi per eventuali errori ed omissioni. Già che c’ero, ho pure compulsato altra “cacca” (il Tizio di Treviri mi perdoni!) economica, che pure metto a disposizione degli interessati senza alcun commento critico. Il tutto potrebbe venir considerato come una sorta di promemoria in vista dell’ennesimo “autunno caldo”.

Come il lettore avrà modo di vedere, qui prendo in considerazione il punto di vista degli amici del Capitalismo di scuola liberista, mentre trascuro quello degli amici del Capitalismo di scuola statalista, le cui analisi sulla crisi economica del Paese e le cui ricette per superarla appaiono peraltro, almeno agli occhi di chi scrive, meno interessanti se poste a confronto con le analisi e con le ricette proposte dai loro colleghi liberisti. Ciò trova conferma anche nell’ultimo libro di Franco Debenedetti Scegliere i vincitori, salvare i perdenti (Marsilio), nelle cui pagine appare tra l’altro chiaro il filo nero statalista che lega il fascismo alla cosiddetta Prima Repubblica. Il punto di vista dell’autore è particolarmente interessante perché egli ha servito sia il capitale industriale “pubblico” che quello “privato” – i cui robusti legami con la politica vennero a galla ai tempi di Tangentopoli. «In quegli anni», scrive Debenedetti ripensando all’Italia del Secondo dopoguerra, «si affermò la convinzione, tutta ideologica, che l’attività diretta dello Stato in economia possa rimediare ai mali – disoccupazione, arretratezze, iniquità – e portare il bene – crescita, protezione, innovazione. La politica si comportò insomma come il Gran Cancelliere di Milano nei Promessi Sposi: “Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto, che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrlo”». L’economia subordinata alla volontà dei decisori politici: un classico tormentone statalista. È d’altra parte vero che un’economia capitalistica puramente “privata”, completamente al riparo dall’occhiuto e fiscalmente rapace Leviatano, non è mai esistita, se non nella testa dei liberisti ideologicamente più ottusi, i quali hanno sempre offerto molto materiale dottrinario agli statalisti più ottusi, del genere di quelli che, ad esempio, denunciano un «liberismo selvaggio» che in Italia non c’è mai stato. «Per fortuna!», dicono alcuni; «per disgrazia!», sostengono altri.

Ma fatemi capire: fortuna per chi? disgrazia per chi? In ogni caso, il mio irragionevole anticapitalismo mi impone di orientarmi fra le italiche magagne prescindendo completamente dagli “interessi generali del Paese”. E ho detto tutto! Almeno per oggi. Buona lettura.

Fonte: Ocse

Fonte: Ocse

Oikonomia

Buongiorno agli ascoltatori. Se il prodotto interno lordo italiano torna a essere stagnante, come si è appena verificato nel secondo trimestre dell’anno, sarà bene cercare di capire cosa ci sia alle origini di questa ennesima frenata della crescita del nostro Paese.

Dalla Banca d’Italia e dal Ministero dell’economia, per esempio, oramai da tempo non si guarda tanto al PIL per valutare se la ripresa si sia davvero radicata e sia destinata a durare nel tempo; piuttosto per non farsi ingannare da quelli che potrebbero essere soltanto rimbalzi statistici che vengono dopo le ripide discese, a Via  Nazionale e a Via XX Settembre si tiene d’occhio, per esempio, il dato degli investimenti.

Investimento è il termine che designa sia l’incremento di beni capitali che avviene in un dato periodo di tempo, sia l’acquisizione e la creazione di risorse atte a essere usate nel processo produttivo. Nelle economie capitaliste l’attenzione è rivolta principalmente all’investimento delle imprese private, e viene suddiviso in investimento in capitale fisso, cioè nell’acquisto di macchinari, attrezzature, e fabbricati  già esistenti e di nuova produzione; e investimento in scorte: di materie prime, di semilavorati, di prodotti finiti. Ma l’investimento è intrapreso anche dal settore pubblico, da istituzioni senza fini di lucro e da singoli individui. Si può considerare oltre al capitale fisso anche il capitale umano, quello intangibile, le acquisizioni di azioni e obbligazioni già in circolazione e di nuova emissione, Buoni del Tesoro, Titoli di Stato, quote di società o di imprese. L’investimento in senso ampio è anche la spesa per ricerca e sviluppo.

Ora, uno dei punti fondamentali che spiegano la fragilità della ripresa nel nostro Paese è che gli investimenti fissi (quindi l’acquisto di macchinari, attrezzature e fabbricati) sono ricominciati a salire soltanto nel 2015. Secondo l’Istat, per esempio, solo lo scorso anno gli investimenti fissi lordi sono tornati a crescere dello 0,8 per cento, dal -3,4 per cento che avevano fatto segnare nel 2014, interrompendo la fase di decisa contrazione di tutto il triennio precedente.

Scrive l’Istat: «Si rileva un primo recupero degli investimenti, ma la crescita è ancora debole. Nel 2015 gli investimenti fissi lordi sono tornati a crescere (+0,8 per cento, da -3,4 per cento del 2014), interrompendo la fase di decisa contrazione del triennio precedente. Nonostante la riduzione del livello di incertezza, la spinta delle politiche monetarie a sostegno della liquidità e le azioni volte al rilancio degli investimenti europei (Piano europeo per gli investimenti strategici 2015-2020, piano Juncker), l’aumento della spesa in beni capitali è risultato piuttosto contenuto, con una forte eterogeneità tra le singole componenti. La dinamica dell’aggregato è stata trainata dal balzo degli investimenti in mezzi di trasporto (+19,7 per cento), cui si è accompagnato un lieve aumento di quelli in macchine e attrezzature (+1,1 per cento); per contro, gli investimenti in costruzioni hanno continuato a diminuire, seppure di poco (-0,5 per cento); anche i prodotti della proprietà intellettuale hanno segnato un modesto calo (-0,4 per cento). Osservando la dinamica per settore istituzionale, nella media del 2015 il valore aggiunto delle società non finanziarie è cresciuto del 2,7 per cento rispetto all’anno precedente, gli investimenti dell’1,5 per cento (-3,6 nel 2014). Queste dinamiche hanno determinato un lieve calo del tasso di investimento delle società non finanziarie, sceso in media d’anno al 18,4 per cento (dal 18,7 del 2014). Per contro, il risultato lordo di gestione è tornato a crescere (+2,5 per cento) dopo tre anni di contrazione» (Rapporto annuale 2016, p. 19).

Anche la Banca d’Italia nella relazione annuale dello scorso maggio ha notato che soltanto nel 2015 si è interrotta quella che chiamano la prolungata contrazione dell’accumulazione di capitale, in atto, scrivono a Palazzo Koch, dall’avvio della crisi finanziaria globale. Quindi, addirittura più del triennio stimato dall’Istat. «Lo scorso anno si è interrotta la prolungata contrazione dell’accumulazione di capitale, in atto dall’avvio della crisi finanziaria globale. Gli investimenti fissi lordi, che non includono le scorte, sono aumentati dello 0,8 per cento; in quota del PIL – anch’esso in crescita di analogo ammontare – si sono stabilizzati al valore minimo storico del 16,6 per cento. La ripresa dell’accumulazione nel nostro Paese è più moderata rispetto a quella dell’area dell’euro. Lo stock di capitale al netto delle abitazioni è ancora sceso: l’ammortamento resta infatti su livelli prossimi a quelli del 2008, mentre i flussi di investimento lordo si sono ridotti fortemente in seguito alla crisi» (Banca D’Italia, Relazione annuale, 2015, p. 60). Il valore minimo storico del 16,6 per cento risale al 2000, cioè a 16 anni fa. Prima gli investimenti lordi erano pari al 20,2 per cento del PIL. Non solo la ripresa dell’accumulazione capitalistica del nostro Paese è più moderata rispetto a quella dell’area dell’euro, ma lo stock di capitale al netto delle abitazioni è sceso ancora.

«Secondo l’indagine Invind condotta dalla Banca d’Italia, l’espansione degli investimenti dello scorso anno ha riguardato soprattutto le imprese più grandi dei servizi privati non finanziari. Nell’industria in senso stretto la ripresa dell’accumulazione è stata nel complesso contenuta, ma è risultata marcata per le aziende esportatrici, seppure inferiore ai programmi, e per quelle di grande dimensione che stanno ristrutturando le linee di produzione» (Relazione annuale, p. 60). La ripresa degli investimenti è quindi diversificata nei diversi settori, anche secondo fattori dimensionali.

Secondo alcuni economisti, come Riccardo Gallo, ingegnere e docente di economia industriale alla Sapienza, gli imprenditori avrebbero addirittura tirato i remi in barca già prima dell’arrivo della crisi, e più precisamente alla fine degli anni Novanta. Una spia di ciò sarebbe per esempio l’andamento degli ammortamenti tecnici ordinari pari nel ‘92 a poco meno del 5 per cento del fatturato netto delle imprese, poi sceso sotto il 4 per cento nel 2004, per toccare nel 2007 meno del 3 per cento, livello rimasto poi invariato fino al 2014. Secondo Gallo, autore del libro Torniamo a industriarci (Guida editori), ciò fu conseguenza non solo e non tanto di un aumento del fatturato al denominatore, quanto di una diminuzione degli ammortamenti al numeratore,  perché i mezzi di produzione via via che arrivavano alla fine della loro vita utile non venivano tutti rimpiazzati. Quindi a bilancio non c’erano nuovi immobilizzi tecnici e di conseguenza gli ammortamenti da accantonare diminuivano. Il fatturato è aumentato nel tempo comunque, anche senza un piano di rinnovo degli impianti; ma solo perché quelli vecchi sono stati mantenuti in attività fino all’ultimo, gli è stato per così dire “tirato il collo” anche quando erano completamente ammortizzati e sarebbero dovuti essere sostituiti.

Sempre secondo i calcoli di Gallo negli ultimi dieci anni la maggior parte degli imprenditori si è distribuita come dividendi tutti gli utili di gestione. Se questa tendenza di fondo sugli investimenti ha iniziato una lieve inversione solo l’anno scorso, prima di parlare di vera e propria crescita in Italia potrebbe passare dunque del tempo, addirittura due o tre anni.

Forse è giunto il momento di chiedersi cosa si possa fare per accorciare al massimo tale transizione. Grazie dell’ascolto da Marco Valerio Lo Prete.

Dalla Relazione annuale, 2016, della Banca d’Italia:

L’accumulazione di capitale produttivo è gradualmente ripartita, con il sostegno sia delle migliori condizioni di finanziamento indotte dall’orientamento espansivo della politica monetaria, sia del marcato recupero della fiducia delle imprese. La dinamica della spesa in mezzi di trasporto è stata particolarmente elevata, in parte beneficiando degli ecoincentivi per il rinnovo dei veicoli commerciali ancora in vigore nei primi mesi dell’anno. Anche gli investimenti in macchinari e attrezzature hanno ripreso a crescere, pur continuando a essere frenati da margini ancora significativi di capacità produttiva inutilizzata. La contrazione degli investimenti in costruzioni, che dura pressoché ininterrotta dal 2007, si è decisamente ridimensionata sia nella componente residenziale sia in quella produttiva; quest’ultima ha beneficiato anche dei primi segnali di recupero della spesa in opere pubbliche (p. 53).

Nonostante le vantaggiose condizioni di finanziamento, la raccolta di capitali da parte delle imprese non finanziarie si è collocata su livelli complessivamente inferiori a quelli dell’anno precedente. Le aziende italiane hanno mostrato una tendenza a ridurre il proprio indebitamento e a fare fronte al fabbisogno prevalentemente con l’autofinanziamento, mentre l’attività di investimento, sebbene in ripresa, resta ancora moderata (p. 155).

Tra il 2008 e il 2013 la crescita aggregata è stata il risultato anche di diverse strategie con cui le imprese hanno contenuto la dinamica del costo del lavoro. Le imprese più grandi hanno limitato la crescita dei salari medi unitari, mentre quelle minori hanno ridotto l’occupazione con maggiore frequenza. Le imprese medie e piccole pagano salari più bassi, prossimi ai minimi fissati dai contratti nazionali e spesso privi di componenti salariali aggiuntive, quali i bonus, comprimibili in caso di shock recessivi. Queste aziende hanno perciò agito sia diminuendo il numero degli occupati, sia ricomponendo la forza lavoro: in particolare hanno utilizzato i lavoratori a termine, il cui contratto di lavoro – incluso l’inquadramento salariale – deve necessariamente essere ridefinito di volta in volta. La dinamica salariale si è ulteriormente affievolita alla fine dell’anno, risentendo dei mancati rinnovi di molti dei contratti scaduti nel corso del 2015 e nei primi mesi del 2016 (lo scorso marzo i contratti non rinnovati pesavano per circa il 50 per cento del monte salari. In assenza di ulteriori rinnovi la crescita delle retribuzioni contrattuali si dimezzerebbe nel 2016 rispetto all’anno prima, raggiungendo un minimo storico (allo 0,8 per cento). […] Durante la crisi la quota dei profitti è scesa a livelli storicamente modesti (pp. 98-101).

Dal Rapporto annuale 2016. La situazione del Paese, Istat

Le esportazioni italiane mantengono la loro quota sul mercato mondiale e europeo. Anche le esportazioni italiane di merci hanno segnato un’accelerazione, aumentando in valore del 3,8 per cento (+2,2 per cento nel 2014). La dinamica settoriale è stata fortemente eterogenea: gli autoveicoli e gli altri mezzi di trasporto hanno apportato un contributo pari a un terzo della crescita complessiva, compensando l’andamento negativo di altri settori, quali metalli e prodotti in metalli e petrolchimico. Rispetto alle principali aree di sbocco, le esportazioni sono cresciute a un tasso lievemente più elevato nell’area dell’Ue (+3,9 per cento) rispetto a quella extra Ue (+3,6 per cento); all’aumento complessivo ha contribuito per oltre il 40 per cento il mercato degli Stati Uniti (+20,9 per cento), che ha più che compensato la flessione delle esportazioni verso la Russia (-25,0 per cento), causata dal protrarsi delle sanzioni commerciali. Nel complesso, la quota delle esportazioni di merci italiane su quelle mondiali è rimasta invariata (2,8 per cento, dati sui primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014, secondo il Wto). Il confronto con le dinamiche delle esportazioni dell’area Ue mostra come la quota dell’Italia abbia subito una lieve erosione rispetto al 2014 (da 8,6 a 8,5 per cento): la crescita delle esportazioni dell’Italia è, infatti, risultata inferiore a quella dei paesi dell’Ue e, in particolare, della Germania (6,5 per cento) e della Francia (4,4 per cento). […] Il mercato interno e i beni strumentali trainano la produzione e il fatturato dell’industria. La produzione industriale ha segnato nel 2015 un incremento in volume rispetto all’anno precedente (+1,1 per cento), trainato dalla dinamica positiva dei beni strumentali (+3,6 per cento) e dell’energia (+2,3 per cento), a fronte di un calo di beni intermedi (-1,0 per cento) e di un andamento stagnante dei beni di consumo. All’opposto, la produzione nelle costruzioni è ulteriormente diminuita nella media del 2015 (-1,7 per cento su base annua), proseguendo la tendenza negativa degli ultimi anni. Il fatturato industriale è rimasto sostanzialmente invariato (+0,3 per cento, dati corretti per gli effetti di calendario): alla dinamicità della componente estera (+1,2 per cento) si è contrapposto il lieve calo di quella interna (-0,2 per cento) (Figura 1.7). Per contro, il balzo degli ordinativi (+5,2 per cento) è stato guidato prevalentemente dalla domanda interna (+8,6 per cento), mentre gli ordini dall’estero hanno registrato una crescita modesta (+0,7 per cento) (pp. 21-22).

La dinamica salariale nel totale dell’economia ha mantenuto nel 2015 un ritmo molto contenuto. Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dell’1,2 per cento, mentre la dinamica delle retribuzioni lorde per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno ha segnato un leggero rafforzamento rispetto al 2014 (+0,6 per cento rispetto a +0,2 per cento). La sostanziale stabilità dei prezzi al consumo (+0,1 per cento) ha reso possibile una crescita in termini reali delle retribuzioni di fatto (+0,5 per cento). L’andamento complessivo delle retribuzioni di fatto, che si conferma anche per il 2015 inferiore a quello della componente contrattuale, è la risultante di dinamiche settoriali diverse. Incrementi superiori alla media si registrano nell’agricoltura (+2,8 per cento) e nell’industria (+1,5 per cento); per il solo comparto delle costruzioni si osserva una crescita inferiore alla media (+0,5 per cento). Nei servizi, che nel complesso registrano una crescita delle retribuzioni del +0,3 per cento, la dinamica più sfavorevole riguarda l’aggregato delle attività dell’amministrazione pubblica, difesa, istruzione e sanità (-1,0 per cento), la più vivace i servizi di informazione e comunicazione e le attività finanziarie e assicurative (+1,8 e +2,3 per cento, rispettivamente) (p. 26).

Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera, 30 giugno 2016):

Il livello degli investimenti ha toccato nel 2015, secondo la Banca d’Italia, il minimo storico nel rapporto con il Prodotto interno lordo: il 16,6 %. Qualche segno di ripresa c’è, ma dalla crisi finanziaria a oggi la diminuzione è stata superiore al 30%. Anche questo spiega come mai il nostro Paese non sia ancora riuscito a recuperare i livelli di reddito del 2008. Se non si investe con tassi d’interesse vicini allo zero, quando mai lo si farà? Ridotta al nocciolo, la questione di fondo dell’economia italiana (ed europea) è tutta qui. Il Pil è ancora al di sotto di otto punti percentuali, mentre la Germania è al di sopra di cinque.

Nonostante gli interventi del governo – dal super ammortamento, allo sconto sull’Irap e quello promesso sull’Ires, ai diversi incentivi – le imprese sono frenate da una serie di fattori di instabilità, accresciuti con la Brexit. Eppure la loro propensione a investire – come segnala il Centro studi della Confindustria – è elevata in rapporto al valore aggiunto che però, nel manifatturiero, è cresciuto lo scorso anno solo dello 0,6 per cento. La dimensione ridotta delle aziende è tuttavia un ostacolo. […] «Lo stock di capitale italiano – spiega l’economista Gianfranco Viesti – si riduce, al netto delle abitazioni, in termini assoluti. E quei pochi investimenti che facciamo non sono sufficienti nemmeno a contrastare il deperimento normale degli impianti». Ci siamo già mangiati un pezzo di futuro senza accorgercene. Sorge, a questo punto, una domanda: perché l’enfasi sugli investimenti non ha contraddistinto i primi due anni del governo? La spiegazione più banale, e forse un po’ maliziosa, è che, al pari dei tagli di spesa, non generano consensi immediati. I bonus, anche quelli inutilmente costosi, sì o almeno dovrebbero. […]
Un’analisi preziosa per un dibattito pubblico più approfondito si ricava dalla lettura di un libro appena pubblicato dell’economista Riccardo Gallo (Torniamo a industriarci). Gallo individua l’inizio della caduta degli investimenti e l’avvio del deterioramento della competitività italiana nel biennio 1998-99. Per le cause note, non ultimo lo smantellamento, sotto la pressione della Commissione europea, di tutti i principali strumenti di intervento pubblico nell’economia, oltre che la perdita della leva del cambio. Nessuna nostalgia, ma il Paese, a suo giudizio, non ha riflettuto in profondità sull’opportunità di adottare misure alternative. Si è passivamente adeguato. Due le proposte di Gallo. La prima: rivedere l’assetto istituzionale delle autorità di regolazione di mercato di reti e servizi. Le tariffe sono troppo alte, penalizzano gli utilizzatori industriali, ingrassano le società erogatrici. La seconda: il governo faccia un passo più rivoluzionario sugli ammortamenti. Consenta alle imprese industriali di ammortizzare tutti i nuovi investimenti, con coefficienti liberi e superiori ai massimi fiscali, nel biennio 2017-2018. Una misura choc, dal costo per l’Erario non indifferente ma recuperabile negli anni successivi grazie ai maggiori utili prodotti. Una dose da cavallo, sperando che il cavallo, cioè l’economia del Paese, beva e corra un po’ più veloce.

Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera, 17 agosto 2016):

La prossima legge di Stabilità riserverà probabilmente una maggiore attenzione agli investimenti e alla produttività. I primi sono al livello storico più basso in proporzione al Pil, il Prodotto interno lordo, il 29 per cento in meno rispetto al 2008. La seconda è stagnante da anni. L’illusione che bonus e incentivi rianimassero i consumi interni è svanita nell’aridità impietosa dei numeri. La crescita zero è uno spettro inquietante, anche se non è da buttare lo 0,7 per cento guadagnato in un anno. Dopo la Seconda Guerra mondiale, la produzione industriale tornò, già nel ‘48, ai livelli del ‘39. […] L’impresa rivendica giustamente una maggiore consapevolezza del fatto che il futuro dell’economia italiana è strettamente legato ai destini della sua industria manifatturiera, specie nella prospettiva digitale (l’Internet delle cose) con l’avvento massiccio della robotica. Quel quarto di aziende competitive e internazionalizzate di cui parlava sul Corriere del 13 agosto Dario Di Vico non ha problemi. Ha il futuro in mano. Un quarto lo ha perduto. Le altre vanno aiutate al massimo, pur sapendo che un’evoluzione della specie è necessaria. Le aziende nascono e muoiono. Le respirazioni artificiali sono dannose per tutti. […] Gli imprenditori hanno meriti eccezionali ma non dovrebbero sfuggire, come classe dirigente, a qualche serena autocritica. Non sembrano così impegnati nel ridurre i sussidi pubblici alle imprese che distorcono la concorrenza. Non suscita alcun sincero dibattito la scelta di chi trasferisce sede legale e fiscale all’estero pur continuando a sventolare la propria italianità. Non vi è, tranne rari casi, una discussione meno rituale sul modello industriale del futuro.

L’economista Pierluigi Ciocca, sull’ultimo numero di Economia Italiana, sostiene che la produttività stagnante, non è più colpa di costi e salari. Dipende dal fatto che molte delle nostre produzioni, pur profittevoli, non siano più lungo la frontiera dell’innovazione e del progresso tecnologico, capaci di far avanzare l’intera economia. E, citando Carlo Maria Cipolla, Ciocca conclude che non siamo più in grado, come un tempo, di «produrre molte cose nuove che piacciono al mondo». Esagera? Probabilmente sì ma parlarne di più non sarebbe inutile. Un Paese non cresce con l’ipocrisia e i luoghi comuni.

Oscar Giannino (Istituto Bruno Leoni, 13 agosto 2016):

La tossicchiante ripresa italiana s’è fermata. Perché i guai sono sempre gli stessi, da vent’anni dicono i numeri. E assume forme diverse nel tempo comunque un’analoga risposta della politica: incolpare le circostanze esterne, evitare i necessari rimedi radicali, inventarsi costose strategie per compiacere il voto e prendere a calci la lattina. Il declino italiano continua, rispetto agli altri paesi. E la tanto decantata carica del governo Renzi appare ferma, spenta, incartata. […] Quanto agli auspici, e cioè cosa sarebbe preferibile, è un discorso lungo, che dipende dalla lettura che si dà della crisi italiana. Se si guarda ai numeri, l’Italia ha una crisi di produttività stagnante ventennale, da metà degli anni ‘90. E da allora – non dal 2008 o dal 2011 – gli investimenti netti delle migliaia di imprese industriali censite da Mediobanca sono inferiori alla quota annuale di ammortamenti: cioè la quota investita per nuovi impianti, innovazione di prodotto e processo, distributiva e di capitale umano è minore di quella spalmata nei bilanci annuali per “spesare” le innovazioni del passato (chi volesse approfondire questo e molti altri dati, li trova nel bel librino di Riccardo Gallo). Del resto, rileva sempre Mediobanca, il margine industriale delle imprese resta, nei bilanci 2015, inferiore del 37% a quello del 2007 e del 20% per le imprese manifatturiere: e non solo per la crisi del mercato interno, ma grazie a tasse che gravano anche se il reddito è zero o negativo. E Restiamo in Italia con una quota di occupati del 57%, rispetto al 78% della Germania, 77% della Gran Bretagna, 76,5% di Danimarca e Olanda.

In un paese con questi ritardi strutturali, servirebbero da anni interventi radicali per accrescere la produttività, abbattere il fisco su imprese e su lavoro, accrescere verticalmente la concorrenza, visto che il più dell’offerta dei servizi pubblici e privati ne restano escluse. E poiché per abbattere davvero il fisco di diversi punti di PIL occorre rivedere energicamente il perimetro dello Stato, come accrescere la concorrenza significa scontentare infinite lobby, è esattamente quel che la politica italiana di ogni colore ha diluito ed evitato di fare. Il declino continua rispetto agli altri paesi, buon referendum a tutti.

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Leggi anche:
PROFITTO VERSUS RENDITA. Alcune considerazioni intorno ai concetti di profitto, rendita e lavoro produttivo nel Capitalismo 2.0.

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