CARCERE E UMANITÁ

crimeE allora come, secondo voi, si dovrebbe trattare chi trasgredisce la legge? – chiese l’inglese con un sorriso.
– Già! La legge! – gridò il vecchio con un tono di scherno. – La legge! Sei proprio tu, quello che può venirmi a parlare di legge! Egli ha cominciato ad impossessarsi della terra, ha spogliato gli uomini d’ogni ricchezza, ha tolto di mezzo chiunque gli opponeva resistenza; poi ha fatto una legge, la quale dichiara che non si deve né uccidere né rubare! Ma sta’ pur sicuro che prima, non l’avrebbe scritta la sua legge! (L. Tolstoj, Resurrezione).

«Ogni volta che entro in un carcere, penso: perché loro e non io?»: già questa sola frase, che certamente irrita la coscienza dell’autentico giustizialista, qualifica come persona molto intelligente il Papa più amato dai progressisti. «Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare, tutti in una maniera o nell’altra abbiamo sbagliato. A volte, una certa ipocrisia spinge a vedere in voi solo delle persone che hanno sbagliato, per le quali l’unica via è quella del carcere. Non si pensa alla possibilità di cambiare vita, c’è poca fiducia nella riabilitazione. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto». Così il Santissimo Padre rivolgendosi alla comunità carceraria nel giorno che ha celebrato il Giubileo dei carcerati. Ascoltate queste misericordiose parole, la deputata Paola Binetti, notoriamente più in confidenza con il Padreterno che con il suo vicario sulla Terra, ha avuto un orgasmo di compassione: «Chi, più dei carcerati, ha bisogno di essere perdonato? Chi è il più ultimo fra gli ultimi, se non il carcerato? Certo, queste persone che giustamente scontano una pena detentiva hanno sbagliato, ma hanno ammesso la loro colpa, e adesso meritano il perdono della società, che li deve riaccogliere prontamente nel suo seno. Lo dice anche la nostra Costatazione». Amen!

Siccome la vita è bella perché è varia (spesso anche piuttosto avariata), come si dice dalle mie parti, chi scrive pensa invece che sbagliata, cioè radicalmente disumana, è la società che produce sempre di nuovo ogni sorta di irrazionalità, violenze, contraddizioni, pulsioni distruttive e via con un elenco praticamente infinito di “magagne”, “deviazioni”, “ingiustizie” e quant’altro. Il fatto che lo stesso “reo” accetti “responsabilmente” la propria colpa, e chieda solo che gli sia somministrata una giusta (“equa”) punizione, ciò conferma semplicemente che l’ideologia, l’etica e la morale dominanti in una data epoca storica promanano spontaneamente dai rapporti sociali dominanti, dalla totalità della prassi sociale; assistiamo insomma alla piena identificazione dei dominati con questi rapporti sociali: «Il dominio immigra negli uomini» (T. W. Adorno).

Com’è noto, l’esistenza del peccato (del Male, della Colpa) fonda la stessa ragion d’essere della Chiesa Romana, la quale ha appunto nelle pecorelle smarrite e traviate la materia prima della sua fabbrica del perdono. Senza peccatori e senza indigenti – nell’accezione più “esistenzialista” e meno “economicista” del termine – quella Santa Fabbrica sarebbe costretta a dichiarare il suo fallimento: «Chiuso per mancanza di infelici da consolare e di peccatori da redimere». Non sia mai! Per fortuna – per la Chiesa, per le organizzazioni filantropiche e per il mercato del disagio sociale in genere – la Comunità dell’uomo in quanto uomo è una mera utopia (almeno così si dice, almeno così sembra oggi), e quindi non ci sarà mai penuria di pecorelle smarrite e maltrattate da mettere sulla giusta via e da curare.

Insomma, voglio affrontare brevemente la “problematica” carceraria, sollecitato anche da un articolo di Aldo Masullo pubblicato dal Mattino lo scorso 5 novembre e dedicato alle «disumane e degradanti» condizioni in cui versano le carceri italiane.

Scrive Masullo: «La riforma carceraria è un momento decisivo della ripresa del processo di modernizzazione dello Stato italiano. Si tratta di trasformazioni all’altezza della maturazione sociale in corso e al tempo stesso sue necessarie condizioni. Nelle carceri deve avvenire un cambiamento capace di rendere finalmente la detenzione uno stato di punizione, se meritata, non di tortura. Al centro del cambiamento va posto il concreto rispetto del diritto insopprimibile alla vita attiva, a quella libera operosità che vale, essa prima d’ogni altra, a restituire al detenuto il rispetto di se stesso e a consentirgli così di re-integrarsi nella pienezza della sua appartenenza sociale». Musica per le orecchie del riformatore sociale; roba rancida per chi conosce il dibattito sulle carceri europee almeno degli ultimi due secoli, e soprattutto per il critico-radicale che si ostina a misurare la realtà dell’oggi con la possibilità di una vita autenticamente umana.

calotÈ possibile “umanizzare” l’istituzione carceraria? Personalmente ritengo un odioso ossimoro la stessa locuzione carcere umano: dove esistono condizioni di esistenza autenticamente umane, ipotetica realtà inconcepibile con l’odierna struttura classista della società, il carcere non sarebbe possibile nemmeno in teoria. Qualcuno scrisse una volta che il grado di civiltà di una società è rivelato dalla condizione in cui versano le sue carceri; io mi permetto di fare una piccola variazione sul tema sostenendo invece che il grado di umanità di una società è segnalato dall’esistenza o meno di un sistema carcerario e delle altre istituzioni preposte al controllo degli individui e alla repressione della “devianza”. D’altra parte, come avevano intuito già alla fine del XVIII secolo anche molti filosofi borghesi che certo non possono essere definiti rivoluzionari, è lo stesso concetto di “civiltà” (e di “progresso”) che va sottoposto al trattamento della critica più radicale. Chi vuol comprendere i fatti dell’oggi nel loro autentico significato, farebbe bene a imparare ad apprezzare in tutta la sua pregnanza storico-sociale la genesi della civiltà (la nascita della politica, della cultura, dell’arte, della raffinatezza) pagata a caro prezzo (sto parlando di fatica, di sudore, di lacrime, di sofferenze, di morte) dalle classi dominate. Anche Freud ha riflettuto molto sulla partita doppia della Civiltà (la “civilizzazione” dei bisogni, degli istinti, delle pulsioni), la quale ovviamente riguarda a diverso titolo l’intero genere umano, e non solo “gli ultimi”. Lo stesso Nietzsche, sebbene da una prospettiva schiettamente controrivoluzionaria (“aristocratica”), ha illuminato a giorno diversi luoghi oscuri della cosiddetta civilizzazione, finendo per declinare in modo reazionario una grande verità: la filantropia e i buoni sentimenti che hanno come oggetto il destino degli ultimi (senza tuttavia mettere in questione la radice del male) sono la continuazione della disumanizzazione con altri mezzi. Così stanno appunto le cose nella società che conosce la divisione classista degli individui – della quale il carcere non è che un necessario prodotto.

Il fatto stesso che ai più sembra un grande esempio di civiltà battersi per la cosiddetta “umanizzazione della pena carceraria”, la dice lunga sulla qualità davvero infima del concetto di “umanità” che la gente ha in testa. Negli Stati Uniti si è tanto parlato di “umanizzazione” della pena di morte: perché abbrustolire il corpo del reo, se la scienza consente soluzioni finali più “umane”? Se negli USA si parla con sempre più insistenza di abolizione della pena di morte, è perché la finzione della deterrenza contro i “crimini più esecrabili” mostra tutti i suoi limiti dinanzi a una realtà sempre più irrazionale e violenta. Già Cesare Beccaria giudicò la pena di morte «né utile né necessaria», soprattutto per la sua scarsa capacità di deterrenza: la pena di morte «fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza» (1). Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, in quel Paese la pena di morte è ancora popolare, e non sono pochi gli americani che considerano degna di miglior causa la lotta per “umanizzare” l’eliminazione fisica del condannato: «Troppo facile cavarsela con una dolce morte!». La psicologia di chi chiede per il “reo” supplizi e la morte con dolore non è poi così diversa dalla psicologia di chi pensa che sarebbe giusto «gettare le chiavi» e che comunque non condivide tutto questo interesse per i delinquenti sbattuti in galera: «Abbiamo già tanti problemi qui fuori!». Mi par di sentire l’odioso slogan dei manettari d’ogni tempo e colore (in realtà si tratta di un colore solo, quello della… lasciamo perdere, per decenza): «Onestà! Onestà! Onestà!».

Il carcere non è stato “pensato” per rieducare (correggere) il condannato, come prescrive l’Art. 27 della nostra Costituzione; la rieducazione è una finzione ideologica chiamata a coprire la vera funzione del carcere: punire il reo per soddisfare il bisogno di vendetta – o di “giustizia”: «Il delinquente va giustiziato!» – della società civile. Il monopolio della violenza che sta fra le zampe del Leviatano implica che il mostro trasformi la vendetta privata in una più “civile” giustizia pubblica. Michel Foucault parlava di «pudore amministrativo». Anche il continuo trasferimento dei detenuti da un carcere all’altro, ad esempio, è parte integrante del trattamento punitivo: «Quando le persone detenute parlano in maniera quasi ossessiva dei trasferimenti, e di cosa vuol dire, come rischia di succedere a Padova per le sezioni di Alta Sicurezza, essere impacchettati e spediti in un altro carcere, bisognerebbe provare a mettersi nei panni di chi, in galera magari da venti e più anni, e con la prospettiva di restarci a vita, si ritrova a essere privato anche di quel poco che aveva» (Ristretti Orizzonti). Il fatto che, come si dice, al peggio non c’è mai fine, da sempre gioca a favore del Dominio. Perfino nei campi di sterminio i controllori potevano “gestire” al maglio i reclusi facendo balenare ai loro occhi pieni di terrore la possibilità di punizioni e ricompense. Ovviamente il Dominio invita gli individui a misurare la realtà dell’oggi pensando a quanto potrebbe essere ancora più difficile e disumana la loro vita domani, e dopodomani: qui l’ideologia del male minore dà il meglio di sé.

f-7Nel suo “classico” saggio Sorvegliare e punire, il filosofo francese mostra come il dibattito sul carcere (sulla sua funzione, sulla sua configurazione interna e collocazione esterna, sulla sua organizzazione, sui suoi limiti, sulla necessità di adeguarlo ai mutamenti sociali e così via) sia rimasto sostanzialmente immutato almeno dal 1820-45 in poi. «La critica della prigione e dei suoi metodi apparí ben presto; essa si fissa d’altronde in un certo numero di formulazioni che sono ancor oggi ripetute senza alcun cambiamento». Foucault passa a elencare queste stereotipate formulazioni: «– Le prigioni non diminuiscono il tasso di criminalità: possiamo estenderle, modificarle, trasformarle, la quantità dei crimini e dei criminali rimane stabile, o, peggio ancora, aumenta. […] – La detenzione provoca la recidiva; usciti di prigione, si hanno maggiori probabilità di prima di ritornarvi. […] – La prigione non può evitare di fabbricare delinquenti. […] La prigione rende possibile, meglio, favorisce, l’organizzazione di un milieu  di delinquenti, solidali gli uni con gli altri, gerarchizzati, pronti per tutte le future complicità [questo milieu ricorda tanto la situazione in certi  “quartieri bassi” delle grandi città, in Italia e ovunque nel mondo]. – Le condizioni fatte ai detenuti liberati li condannano fatalmente alla recidiva. […] – Infine, la prigione fabbrica indirettamente dei delinquenti, facendo cadere in miseria la famiglia del detenuto. Ora, a queste critiche la risposta è stata invariabilmente la stessa: la riconferma dei principî invariabili della tecnica penitenziaria». Veniamo alla conclusione del ragionamento: «Parola per parola, da un secolo all’altro, si ripetono le stesse proposizioni fondamentali. E ogni volta vengono date come la formulazione infine acquisita, infine accettata, di una riforma sempre mancata fino a quel momento. […] Il preteso scacco della prigione non fa allora parte del funzionamento della prigione? […] Se l’istituzione-prigione ha tenuto così a lungo, ed in una simile immobilità, se il principio della detenzione penale non è mai stato seriamente posto in questione, è senza dubbio perché il sistema carcerario si radicava in profondità ed esercitava funzioni precise. […] La prigione, col suo “scacco” apparente, non manca però il suo scopo» (2).

Il “fallimento” del sistema carcerario (secondo le premesse fissate dalla finzione politico-ideologica: la pena carceraria come prassi rieducativa, la pena commisurata al reato e comunque ispirata in ogni caso al «senso di umanità») e la permanente riforma (il più delle volte solo annunciata dai governi) di quello stesso sistema sono insomma due facce della stessa medaglia, due diverse ma convergenti strategie, due modi di essere e manifestarsi della stessa cattivissima cosa: la realtà della pena detentiva, appunto. Il preteso “fallimento” della funzione carceraria denunciato dai riformatori sociali e da tutti gli uomini di buona volontà non è che una modalità afflittiva come un’altra, una punizione impartita al reo all’ombra di circostanze “oggettive” che sfuggono al controllo e alla volontà di chi deve far rispettare la legge: «I fondi sono scarsi, la crisi economica non risparmia il carcere, la burocrazia fa acqua da tutte le parti, si impongono misure di sicurezza straordinarie, il Paese vive un senso di insicurezza che va rispettato», e via di seguito. Più il carcere “fallisce” la sua missione, più l’opinione pubblica incassa con soddisfazione il “supplemento” di afflizione che deve sopportare il reietto ristretto in carcere: «Il carcere non deve diventare un albergo a cinque stelle!». Ci mancherebbe! Piuttosto dovrebbe essere più simile a una topaia, a una discarica umana, a una sentina, a una squallida catapecchia. «Dopo tutto, è quello che si meritano». Nel giorno in cui Trump («Lock her up!») festeggia il suo trionfo è difficile nuotare controcorrente…

andry%20largeScriveva il sociologo David Garland nel suo interessante studio del 1990 Pena e società moderna: «A prescindere da quanto possa essere necessaria o utile a seconda delle circostanze, la pena è sempre al centro di nodi irrisolvibili» (3). Che significa «a prescindere da quanto possa essere necessaria o utile»? Si può prescindere dall’aspetto più importante della questione, ossia dall’interrogarsi, senza nulla concedere alla finzione ideologica che tende a neutralizzare la natura sociale del carcere, circa la necessità e l’utilità della prassi penale? E poi: «necessaria», la pena, in che senso? «utile» a chi o, meglio, a che cosa? Certo, il carcere è «un male necessario», su questo non nutro alcun dubbio; ma lo è, come già detto, nel contesto delle società fondate su precisi rapporti di classe, inclusa ovviamente la vigente società “postmoderna”, che il progressista Garland intendeva migliorare proprio a partire dalle istituzioni penali, attraverso «il perseguimento di valori di giustizia, tolleranza, decenza, umanità e civiltà». Un programma riformista che non può certo conquistare il cuore e la mente di chi crede possibile l’ingresso degli individui nella dimensione umana, la sola in grado di fare i conti con certi «nodi irrisolvibili». «E fino a quel radioso momento, lasciamo sepolti nelle schifosissime carceri italiane i detenuti, senza muovere un dito, senza lottare per migliori condizioni di esistenza? Tutt’altro! Eccomi, son pronto alla pugna! Che c’è da fare? Ma per favore, non chiedetemi di lottare per rendere operativo l’Art. 27 della Costituzione «più bella del mondo»: potrei commettere dei reati! (Maresciallo Gargiulo, si fa per scherzare).

La politica penale non è dunque che una componente dell’ampia e complessa strategia di controllo e amministrazione degli individui che in mille modi ha a che fare con l’insieme della prassi sociale e delle nostre relazioni. La politica penale è la continuazione dell’oppressione capitalistica con i mezzi adeguati alla bisogna e alle circostanze. È da questa prospettiva radicalmente umana che invito il lettore a considerare o riconsiderare i problemi che riguardano il sistema carcerario, ma anche i concetti di pena, di colpa, di perdono, di giustizia, di responsabilità individuale. Non si tratta di praticare un relativismo etico, né di inseguire impossibili utopie sociali, ma di prendere sul serio ciò che ci sembra un dato della realtà scontato, “naturale” e quasi banale, ossia la dimensione classista nella quale viviamo. Secondo Yvonne A, «Per umanizzare le carceri, bisogna prima andare a scuola di umanità»; secondo me si tratta invece di umanizzare l’intera società, a partire dai suoi aspetti fondamentali, quelli che rendono possibile la nostra stessa esistenza materiale su questo pianeta: questo sì che avrebbe davvero il significato di un «andare a scuola di umanità»! Ognuno poi è ovviamente libero di coltivare le utopie che crede siano le più belle, le più feconde politicamente e, perché no?, le più realistiche. Auguri!

«Siamo anche prigionieri senza rendercene conto»: quanto è vero, Santissimo Padre! Se posso permettermi, più di quanto Lei possa immaginare.

(1) C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, p. 79, Mursia, 1987. Molto significativamente, l’illuminista Beccaria ammetteva l’uso della pena di morte contro chi minacci «la sicurezza della nazione», e «quando la sua [del “cattivo soggetto”] esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita»; in questi casi «la morte di qualche cittadino divien necessaria» (p. 77-78). Necessaria alla conservazione dell’ordine – in primo luogo sociale – costituito.
(2) M. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 291-304, Einaudi, 1982.
(3) D. Garland, Pena e società moderna, p. 338, Il Saggiatore, 1999.

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