PER UN GRANDE “ESODO DI CLASSE” DAI RITI DELLA DEMOCRAZIA

07-lesodoL’analisi del voto referendario del 4 dicembre ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Il No è stato più forte là (strati sociali, professioni, classi d’età, regioni) dove la crisi economica degli ultimi otto anni ha creato più precarietà, disoccupazione, impoverimento, incertezza riguardo al futuro, declassamento (vedi ceti medi), disillusione e così via. A una riforma istituzionale non sentita dall’opinione pubblica, assorbita da problemi quotidiani ben più impellenti, si è sommata una condizione socio-economica del Paese particolarmente grave: è la spiegazione-tipo circa l’inattesa dimensione del successo referendario che sta sulla bocca di tutti i politici dello schieramento – o «accozzaglia» che dir si voglia – del No. Scrive Linda Laura Sabbadini, esperta in statistica sociale: «Dietro la vittoria del no non c’è solo il disaccordo con la riforma costituzionale. Il nostro Paese ha conosciuto una crisi più accentuata, per intensità e durata, di altri Paesi Europei. Il rischio di povertà ed esclusione sociale è alto. Coinvolge il 28,7% della popolazione, quasi il 50% al Sud, un numero elevato di persone, 17 milioni 460 mila. Possono questi dati che rappresentano la dura realtà del nostro Paese non aver inciso sul risultato del referendum? Assolutamente no» (La Stampa, 7 dicembre 2016). «Renzi non ha perso da solo questo referendum, ma è una certa Italia che egli incarna a essere andata incontro a una sonora sconfitta. La prevalenza larghissima del No è un voto di classe determinato dalla partecipazione massiccia della maggioranza invisibile. La maggioranza invisibile, quella parte d’Italia costituita da precari, disoccupati, sottoccupati, poveri, tendenzialmente giovani e meridionali, che quando vota compatta fa sconquassi (come successe alle elezioni del 2013)» (Linkiesta). Che il referendum si giocasse interamente sul terreno politico-sociale; che la posta in gioco fosse il governo Renzi e non la riforma costituzionale è cosa che non appariva evidente solo ai feticisti della Costituzione “più bella del mondo”.

Stefano Rodotà, ad esempio, ha dichiarato che la vittoria del No ha fatto registrare il recupero della cultura costituzionale: è il giudizio che ci si può aspettare da parte degli intellettuali e degli attivisti che animano la nebulosa della “sinistra” legata in qualche modo alla tradizione del Partito – cosiddetto – Comunista Italiano, il quale ai suoi tempi lucrò molto, in termini politici e ideologici, sulla mitologia resistenzialista che trovava alimento proprio nella Costituzione (borghese!) approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947. Detto che personalmente non ho incontrato un solo proletario (non politicizzato, insomma “normale”) che intendesse votare No per difendere la Costituzione (borghese!) “più bella del mondo”, mentre ho parlato con tantissimi lavoratori, disoccupati, genitori di giovani disoccupati o precari, di nonni di giovani nipoti disoccupati o precari intenzionati a «dare un calcio in culo» al “ducetto” di turno (peraltro dagli stessi visto con una certa simpatia nella sua precedente fase “rottamatrice”: in tempo di crisi il potere logora chi ce l’ha?); detto che conosco persone che se potessero chiuderebbero domani stesso, non solo il Senato (non tutti colgono la differenza tra monocameralismo e bicameralismo paritario o perfetto), ma il Parlamento in quanto tale, visto come una fetida cloaca che ospita maiali con la cravatta che ingrassano pronunciando incomprensibili discorsi alle spalle della “gente normale” che si impoverisce lavorando duramente; e che tuttavia hanno votato No (salvando, per il momento, il preziosissimo  Senato della Repubblica!) solo per «mandare a casa» Renzi. Detto tutto questo, per chi milita sul fronte dell’antagonismo e dell’autonomia di classe il problema sta proprio nel “recupero costituzionale” (leggi: istituzionale) che tanto piace, comprensibilmente, al personale politico e intellettuale che difende lo status quo sociale “da sinistra”.

È dal 1977, da quando cioè ho iniziato a “fare politica” (mi scuso con il lettore per la scivolata “personalistica”), che sento slogan “duri e puri” del tipo: «A casa il governo Moro-Berlinguer!» (erano anni di crisi economica, di “austerity ” e di dura repressione poliziesca caldeggiata soprattutto dal PCI di Berlinguer e Pecchioli), «A casa il governo Andreotti!», «A casa – o, ancor meglio, in galera – il governo Craxi!», «A casa il governo Amato!», «A casa il governo Berlusconi!», ecc., ecc., ecc. Certo, a casa, o magari nelle patrie galere, come auspicano i manettari che il Belpaese produce da sempre in quantità industriali, a “destra” come a “sinistra” (e poi qualcuno si stupisce costatando che molto spesso “gli estremi si toccano”!); e poi? È forse cambiato qualcosa di sostanziale per i nullatenenti quando il governo Tizio è stato mandato a casa, per essere prontamente sostituito dal governo Caio? La domanda, dal mio punto di vista, è puramente retorica. E intanto sono trascorsi quasi quattro decenni, da quel lontano 1977, governo “mandato a casa” dopo governo “mandato a casa”. Senza contare poi che i governi in Italia sono caduti non per la pressione della piazza, delle mitiche “masse popolari”, ma per le faide e gli equilibri interni alla cosiddetta partitocrazia. Eppure anche dopo l’ultima tornata referendaria ho visto non pochi sinistri-radicali che hanno avuto l’ardire di intestarsi le dimissioni del governo Renzi, dimissioni annunciate peraltro già un anno fa dallo stesso “ducetto di Rignano” in caso di sconfitta: una giocata d’azzardo che per lui non ha avuto buon esito. Ma chi non risica… Tanto più che molto probabilmente per l’ex Premier “bullo” si tratta solo del girone d’andata, per dirla calcisticamente.

Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un solo motivo di soddisfazione nella caduta “governativa” di Tizio, anche perché essa prelude sempre e necessariamente all’ascesa di Caio. Fatto fuori il “ducetto” di turno, un altro “ducetto” è già pronto a sostituirlo: è il “gioco democratico”, bellezza! Quanto all’uso di capri espiatori da offrire in pasto al “Popolo Sovrano”, e allo squallido spettacolo del soccorso al vincitore l’Italietta può vantare una lunga tradizione, tutt’altro che invidiata all’estero. Come dimostra la folgorante ascesa elettorale di Berlusconi nel ’94 e di Grillo negli ultimi anni, non c’è vuoto politico che non possa venir riempito rapidamente, non c’è disagio sociale che non possa trovare una sponda politica, uno “sfogatoio” molto utile alla stabilità del Sistema.

Mi si obietta: «Ma i lavoratori, i disoccupati, gli studenti che vedono un fosco futuro aprirsi dinanzi ai loro occhi, coloro che non prenderanno mai una pensione e così via, tutta questa gente ha invece gioito la sera del 4 dicembre». E allora? Le “masse popolari” gioiscono sempre quando si dà loro l’occasione di «sparare sul Quartier Generale»; ma rimane sempre la solita ineludibile domanda che interroga chi cerca di comprendere l’essenza dei fenomeni sociali: «sparare sul Quartier Generale» per far vincere chi/cosa? «Ma quantomeno votando in massa per il No le classi subalterne hanno mandato un messaggio forte e chiaro alla classe dominante!». Non c’è dubbio; si tratta di vedere in che cosa esattamente si sostanzia questo messaggio. A mio avviso il voto in massa per il No non rafforza né la combattività né l’autonomia politica dei lavoratori, dei giovani precari, dei disoccupati, dei pensionati poveri, della piccola borghesia brutalizzata dalla crisi, mentre certamente li espone all’uso politico dei partiti e dei movimenti chiamati a dare al Paese un nuovo governo. Soprattutto Salvini e Grillo sentono nell’aria un forte odore di trionfo elettorale. Ho l’impressione che parecchia gente si stia illudendo, e non poco, circa il carattere “intimidatorio” del No nei confronti dei padroni, dei “poteri forti” (nazionali e internazionali), e dei governi che verranno. Personalmente non voglio partecipare alla coazione a ripetere dell’”ottimismo rivoluzionario”, che tanti cattivi frutti ha dato in passato. Non trovo alcun piacere nel non condividere la soddisfazione di tanti militanti che hanno lavorato per il No Sociale, ma non direi la verità se dicessi che la invidio. La rispetto, è ovvio, ma non la invidio neanche un poco.

Personaggi che riescono a infilare in ogni loro discorso o in ogni loro articolo la parola “antimperialismo” e la locuzione “lotta di classe” con una facilità strabiliante, hanno avuto un vero e proprio orgasmo “rivoluzionario” in seguito al successo presidenziale di Trump, il quale era riuscito a catturare, e a mettere a profitto elettoralmente (perché il disagio sociale vota!), la rabbia dei cosiddetti sconfitti dalla globalizzazione (operai e ceto medio, in parte declassato e in parte distrutto dalla crisi economica). Pensavo fosse Lenin, e invece era Trump! Altri sinistrorsi, invece, si sono notevolmente indignati, perché «i poveracci non possono votare un fottutissimo miliardario! Hillary Clinton non ci piace, si capisce, ma rappresentava pur sempre il male minore». Il disagio sociale non sempre dà ragione alla stringente logica politica dei progressisti “moderati”. Ricordo, ad esempio, che nel ’94 mio padre, che allora faceva il muratore, e gran parte dei suoi colleghi votarono entusiasticamente per Berlusconi, perché videro nell’imprenditore milanese una possibilità di lavoro in un momento in cui il settore edile attraversava una forte crisi, anche a causa della cosiddetta rivoluzione giudiziaria che aveva momentaneamente intaccato il sistema degli appalti pubblici. «E poi il Cavaliere è ricco di suo, non ha bisogno di rubare e di intascare tangenti!». Un padrone onesto, possibilmente simpatico e alla mano («Silvio ha i nostri stessi pregi e i nostri stessi difetti: è uno di noi!»), e in grado di garantirgli un’onesta e decorosa esistenza: ecco la miserabile “utopia” del lavoratore sprovvisto di quella «coscienza di classe» senza la quale i proletari non sono che materia prima a disposizione del Capitale e dei suoi funzionari politici eletti dal “Popolo Sovrano”. «La classe operaia è rivoluzionaria o non è niente», diceva il barbuto di Treviri, che aggiungeva: «Più che di pane, il proletariato ha bisogno di coraggio, di fiducia in se stesso, di fierezza e di spirito di indipendenza».

Che fare per capovolgere la condizione di totale sudditanza che ormai da tanti decenni caratterizza l’esistenza di chi per vivere è costretto a vendere la propria capacità lavorativa (già, il cosiddetto “capitale umano”)? E qui ritorniamo al famigerato «recupero costituzionale» (o istituzionale) di cui sopra.

È ovvio che non ho in tasca una risposta semplice alla fatidica domanda Che fare?, e so bene che il passato può aiutarci a trovarla solo entro limiti precisi. D’altra parte sono convintissimo che fino a quando il disagio sociale rimane confinato politicamente dentro il recinto del cosiddetto gioco democratico, che ha nella Costituzione (borghese!) un importante tassello politico-ideologico, esso non può che tradursi in un sostegno a una delle fazioni economiche e politiche che si contendono, a volte anche manu militari, affari e potere sistemico. Non bisogna essere necessariamente dei “marxisti” (io, ad esempio, non lo sono!) per sapere che la democrazia, soprattutto nell’epoca del dominio mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici, è una lotta per il potere tra le diverse “cosche” della classe dominante. Molti attivisti politici credono, in ottima fede, che sia possibile usare la “dialettica democratica” e gli stessi scontri intercapitalistici (anche nella dimensione geopolitica: vedi i sostenitori della Russia e della Cina in chiave antiamericana) per fare avanzare, anche di un solo millimetro, la causa della lotta di classe. Io credo invece che ciò abbia il solo significato di ripetere i vecchi errori strategici e le vecchie illusioni (in gran parte radicate nella tradizione “comunista”) che molto hanno a che fare con l’attuale impotenza politica e sociale delle classi subalterne.

Bisogna invece agire, a mio avviso, per portare il disagio sociale fuori dal recinto politico-ideologico che garantisce la continuità dell’ordine sociale; ecco perché nei post dedicati alla scadenza referendaria scrivevo  che non si trattava di difendere, anche solo in chiave “tattica”, l’attuale Costituzione (borghese!), ma piuttosto di delegittimarla, di demistificarne l’impianto ideologico, così da metterne in luce la natura ultrareazionaria. Pensate, solo in guisa di esperimento mentale (perché i tempi purtroppo “son quel che sono”, cioè pessimi), che grande significato politico avrebbe avuto un’astensione di massa: non ne sarebbe uscito delegittimato l’intero quadro politico-istituzionale? «Coloro che sono al potere spesso preferiscono al silenzio una partecipazione “critica”, un dialogo – giusto per impegnarci in un “dialogo”, per assicurarsi che la nostra inquietante passività si interrompa. L’astensione al voto si pone così come un autentico atto politico: ci obbliga a confrontarci con la vacuità delle odierne democrazie» (*). Non sempre Žižek mantiene ciò che sembra promettere, ma questo è un altro discorso.

Per come la vedo io, chi vuole dare un contributo alla «formazione del proletariato in classe autonoma», dovrebbe agire, nei limiti del possibile, per ciò che egli è in grado di fare, per creare le condizioni di un grande Esodo di classe dai riti della democrazia, affinché l’«inquietante passività» dei dominati possa trasformarsi in lotta di classe generalizzata.

Leggi anche:

Contro la Costituzione. Quella di ieri, di oggi e di domani.
Sì o No? Mi astengo! Nonostante Paola Saulino…

(*) S. Žižek, La violenza invisibile, p. 214, Rizzoli, 2007.

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2 thoughts on “PER UN GRANDE “ESODO DI CLASSE” DAI RITI DELLA DEMOCRAZIA

  1. «formazione del proletariato in classe autonoma» non è un concetto che rischia anch’ esso di essere declinato in positivo?

    • Non credo, o forse non ho capito il senso della tua domanda. Come sai quel concetto è stato elaborato da Marx: Selbstättgkeit, azione autonoma dei lavoratori. Nella concezione marxiana della società borghese, che io condivido (ovviamente nella mia personale ricezione: ecco perché sostengo di non essere un marxista), lo stesso concetto di classe è andato molto al di là della mera presa d’atto di un bruto dato sociologico-economico, per acquisire piuttosto un carattere fortemente politico. Si legge nel Manifesto del Partito Comunista: «Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi» (Opere, VI, p. 495, Editori Riuniti, 1973). Fin quando gli operai agiranno come meri venditori di capacità lavorativa, e non si riconosceranno come appartenenti a una classe sociale avente 1. specifici interessi immediati, opposti agli interessi della classe che acquista quella capacità per sfruttarla, e 2. un eccezionale (rivoluzionario) ruolo storico da interpretare (emancipando se stessi, i lavoratori emancipano l’intera umanità), essi rimarranno un’accozzaglia di individui, materia prima nelle mani del Capitale, e non certo una classe – sempre nell’accezione marxiana del concetto qui appena schizzata.
      Ciao!

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