MI VENDO!

img_2352-k5hd-u10901800713333bv-1024x576lastampa_it– Bene, capisco la vicenda di Paolina. Ma Fedora?
– Oh! Fedora, la riconoscerete. Ieri era al Bouffons,
questa sera invece la vedrete all’Opéra, è ovunque.
Se volete potete chiamarla l’incarnazione della società
(H. De Balzac, La pelle di Zigrino).

Francesco Mangiacapra è un giovane napoletano con una laurea in tasca (Giurisprudenza) e un sogno in testa: legalizzare e decriminalizzare il lavoro sessuale. Oggi Francesco pratica l’antichissima professione (ci siamo capiti!) con eccellenti riscontri economici ma con pessimi ritorni in termini di status sociale; ieri ha voluto spiegare le sue esperienze di «sex worker» e le sue speranze di cittadino al congresso dell’associazione radicale Certi diritti che si sta tenendo a Torino. Ho trascritto il suo intervento (mi scuso per eventuali omissioni e travisamenti): «Ho preferito vendere il mio corpo per non svendere il mio cervello facendo fotocopie in uno studio legale. Una volta, la mia prima volta, mi è capitato di prostituirmi con un facoltoso avvocato, e in venti minuti ho guadagnato quello che guadagnavo in un mese con il mio onesto lavoro. Allora ho capito che potevo fare del mio corpo un business. Un ripiego, certo. Ma oggi quanti scendono a compromessi con l’inflazione dei titoli di studio, con la disoccupazione? E quanti sedicenni lo fanno per comprarsi l’ultimo iPhone? Non sono orgoglioso di prostituirmi, ma sono grato alla mia attività di avermi reso indipendente. E così da qualche tempo sono un lavoratore del sesso, un sex worker a tempo pieno. La vendita del corpo deve essere considerata pari alla vendita di qualsiasi altro bene e servizio. Anche lo scaricatore di porto vende tutte le mattine il proprio corpo, eppure lui è in cima nella considerazione sociale mentre io come sex worker mi devo nascondere, devo vivere negli ultimi gradini della scala sociale, portando uno stigma che mi fa molto male e che non ha alcun senso. Come escort potrei essere un professionista, un imprenditore di me stesso; potrei pagare le tasse, versare i contributi pensionistici, potrei insomma dare il mio contributo alla società. Non chiedo altro. Il lavoro sessuale, quando è libero e autodeterminato, quando non è il frutto di una coazione esterna, deve essere legalizzato e decriminalizzato».

Adesso Francesco si appresta a pubblicare il suo primo libro (di successo, scommettiamo?), Il numero uno. Confessioni di un marchettaro: «Dico cose vere, che andranno anche a mio discapito, ma lo faccio per vedermi restituire un’immagine sociale e umana. C’è gente che mi dice “zitto tu che ti prostituisci”. Ma io vendo il mio corpo, lo svendevo facendo fotocopie in studio». Prima Francesco svendeva il suo corpo, oggi invece lo vende: un eccellente successo sul terreno della valorizzazione del “capitale umano”! Qualsiasi lavoratore salariato è in grado di apprezzare il salto di qualità da lavoratore “cognitivo” precario e malpagato a «marchettaro»; ho qualche dubbio sulla capacità di comprensione dell’intellettuale politicamente corretto.

Che c’è di male nel ragionamento del nostro sex worker? A mio avviso una sola cosa: l’accettazione acritica della reificazione dell’individuo , della condizione dell’individuo come oggetto di compravendita. In altri termini, si coglie nelle sue parole un rapporto apologetico e ideologico con i rapporti sociali capitalistici, che egli infatti accetta di buon grado: «Sono i regimi totalitari che vogliono mettere le mani su quanto accade nel libero mercato e nella società» (Ovazione da parte dei militanti radicali, da sempre sostenitori del liberismo economico di stampo einaudiano). Di male c’è insomma la “sovrastruttura ideologica” che informa il ragionamento di Mangiacapra.
Per il resto il nostro amico «prostituto» si limita a restituirci la realtà della società capitalistica qual è nel XXI secolo, ossia nell’epoca della dominazione totale e totalitaria del Capitale. Come diceva il sex worker di Treviri, avere denaro significa avere «il potere in tasca»: «In esso posso portare in giro, con me, in tasca, il potere sociale universale e la connessione sociale generale, la sostanza della società. Il denaro consegna il potere sociale come oggetto nelle mani della persona privata che in quanto tale esercita questo potere» (Grundrisse). Difficile, molto difficile, resistere a questo strapotere sociale del denaro.

«Il denaro è contro i poveri oltre che contro gli immigrati e i rifugiati», ha detto Papa Francesco nell’ultima intervista rilasciata a Papa Eugenio Scalfari (*). «Il denaro deve servire, non deve governare», ha dichiarato sempre il Santissimo Padre in una delle sue tante interviste rilasciate la scorsa settimana. Non è qui la sede adatta per spiegare al Papa e ai papisti che il denaro può oggi (nel Capitalismo mondiale) esercitare il potere sovrumano che tutti gli riconoscono solo perché esso concentra in sé un processo sociale che ha come suo fondamentale presupposto il rapporto Capitale-Lavoro. Il denaro è il risultato di una prassi sociale, non ne è la causa prima; posto lo sfruttamento intensivo (razionale, scientifico) del “capitale umano” il denaro si dà come una necessaria conseguenza. Ovviamente anche il nostro «marchettaro» non ha la minima coscienza del fatto che quando parla, esaltandolo, di «libero mercato» egli evoca il mondo dominato da rapporti sociali radicalmente disumani. Francesco il sex worker e Francesco il Papa hanno in testa una concezione feticistica del denaro (soprattutto il secondo) e del mercato (soprattutto il primo).

Se le cose stanno così, e chi scrive almeno su questo punto non nutre alcun dubbio, la sola etica che appare praticabile senza scadere nel più impotente e risibile dei moralismi è la denuncia della condizione disumana nella quale tutti viviamo, e la rivendicazione, nonostante e contro tutto, di una possibilità che oggi si dà certamente come impossibile utopia: vivere tutti umanamente. Non “un po’ più umanamente”, come piace dire agli “umanisti” un tanto al chilo e ai teorici del “male minore” e dei “piccoli passi”, ma umanamente, né più, né meno.

Il nuovo romanzo di Barbara Alberti (Non mi vendere, mamma!) parla di utero in affitto. «Non so per quale mostruoso motivo questa battaglia per l’utero in affitto passi come una battaglia di sinistra o, meglio ancora, come una battaglia libertaria. Questa è l’ultima frontiera della schiavitù. Una schiavitù che forse non è mai esistita neanche quando la schiavitù era legale. Nichi Vendola, che era un comunista, mentre oggi è un signore come tutti gli altri, quando parla di atto d’amore mi lascia davvero senza parole. Sostiene che la signora che portava in grembo il suo bambino era felice, ma chissà se lo era anche quando le portavano via la creatura. Stiamo diventando tutti schiavi di una mentalità capitalistica e quello che mi fa davvero incazzare è che troviamo normale questa cosa. [Io appartengo a] un’altra cultura. La cultura dove al primo posto c’era l’uomo e dove il denaro non era un idolo. Il denaro fa si che uno come Trump oggi sia il Presidente degli Stati Uniti. È inarrestabile quest’orrendo fenomeno. Il denaro governa, comanda». Certo, «Il denaro governa, comanda»: ma può essere diversamente posto il vigente regime sociale? A questa domanda ho già risposto, e attendo smentite dalla realtà – non dai tanti intellettuali proudhoniani in circolazione. «Quello che mi fa davvero incazzare è che troviamo normale questa cosa», dice l’Alberti. Comprensibile. Anche a me disturba assai l’apologia della mercificazione del corpo che fanno certi sex workers orientati in senso liberista. (Anche se come proletario messo a mal partito – anche fisicamente! – mi viene piuttosto naturale invidiargli il modo rapido e poco faticoso con cui riescono a guadagnare molto denaro). Ma l’incazzatura e l’indignazione si trasformano in impotenza politico-sociale, che i demagoghi e i “populisti” sanno bene come usare, se non diventano dinamite in grado di perforare la dura crosta dell’apparenza: è la radicalità del male, infatti, che dobbiamo afferrare col pensiero, quantomeno se non vogliamo intrupparci nell’esercito degli incazzati e degli indignati, materia prima preziosa per i professionisti dell’indignazione.

Detto che per quanto riguarda il passato “comunista” di Vendola, come dei suoi ex sodali (da Cossutta a Bertinotti), è meglio stendere un velo pietosissimo; soddisfatto questo minimo sindacale di “settarismo”, perché stigmatizzare politicamente e moralmente qualcosa (un bisogno, un desiderio, una necessità) che comunque esiste, che questa realtà sociale ha prodotto? L’atteggiamento proibizionista su pratiche ritenute moralmente riprovevoli e socialmente dannose (vedi prostituzione, divorzio, aborto, uso di droghe, ecc.) da sempre ha avuto un solo risultato: gettare nella sfera della clandestinità un mercato (gente che vuole acquistare un bene o un servizio e gente che è in grado di soddisfare quella richiesta) comunque esistente (**). Quanto alla denuncia del carattere “artificiale” di certi bisogni («Alcune donne fingono di non poter avere figli, per non rovinarsi il fisico. Poi, una volta nato il bambino, seppur da un altro utero, se lo mettono al collo. Come fosse un ornamento sociale»), occorre sorridere di fronte all’ingenuità di chi non comprende l’intima natura storico-sociale dei bisogni umani. Anziché cavillare sulla natura più o meno “artificiale” di certi desideri (o «capricci», o «nuovi sfiziosi lussi per i più abbienti», ecc.), occorre piuttosto prestare l’attenzione sulla natura sociale della Società-mondo che ci ospita. Se vuoi umanizzare i molteplici bisogni umani, devi prima umanizzare le relazioni sociali che informano la prassi degli individui, a iniziare dalle attività che rendono possibile la loro stessa esistenza su questo pianeta. Sì, alludo alla produzione e alla distribuzione della «ricchezza sociale».

«Stiamo diventando tutti schiavi di una mentalità capitalistica»: ma può andare diversamente nella società capitalistica? Altro che Trump, cara Alberti!

* «Lei mi disse qualche tempo fa che il precetto “Ama il prossimo tuo come te stesso” doveva cambiare, dati i tempi bui che stiamo attraversando, e diventare “più di te stesso”. Lei dunque vagheggia una società dominata dall’eguaglianza. Questo, come Lei sa, è il programma del socialismo marxiano e poi del comunismo. Lei pensa dunque una società del tipo marxiano?» (La Repubblica, 10/11/2016). Non vorrei contraddire l’intellettualone barbuto, ma in realtà il «socialismo marxiano» sosteneva la tesi opposta, elaborata proprio in opposizione alla concezione egualitaria tipica del «socialismo piccolo-borghese» (à la Proudhon): «Il vero segreto del movimento proletario non è l’egualizzazione delle classi, controsenso impossibile da realizzare, ma al contrario l’abolizione delle classi» (K. Marx, Circolare del 9 marzo 1869 in risposta alla domanda di ammissione presentata all’AIL dall’Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista). Leggiamo la risposta di Bergoglio a Scalfari: «Più volte è stato detto e la mia risposta è sempre stata che, semmai, sono i comunisti che la pensano come i cristiani. Cristo ha parlato di una società dove i poveri, i deboli, gli esclusi, siano loro a decidere. Non i demagoghi, non i barabba, ma il popolo, i poveri, che abbiano fede nel Dio trascendente oppure no, sono loro che dobbiamo aiutare per ottenere l’eguaglianza e la libertà». Sì, decisamente il Santissimo Padre non sa di che parla a proposito di “comunisti” e di “comunismo”. Ma non mi sembra il caso di dargli la croce addosso: un po’ di misericordia, please!

(**) «Il bambino di Elton John sarebbe costato addirittura 1 milione di dollari. Io, nel mio piccolo, potrei farci mezzo milione. Ma guai a chiamare la surrogazione di maternità compravendita» (La verità). E come la vogliamo chiamare? Chiamiamola Pippo, e così anche la coscienza è felice. Come mi capita di scrivere spesso, cinica non è la parola della cosa, ma la cosa stessa. Un milione di dollari, mezzo milione di dollari: e poi dice che uno invidia il potere generativo della donna!

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