C’È ANCORA QUALCOSA DA BOMBARDARE AD ALEPPO?

18-1-600x400«Qui giace Aleppo», scriveva ieri Libération, nella sua ennesima denuncia della pavidità esibita in questi anni dall’Occidente democratico, nonché inventore dei «diritti umani», nei confronti del ben più assertivo e spregiudicato Putin – che proprio ieri è stato scelto da Forbes, per il quarto anno consecutivo, come persona più potente del mondo: «Dal suo Paese, fino in Siria, passando per le elezioni americane, Putin continua a ottenere quello che vuole». Che soddisfazione per i tanti figli di Putin italiani che stravedono per il virile Vladimir, il quale sempre ieri ha ricevuto dal regime iraniano le «vivissime congratulazioni» per i successi militari russi mietuti a Palmira e ad Aleppo.

Aleppo come Grozny? Forse anche peggio, magari solo per confermare la macabra – ma quanto veritiera! – tesi secondo la quale il peggio non conosce misura. Aleppo. Una città che ha (o forse dovrei scrivere aveva) alle spalle una lunghissima storia; la città che fino al 2011 era considerata la capitale economica della Siria. Oggi di quella città non rimane che un cimitero di uomini e un deserto di edifici sventrati. La guerra di sterminio (o di “pulizia” politica, etnica e religiosa) organizzata e portata avanti con inaudita ferocia da Bashar al-Assad, con il decisivo apporto della Russia putiniana, dell’Iran e dei miliziani libanesi di holzebollha, sembra volgere al termine. Infatti, è rimasto ben poco da bombardare, da catturare, da fucilare, da torturare. «Ancora tre settimane fa», scriveva ieri Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, «si parlava di 250.000 persone intrappolate nelle zone orientali. Ora sono ridotte forse a 50.000. Gli altri sono nelle mani del regime e tutto ciò inquieta, fa paura. Per molti aspetti una tragedia annunciata. Già all’inizio delle rivolte contro il regime nella primavera 2011 le manifestazioni pacifiche furono represse nel sangue con violenza inaudita e sproporzionata. Mosca e Damasco li chiamano “terroristi”. Ma sono di civili le grida di aiuto che giungono da Aleppo. “Ci massacrano. Aiutateci! Gli sciiti di Hezbollah e i miliziani di Assad selezionano gli uomini quando si arrendono con le loro famiglie. Li prendono, li picchiano e poi spariscono. Non sappiamo più nulla di loro. Ma sentiamo spari, tanti spari. Che li stiano già fucilando?”, ci diceva via Skype dal quartiere circondato di Salaheddin tre giorni fa Ismail Alabdullah, noto Casco Bianco (come vengono chiamate le squadre di soccorso che cercano i sopravvissuti tra le macerie). “Non so se potrò parlare ancora. Ci stanno bombardando”, diceva a sera tarda domenica. Ora il suo numero tace». Speriamo che sia solo «il suo numero» a tacere. Ma l’ottimismo qui ha davvero poco senso.

«Il dramma di Aleppo – scrive Alberto Negri sul Sole 24 Ore di oggi – è che i guerriglieri di Al Nusra tengono in ostaggio i civili e non intendono arrendersi alle condizioni del regime di Damasco. A loro volta le truppe di Assad non esitano a bombardare a tutto spiano anche i civili. Gli iraniani non vogliono mollare i jihadisti di Aleppo se non in cambio della fine dell’assedio degli sciiti di Fuaa e Kefraya nell’area di Idlib. La Russia e la Turchia (che con l’Iran si troveranno a Mosca il 27 dicembre)  fanno finta di negoziare per salvare la faccia: Putin non vuole passare come il macellaio di Aleppo ed Erdogan deve farsi perdonare di avere mollato i jihadisti che ha sostenuto fino a ieri contro Assad prendendo i soldi dalle monarchie del Golfo. Gli Stati Uniti […] hanno molto da nascondere e poco da dire di fronte alla sconfitta. Quasi ne uccide più l’ipocrisia che le bombe». Più che di ipocrisia io parlerei, più realisticamente e al di là dei soliti infantili piagnistei sui «grandi della Terra che non riescono a trovare un accordo per il bene della pace e dell’umanità» (e la coscienza è soddisfatta!), di guerra per il potere – politico, militare, economico, ideologico. E questo vale per tutti i protagonisti della carneficina, i quali da anni tengono in ostaggio il popolo inerme di Aleppo e dell’intera Siria. Analogo discorso ovviamente vale per la guerra nello Yemen. Un conto è il linguaggio della guerra, che dice sempre la verità (basta intenderla); un conto affatto diverso è il linguaggio della propaganda di chi difende e ricerca il potere per mezzo della guerra. Tutto il resto è… ipocrisia.

Il regime di Assad ha – per adesso, in attesa di una futura “soluzione diplomatica” del conflitto – salvato la pelle. «La vittoria del regime su Aleppo sarebbe un duro colpo per l’opposizione: Damasco avrebbe così il controllo delle quattro maggiori città del paese. Tuttavia, questo avvenimento non segnerebbe la fine del conflitto civile, cominciato nel 2011. Resta dubbia la capacità delle forze governative di mantenere il controllo dei territori riconquistati, nonostante l’intervento russo abbia consentito ad Assad di cambiare le sorti del conflitto e guadagnare terreno» (The Post Internazionale). La sorte del regime siriano è completamente nelle mani della Russia e dell’Iran, e la cosa appare evidente soprattutto ad Assad, che infatti teme di essere sacrificato, prima o poi, sull’altare di un accordo tra la Russia di Putin e l’America di Trump («l’equazione sconosciuta», secondo la definizione di Le Figaro), magari con l’intesa dell’Iran e della Turchia. In ogni caso, alla «guerra di liberazione» del macellaio di Damasco possono dar credito solo certi inquietanti personaggi che animano l’escrementizio “campo antimperialista”.

«I presidenti di Russia e Turchia, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, hanno discusso del conflitto in Siria e “in particolare dello sviluppo della situazione ad Aleppo” in una conversazione telefonica: lo ha riferito il Cremlino nella tarda serata di ieri, sottolineando che i due capi di Stato “hanno rimarcato la necessità di unire gli sforzi per migliorare la situazione umanitaria e facilitare il lancio di un vero processo politico in Siria”. Putin ed Erdogan hanno inoltre discusso della cooperazione tra Russia e Turchia, anche nel settore energetico» (ANSA). Insomma, la geopolitica e la geoeconomia macinano fatti, non si fermano davanti a niente e a nessuno, alla faccia di chi vede nell’inferno siriano (o yemenita) solo vecchi, bambini, uomini e donne affamati, assediati e uccisi: in guerra, per dirla con Diderot, «Di giusto, tutto sommato, basta avere la mira» (Il nipote di Rameau).

Non c’è dubbio, la Russia, l’Iran e il blocco sciita controllato da Teheran stanno portando a casa una bella vittoria sulla concorrenza geopolitica regionale e mondiale. I fascisti e gli stalinisti (camerati e compagni, ogni camuffamento “nuovista” è inutile dalle mie parti!) di casa nostra che negli ultimi cinque anni hanno sostenuto «la causa del Popolo siriano» (cioè, tradotto per chi non conosce il lessico del “Campo Antimperialista”, la causa del regime siriano) possono stappare con legittimo orgoglio qualche bottiglia di italianissimo spumante: quella vittoria – e il relativo bagno di sangue – è anche la loro vittoria. Gli si potrebbe obiettare che è facile “fare politica” con gli Stati e con gli eserciti – e che eserciti! – degli altri, ma bisogna pur concedere ai tifosi della squadra vincente qualche piccola soddisfazione.

Scriveva Lorenzo Declich lo scorso ottobre: «In questi ultimi tempi l’amore per Bashar al-Assad è riuscito ad allineare fascisti, alcuni comunisti, alcuni pacifisti, persino leghisti e – da ultimi – alcuni grillini. Ma com’è potuto succedere?». Non vorrei passare per quello che “la sa più lunga degli altri”, anche perché non è così, purtroppo; e tuttavia devo confessare che la cosa “paradossale” denunciata da Declich non mi sorprende affatto, tutt’altro. Come ho scritto negli ultimi post dedicati al cosiddetto populismo, gli estremi si toccano quando essi insistono sullo stesso piano – o terreno di classe, nella fattispecie. La metafora geometrica mi sembra abbastanza chiara. Fascisti e cosiddetti “comunisti” (in realtà si tratta di vetero o “post” stalinisti, gente che in ogni caso non ha nulla a che fare con l’autentico comunismo) condividono lo stesso terreno di classe (borghese/capitalista/imperialista), come sempre al netto di fraseologie “anticapitaliste” e “antimperialiste” che possono convincere solo qualche sprovveduto in materia di Capitalismo e di Imperialismo.

La tifoseria fascio-stalinista pro Assad e pro Putin, e lo stesso silenzio del cosiddetto Movimento Pacifista, così sensibile quando a bombardare e a massacrare in giro per il mondo sono stati gli Stati Uniti d’America, si spiegano benissimo con la tradizione antiamericana che nel nostro Paese è stata forte tanto a “destra” quanto – certo, soprattutto – a “sinistra”. Ancora prima della Seconda guerra mondiale molti fascisti, stalinisti e cattolici polemizzavano con lo stile di vita americano, e individuavano negli USA il cuore di quel demoniaco capitalismo «liberista-selvaggio» che ben presto avrebbe provocato il tramonto definitivo dei tradizionali valori prodotti dalla Civiltà europea. Mutatis mutandis, per certi personaggi siamo ancora a questo punto.

Per quanto riguarda l’attuale mutismo del “Movimento Pacifista”, mi limito a ricordare che è dagli anni Cinquanta che esso subisce la cattiva egemonia di partiti (a cominciare dal PCI di Togliatti) e di gruppi politici (la cosiddetta “estrema sinistra”) che nel pessimo mondo vedevano in opera un solo imperialismo – inutile specificare quale.

Scrive Marco Santopadre su Contropiano: «Ovviamente, al di là delle dichiarazioni di circostanza dei governi siriano e russo, sono numerosi i civili rimasti uccisi nelle ultime settimane sotto le bombe sganciate dai caccia o i colpi di mortaio sparati dai cosiddetti ribelli che hanno tentato di ritardare la loro sconfitta rifugiandosi negli edifici, nelle scuole, negli ospedali e nelle moschee. Quella siriana, d’altronde, è una guerra civile atroce, combattuta casa per casa, strada per strada. In una guerra del genere che coinvolge grandi città, non è pensabile che la popolazione civile non venga massicciamente colpita». Si sa, la «guerra civile» non è un pranzo di gala, «non è pensabile che la popolazione civile non venga massicciamente colpita»: cerchiamo di essere realisti! «Non posso andarmene da Aleppo perché faccio parte del personale medico e questo vuol dire che agli occhi del regime sono un terrorista», racconta un infermiere al quotidiano britannico The Guardian. È la «guerra civile», bellezza! E poi, perché rilasciare simili dichiarazioni a un quotidiano occidentale che fa parte del mainstream mediatico venduto ai poteri forti occidentali?

«Ma salta agli occhi», continua Santopadre, «la intollerabile partigianeria delle versioni diffuse dai media e dalle classi politiche occidentali. Se le conseguenze sui civili degli attacchi e dei bombardamenti su Aleppo o prima su altre città da parte delle truppe siriane o delle forze russe vengono fedelmente riportate e spesso anche amplificate, le vittime degli analoghi raid compiuti dai caccia statunitensi o francesi o britannici o dalle artiglierie turche vengono sistematicamente ignorate, e scompaiono dalle cronache. […] Se è vero che una parte della popolazione di Aleppo ha reagito con terrore e preoccupazione all’ingresso nei quartieri orientali delle truppe siriane e degli alleati russi, iraniani e libanesi, temendo ritorsioni per aver collaborato con i jihadisti o aver apertamente parteggiato per loro, è altrettanto vero che una parte consistente degli abitanti della seconda città del paese è scesa in strada a festeggiare la tanto attesa liberazione. Perché sostiene il regime, perché ritiene il regime il male minore rispetto al terrore jihadista, perché spera semplicemente che la Siria possa tornare presto alla normalità dopo anni di scontri feroci, di morti, di distruzioni. Ancora: è possibile dar credito alla versione secondo cui i bombardamenti russi su Aleppo causino sempre vittime tra i civili mentre quelli statunitensi su Mosul o Raqqa si limitino a eliminare, “chirurgicamente”, i capi di Daesh senza colpire coloro di cui i jihadisti si sono circondati per ritardare l’avanzata dei nemici?». In buona sostanza, secondo Santopadre per combattere la propaganda dei «media mainstream occidentali», che «occultano sistematicamente le notizie non conformi», bisogna prendere per buona la propaganda orchestrata dal regime siriano e dalla Russia (*). Come non inchinarsi dinanzi a questa stringente logica “antimperialista”? O si sta da una parte della «guerra civile», o si sta dall’altra: l’autonomia di classe non è nemmeno concepita in linea di principio. E ciò non mi stupisce affatto conoscendo certi polli.

Tra l’altro il nostro “antimperialista” non fa nemmeno un accenno al ruolo decisivo che il regime di Assad ha avuto all’inizio della crisi siriana deflagrata nel marzo del 2011, e «da subito tramutatasi in scontro armato indiretto tra un numero consistente di potenze locali e internazionali». Da subito? Scriveva Francesco Tronci nella sua interessante lettera al Popolo della sinistra: «Non c’era Daesh in Siria, non c’erano le armi, non c’era la guerra, non c’era neanche la richiesta di rovesciare il regime: i manifestanti chiedevano delle riforme, e solo dopo mesi di brutale repressione passarono dalla richiesta di riforme al chiedere la caduta di Assad. Non c’era perciò alcun elemento su cui fondare quella subdola propaganda che in seguito avresti usato contro la rivoluzione siriana. Non c’era niente di tutto questo, ma guarda caso non c’eri nemmeno tu. […]  Era il 2012 quando i governi d’Europa e il governo degli Stati Uniti, coloro che avevano i mezzi per supportare le forze progressiste, decisero di lasciare che la Siria bruciasse. Per anni i siriani hanno combattuto per la libertà contro questi barbari, per anni hanno chiesto un aiuto di base per assicurarsi che la libertà inizialmente conquistata nel 2011 dal movimento popolare pacifico potesse essere goduta fuori dalla portata della barbarie: di Assad e dei suoi barili bomba, dei gas mortali e del napalm; dell’Iran, con i suoi squadroni della morte, le sue milizie ed il suo costante flusso di soldi e armi; della Russia e della sua aviazione, dei suoi missili, i carri armati, il fosforo bianco e una diplomazia imperialista che consente il genocidio. Non arrivò nessuno ad aiutarli, nessuna solidarietà giunse in maniera organica dalla sinistra mondiale e da parte tua, popolo della sinistra, neanche quando la rivoluzione non aveva ancora imbracciato le armi e i manifestanti pacifici venivano massacrati dal regime, incarcerati, torturati». Sperare che l’imperialismo occidentale (europeo e americano) potesse correre in aiuto della «rivoluzione siriana» mi sembra quantomeno frutto di un pensiero politicamente ingenuo, né penso si possa parlare, in generale, delle cosiddette Primavere arabe nei termini di «rivoluzioni», cosa che ovviamente non implica (non ne vedo i minimi presupposti) sostenere i regimi contestati nelle piazze arabe né imputare al solito complotto targato USA-ISRAELE il malessere sociale della popolazione mediorientale. Sulla natura sociale delle Primavere arabe rimando ai miei post dedicati al tema (ad esempio: Si fa presto a dire “rivoluzione”, Teoria e prassi della “rivoluzione”. A proposito della “Primavera Araba”).  La lettera di Tronci è interessante soprattutto perché l’autore si sente parte di quel «popolo della sinistra» che sta dando un pessimo spettacolo «agli occhi della storia»: «Questa lettera che ho deciso di scriverti nasce da un moto impetuoso di indignazione e sconcerto.  […] Per questa ragione, popolo della sinistra, dovremmo tutti vergognarci». Naturalmente l’invito non mi riguarda, non avendo io mai fatto parte del «popolo della sinistra». Almeno questa vergogna mi sia risparmiata!

Scriveva il già citato Declich: «Possiamo discutere quanto vogliamo del comportamento degli americani in Siria, in Medio Oriente e nel mondo. Possiamo fare una storia dell’imperialismo americano, costellata di fatti terribili e intollerabili. Tuttavia dobbiamo aprire un altro capitolo, avendo sempre in mente che l’infamia di uno non cancella quella di un altro, e che non esistono imperialismi migliori degli altri. Esempio: radendo al suolo la Cecenia a partire dalla metà degli anni Novanta, Putin non ha combattuto contro l’imperialismo americano. Anzi, quando dovette finire il lavoro, all’inizio del nuovo millennio, lo si poteva vedere andare a braccetto con gli americani: tutto il mondo – e quindi anche i russi – diceva di fare la “guerra al terrore”. E ai russi fu dato semaforo verde in Cecenia. C’è chi, però, fa un ragionamento definito “campista”: si immagina che esista questo “Grande Imperialista americano” da sconfiggere, e che quindi tutti gli altri – cioè il campo opposto – siano i “buoni”, o che comunque servano la causa e dunque vadano bene. Nella realtà, però, questi campi non esistono». In realtà esiste un solo grande (quanto il nostro pianeta) e disumano campo: quello degli interessi economici, politici e geopolitici che fanno capo alle classi dominanti e ai loro Stati nazionali, piccoli o grandi che siano. «Non c’è più patria; da un polo all’altro non vedo nient’altro che tiranni e schiavi» (Diderot).

Solo dei servi sciocchi possono scindere – nella loro testa – il campo imperialista in Paesi “buoni”, o comunque “meno cattivi”, e Paesi decisamente “cattivi”, e decidere di appoggiare “tatticamente” i primi contro i secondi, credendo che questo sia il solo realistico modo di “fare politica”. Non c’è dubbio, così si fa politica: la politica delle classi dominanti, degli Stati, delle Potenze, degli imperialismi, grandi o piccoli che siano. La politica di chi si oppone all’imperialismo unitario (il campo che “ospita” la contesa interimperialistica) è ovviamente enormemente più difficile, e oggi essa appare perfino irrealistica, talmente forti sono le classi dominanti in tutto il mondo e tragicamente deboli le classi subalterne.

Non ho dunque messaggi di speranza per un “pronto riscatto” da comunicare al mondo? Oggi no. A volte è meglio non mettere nemmeno un po’ di zucchero nell’amara bevanda offertaci gentilmente dalla vita, e apprezzare per intero la condizione di impotenza politico-sociale che caratterizza la nostra, pardon: la mia esistenza.  (Non voglio coinvolgere nessuno nel mio pessimismo). Lo so che a Natale si può dare di più, ma pure  l’autoinganno ha i suoi limiti. Per acquistare un po’ di speranza a basso costo ci si può sempre rivolgere a Papa Francesco, o, male che vada, al “Campo Antimperialista”. Sic!

(*) Un solo esempio: «Chi chiede una tregua in Siria vuole in realtà “dare una possibilità” ai miliziani di respirare ed essere riforniti di armi, ha accusato senza mezzi termini il ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov sostenendo che il blitz di Daesh a Palmira sarebbe stato reso possibile dalla tregua de facto concessa dalla coalizione internazionale a guida statunitense ai jihadisti di Mosul. Ieri il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konashenkov, aveva dichiarato che ad Aleppo “nelle zone orientali sono state tenute come scudi umani dai terroristi più di 100 mila persone. Tutte queste, nel più breve tempo possibile, sono state evacuate dalla zona e hanno raggiunto le zone controllate dal governo siriano, ottenendo aiuto reale e cibo”» (M. Santopadre). Che brava gente! Altro che imperialismo russo!

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4 thoughts on “C’È ANCORA QUALCOSA DA BOMBARDARE AD ALEPPO?

  1. Commenti da Facebook:

    V:
    Che schifo! Ho letto tutto, tranne quella escrementizia materia (come dici tu) scritta su contropiano. Proprio non ci riesco, ho appena terminato di ascoltare le torture che nella laica Siria sono riservate a chi osa ribellarsi. Le ho ascoltate per bocca di uno dei torturati e guardarlo è stata un’esperienza più forte di tante parole. Non voglio vomitare leggendo contropiano.

    Sebastiano Isaia:
    Ti capisco. Eccome! Contropiano l’ho citato a titolo di esempio. Ma capisco che anche il senso di ripugnanza ha i suoi più che legittimi diritti da far valere. Ciao!!

  2. L’ha ribloggato su nicae ha commentato:
    “…o parlerei, più realisticamente e al di là dei soliti infantili piagnistei sui «grandi della Terra che non riescono a trovare un accordo per il bene della pace e dell’umanità» (e la coscienza è soddisfatta!), di guerra per il potere – politico, militare, economico, ideologico. E questo vale per tutti i protagonisti della carneficina, i quali da anni tengono in ostaggio il popolo inerme di Aleppo e dell’intera Siria. Analogo discorso ovviamente vale per la guerra nello Yemen. Un conto è il linguaggio della guerra, che dice sempre la verità (basta intenderla); un conto affatto diverso è il linguaggio della propaganda di chi difende e ricerca il potere per mezzo della guerra. Tutto il resto è… ipocrisia. …”

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