UN TRUMP CHIAMATO DESIDERIO…

Donald Trump, Melania Trump

A un certo punto della lunga maratona elettorale, il Presidente degli Stati Uniti, prostrato e pallido come mai prima, ha dovuto ammettere e se stesso, alla Nazione e al mondo intero che l’inconcepibile rischiava di diventare possibile, forse persino probabile. «A prescindere da quello che succede, il sole sorgerà al mattino e l’America rimarrà ancora la più grande nazione del mondo»: queste le rassicuranti parole pronunciate da Barack Obama per rincuorare i perdenti e per preparare il terreno alla successione, in uno scenario politico e sociale carico di tensioni e di contraddizioni, e alla vigilia di importanti avvenimenti sul fronte geopolitico. Obama esce dalla competizione presidenziale con le ossa rotte; il suo attivismo non è bastato a dare forza a una candidatura che non ha mai conquistato nemmeno “il cuore e la mente” di una consistente parte dello stesso Partito Democratico. Non possiamo lasciare l’arma fine di mondo nelle mani di un pagliaccio, aveva detto il Nostro per ridicolizzare l’avversario e impaurire l’elettorato ancora incerto. Eppure era la fredda e secchiona Hillary Clinton che presso una consistente parte dell’opinione pubblica americana rivestiva il ruolo della bellicosa, della guerriera pronta a sfidare il virile Putin anche solo per dimostrare la superiorità della donna, soprattutto della donna americana, anche in fatto di politica internazionale: «Vediamo chi ha più palle fra noi due!». Pare che a Mosca si sia brindato come non accadeva da tempo a risultato elettorale acquisito; anche i simpatizzanti italiani della Russia Socialista…, pardon, volevo dire Sovranista, hanno stappato qualche italianissimo spumante.

Il sole è sorto, come auspicava il Presidente in scadenza, e l’America rimane in effetti la prima Potenza capitalista/imperialista del pianeta. I durevoli effetti della crisi economica iniziata nel 2008; la ristrutturazione tecnologica delle imprese (“Industria 4.0”); la delocalizzazione di industrie e servizi; la precarizzazione del lavoro, la distruzione del ceto medio-basso e il declassamento di quello medio-alto; la montante angoscia per un futuro sempre più indecifrabile: questo e altro ancora spiega il successo di Donald Trump, la cui ascesa ricorda abbastanza il berlusconismo, come d’altra parte l’antitrumpismo dei mesi e dei giorni scorsi echeggia molto l’antiberlusconismo che per vent’anni ho avuto il piacere (a volte bisogna pur accontentarsi!) di sfottere e bastonare “criticamente”. Trump il miliardario! Trump il volgare! Trump il puzzone ignorante! Trump il fascista/populista/demagogo! Trump l’evasore fiscale! Trump il puttaniere! Trump e le donne! Trump e i suoi capelli! Trump e… basta! La provincia dell’Impero ha già dato, sotto questo risibile aspetto. Deposto il buffone di Arcore, ora è la volta del “fascista/neoliberista/ servo sciocco della Merkel e dei poteri forti” chiamato Renzi, al quale peraltro è bastato un secondo per abbandonare al suo tristissimo destino l’«amica Hillary». Ora è il momento dell’«amico Donald».

Certo è che la vittoria di Donald Trump, sorprendente solo per chi in questi mesi ha avuto cura di informarsi esclusivamente sull’ultimo scandalo made in USA che lo riguardava, per un verso conferma l’esistenza di una perdurante crisi sociale negli Stati Uniti, nonostante la propaganda obamiana sul ritrovato “sogno americano”, e per altro verso rivela forse in modo inaspettato l’acutezza, la profondità e l’estensione di questa crisi. Il sistema politico-istituzionale americano non può non registrare le scosse telluriche che scuotono la società, e già nel corso delle Primarie abbiamo visto come i due tradizionali campi politici fatichino a gestire la nuova situazione che si è venuta a creare nel Paese. Ma per un’analisi del voto più accurata c’è tempo.

Scriveva Slavoj Žižek alla vigilia del voto: «La vittoria di Trump contiene in sé un grave rischio, non c’è dubbio, ma la sinistra sarà mobilitata solo dalla minaccia di una catastrofe. Né Clinton né Trump stanno “dalla parte degli oppressi” [e questo l’avevo capito perfino io], per cui la vera scelta è astenersi dal voto o scegliere tra i due quello che, pur non valendo nulla, apre le maggiori possibilità che si inneschi una nuova dinamica politica che possa condurre alla massiccia radicalizzazione della sinistra». Naturalmente quando l’intellettuale sloveno parla di «sinistra» è a tipi come Bernie Sanders che pensa. Roba da far tremare di paura il Capitalismo Mondiale fin dalle fondamenta! «Trump vuole rifare grande l’America e Obama gli ha risposto che l’America è già grande – ma è vero? Un paese in cui uno come Trump ha l’opportunità di diventare presidente può davvero essere considerato grande?». Non c’è dubbio, al sinistro-radicale Žižek sta molto a cuore il destino degli Stati Uniti d’America, la cui grandezza già da tempo appare in – relativo – declino; le sue “provocazioni” politiche rivelano l’intima natura (ultrareazionaria) di quella che in Occidente viene definita “sinistra radicale” – più o meno vetero o post “marxista”. «Su Repubblica un testo delirante del delirante filosofo sloveno diceva ieri che ci si può astenere, ma se si vota la scelta è Trump, così la sinistra rivoluzionaria saprà che cosa fare per quattro anni almeno»: a Giuliano Ferrara questo sembra poco. Il solito incontentabile!

Qualche settimana fa un quotidiano francese stigmatizzava il fatto, peraltro noto da tempo dalla politologia più attenta, che in Europa (ma, come abbiamo visto, anche negli Stati Uniti) “estrema destra” ed “estrema sinistra” convergono su molti e significativi punti dell’agenda politica nazionale (sovranismo, populismo), internazionale (appoggio alla Russia di Putin e a tutti gli Stati che hanno un contenzioso aperto con gli Stati Uniti) ed economica (antiliberismo, protezionismo, statalismo). È vero, gli estremi politici, come quelli geometrici, si toccano, ma a una sola imprescindibile condizione: che tali estremi insistano sullo stesso piano – o “terreno di classe”. Non c’è dunque nulla di paradossale nella convergenza programmatica, e non di rado anche ideologica, di parte della cosiddetta estrema sinistra con una parte della cosiddetta estrema destra: è la loro natura di classe (borghese: mi scuso per l’economia concettuale!) che rende possibile una tale apparente contraddizione, che può essere letta come tale solo a un livello estremamente superficiale dell’analisi politica.

Va da sé che il trionfo presidenziale di Trump, un altro terremoto nel cuore dell’Occidente dopo la Brexit, non può che galvanizzare i sovranisti d’ogni razza e colore. Continua. Forse.

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4 thoughts on “UN TRUMP CHIAMATO DESIDERIO…

  1. Ho appena letto l’articolo di Dario Fabbri, che qui riporto quasi interamente, pubblicato oggi da Limes. Analisi elettorale e analisi geopolitica davvero interessanti; il solo punto che non mi sento di condividere è la definizione che l’autore dà della globalizzazione come «pax americana sotto pseudonimo», cosa che mi sembra quantomeno riduttiva. Infatti, anche Paesi (capitalismi) come Germania, Cina e Giappone, per non allungare troppo l’elenco, hanno partecipato e partecipano a pieno titolo alla «globalizzazione», concetto che d’altra parte sintetizza, almeno nella mia “declinazione”, la naturale tendenza del Capitale ad annettersi non solo l’intero pianeta (la Società-Mondo), come aveva capito l’anticapitalista di Treviri, ma anche l’intera esistenza degli individui, come hanno dimostrato la psicoanalisi e la medicina orientata in senso psicosomatico. Ovviamente la definizione di cui sopra è fatta apposta per eccitare l’anima “antiamericana” di buona parte dei cosiddetti “antimperialisti”. Buona lettura!

    Le elezioni che hanno sospinto Donald Trump alla Casa Bianca hanno dimostrato la preminenza negli Stati Uniti della questione di classe. Tema che si reputava sommerso, tant’è vero che i sondaggisti si sono fatti depistare dall’applicazione delle griglie demografiche (sesso, età, etnia, religione e via dicendo) alle rilevazioni delle preferenze dell’elettorato. Così le donne, nonostante il plateale sessismo del candidato repubblicano, si sono schierate in suo favore molto più di quanto ci si potesse aspettare. A dimostrazione di quanto questa tornata sia stata decisa da questioni economiche.
    Persino più d’un ispanico ha votato per Trump. Non solo gli anticastristi cubani, contrari come il magnate newyorkese al disgelo con il regime dell’Avana, ma pure gli immigrati che, ormai ottenuta la cittadinanza statunitense, non volevano la naturalizzazione dei clandestini promessa da Hillary Clinton e la loro conseguente regolarizzazione nel mercato del lavoro. Non che il fattore etnografico non abbia contato, anzi. Solo che non è stato declinato in forma identitaria, bensì economica. Per questo, l’America bianca non ha votato contro gli ispanici perché ne teme una prevaricazione culturale e valoriale, ma perché ha paura di vedersi sottrarre il posto di lavoro da parte di una manodopera a basso costo. Trump ha cavalcato soprattutto l’insoddisfazione della classe media bianca colpita dagli effetti perversi della globalizzazione. Un processo che, attraverso le delocalizzazioni, la stagnazione dei salari e il calo dell’occupazione, ha impoverito Stati industriali manifatturieri delle Midlands e dei Grandi Laghi, su tutti il Michigan, feudo dell’automobilistica.
    […]
    Le pulsioni dietro al voto pongono comunque di fronte gli Stati Uniti a una questione strategica, non essendo la globalizzazione altro che la pax americana sotto pseudonimo. Detta in altri termini, la pancia del paese si è espressa contro le fondamenta economico-imperiali della potenza americana. Uno scollamento tra postura geopolitica e benessere della propria popolazione che rievoca quanto sperimentato da Roma nel tardo impero. La torsione della maggioranza dell’elettorato inciderà giustificando una maggiore introversione. Gli Stati Uniti, detentori del 23% della ricchezza mondiale, non diventeranno di colpo protezionisti. Si guarderanno l’ombelico, senza però rinunciare ai capisaldi della potenza a stelle e strisce: controllo degli oceani, mantenimento di una galassia di alleanze, presenza militare negli snodi strategici, intervento solo in occasioni utili a fini strategici o di legacy del presidente.
    Un approccio geopolitico che segue in buona parte il solco tracciato da Obama, il quale però mascherava l’esercizio di conservazione del primato americano con una narrazione post-imperiale. Trump al massimo muterà la postura pubblica, sostenendo il diritto degli Stati Uniti a occuparsi maggiormente dei problemi interni.
    Inizialmente, il nuovo presidente, sulla scia dell’emotività che lo ha portato alla Casa Bianca, proverà genuinamente a intraprendere iniziative personali – come fece lo stesso Obama con il reset con la Russia e la “mano tesa” all’Iran.
    […]
    Più probabile che il Grand Old Party al Congresso supporti l’approccio antiliberista del nuovo inquilino della Casa Bianca, rendendo così arduo approvare entro l’anno la Trans-Pacific Partnership, la cui firma è ritenuta da Obama come uno dei maggiori successi del ribilanciamento degli Usa verso l’Oceano Pacifico. Al contempo, gli apparati burocratici tingeranno di imperiale la visione puramente commerciale, quasi mercantilistica, della politica estera di Trump. Per esempio, il presidente potrà anche irrigidire la retorica (non certo nuova) che richiede agli alleati di pagare per l’ombrello di protezione offerto da Washington, ma difficilmente scioglierà la Nato. Potrà anche dialogare con la Russia in un primo momento e congelare il conflitto ucraino, ma qualora la Germania provasse a sfruttare gli inevitabili interstizi lasciati dal rilassamento statunitense, a Washington si irrigidirebbero nuovamente. Impedire il consolidamento di un asse russo-tedesco in Europa è d’altronde una costante della geopolitica americana da un secolo a questa parte.
    Trump non modificherà dunque la postura degli Stati Uniti nella sostanza. Salvo crisi clamorose come l’11 settembre, che conferiscono a una figura costituzionalmente estranea al decisionismo il potere di plasmare la direzione del paese.

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