SÌ O NO? MI ASTENGO! NONOSTANTE PAOLA SAULINO…

Contro la Costituzione più bella del mondo!

Contro la Costituzione più bella del mondo!

Per il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato, la Riforma costituzionale ha l’obiettivo di togliere il potere al popolo per consegnarlo al mercato, «a ristrette oligarchie arroccate in centri decisionali impermeabili alla volontà popolare, ma fortemente permeabili ai diktat dei mercati, o meglio alle potenze economiche che governano i mercati». Si tratta di fuffa ideologica intesa a mistificare e a difendere una realtà visibile solo dalla prospettiva radicalmente anticapitalista: il cosiddetto Popolo (parolina che dovrebbe far scomparire magicamente la divisione classista degli individui) è chiamato a esercitare la propria “sovranità politica” nel contesto di una situazione sociale che attesta e rafforza sempre di nuovo la sua subalternità nei confronti dei rapporti sociali dominanti. È questa la sostanza della democrazia nel XXI secolo, la cui prassi si sostanzia, detto in estrema sintesi, nella “scelta” del padrone di turno: «Vuoi tu, libero cittadino, un padrone di sinistra, di centro o di destra? Eventualmente abbiamo da offrirti anche un bell’esemplare di antipolitico. Oppure ti piace di più un demagogo, o un populista? Ce n’è per tutti i gusti! Prego, non hai che da scegliere». Ovvero, per venire alla rognosissima vicenda referendaria che, a quanto pare, toglie il sonno a non pochi onesti cittadini: «Vuoi tu, Popolo italiano, impiccarti all’albero del No o a quello del Sì?». Una gran bella scelta, non c’è che dire. Di qui, il mio “astensionismo strategico” (ultimamente messo a dura prova dalle “provocazioni politiche” di Paola Saulino), che cerco di motivare nel modo che segue.

Per Alfio Mastropaolo, «È fuori di dubbio che il testo che sarà sottoposto a referendum il 4 dicembre rappresenti il superamento della “Repubblica fondata sul lavoro” e che corrisponda a una nuova configurazione dei rapporti di potere» (Sbilanciamoci). Per adesso non entro nel merito della tesi di Mastropaolo, affermata peraltro in termini fin troppo categorici; mi limito piuttosto a estrapolare dalla citazione due concetti fondamentali: «Repubblica fondata sul lavoro» e «rapporti di potere», e provare a riflettervi su. Dalla mia prospettiva è infatti essenziale chiarire la natura sociale del lavoro e dei rapporti di potere di cui si parla; viceversa, si corre il rischio di incardinare la riflessione dentro un circolo vizioso che non consente al pensiero che aspira alla radicalità di andare oltre il livello della superficialità politologica. Non raramente un pensiero che a prima vista appare profondo, a uno sguardo appena più attento si rivela essere vuoto.

Soprattutto a “sinistra” si mena vanto della natura per così dire “lavoristica” della Costituzione Italiana, anche per questo definita dai suoi apologeti «la Costituzione più bella del mondo». In realtà, come dicono a Napoli ogni scarafone è bello a mamma sua. Regalata al mondo quest’autentica perla di saggezza, ben volentieri passo a salmodiare uno dei miei mantra preferiti: il lavoro di cui parla la Costituzione è il lavoro salariato (il “capitale umano” oggetto di compravendita alla stregua di qualsivoglia “bene e servizio”, il lavoro reificato in guisa di merce) che fonda la società capitalistica, la quale oggi ha la dimensione del nostro bel pianeta. L’Art. 1 della metaforica Costituzione della Terra recita: «Il Pianeta Terra è un Dominio fondato sul lavoro salariato». Il giovane Marx definì «crimine notorio dell’intera società» la condizione di chi per vivere è costretto a vendere le proprie capacità fisiche e intellettuali.

Già si intuisce perché per un anticapitalista, anche per un anticapitalista non particolarmente dotato intellettualmente (è il mio caso), non si ponga nemmeno l’amletico problema della scelta referendaria (Sì o No?), e difatti il titolo di un mio post pubblicato qualche mese fa recitava: Contro la costituzione. Quella di ieri, di oggi e di domani. «Ma se ti astieni, magari fai vincere il Sì e il Governo Renzi non cade!»; oppure: «Ma se ti astieni, magari fai vincere il No, avvantaggiando l’accozzaglia che va da Grillo a Berlusconi, passando per i sostenitori di Gramsci e i sostenitori di Mussolini!». E chi se ne frega! Lo so, è una risposta che vale quel che vale, cioè poco; ma è esattamente ciò che meritano certe obiezioni, le quali rinviano a una “concezione del mondo” (oggi sono meno serio del solito!) interamente sussunta sotto l’ideologia dominante, che poi, come insegna l’antireferendario di Treviri, è l’ideologia che promana dalla classe – e dalla prassi – dominante. Detto altrimenti, dalla mia prospettiva anticapitalistica “destra”, “centro”, “sinistra”, “antipolitica”, “post-politica” e quant’altro appaiono con la stessa identica faccia: quella che hanno i servitori del Dominio sociale.

Solo a un diversamente intelligente (ultimamente, in onore a Trump, mi sono convertito al politically correct) può sfuggire l’abissale differenza che corre tra il punto di vista “qualunquista” («son tutti uguali, son tutti ladri, fanno solo i loro porci comodi, uno fa più schifo dell’altro, il più pulito c’ha la rogna») e il punto di vista anticapitalista, o classista, che consente di cogliere la dinamica sociale che si dispiega sotto la schiuma politica – spesso davvero ripugnante anche dal punto di vista puramente “estetico”: ogni riferimento alle opposte tifoserie referendarie è assolutamente voluto.

Quando parliamo di «rapporti di potere», sempre a proposito di Costituzione, è dunque in primo luogo dai rapporti sociali di potere che dobbiamo approcciare la questione, per passare poi a valutare i rapporti di forza fra le classi e dentro le singole classi, per vedere se e in quali termini questa complessa dialettica trova una qualche rispondenza nell’impianto costituzionale. Il potere sociale che informa la Costituzione Italiana è quello che (non si sbaglia mai a ripeterlo) ha fatto dell’intera esistenza umana una gigantesca occasione di profitto, una sola enorme – ed espandibile quasi all’infinito – riserva di caccia.

Ecco perché quando leggo certe perle antigovernative confezionate da sedicenti “Giovani comunisti per il No sociale” la mano di chi scrive corre subito a cercare la pistola. Un esempio di “istigazione a delinquere”: «L’unica vera grande riforma costituzionale importante per il Paese: applicare integralmente per la prima volta dal 1948 la Costituzione nata dalla Resistenza al nazi-fascismo, una Costituzione che mette al centro l’uomo e la propria vita e non gli interessi del capitale». Come sono antiquati questi “giovani comunisti”: somigliano come una goccia d’acqua ai loro padri e ai loro nonni stalinisti, i quali in tutta buona fede propagandavano la menzogna più macroscopica e reazionaria del XX secolo: l’esistenza del Socialismo (sebbene “reale”: sic!) in Unione Sovietica – e poi in Cina e altrove. Solo chi associa il Socialismo al Capitalismo di Stato può infatti sostenere la miserrima, oltre che ridicola, tesi di una Costituzione «socialista almeno a metà». Questi “giovani comunisti” coltivano un gran bel concetto di “uomo”, non c’è che dire. I “comunisti” sostengono il No perché l’attuale Costituzione sarebbe almeno in parte “socialista”; gli “anticomunisti” sostengono il Sì per la stessa ragione («C’è troppo socialismo in quella Carta!»): gli opposti si toccano sul terreno di una ultrareazionaria concezione circa la natura del Socialismo, che a “sinistra” come a “destra” viene appunto ricondotto al Capitalismo di Stato più o meno integrale. Ben si comprende perché dinanzi a certi “marxisti” che sostenevano le ragioni del «Socialismo di Stato» (*), Marx ci tenesse molto a precisare che lui non aveva nulla a che fare con il “marxismo”: «Io non sono marxista». E se lo diceva lui…

Scrive Antonio, «attivista di Pomigliano D’Arco»: «Ci hanno affamato e loro adesso pensano di voler cambiare anche il quadro costituzionale. Noi a Pomigliano, con il corteo di domani, vogliamo opporci proprio a questa logica. Saranno gli operai e gli studenti, gli sfruttati a riprendere la parola, a decidere come riprendersi la propria dignità, uniti per un cambiamento reale che non è quello dei gruppi di potere, delle segreterie di partito, delle holding finanziarie e dei grandi padroni come Marchionne che mandano per strada migliaia di famiglie. Un cambiamento reale, che parte dalla lotta di chi non ha più niente o ha troppo poco, e sa che delegando ad altri non otterrà mai nulla». Perché, e la domanda è puramente retorica, «il quadro costituzionale» ha forse qualcosa a che fare, se non per negarli in radice, con gli interessi dei lavoratori, dei disoccupati, del proletariato giovanile, degli sfruttati in genere, degli emarginati, dei cosiddetti “ultimi” e così via? Ebbene, è proprio il genere di illusione qui riportata ad esempio  che sta alla base dell’attuale impotenza politica e sociale delle classi subalterne. Chi ha compreso quanto fondamentale sia nel progetto di emancipazione dell’intera umanità la conquista dell’autonomia di classe da parte dei dominati, ha pure capito che è la logica del «nostro amato Paese», non importa se veicolata “da sinistra” o “da destra” (il nazionalsocialismo e il socialnazionalismo per me pari sono) che occorre strappare dal cuore e dalla mente di coloro che da perdere hanno solo le catene che li tengono inchiodati al carro del Dominio, mentre hanno (ne avrebbero quantomeno la possibilità) un intero mondo da conquistare. Gli interessi del Paese coincidono sempre e necessariamente con gli interessi delle classi dominanti – o magari solo di una particolare fazione, quella momentaneamente vincente, di esse. Il cosiddetto «patriottismo della Costituzione» non ha altra funzione che quella di nascondere questa verità.

Scriveva Marx (contro la «funesta illusione» statalista di Lassalle): «La classe operaia è rivoluzionaria o non è niente» – non è nemmeno una classe nel senso politico, e non meramente sociologico/economico, del concetto. È indubbio che come proletari salariati oggi siamo non più che materia prima gettata nel forno dell’accumulazione capitalistica, e non è certo continuando ad andare dietro le reazionarie mitologie del passato (vedi la leggenda metropolitana della “Costituzione tradita”, che a suo tempo armò la mano di non pochi “comunisti” particolarmente smaniosi di “fare la rivoluzione”) che possiamo conquistare quell’autonomia di classe che rappresenta la nostra sola possibilità di diventare soggetto di storia. Demistificare, non difendere la Costituzione Italiana (illudendosi magari di trasformare questa difesa in un episodio di “lotta di classe”): ecco ciò che, a mio avviso, impone un minimo sindacale di pensiero critico-radicale.

I sovranisti di opposta tendenza politica sostengono che «la riforma determinerà un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla Ue, analoga a quella realizzata nel 2012 con l’approvazione dell’art. 81 sul pareggio in bilancio». Sul merito rimando sempre al solito post; per ciò che riguarda i principi generali, che informano l’iniziativa politica, ascoltando e leggendo le argomentazioni dei sovranisti più che di andare a votare si vien presi da altri e assai più impellenti stimoli. Diciamo.

Ormai da tempo siamo passati dal «mercato mondiale» (Marx) alla Società-Mondo dominata in modo sempre più stringente e puntuale dal rapporto sociale capitalistico, e questo non può non avere una precisa ricaduta nella sfera politico-istituzionale di ogni singolo Paese. Tutti i tentativi di riforma costituzionale (dalla «Grande Riforma» di Craxi agli aborti delle varie Bicamerali, dagli aggiustamenti costituzionali fatti dal “centrodestra” a quelli voluti dal polo concorrente, salvo ripensamenti: vedi la riforma del Titolo V della Costituzione, ecc., ecc.); tutto questo non ha avuto e non ha altro significato che questo: adattarsi a quella che da qualche decennio chiamiamo globalizzazione capitalistica, e che altro non è se non la naturale tendenza del Capitale a sussumere sotto di sé la totalità dell’esistente. Nel XXI secolo la dimensione nazionale non è che un nodo (economico, politico, geopolitico) della Big Net, e fenomeni come la Brexit lungi dal contrastare la globalizzazione, come amano credere i sovranisti, registrano piuttosto lo sforzo di ogni singolo nodo sistemico di trarre il massimo beneficio dalla collaborazione-competizione intercapitalistica globale. Non a caso il professor Miglio teorizzò agli inizi degli anni Novanta le Macroregioni europee, che avrebbero dovuto essere assemblate secondo affinità economico-sociali (omogeneità sistemica), senza alcun riguardo per i vecchi e ormai obsoleti confini statuali/nazionali. La stessa Unione Europea, considerata da una prospettiva mondiale, appare come una macroregione.  A quel tempo la mitica “Padania” vista da Berlino appariva come una parte integrante del Nord capitalistico continentale, mentre vista dalla “Padania” Londra aveva un piede nel Mezzogiorno europeo. «Nella vecchia logica dello Stato moderno si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale» (Ex uno Plures, Limes 4/93) . Inutile dire che allora la gran parte degli intellettuali “marxisti” si concentrò sugli aspetti folcloristici e ideologici del fenomeno leghista, mentre le sue cause “strutturali” (divisione reale del Paese in tre macro-regioni, accelerazione della globalizzazione capitalistica, ecc.) non vennero prese nemmeno in considerazione. Sulla concezione federalista  di Miglio rinvio al post Il leghismo e la questione meridionale.

Ciò che registriamo come “crisi della politica” (o della democrazia) non è altro che il continuo adattamento della “sovrastruttura” ai continui cambiamenti che si producono nella “struttura”; per questo nel Capitalismo più sviluppato la sfera politica vive una condizione di crisi permanente, costretta com’è a inseguire conflitti e fenomeni sociali d’ogni genere, confermando tra l’altro la tesi “realistica” secondo la quale il diritto arranca dietro il fatto.

Il settimanale inglese The Economist schierandosi a sorpresa a favore del No per un verso ha voluto tranquillizzare “i mercati”: come dimostra la stessa Brexit, comunque vada a finire il Referendum del 4 dicembre, il sole sorgerà al mattino successivo sull’Italia e sul mondo, per riprendere le poetiche parole di Obama proferite all’indomani della nota debacle Presidenziale; per altro verso ha voluto bacchettare ancora una volta la classe politica italiana, rea ai suoi occhi di voler continuare a cincischiare intorno a piccole e a – presunte – grandi Riforme solo per procrastinare il giorno della Grande Riforma Strutturale (su giustizia, mercato del lavoro, assetto pensionistico, Welfare, sanità e molto altro ancora), la sola in grado di dare al Paese quella competitività sistemica che latita ormai da svariati decenni. Con il risultato di avvitarsi in un circolo vizioso “riformista” che potrebbe davvero esporre l’Italia a una involuzione autoritaria: «Questo è il paese che ha già prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi», e che presto potrebbe conoscere un Governo di marca pentastellata, che per il sofisticato settimanale inglese non garantirebbe quella stabilità politica di cui ha bisogno l’economia italiana ed europea. «Se il potere esecutivo fosse la risposta a tutti i problemi, la Francia starebbe prosperando: ha un potente sistema presidenziale, tuttavia, come l’Italia, è perennemente restia alle riforme». Il fatto è che le mitiche Riforme strutturali incidono sulla carne viva del corpo sociale (che fra l’altro vota!) e mettono in questione grandi, piccole e piccolissime (questo vale soprattutto per il Mezzogiorno) rendite di posizione politiche ed economiche, con ciò che ne segue sul piano della gestione politica delle contraddizioni sociali. «È facile fare l’apologia di una politica di sudore, lacrime e sangue con il Governo degli altri!». È ciò che pensano a Roma e a Parigi.

Ma riprendiamo l’articolo di Mastropaolo. Egli parla tanto di «potere», soprattutto citando giuristi e politologi, ma non sfiora nemmeno l’essenza, storica e sociale, del concetto, la quale rinvia immediatamente ai rapporti sociali dominanti, agli attuali rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. «Le costituzioni», scrive il Nostro, «sono perciò documenti scritti dai vincitori. Che naturalmente proclamano di porsi dalla parte dell’universale, perché l’universale gode di straordinaria reputazione, ma che in realtà rappresentano il loro punto di vista particolare». Bene. Ma chi sono questi vincitori? Di quale «punto di vista particolare» si parla qui? Per me esiste una sola risposta che abbia un senso (storico e sociale): si tratta delle classi dominanti, e del loro punto di vista. Occorre insomma dare pelle, muscoli, sangue, scheletro e organi (ossia una concreta dimensione storico-sociale) al potere di cui tanto si parla; viceversa, parliamo di una mera astrazione concettuale, evochiamo un fantasma che mette paura solo ai poveri di spirito.

Sul piano storico e geopolitico, i vincitori che hanno scritto la Costituzione Italiana (ma anche quella Tedesca e Giapponese) hanno nomi precisi, nomi che chiamano in causa le Potenze capitalistiche (in primis, gli Stati Uniti d’America, seguiti, a una certa distanza, dall’Unione Sovietica) che riuscirono a schiacciare la concorrenza dei Paesi (in primis, Germania e Giappone) che negli anni Trenta/Quaranta tentarono di cambiare l’ordine mondiale centrato sugli interessi dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti, le «plutodemocrazie» accusate di ingordigia imperialistica da chi reclamava un legittimo (dal punto di vista capitalistico) «posto al sole», una fetta della prelibata torta fatta di materie prime, forza-lavoro a basso costo, mercati, porti e aeroporti (vedi alla voce logistica, mercantile e militare) ben posizionati strategicamente e altro ancora. Inutile dire che anche oggi, mutatis mutandis, l’elenco appena fatto dà sostanza alla contesa globale fra le nazioni e le Potenze. Com’è noto, il nuovo ordine mondiale realizzato dalla Seconda carneficina planetaria penalizzò in modo irreparabile anche la posizione imperialistica di Francia e Inghilterra, Paesi che in larga parte “cadono” nell’elenco dei perdenti. Ma anche su questo aspetto della “problematica” rinvio al post anticostituzionale menzionato sopra.

Letto alla luce della prospettiva classista qui proposta, anche l’articolo di Mastropaolo appare molto più interessante, anche se il suo impianto politico-dottrinario rimane solidamente ancorato alla tradizione sedimentata da quei partiti e movimenti che hanno sostenuto il regime sociale del Paese (e dunque la sua Costituzione) “da sinistra”, dall’opposizione parlamentare e sociale. E infatti l’autore molto si lagna della attuale «debolezza dell’opposizione»: «Ancora negli anni di Berlusconi c’era nel paese, e nella sfera politica, un’opposizione, composita, dissonante, ma comunque visibile e vitale. Una parte di tale opposizione ha cambiato campo e il resto si è disperso». Se è per questo anche l’ex male assoluto Silvio Berlusconi «ha cambiato campo» (una vera pugnalata al cuore per Giuliano Ferrara): che spettacolo vederlo nei panni del resistente che si batte contro «la deriva autoritaria»! Certo, per uno che ha dovuto sopportare per anni la stucchevole/risibile accusa di voler provocare nel Paese una «svolta autoritaria», di essere un «fascista in doppiopetto», deve essere stato di un qualche sollievo cogliere l’occasione di scagliare contro il nuovo “Duce” almeno una parte della tanta cacca che gli è piovuta addosso nel recente passato. Questo soprattutto per dire che in Italia l’opposizione ci mette pochissimo a tirare in ballo l’ennesima «svolta autoritaria»; da quando mi interesso di politica avrò sentito parlare di «svolta autoritaria» almeno un milione di volte: una vera inflazione! A chi con troppa facilità agita lo spauracchio della (ennesima) «svolta autoritaria», consiglio di riflettere piuttosto sul carattere sempre più totale e totalitario degli interessi economici, e di farlo possibilmente senza prendere per oro colato ciò che passa il convento del “pensiero critico” mainstream – da Thomas Piketty a Papa Francesco, dai teorici del “capitalismo cognitivo” a quelli della “decrescita felice” e del “Finanzcapitalismo”. Credere che difendendo il vecchio impianto costituzionale il fantomatico «popolo» può meglio fronteggiare «i diktat dei mercati, o meglio delle potenze economiche che governano i mercati», come sostiene Scarpinato, significa dar credito a una pia illusione, che si trasforma in una ultrareazionaria ideologia, in una odiosa menzogna, non appena influenza le classi subalterne. A mio avviso chi difende la Costituzione agisce esattamente in questo “deprecabile” senso, lo fa anche se non lo sa.

«Il regime di verità che i vincitori avevano imposto nel dopoguerra», conclude Mastropaolo, «si fondava sull’idea di compromesso, di coinvolgimento, di combinazione tra cose diverse, al costo dell’imperfezione. Ebbene, non è necessario essere nostalgici di quel tempo ormai finito per ritenere che si debba dismettere l’idea che nel disordine che stiamo vivendo si possa imporre un qualche ordine instaurando la caricatura di un’autorità monocratica. Tutt’altro: avesse buon senso, l’autorità dovrebbe riconoscere la sua parzialità, incompiutezza, provvisorietà. Dovrebbe riconoscere che non serve un imbonitore televisivo al timone, ma che vanno piuttosto convinti i marinai a remare». Chi invece contesta alla radice «il regime di verità» (imposto agli individui dai rapporti sociali dominanti e dalla prassi sociale da essi informata), e si schiera contro tutte le fenomenologie politico-istituzionali che il Dominio sociale può assumere di volta in volta, secondo le circostanze (interne e internazionali), cerca in ogni modo di convincere i marinai a non remare più e ad affondare la capitalistica nave. Una nuova nave è possibile! Una nave senza classi, senza Stato, senza denaro, senza merci, insomma senza tutto quello che presuppone e pone sempre di nuovo l’attuale assetto disumano dell’esistenza. Potremmo chiamarla Umanità, questa metaforica nave. Oppure Pippo, o come vi pare, purché essa non ospiti nemmeno l’ombra di marinai che remano per un salario, di capitalisti che incassano profitti e di politici che agitano la carota e, quando serve, la frusta. Utopia? Non c’è dubbio, anche etimologicamente parlando. E tuttavia nessun “realista” mi convincerà mai che la politica del “male minore” è più feconda di «quell’ardire rivoluzionario che scaglia in faccia all’avversario le parole di sfida: io non sono nulla e dovrei essere tutto» (Marx). È di questo «ardire rivoluzionario» che hanno bisogno i marinai: altro che «buon senso» da parte dei padroni! Altro che difesa della Costituzione «più bella del mondo»!

(*) Antonio Labriola sostenne di preferirei di gran lunga l’uso dell’espressione socializzazione dei mezzi di produzione, a quella di proprietà collettiva, invalsa nel Movimento operaio internazionale, perché quest’ultima espressione, «oltre a contenere un certo errore teoretico in quanto che scambia l’esponente giuridico col fatto reale economico, nella mente poi di molti si confonde con l’incremento dei monopoli, con la crescente statificazione dei servizi pubblici, e con tutte le altre fantasmagoriche del sempre rinascente socialismo di stato, il cui segreto è di aumentare in mano alla classe degli oppressori i mezzi economici della oppressione» (A. Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti, 1895, in K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, p. 110, Mursia, 1987). Sottoscrivo!

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